Di una storia vera/Libro primo

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Luciano di Samosata - Di una storia vera (Antichità)
Traduzione dal greco di Luigi Settembrini (1862)
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Di una storia vera Libro secondo

Come gli atleti e coloro che attendono agli esercizi del corpo badano a rendersi gagliardi non pure con la fatica, ma anche ogni tanto col riposo, che è creduto parte grandissima della ginnastica; così ancora quelli che attendono agli studi pensomi che debbano dopo le gravi letture riposare la mente, per averla dipoi più fresca al lavoro. Ed avranno conveniente riposo se si occuperanno in tali letture, che sieno piacevoli sì per certa grazia ed urbanità, e sì per ammaestramenti non privi di leggiadria, come io spero sarà tenuto questo mio scritto. Il quale non solamente per la bizzarria del soggetto, e per la gaiezza de’ pensieri dovrà piacere, e per avervi messe dentro molte finzioni che paiono probabili e verosimili; ma perchè ciascuna delle baie che io conto, è una ridicola allusione a certi antichi poeti e storici e filosofi che scrissero tante favole e maraviglie; i quali ti nominerei se tu stesso leggendo non li riconoscessi. Ctesia figliuolo di Ctesioco di Cnido, scrisse intorno all’India cose che egli non vide, e non udì dire da nessuno. Scrisse Iambulo molte maraviglie che si trovano nel gran mare; e benchè finse bugie da tutti riconosciute, pur compose opera non dispiacevole. Molti altri fecero anche così, e scrivendo come certi loro viaggi e peregrinazioni lontane narrano di fiere grandissime, di uomini crudeli, di costumi strani. Duca di costoro e maestro di tale ciarlataneria fu l’Ulisse d’Omero, che nella corte d’Alcinoo contò della cattività de’ venti, di uomini bestioni e salvatici con un solo occhio in fronte, di belve con molte teste, de’ compagni tramutati per incantesimi, e di tante altre bugie, che ei sciorinò innanzi a quei poveri sciocchi dei Feaci. Abbattendomi in tutti costoro io non li biasimavo troppo delle bugie che dicono, vedendo che già sogliono dirle anche i filosofi, ma facevo le meraviglie di loro che credono di darcele a bere come verità. Onde anche a me essendo venuto il prurito di lasciar qualche cosetta ai posteri, per non essere io solo privo della libertà di novellare; e giacchè non ho a contar niente di vero (perchè non m’è avvenuto niente che meriti di esser narrato), mi sono rivolto ad una bugia, che è molto più ragionevole delle altre chè almeno dirò questa sola verità, che io dirò la bugia. Così forse sfuggirò il biasimo che hanno gli altri, confessando io stesso che non dico affatto la verità. Scrivo adunque di cose che non ho vedute, nè ho sapute da altri, che non sono, e non potrebbero mai essere: e però i lettori non ne debbono credere niente.


Sciogliendo una volta dalle colonne d’Ercole, ed entrato nell’oceano occidentale facevo vela con buon vento. Mi messi a viaggiare per curiosità di mente, per desiderio di veder cose nuove, per voglia di conoscere il fine dell’oceano, e quali uomini abitano su quegli altri lidi. Per questo effetto avevo fatto grandi provvisioni di vettovaglie, e di bastante acqua; scelti cinquanta giovani della mia intenzione; m’ero provveduto d’una buona quantità di armi; avevo preso un pilota con buonissima paga, ed una nave (era una buona caravella) da poter durare a lunga e forte navigazione. Un giorno adunque ed una notte con vento favorevole navigando, vedevamo ancor la terra di lontano, e andavamo oltre senza troppa violenza: ma l’altro giorno col levare del sole il vento rinforzò, il mare gonfiossi, si scurò l’aria, e non fu possibile più di ammainare la vela. Messici alla balía del vento, fummo battuti da una tempesta per settantanove giorni: nell’ottantesimo comparso a un tratto il sole, vedemmo non lontano un’isola alta e selvosa, intorno alla quale non frangeva molto il mare, perchè il forte della tempesta era passato. Approdammo adunque, e sbarcati, ci gettammo a terra stanchi di sì lungo travaglio, e così stemmo lungo tempo. Poi surti in piè, scegliemmo trenta compagni che rimasero a guardia della nave, e venti vennero con me per iscoprire com’era fatta l’isola. Non c’eravam dilungati un tre stadii dal mare per la selva, e vediamo una colonna di bronzo scritta di lettere greche appena leggibili e róse, che dicevano, Fino qui giunsero Ercole e