Della ragione di stato (Settala)/Libro IV/Cap. V.

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Cap. V.

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Capitolo V

Della ragion di stato della politía,
per conservare la forma di tal republica.

Se il popolo nella politía non fuggirá l’error commune di tutti i popoli, che presupponendo il fine delle republiche la libertá commune, pensano per questo ancora che commune debba essere non solo la elezione de’ magistrati, ma egualmente ancora i magistrati stessi: non potrá mai durare o conservarsi tal forma di republica, pensando che l’uguaglianza che si ha da servare nella republica debba essere l’aritmetica, cioè la distribuzione degli uffici e magistrati, non fatta distinzione di persona; essendo che questa uguaglianza di numero non è atta alla conservazione d’una republica, non essendo ogni uno atto ad ogni carico: ma bene la geometrica, nella quale e secondo le condizioni e qualitá di persone si fa l’elezione e la distribuzione degli uffici e de’ magistrati. E in questo la politía commune è differente dalla democrazia: perché in questa si usa la distribuzione aritmetica, e in quella la geometrica. Però se si vorrá conservare contento tutto il popolo d’avere l’autoritá d’elegger le persone per i magistrati, essendo posta in questo l’autoritá detta dai greci politeama, eleggerá ai magistrati gli uomini piú eccellenti e a render ragione al popolo piú atti, distribuendo gli uffici minori a’ minori del popolo; servando però almeno in parte la giustizia appoggiata all’ugualitá geometrica.

Quelli che averanno i magistrati, benché dovranno esser severi osservatori della giustizia, saranno però nell’eseguirla [p. 118 modifica] piacevoli: e se potranno con soddisfazione delle parti componete le liti, sará util cosa per l’amicizia, che si conserva fra le parti, cosa utilissima nella politía; e ciò non potendo fare, data tutta la soddisfazione, che si può, alla parte che ha il torto, e di prove e di tempo, sentenzierá facendo quanto può capace la parte del torto che ha.

Essendo la dignitá, per il magistrato, che tiene sopra tutte le cose, s’avvertirá di non fare né in fatti né in parole ingiuria, o usare contumelia ad alcuno, per la potenza e autoritá che gli è stata concessa dal popolo. Esempio ci sia Appio Claudio, che con l’aver tentata la castitá della figliuola di Virginio, distrusse il governo dei decemviri; e Alessandro de’ Medici duca di Fiorenza per simil causa perdette co ’l dominio la vita. Per questa simil causa a’ tempi de’ nostri avi i svizzeri, scosso il giogo del dominio de’ nobili, si posero in libertá, e indussero il governo popolare e la democrazia. Questo insegnò Ciro morendo appresso Senofonte; e questo è quello che scrisse Salustio nell’istoria di Catilina dei costumi dell’antica Republica Romana: in pace vero beneficiis magis, quam metu imperium agitabant.

Non essendo che piú mova il popolo a sedizione che le gravezze straordinarie e i dazi insoliti, nella politia commune se vi sará necessitá de’ denari, o per guerra o per fortificazioni o per altra cosa urgente, quelli che sono nei magistrati, o soli o communi, mai doveranno aggravare tutto il popolo da sé: ma fatta con tutto il popolo commune la necessitá, dal consiglio maggiore doverá il tutto esser ordinato col consenso della maggior parte del popolo; perché per il piú in questa sorte di republica i maggiori magistrati semplici o communi essendo ancora dalla plebe conceduti ai piú savi, essendo questa qualitá piú nella nobiltá, subito verrebbero in sospetto di esser traditi dai nobili, e gli terrebbero in concetto di preoccupatori dell’entrate publiche. Sarei troppo longo, se volessi portare gli esempi delle rivoluzioni e mutazioni di regni e republiche per questa sola causa. Nella Scrittura sacra, morto Salomone, in Jeroboam, mossa per questo sedizione da’ giudei fu diviso il regno nel regno di Giuda [p. 119 modifica] e di Israel (nel primo de’ Re al capo dodicesimo). In Ispagna nel principio dell’imperio di Carlo quinto per tale occasione vi furono pericolosissimi movimenti, come scrive il Giovio nella vita d’Adriano sesto. Ed in Guascogna sotto Enrico secondo, come scrive il Belaio.

Avvertirassi nella distribuzione degli onori e dignitá non tralasciare i degni e meritevoli: perché questi tali, come che siano di grande spirito accompagnato sempre con ambizione, vedendosi anteposti uomini di condizione di gran longa inferiori, tumultuano, e sono facili a movere e compire sedizioni e mutazioni di forma di republica; e per il contrario vedendo la plebe esser impiegate tali dignitá in uomini di eccellenti qualitá ed eminenti, per ambiziosa che sia, si acquieta. Esempio ne sia la plebe romana, che ambiziosa pur di aver rautoritá di elegger i tribuni, ottenutala pure e quasi per forza, quando i patrici pensarono che non dovesse il popolo eleggere se non plebei, elesse tutti i tribuni dell’ordine patricio, contento dell’autoritá dell’eleggere.

