Democrazia e arte

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Mario Rapisardi

XIX secolo D Saggi letteratura Democrazia e arte Intestazione 3 gennaio 2009 75% Saggi

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Quando si dice arte aristocratica, si fa, secondo me, un abuso, anzi un giuoco di parole. In ogni opera d'arte c'è sempre una parte tecnica che non può essere penetrata e intesa e gustata che dagli iniziati almeno, e da coloro che ne hanno fatto uno studio speciale.

Ma quest'opera d'arte contiene sempre un fondo ideale, ha sempre un capitale di sentimenti, mette in moto tali passioni, suscita tali immagini, che il popolo comprende, e con le quali il popolo si sente in comunione spirituale; egli perciò si sente in essa, gli par di rivivere, riceve da essa l'illusione di una esistenza migliore; e per essa palpita, e a essa s'inalza con una forza di ascensione che egli stesso non sapea di possedere, e che è quasi l'effetto di una suggestione.

E' appunto questa forza simpatica, onde l'artista si mette in relazione diretta con l'anima sociale e la suggestiona e la domina, che costituisce la popolarità dell'opera d'arte.

Quando si dice dunque arte aristocratica, non si può intendere che quell'arte artificiale e fatturata, che consiste unicamente in una combinazione ingegnosa di parole, di versi, di rime, fatta secondo i precetti e i capricci di un codice poetico speciale, manipolato e accettato da un cenacolo privilegiato, vivente al di fuori del movimento della vita contemporanea: l'arte, a dir breve, degli eufuisti, degli alcovisti, dei parnassiani, dei preraffaelliti, dei decadenti: l'arte meccanica di John Lylly e dei Gongora, dei Marino e dei Bainville.

Ora, se la democrazia potesse giungere a uccidere questa tale arte di raffinati e di sfatti, non che lagnarcene, dovremmo esserne lieti, giacchè tutto ciò che e falso non ha diritto alla vita umana. Ma la democrazia probabilmente non si accorgerà neppure di questi mattoidi, che scambiano un'opera d'arte con un rebus o un rompicapo, e li lascerà deliziare e sbizzarrire nel vuoto.

Se la democrazia potesse distruggere l'arte, essa dovrebhe anzitutto distruggere le condizioni organiche e fisiologiche del genio; restringere le circonvoluzioni cerebrali e diminuire il peso del cervello.

Ma il giorno che la democrazia producesse nel popolo una tale degenerazione cerebrale il popolo sparirebbe dalla storia. La lotta per la vita è la legge suprema dei popoli; la forza più potente in questa lotta è appunto l'intelligenza, e se la democrazia deprime l'intelligenza e sopprime il, genio, essa si toglie da se stessa ogni possibilità di trionfo e di sopravvivenza: mi pare che sia chiaro.

Noi vediamo, invece, che i popoli che trionfano nella immane battaglia, sono appunto quelli che producono maggior numero di grandi ingegni, cioè di strumenti e di armi più numerosi, più precisi e più acconci alla vittoria.

Si dirà che il genio scientifico sarà in tal caso il prodotto della nuova civiltà democratica, e che il genio poetico e artistico non avrà più ragione di esistere?

Ma nulla c'induce ragionevolmente a immaginare una società di uomini così alieni da ogni alta e generosa passione, così sordi alle grandi emozioni, che gli spettacoli della natura producono in tutti i viventi, da non concedere alcun luogo alle manifestazioni dell'arte.
La scienza stessa, che dagli ingegni ipocondriaci o superficiali è tenuta in conto di nemica alla vita dell'arte, dischiude sempre nuovi orizzonti al genio del poeta e dell'artista e ne libera sempre più il volo per l'infinito.

Si aggiunge che l'opera d'arte per nascere e per vivere ha bisogno di certe condizioni civili e politiche, che la democrazia non potrebbe fornirle.

Quest'ultima trincea dei pessimisti è stata così gloriosamente battuta in breccia dagli argomenti di Vittorio Alfieri e di Ugo Foscolo, è ormai così vecchia e cadente da tutte le parti, che io non so davvero con qual coraggio vi si possano rinchiudere.