Bacco. V’erano ancora lì vicino due orme di piedi sovra una pietra, la prima d’un jugero, l’altra meno: e credetti questa di Bacco, l’altra di Ercole. Noi adorammo, e proseguimmo. E andati non molto innanzi, giungemmo sopra un fiume che scorreva vino similissimo a quel di Chio. Il fiume era largo e pieno, e in qualche luogo da potersi navigare. Tanto più c’inducemmo a credere alla scritta della colonna, vedendo i segni dell’arrivo di Bacco. Venutami vaghezza di conoscere onde nasceva il fiume, montammo tenendoci sempre alla riva; e non trovammo alcuna fonte, ma molte e grosse viti piene di grappoli: ed alla radice di ciascuna stillavano gocciole di vino puro, donde formavasi il fiume. Nel quale erano ancora molti pesci, che avevano il colore ed il sapore del vino, e noi avendone pescati alquanti, e mangiatili, c’imbriacammo: anzi quando li aprimmo, li trovammo pieni di feccia e di vinacciuoli. Dipoi pensammo mescolarli con altri pesci d’acqua, e così venne non troppo forte un manicaretto di vino. Valicato il fiume dove era il guado, trovammo un nuovo miracolo di viti. La parte di giù che uscia della terra era tronco verde e grosso: in su eran femmine, che dai fianchi in sopra avevano tutte le membra femminili, come si dipinge Dafne nell’atto che Apollo sta per abbracciarla ed ella tramutasi in albero. Dalle punte delle dita nascevano i tralci, che erano pieni di grappoli: e le chiome de’ loro capi erano viticci, e pampini, e grappoli. Come noi ci avvicinavamo elle ci salutavano graziosamente quale parlando lidio, quale indiano, e molte greco; e con le bocche ci scoccavano baci, e chi era baciato subito sentiva per ubbriachezza aggirarglisi il capo. Non permettevano si cogliesse del loro frutto, e si dolevano e gridavano quando era colto. Alcune volevano mescolarsi con noi: e due compagni che si congiunsero con esse, non se ne sciolsero più, e vi rimasero attaccati pe’ genitali: vi si appiccarono, s’abbarbicarono, già le dita divennero tralci, già vi s’impigliarono coi viticci, e quasi quasi stavano per produrre anch’essi il frutto. Noi lasciatili così, fuggimmo alla nave, dove contammo ai rimasti ogni cosa, e come i compagni nel loro congiungimento erano divenuti viti. Prendemmo alcune anfore, e fatto acqua insieme e fatto vino dal fiume, passammo la notte lì vicino sul lido: e la mattina essendo il vento non troppo gagliardo, salpammo.

Verso il mezzodì, disparita l’isola, un improvviso turbine roteò la nave, e la sollevò quasi tremila stadii in alto, nè più la depose sul mare: ma così sospesa in aria, un vento, che gonfiava tutte le vele, ne la portava. Sette giorni ed altrettante notti corremmo per l’aria: nell’ottavo vedemmo una gran terra nell’aere, a guisa d’un’isola, lucente, sferica, e di grande splendore. Avvicinatici ed approdati scendemmo: e riguardando il paese, lo troviamo abitato e coltivato. Di giorno non vedemmo niente di là; ma di notte ci apparvero altre isole vicine, quali più grandi, quali più piccole, del colore del fuoco, e un’altra terra giù, che aveva città, e fiumi, e mari, e selve, e monti: e pensammo fosse questa che noi abitiamo. Avendo voluto addentrarci nel paese fummo scontrati e presi dagl’Ippogrifi, come colà si chiamano. Questi Ippogrifi son uomini che vanno sopra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi, e la più parte a tre teste: e se volete sapere quanto son grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e più massicce d’un albero d’un galeone. Questi Ippogrifi adunque hanno ordine di andare scorrazzando intorno la terra, e se scontrano forestieri, di menarli dal re: onde ci prendono e ci menano a lui. Il quale vedendoci e giudicandone ai panni, disse: Ebbene, o forestieri, siete voi Greci? E rispondendo noi di sì, E come, ci dimandò, siete qui giunti, valicato tanto spazio d’aria? Noi gli contammo per filo ogni cosa; ed egli ci narrò ancora de’ fatti suoi, come egli era uomo, a nome Endimione, e come una volta mentre ei dormiva fu rapito dalla nostra terra, e venne quivi, e fu re del paese. Questa, diss’egli, è quella terra che voi vedete di laggiù e chiamate la Luna. State di buon animo, e non sospettate di nessun pericolo, chè non mancherete di tutte le cose necessarie. Se condurrò a buon fine la guerra che ora fo agli abitanti del Sole, voi viverete appresso di me una vita felicissima. – Noi gli dimandammo chi erano quei suoi nemici, e che cagione