Spesse volte ancora avviene che nei grandi e generosi, o per paura di esser abbassati e depressi, o per paura di esser castigati per qualche eccessivo delitto, viene lor pensiero di ribellarsi dalla patria e di mutar forma di republica. Esempio del primo ci sia Giulio Cesare, che dubitando che se, licenziato l’esercito, privato fosse andato in Roma, da’ suoi nemici potentissimi fusse oppresso, mutò la republica sua in monarchia. Del secondo èvvi l’essempio di Catilina e Lentulo, che per paura d’esser castigati degli eccessi e sceleraggini commesse, tentarono di distruggere la republica romana; e Pericle, il qual, per aver male speso il denaro publico, dubitando d’esser castigato nella testa, mosse e concitò la guerra del Peloponeso, con la quale rovinò la sua patria Atene. Il rimedio sará, considerate le occasioni, e conoscendo i troppo alti pensieri di tali uomini, o acquetarli se sono buoni cittadini, onorandogli con dignitá, avendogli però sempre gli occhi addosso, e considerando tutti i suoi andamenti: o subito opprimerli e castigarli.

Nella politía commune non è cosa che apporti piú pericolo [p. 120 modifica] alla sua conservazione, che il permettere che una delle tre parti in maniera accresca o di numero o di qualitá che possa superar le due altre. Tre parti annoverò Aristotele in questa republica: i nobili, o ricchi, i mediocri e i plebei; e volle che in maniera concorressero armonicamente, che se ben tutti alla elezione de’ magistrati concorressero servata l’ugualitá aritmetica, se doveva però conservarsi, giudicò nell’elezione doversi servare l’ugualitá geometrica, dando i magistrati maggiori a quelli, che conoscessero prevalere di bontá, prudenza, e valore: non lasciando da parte almeno in qualche modo e la nobiltá e la ricchezza, e proporzionatamente compartendo gli uffici minori, lasciando alla plebe la voce dell’elezione e i suoi guadagni delle loro arti. Insegnò adunque questo gran maestro, che si come la bellezza e la perfezione de’ corpi è posta in una delle proporzioni delle parti tra loro, e se una eccede, si guasta quella proporzione; e come nell’armonia una voce eccedente sconcia il concerto, cosí avvenire in questa republica: se a poco a poco o in numero o in autoritá crescerá la plebe in maniera, che le altre due parti non possano unite contrapesare, la politía comune si muterá in democrazia. Come ancora occorrerá, se una delle parti per caso in guerra fosse uccisa, come a Tarento, ad Argo e ad Atene scrive esser occorso. Ma perché solo da’ greci pigliamo esempi? Cicerone nel terzo Degli uffici e nel secondo delle Epistole ad Attico e nella quarta Catilinaria ben scrisse, la salute della republica romana tutta esser riposta nella concordia dei tre ordini, de’ quali era composta, senatorio, equestre e plebeo; e dalla discordia di quelli medesimi nascer la rovina. De la quale unione d’ordini perché il primo perturbatore fu Gracco, avendo depresso l’ordine senatorio e inalzato gli altri, fu ancora chiamato il primo distruttore della republica romana. Cosí in Atene Temistocle avendo depresso la fazione degli ottimati e principali, e inalzato i popolari, distrusse la republica di quella cittá politica, e la mutò in popolare e democratica. Il provvedere dunque a questo disordine sará l’andar ben considerando l’accrescimento della plebe, e vedendo che accresca, o sotto specie di tener conto della virtú sceglierne [p. 121 modifica] fuori una parte dei piú principali, o per la virtú o prudenza o per il valore nelle cose militari, e aggiungerla a’ mezzani: anzi dei piú eccellenti alcuni aggregarli ai patrici, perché cosí, sotto titolo di onorare i piú eccellenti tra loro, piú stimati e amati, si priverá quell’ordine dei piú valorosi, e si fará acquisto della benevolenza del popolo, e se le dará animo alla virtú, e si fortificheranno gli altri; essendo solito sempre, che gli aggregati e graziati siano piú difensori della parte nella quale sono ricevuti, per non lasciarsi pareggiare da altri, che fossero del primiero ordine, e per gratitudine dell’onore ricevuto: e cosí si indebolisce quella parte, che per numero suole eccedere. L’ammettere ancora alla cittadinanza qualche forastiero di qualche qualitá insigne ornato, e inserirlo nella parte piú debole, parmi rimedio contra questo pericolo di non picciola importanza, se ben questo nelle cittá grandi e piene di popolo è rimedio piú sicuro che nelle picciole, dove tutti i cittadini per nome e cognome si conoscono.