L'artista per lavorare e produrre ha principalmente bisogno di libertà.

Nel governo democratico questa libertà è senza dubbio maggiore.

Non si capisce dunque come la democrazia possa essere nemica dell'arte, quando essa le appresta la prima e la più essenziale condizione della sua vita, la libertà.

L'artista ha inoltre bisogno di una certa indipendenza dalle necessità cotidiane del vivere: ha mestieri, in altri termini, di quel boccone di pane cotidiano che Berlioz andava a mangiare appiè della statua di Enrico IV.

Ora l'artista, che può e sa in un governo democratico svolgere liberamente il suo ingegno e produrre opere degne dell'attenzione del maggior numero dei cittadini, e certamente in miglior condizione, per guadagnare il sullodato boccone di pane, che non sia l'artista costretto sotto il governo dispotico a piacere o non dispiacere al principe, da cui non può infine sperare che le magre sovvenzioni, rese da più secoli famose dalle satire dell'Ariosto, dai pianti del Tasso , e dalle adulazioni e dalle minacce dell'Aretino.

Quanto fosse misera la vita dei poeti e degli artisti alle corti dei principi, specialmente italiani, è oramai cosa volgarissima: e il presagio che la democrazia li ridurrà a miseria maggiore e non solamente smentito dalla logica, ma cotidianamente dai fatti.

Quanto più, in vero, gli Stati si vanno accostando all'ideale democratico, tanto meno difficile si va rendendo la vita di tutti gli uomini d'ingegno, a cui la nascente libertà dischiude sempre vie nuove ed onorate al sostentamento, accresce le condizioni favorevoli all'equo apprezzamento delle loro opere, fornisce i mezzi alla rapida e ampia diffusione di esse; tutela i loro diritti, aumenta la loro retribuzione in proporzione del diletto e della utilità che esse procacciano al maggior numero.

Che se non di rado avviene che le opere più alte e più geniali siano fraintese, o non intese o neglette, ciò avviene ora come in ogni altro tempo, in Italia come altrove, perchè l'opera del genio è essenzialmente ribelle e anarchica, e tendente a modificare l'ambiente sociale, non potrà mai pienamente essere apprezzata prima che le condizioni di questo non siano mutate e le menti degli uomini non siano spinte dalle forze storiche verso quel luminoso punto ideale che il genio scorge prima di ogni altro fra le tenebre e a cui si volge con tutta la potenza del suo volo e con tutto l'entusiasmo dell'anima sua generosa.

Se la storia, inoltre, ci offre pochissimi esempi di geni pienamente compresi dalla loro età, i frugatori di biblioteche e di archivi non credo che possano vantarsi di avere scoperto alcun genio che rimase incompreso e oscuro per molti secoli alla sua nazione.

Il genio è presto o tardi riconosciuto; e se il tempo suo non giunge a comprenderlo, egli vi lascia pure tali tracce che lo riveleranno e lo faranno ammirare dagli avvenire.

Il maggior pericolo per l'artista e per il filosofo era, nei secoli passati, di vedere insieme col suo corpo divorare dalle fiamme l'opera sua, condannata dagli errori e dai pregiudizi predominanti; ma anche in questo caso vediamo l'opera sua, se non la sua vita, uscire vittoriosa dall'esizio, e per il sagrificio dell'autore riuscire quasi sacra e imporsi alle menti ed ai cuori dei mortali.

Non credo infatti che si possa nominare un'opera di qualche valore scientifico o letterario che sia stata (distrutta e cancellata dalla memoria degli uomini per opera del fanatismo politico o religioso che tante opere ha dannato all'abominio e alle fiamme.

Se l'opera del genio adunque è sempre uscita vittoriosa dagli ostacoli e dai pericoli innumerevoli di cui l'ha attraversata e circondata la tirannide, è forza conchiudere che il miglioramento delle condizioni politiche e sociali secondo gli ideali democratici, renderà ancora più agevole la manifestazione del genio, più diffusiva la sua potenza, meno contrastata la sua vittoria.