di guerra ci aveva; ed egli: È Fetonte, il re degli abitanti del Sole (chè anche il Sole è abitato, come la Luna), che ci fa guerra da molto tempo: e la cagione è questa. Una volta io ragunata certa poveraglia del mio reame, pensai di mandare una colonia in Espero, che è un’isola deserta e non abitata da nessuno. Fetonte per invidia impedì questa colonia, assaltandoci a mezza via con una sua schiera di Cavaiformiche. Allora fummo vinti, perchè colti alla sprovveduta, e ci ritirammo; ma ora voglio io portargli la guerra, e piantar la colonia a suo marcio dispetto. Se voi volete esser meco a questa impresa, io vi darò un grifo reale per uno, ed ogni altra armatura: noi dimani partiremo. – Sia come a te piace, io risposi. Così rimanemmo a cenare con lui; ma il giorno appresso levatici di buon mattino ci disponemmo in ischiere, perchè le vedette segnalarono esser vicini i nemici. L’esercito era di centomila guerrieri, senza i bagaglioni, i macchinisti, i fanti, e gli aiuti forestieri: cioè erano ottantamila ippogrifi, e ventimila cavalcavano su gli Erbalati, uccelli grandissimi, che invece di penne sono ricoperti di foglie, ed hanno le ali similissime a foglie di lattughe. Vicino a questi v’erano schiere di Scagliamiglio, e di Aglipugnanti. Eran venuti anche aiuti dall’Orsa, trentamila Pulciarceri, e cinquantamila Corriventi. I Pulciarceri sono così chiamati perchè cavalcano pulci grandissimi, ognuno grande quanto dodici elefanti: i Corriventi son fantaccini, che volano senz’ale, a questo modo: si stringono alla cintura certe lunghe gonnelle, e facendole gonfiare dal vento come vele, vanno a guisa di navicelle, e questi nelle battaglie forniscono l’uffizio di truppe leggiere. Si diceva ancora che da certe stelle che influiscono su la Cappadocia dovevano venire settantamila Struzzipinconi, e cinquemila Cavaigrue; ma io non li vidi, perchè non vennero, onde non mi ardisco di descrivere come erano fatti: ma se ne contavano cose grandi ed incredibili. E queste erano le forze di Endimione. Le armi erano le stesse per tutti: elmi di baccelli di fave, chè le fave colà nascono grossissime e durissime; corazze a squamme, fatte di gusci di lupini cuciti insieme, chè lì il guscio del lupino è impenetrabile come il corno: scudi e spade come l’usano i Greci. Giunta l’ora della battaglia le schiere furono ordinate così: nel corno destro stavano gl’ippogrifi con Endimione circondato dai suoi più prodi, e tra questi anche noi; nel sinistro gli erbalati; nel mezzo gli aiuti, ciascuno nella schiera sua. I fanti poi che erano un sessanta milioni furono collocati a questo modo. Colà sono molti e grandi ragnateli, ciascuno dei quali è maggiore di un’isola delle Cicladi: ora questi ebbero comando di stendere le loro tele nell’aere che è tra la Luna ed Espero: eseguita subito l’opera, e fatto il campo, quivi furono schierate le fanterie: delle quali era capitano Notturno figliuolo di re Sereno con due luogotenenti. Dei nemici poi nell’ala sinistra stavano i Cavaiformiche, tra i quali Fetonte: sono questi bestie grandissime, alate, simili alle nostre formiche, tranne per la grandezza, che giungono ad esser grandi anche due jugeri: combattevano non solo quelli che li cavalcavano, ma essi ancora, e specialmente con le corna: e si diceva che erano intorno a cinquantamila. Nella destra erano disposti gli Aerotafani, anche un cinquantamila, tutti arcieri, che cavalcavano tafani stragrandi: dopo questi stavano gli Aeroriddanti, fanti spediti e battaglieri, che con le frombole scagliavano ravanelli grossissimi, e chi colpivano era subito spacciato, moriva pel puzzo che uscia della ferita: e si diceva che quei terribili proiettili erano unti di veleno di malva. Seguiva la schiera dei Torsifunghi, di grave armatura, che combattevano piantati, ed erano diecimila, si chiamano Torsifunghi perchè per scudi avevano funghi, e per lancia torsi di asparagi. Vicino a costoro stavano i Canipinchi, mandati dagli abitatori di Sirio: erano cinquemila, con teste di cane, e combattenti sovra pinchi alati. Correva voce che mancavano alcuni aiuti; i frombolatori dovevan venire dalla via lattea, ed i Nubicentauri. Ma costoro, quando già la battaglia era vinta per noi, giunsero, e non fossero mai giunti! i frombolieri non comparirono affatto, onde dicono che dipoi Fetonte sdegnato mise a ferro e fuoco il loro paese. E con questo apparato s’avanzava Fetonte.