Osservò Aristotele, e con molti esempi mostrò, molte republiche esser andate in rovina per le discordie de’ principali cittadini, le quali ancora avevano avuto principio da leggerissime cause: apportando le rovine di sei republiche occorse a’ suoi tempi, a quali aggiungeremo le mutazioni in vari tempi occorse alla republica degli ateniesi, per le discordie di Nicia e Alcibiade, e prima per quella di Temistocle e Aristide, e dopo per le discordie di Demostene, Eschine, Licurgo e altri oratori. E cosí a Roma per i dispareri che occorsero tra Cepione e Metello nel comprare quell’anello all’incanto, come scrive Plinio nel libro XXXIII al capo primo, nata la guerra civile e sociale, si cominciò a rovinare la republica romana: e dopo alquanti anni si rovinò affatto detta republica per le discordie tra Pompeo e Cesare; le quali non solo portano pericolo, quando il fine di ambedue è indrizzato all’acquisto dell’imperio: ma ancora quando un contrasta con l’altro per difendere la libertá della patria e la forma della republica, e l’altro per usurparsela, come occorse tra Cicerone e Antonio. Ma piú gravi e piú crudeli sono le dissensioni, che occorrono fra due che aspirano [p. 122 modifica] all’imperio, come cred’io fosse tra Cesare e Pompeo: come nel regno d’Inghilterra tra la famiglia Eboracese e Lancastria; e in Francia tra la famiglia di Borgogna e d’Angiú: per le quali inimicizie si sogliono distruggere le forme delle republiche.

Pensò inoltre, e molto bene, Aristotele, nella politía in particolare doversi fare le dignitá e magistrati non perpetui, ma di poco tempo, come annui, o di due anni: sí per non serrare la porta a tanti altri meritevoli e desiderosi degli onori, li quali se si vedono privi di speranza di sottentrare ancora loro in alcun tempo alle dignitá e onori, movono delle sedizioni e rovinano le republiche; sí ancora perché co ’l perseverare al longo in un magistrato si fanno insopportabili, per esser solo usi a commandare né soliti ad obedire, e per la longhezza del magistrato non soliti a render conto a’ supremi magistrati dell’azioni loro. Esempio ci sia Giulio Cesare, che per essergli stato prolongato l’imperio nella Gallia tanti anni, non poteva, né sapeva vivere piú privatamente, e perciò si usurpò l’imperio.

Bellissimo è lo stratagema, che nel quinto della Politica al capo ottavo insegnò Aristotele, che per mantenere una repubiica si deve mostrare o fingere un imminente pericolo: perché, o falso o vero che sia, si rendono i governatori della republica piú diligenti nell’antivedere i pericoli e provedere che non vi si inciampi; e i cittadini staranno piú pronti alla difesa. Conciosiacosa che bene spesso avviene, che per la longa pace e tranquillitá si sogliono trascurare le cose; e all’improviso sopraggiungendo i pericoli, non essendo pronte le difese, restano oppresse o in pericolo di perdersi le republiche, o almeno di perder parte del dominio. Perciò per ragion di stato conviene, se non vi è vero pericolo de’ nemici o interni o esterni, fingerne de’ verisimili, acciò si stia con gli occhi aperti per conservarsi.

Perché vera e buona republica ancora quella è, dove il piú de’ cittadini sono ammessi al governo della republica, escludendone la fece piú sordida del popolo. Per far questo e i greci e i romani si servirono del censo, cioè che nissuno potesse concorrere alle cose principali, che non avesse tanto in beni [p. 123 modifica] di fortuna; e perciò si faceva nelle picciole cittá la risegna di tutti i cittadini e la revisione de’ loro beni ogni anno o nel biennio: e nelle grandi ogni cinque, che perciò chiamarono «lustro», acciò si vedesse chi era d’aggiungere e chi da levare. E perché occorre, o per vittorie avute, come fu in Roma per la vittoria dell’Asia e di Antioco, o per invenzioni di minere nuove, come è stato a’ tempi de’ nostri avi delle ricchezze del Potosi e del Perú, che le ricchezze accrescono; e cosí ogni plebeiuzzo sarebbe abile alle dignitá, che sarebbe la rovina della republica per la sordidezza del ministrante: insegna Aristotele, acciò non si guasti la forma di tal republica da principio ordinata per tanto censo, in tal caso doversi alzare i censi alla proporzione; come per il contrario, per qualche avversitá impoveriti i participanti della republica, si deve alla proporzione sminuire il censo.