Poichè si levarono i vessilli, e ragliarono gli asini, che lassù fanno da trombetti, appiccata la battaglia, si combatteva. L’ala sinistra dei Solani subito fuggì non aspettando di venire alle mani coi nostri bravi ippogrifi; e noi ad inseguire, e far carne: ma la loro destra superò la nostra sinistra, e gli aerotafani ci cacciarono fino alle nostre fanterie: ma queste tennero testa, ed essi ricacciati fuggirono a dirotta specialmente quando si accorsero che la loro ala destra era stata vinta. Allora la fuga fu generale: molti furono presi, molti uccisi, e gran sangue scorreva su le nubi, che parevano tinte in rosso, come paiono quaggiù quando tramonta il sole; e ne gocciolò anche in terra: onde io credo che qualche altra battaglia dovette anticamente avvenire lassù, e Omero credette che Giove piovve sangue per la morte di Sarpedonte. Tornati dalla caccia che demmo, rizzammo due trofei, uno su le tele de’ ragni per la battaglia dei fanti, e l’altro su le nuvole per quella combattuta nell’aere. Ma subito dipoi le vedette annunziano che siamo assaliti dai Nubicentauri, già aspettati da Fetonte prima della battaglia. Ed ecco avvicinarsi stranamente terribili, sovra cavalli alati, uomini grandi quanto il colosso di Rodi dal mezzo in su, ed i cavalli quanto una grossa nave da carico. Non ne scrivo il numero, che parrebbe incredibile, ma erano infiniti, ed avevano per generale il Sagittario del Zodiaco. Come videro i loro amici sconfitti, mandano a dire a Fetonte di rifar testa; ed essi stretti e serrati piombano addosso ai Lunari, che erano disordinati e sparpagliati a cacciare il nemico e predare: rovesciano tutti, inseguono lo stesso re sino alla sua città, gli uccidono gran parte di guerrieri alati, abbattono i trofei, corrono per loro tutto il campo dei ragnateli, e fanno prigione me e due altri compagni. Sovraggiunge anche Fetonte che fa rizzare altri trofei. Noi lo stesso giorno siamo condotti nel Sole con le mani dietro il dorso legate da un filo di ragnatelo. Pensarono non di espugnare la città; ma ritiratisi fecero un muro nell’aere frapposto, sicchè i raggi del sole non giungevano più alla luna. Il muro era ben grosso e di nuvole: onde ne venne una totale ecclissi della luna, che fu tutta ricoperta di una fitta oscurità. Sforzato così Endimione mandò ambasciatori a pregare di togliere quel muro e non farli vivere così nelle tenebre; promise di pagare un tributo, di mandare aiuti e di non far più guerra: e per questo offerì anche ostaggi. Fetonte due volte tenne consiglio coi suoi: nel primo dì non vollero udire accordi, tanto erano sdegnati: ma il giorno appresso fu deciso altrimenti, e fu fatta la pace con queste condizioni. «Questi sono i patti della pace che fecero i Solani e gli alleati loro coi Lunari ed i loro alleati: che i Solani diroccheranno il muro, e non irromperanno più nella Luna; renderanno i prigioni per le taglie che saranno convenute: che i Lunari lasceranno libere le altre stelle governarsi da sè, non porteranno le armi contro i Solani, ma li aiuteranno e combatteranno con loro se qualcuno li assalirà: ogni anno il re de’ Lunari pagherà un tributo al re dei Solani in diecimila anfore di rugiada, e però saranno dati diecimila ostaggi; la Colonia in Espero sarà mandata in comune, e potrà andarvi chiunque altro vorrà. Questi patti saranno scritti sovra una colonna d’elettro piantata nell’aria ai confini dei due regni. Li giurarono da parte dei Solani l’Infocato, l’Accalorato, l’Infiammato; e da parte dei Lunari il Notturno, il Mensuale, il Rilucente.» Così fu fatta la pace, demolito il muro, e noi con altri prigionieri renduti. Quando tornammo nella Luna ci vennero incontro ad abbracciarci con molte lacrime i compagni e lo stesso Endimione, il quale ci pregò di rimanere con lui, e di far parte della Colonia, promettendomi in moglie il figliuol suo, perchè lì non sono donne. Ma io non mi lasciai persuadere, e lo pregai ci rimandasse giù nel mare. Come ei vide che era impossibile persuadermi, ci convitò per sette giorni, e poi ci rimandò.

Durante la mia dimora nella Luna, io ci vidi cose nuove e mirabili, le quali voglio raccontare. Primamente là non nascono di femmine ma di maschi; fan le nozze tra maschi; e di femmine non conoscono neppure il nome. Fino a venticinque anni ciascuno è moglie, dipoi è marito: ingravidano non nel ventre, ma nei polpacci delle gambe: conceputo l’embrione, la gamba ingrossa; e venuto il tempo vi fanno un taglio, e ne cavano come un morticino, che espongono al vento con la bocca aperta, e così lo fan vivo. E credo che di là i Greci han tratto il nome di ventregamba, che danno al polpaccio, il quale li divien gravido invece del ventre. Ma conterò una cosa più mirabile di questa. È quivi una specie di uomini detti Arborei, che nascono a questo modo. Tagliano il testicolo destro d’un uomo, e lo piantano in terra: ne nasce un albero grandissimo, carnoso, a forma d’un fallo, con rami e fronde, e per frutti ghiande della grossezza d’un cubito: quando queste sono mature le raccolgono, e ne cavano gli uomini. Hanno i genitali posticci; alcuni di avorio, i poveri di legno, e con questi si mescolano e si sollazzano coi loro garzoni. Quando l’uomo invecchia non muore, ma come fumo vanisce nell’aere. Il cibo per tutti è lo stesso: accendono il fuoco, e su la brace arrostiscono ranocchi, dei quali hanno una gran quantità che volano per aria: e mentre cuoce l’arrosto, seduti a cerchio, come intorno ad una mensa, leccano l’odoroso fumo e scialano. E questo è il cibo loro: per bere poi spremono l’aria in un calice, e ne fanno uscire certo liquore come rugiada. Non orinano, nè vanno di corpo, e non sono forati dove noi, ma nella piegatura del ginocchio sopra il polpaccio. È tenuto bello fra loro chi è calvo e senza chiome: i chiomati vi sono abborriti: per contrario nelle Comete i chiomati son tenuti belli, come mi fu detto da alcuni che v’erano stati. Hanno i peli un po’ sopra il ginocchio: non hanno unghie ai piedi, ma un solo dito tutti. Sul codrione a ciascuno nasce un cavoletto, a guisa di coda, sempre fiorito, che, se anche uno cade supino, non rompesi. Quando si soffiano il naso cacciano un mele molto agro, e quando fanno qualche fatica o esercizio da tutto il corpo sudano latte, dal quale fanno formaggio con poche gocciole di mele: dalle cipolle spremono un olio denso e fragrante, come unguento. Hanno molte viti che producono acqua: i grappoli hanno gli acini come grandini; ed io pensomi che quando qualche vento scuote quelle viti, si spiccano quegli acini, e cade fra noi la grandine. La pancia loro è come un carniere, vi ripongono ogni cosa, l’aprono e chiudono a piacere, e non vi si vede nè interiora nè fegato, ma una cavità pelosa e vellosa, per modo che i bimbi quando hanno freddo vi si appiattano dentro. Le vesti i ricchi le hanno di vetro mollissimo, i poveri di rame tessuto; chè nel paese è molto rame, e lo lavorano, spruzzandovi acqua, come la lana. Che specie di occhi hanno, ho un po’ di vergogna a dirlo, perchè temo di esser tenuto bugiardo: ma pur lo dirò. Hanno gli occhi levatoi, e chi vuole se li cava e se li serba quando non ha bisogno vedere: poi se li pone, e vede. Molti avendo perduti i loro se li fanno prestare per vedere: e i ricchi ne hanno le provviste. Le orecchie poi sono frondi di platano: quei che sbocciano dalle ghiande le hanno di legno. Ed un’altra meraviglia vidi nella reggia. Un grandissimo specchio sta sopra un pozzo non molto profondo: chi scende nel pozzo ode tutte le parole che si dicono da noi sulla terra; e chi riguarda nello specchio vede tutte le città ed i popoli, come se li avesse innanzi: ed io ci vidi tutti i miei, ed il mio paese: se essi videro me non saprei accertarlo. Chi non crede tutte queste cose, se mai monterà lassù, saprà come io dico il vero.

Preso adunque commiato dal re e dai suoi, c’inbarcammo e partimmo. Endimione mi donò due tuniche di vetro, cinque di rame, ed un’intera armatura di lupini, che io lasciai tutte nella balena. Mandò con noi mille ippogrifi per accompagnarci fino a cinquecento stadi. Nel navigare passammo vicino a molte terre, approdammo ad Espero dove la colonia era giunta di fresco, e vi scendemmo per fare acqua. Entrati nel Zodiaco, rasentammo il Sole a sinistra, ma non vi scendemmo, benchè molti compagni desiderassero scendervi: il vento non lo permise: pur tuttavia vedemmo il paese coperto di verdura, e grasso e inaffiato, e pieno di molti beni. Come ci scorsero i nubicentauri, che erano assoldati da Fetonte, ci volarono alla nave, ma conosciuto che eravamo alleati, si ritirarono. Già anche gl’ippogrifi se n’erano tornati, e noi navigando tutta la notte e il giorno appresso con la prora sempre giù, sul far della sera giungemmo a Lucernopoli, città sita nell’aere tra le Pleiadi e le Jadi, ed è più basso del Zodiaco. Sbarcati non vi trovammo uomini affatto, ma lucerne che andavano su e giù, e stavano in piazza e sul porto; alcune piccole, o per così dire povere, altre grandi, e magnatizie, molto chiare e splendenti. Ciascuna s’era fatta la sua casa, cioè il suo lucerniere, avevano nomi, come gli uomini, e udimmo che parlavano: non ci fecero alcun male, anzi ci offerirono ospitalità; ma per paura nessuno di noi s’attentò di mangiare o di dormirvi. Il palazzo della Signoria è nel mezzo della città, e quivi il signore siede tutta notte, e chiama ciascuna a nome: quale non ubbidisce alla chiamata è condannata a morte come disertrice: la morte è lo spegnerla. Noi fummo presenti, vedemmo ciò che si faceva, e udimmo alcune lucerne che facevano delle brave difese, ed allegavano le ragioni perchè erano ritardate. Quivi riconobbi anche la lucerna di casa mia, e le dimandai novelle de’ miei, ed essa mi contò ogni cosa. Per quella notte rimanemmo lì: il giorno appresso salpammo, e navigando c’avvicinammo alle nuvole, dove vedemmo con grande meraviglia la città di Nubicuculia, ma non vi scendemmo, chè il vento nol permise: pure sapemmo che ivi era la reina Cornacchia, figliola di re Merlo. Allora io mi ricordai del poeta Aristofane, savio e verace scrittore, al quale certi saccentuzzi non vogliono prestar fede. Dopo tre giorni vedemmo chiaramente l’Oceano, la nostra terra no, ma quelle che stanno nell’aere, le quali già ci apparivano color di fuoco e lucentissime. Il quarto giorno verso il mezzodì, cedendo a poco a poco e posando il vento, discendemmo sul mare. Come toccammo l’acqua non so dire il piacere e l’allegrezza nostra, facemmo banchetto di ciò che avevamo, e ci gettammo a nuoto, chè era bonaccia, ed il mare come una tavola. Ma pare che spesso un mutamento in bene sia principio di maggiori mali: due soli giorni navigammo con buon tempo, al comparire del terzo dalla parte che spuntava il sole a un tratto vediamo un grandissimo numero di fiere diverse e di balene, ed una più grande di tutte lunga ben millecinquecento stadi venire a noi con la bocca spalancata, con larghissimo rimescolamento di mare innanzi a sè, e fra molta schiuma, mostrandoci denti più lunghi de’ priapi di Siria1 acuti come spiedi, e bianchi come quelli d’elefante. Al vederla Siamo perduti dicemmo tutti quanti, ed abbracciati insieme aspettavamo: ed eccola avvicinarsi, e tirando a sè il fiato c’inghiottì con tutta la nave: ma non ebbe tempo di stritolarci, chè fra gl’intervalli dei denti la nave sdrucciolò giù.

Come fummo dentro la balena, dapprima v’era buio, e non vedevamo niente: ma dipoi avendo essa aperta la bocca, vediamo un’immensa caverna larga ed alta per ogni verso, e capace d’una città di diecimila uomini. Stavano sparsi qua e là pesci minori, molti altri animali stritolati, ed alberi di navi, ed ancore, ed ossa umane, e balle di mercatanzie. Nel mezzo era una terra con colline, formatasi, come io credo, dal limo inghiottito: sovr’essa una selva con alberi d’ogni maniera, ed erbe ed ortaggi, e pareva coltivata; volgeva intorno un dugento quaranta stadii: e ci vedevamo ancora uccelli marini, come gabbiani ed alcioni, fare loro nidi su gli alberi. Allora venne a tutti un gran pianto, ma infine io diedi animo ai compagni, e fermammo la nave: essi battuta la selce col fucile accesero del fuoco, e così facemmo un po’ di cotto alla meglio: avevamo intorno a noi pesci d’ogni maniera, e ci rimaneva ancora acqua di Espero. Il giorno appresso levatici, quando la balena apriva la bocca, vedevamo ora terre e montagne, ora solamente cielo, e talora anche isole; e così ci accorgemmo che essa correva veloce per tutte le parti del mare. Poichè ci fummo in certo modo adusati a vivere così, io presi sette compagni e andai nella selva per iscoprire il paese. Non era andato cinque stadii, e trovo un tempio sacro a Nettuno, come diceva la scritta, e poco più in là molti sepolcri con colonne sopra, ed una fonte d’acqua chiara, udimmo ancora il latrato d’un cane, e vedemmo fumo lontano, e pensammo vi fosse anche qualche villa. Affrettato il passo giungemmo ad un vecchio ed un giovinetto, che con molta cura lavoravano una porca in un orticello, e l’inaffiavano con l’acqua condotta dalla fonte. Compiaciuti insieme e spauriti ristemmo: ed essi, come si può credere, commossi del pari, rimasero senza parlare. Dopo alcun tempo il vecchio disse: Chi siete voi, o forestieri? forse geni marini, o uomini sfortunati come noi? chè noi siamo uomini, nati e vissuti su la terra, ed ora siamo marini, e andiam nuotando con questa belva che ci chiude, e non sappiamo che cosa siam divenuti, chè ci par d’esser morti, e pur sappiamo di vivere. – A queste parole io risposi: Anche noi, o padre, siamo uomini, e testè giungemmo, inghiottiti l’altrieri con tutta la nave. Ci siamo inoltrati volendo conoscere come è fatta la selva, che pareva molto grande e selvaggia. Qualche genio certamente ci guidò per farci vedere te, e sapere che non siam chiusi noi soli in questa belva. Ma contaci i casi tuoi: chi se’ tu, e come qui entrasti. – E quegli disse di non volerne narrare nè dimandare alcuna cosa prima di offerirci i doni ospitali che ei poteva: ci prese e ci menò a casa sua, che egli stesso si aveva costruita, bastante per lui, con letti ed altre comodità; ci messe innanzi alcuni ortaggi, e frutti, e pesci, e versò anche del vino. Poi che fummo sazi, ci dimandò di nostra ventura, ed io gli contai distesamente ogni cosa della tempesta, dell’isola, del viaggio per l’aria, della guerra, fino alla discesa nella balena. Egli ne fece le maraviglie grandi, e poi alla sua volta ci narrò i casi suoi, dicendo: – Io, o miei ospiti, sono di Cipro. Uscito per mercatare della mia patria con questo mio figliuolo che vedete, e con molti altri servi navigava per l’Italia, portando un carico di diverse mercatanzie sopra una gran nave, che forse alla bocca della balena voi vedeste sfasciata. Fino alla Sicilia navigammo prosperamente, ma di là un vento gagliardissimo dopo tre dì ci traportò nell’Oceano, dove abbattutici nella balena, fummo uomini e nave tranghiottiti; e morti tutti gli altri, noi due soli scampammo. Sepolti i compagni, e rizzato un tempio a Nettuno, viviamo questa vita, coltivando quest’orto, e cibandoci di pesci e di frutti. La selva, come vedete, è grande, ed ha molte viti, dalle quali facciamo vino dolcissimo: ha una fonte, forse voi la vedeste, di chiarissima e freschissima acqua. Di foglie ci facciamo i letti, bruciam fuoco abbondante, prendiam con le reti gli uccelli che volano, e peschiamo vivi i pesci che entrano ed escono per le branchie della balena: qui ci laviamo ancora, quando ci piace, chè v’è un lago non molto salato, di un venti stadi di circuito, pieno d’ogni maniera di pesci, dove e nuotiamo e andiamo in un burchiello che io stesso ho costruito. Son ventisette anni da che siamo stati inghiottiti: e forse potremmo sopportare ogni altra cosa, ma troppo grave molestia abbiamo dai nostri vicini, che sono intrattabili e salvatici. – E che? diss’io, sono altri nella balena? – Molti, rispose, e inospitali, e di stranissimo aspetto. Nella parte occidentale della selva, cioè verso la coda, abitano gl’Insalumati, gente con occhi d’anguille e facce di granchi, pugnaci, audaci, crudeli. Al lato destro sono i Tritonobecchi, simili agli uomini all’insù, e all’ingiù ai pesci spada: questi sono meno tristi degli altri: al lato sinistro i Granchimani e i Capitonni, che hanno fatta lega e comunella fra loro: nel mezzo abitano gli Sgranchiati e i Piedisogliole, gente guerriera e velocissima: la parte orientale presso la bocca è tutta deserta, perchè battuta dal mare. Io poi tengo questo luogo pagando ogni anno ai Piedisogliole un tributo di cinquanta ostriche. Così fatto è il paese: e noi dobbiamo vedere come poter combattere con tante genti, e come viverci. – Quanti sono tutti questi? diss’io. – Più di mille, rispose. – E che armi hanno? – Non altro che spine di pesci. – Bene io dissi, li combatteremo; essi sono inermi, noi armati, quando li avremo vinti non ci staremo più con paura. – E così stabilito, tornammo alla nave per prepararci. Cagione della guerra doveva esser il non pagare il tributo, che appunto stava per iscadere. Infatti essi mandarono a chiederlo, e il vecchio superbamente rispondendo scacciò i messi: onde i Piedisogliole e gli Sgranchiati accesi d’ira contro Scintaro (che così si chiamava) vennero con gran fracasso ad assalirlo. Noi, che avevam preveduto questo assalto, armati li aspettammo a piè fermo, avendo disposti in agguato venticinque uomini, che come avesser veduto trapassare il nemico, dovessero levarglisi alle spalle: e così fecero. Usciti dalle insidie li tagliano alle spalle; e noi che eravam altri venticinque, perchè Scintaro ed il figliuolo combattevan con noi, li affrontiamo, con gran coraggio e bravura combattendo in mezzo a gravi pericoli. Infine li mettemmo in fuga, e li seguitammo sino alle loro tane. Perirono de’ nemici centosettanta, de’ nostri il solo pilota, trapassato nel tergo da una lisca di triglia. Quel giorno e la notte accampammo dove s’era combattuto, e vi rizzammo un trofeo piantando un’intera spina di un delfino morto. Il giorno appresso, saputo il fatto, comparvero anche gli altri: nell’ala destra erano gl’Insalumati guidati da capitan Pelamida, nella sinistra i Capitonni, nel centro i Granchimani. I Tritonobecchi se ne stettero cheti, e non tennero per nessuno. Noi andammo ad assalirli presso al tempio di Nettuno e ci mescolammo con altissime grida, sì che la balena tutta ne rintronava, come una spelonca. Rivolta in fuga quella nuda accozzaglia, gl’inseguimmo sino alla selva, e c’impadronimmo di tutto il rimanente del paese. Indi a poco mandarono trombetti a chiedere di seppellire i morti, e di fare amicizia con esso noi; ma noi non volemmo patti, e l’altro giorno fummo lor sopra, e li sterminammo tutti quanti, tranne i Tritonobecchi i quali veduto la mala parata, quatti quatti per le branchie della balena se la svignarono nel mare. E così spazzato il paese, e nettatolo da ogni nemico, l’abitavamo senza paura, esercitandoci nella ginnastica, nella caccia, a coltivar la vigna, a cogliere i frutti dagli alberi: insomma stavamo come prigionieri che vivono in un grande e sicuro carcere senza catena e comodamente. Un anno ed otto mesi passammo in questa guisa.

Nel nono mese, al quinto giorno, verso la seconda apertura della bocca (una volta l’ora la balena apriva la bocca, e così noi contavamo il tempo), verso dunque la seconda apertura, a un tratto udissi un gran gridare e un fracasso come di voga arrancata e di rematori. Sbigottiti ci arrampicammo alla bocca della balena, e stando in mezzo ai denti, vedemmo il più maraviglioso spettacolo di quanti mai io n’abbia veduti, omaccioni di mezzo stadio, che navigavano su grandi isole, come sovra triremi. So che racconto cose che paiono incredibili, ma pure le dirò. Le isole erano ben lunghe, non molto alte, ciascuna un cento stadi di circuito; sovr’esse navigavano un centoventi di quegli omaccioni, dei quali alcuni seduti in ordine ai due lati dell’isola vogavano tenendo in mano grandi cipressi con tutti i rami e le fronde, come fossero remi, dietro a poppa sovra un alto colle stava il piloto con in mano il timone lungo uno stadio, sulla prora una quarantina di armati combattevano, simiglianti ad uomini, tranne la chioma che era fuoco ed ardeva, onde non avevano bisogno di elmo. Invece di vele ciascuna aveva molta boscaglia, dove il vento colpiva, e portava l’isola dove voleva il pilota. V’era il nostromo che incurava la ciurma; erano sparvierate a remi, come galere. Da prima ne vedemmo due o tre, poi ne apparvero un seicento, che presero il largo ed appiccarono battaglia. Molte cozzavano con le prore fra loro, e molte a quell’urto affondavano: alcune s’appiccavano strettamente l’una all’altra e combattevano, e non si volevano staccare. Quelli schierati sulle prore mostravano un gran valore, saltando d’una in un’altra ed uccidendo, chè non si facevan prigioni. Invece di uncini e mani di ferro gettavano grandi polipi appiccati insieme, i quali abbrancavano gli alberi della boscaglia, e tenevano l’isola. Si ferivano scagliandosi ostriche ognuna quanto un carro, e spugne di un mezzo iugero. Una flotta era capitanata da Eolocentauro, un’altra da Bevimare: erano venute a battaglia per cagione di certa preda, come credo; perchè Bevimare aveva rubate ad Eolocentauro molte greggie di delfini: così io potetti udire mentre combattendo si oltraggiavano tra loro, e gridavano i nomi de’ loro re. Infine quei d’Eolocentauro vinsero, affondarono un cencinquanta isole dei nemici, tre ne presero; le rimanenti voltarono la prora e fuggirono. Essi le inseguirono per certo spazio, ma sopravvenuta la sera, tornarono dove s’era combattuto, raccolsero molto bottino, e ripresero molte loro cose perdute, chè anch’essi ebbero affondate non meno di ottanta isole. Per quella battaglia isolana posero un trofeo, appesero al capo della balena una delle isole nemiche. Quella notte fecero stazione intorno la balena, alla quale legarono loro gomene: alcune isole stettero lì vicino sull’ancore. Le ancore erano grandi, di vetro, saldissime. Il giorno appresso, fatto un sacrifizio sovra la balena, e sovr’essa sepolti i loro morti, sciolsero lieti, e come cantando vittoria. E questa fu la battaglia dell’isole.


Note

  1. Vedi il discorso intorno alla dea Siria. Nel tempio di questa dea erano Priapi alti trecento cubiti. (Scolio greco)