Di una storia vera/Libro secondo

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Libro secondo

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Luciano di Samosata - Di una storia vera (Antichità)
Traduzione dal greco di Luigi Settembrini (1862)
Libro secondo
Libro primo

Da allora in poi non potendo io sopportare di rimanere più a lungo nella balena, andava mulinando come uscirne. In prima ci venne il pensiero di forare nella parete del fianco destro, e scappare. Ci mettemmo a cavare; ma cava, e cava quasi cinque stadi, era niente: onde smettemmo, e pensammo di bruciare il bosco, e così far morire la balena. Riuscito questo, ci saria facile uscire. Cominciando adunque dalle parti della coda vi mettemmo fuoco, e per sette giorni ed altrettante notti non sentì bruciarsi; nell’ottavo ci accorgemmo che si risentiva, chè più lentamente apriva la bocca, e come l’apriva la richiudeva. Nel decimo e nell’undecimo era quasi incadaverita, e già puzzava. Nel dodicesimo appena noi pensammo che se in un’apertura di bocca non le fossero puntellati i denti mascellari da non farglieli più chiudere, noi correremmo pericolo di morir chiusi dentro la balena morta: onde puntellata la bocca con grandi travi, preparammo la nave, vi riponemmo molta provvisione d’acqua, e destinammo Scintaro a far da pilota. Il giorno appresso era già morta: noi varammo la nave, e tiratala per l’intervallo dei denti, e ad essi sospesala dolcemente la calammo nel mare.

Essendo usciti a questo modo, salimmo sul dorso della balena, e fatto un sacrifizio a Nettuno, presso il trofeo, ivi rimanemmo tre dì, chè era bonaccia, e il quarto ci mettemmo alla vela. Per via scontrammo ed urtammo molti di quelli morti nella battaglia, e misurandone quei corpacci ne facemmo le maraviglie. Per alquanti giorni navigammo in un aere temperato; poi si messe un rovaio sì violento, e venne un freddo sì grande che tutto il mare gelò, non nella sola superficie, ma sino a trecento braccia di profondità, onde noi scendemmo e ci mettemmo a correre sul ghiaccio. Durava il vento, non si poteva andare, facemmo una pensata, che veramente fu di Scintaro. Scavammo nell’acqua una spelonca grandissima, e quivi stemmo trenta giorni, tenendo acceso un buon fuoco, e mangiando i pesci che avevam trovati nello scavare. Ma come mancavano le provvisioni, demmo di piglio alla nave incagliata, la tirammo su, ed aperte le vele, eravam portati come se navigassimo facile e dolcemente, sdrucciolando sul ghiaccio. Il quinto giorno venne il caldo, il gelo si sciolse, e tutto tornò acqua.

Fatto un cammino di un trecento stadii, approdammo ad un’isoletta deserta, dove ci provvedemmo d’acqua, che già mancava, saettammo due tori selvaggi, e partimmo. Questi tori avevano le corna non sopra la testa, ma sotto gli occhi, come voleva Momo. Indi a poco entriamo in un mare non di acqua, ma di latte: e in mezzo ad esso vedevasi biancheggiare un’isola, piena di viti: l’isola era un grandissimo formaggio, ben rassodato, come dipoi ce ne chiarimmo mangiandone, e girava intorno venticinque stadii: le viti erano cariche di grappoli, dai quali non vino, ma sprememmo latte, e bevemmo. Nel mezzo dell’isola era fabbricato un tempio a Galatea (la Lattaia) figliuola di Nereo, come diceva l’iscrizione. Durante il tempo che quivi rimanemmo avemmo per pane e companatico la terra dell’isola, e per bevanda il latte dei grappoli. Regina di quel paese dicevasi che era Tiro (la Caciosa), la figliuola di Salmoneo, la quale poi che fu lasciata da Nettuno ebbe quest’onore.1

Rimasti cinque giorni nell’isola, nel sesto partimmo accompagnati da un venticello che increspava leggermente il mare. Nell’ottavo giorno navigando non più nel latte ma nell’acqua salsa e cerulea, vediamo correre sul mare molti uomini simili a noi per le fattezze e la statura, se non che avevano i piè di sovero, onde erano chiamati Soveripedi. Era una maraviglia vedere come non affondavano, ma si tenevano sull’acqua, e vi camminavano senza paura: si avvicinarono a noi, ci salutarono in lingua greca, e ci dissero che andavano in Sovería loro patria. Per certo spazio ci accompagnarono correndo presso la nave; poi dovendo voltare strada, ci diedero il buon viaggio, e andaron via.

Poco appresso ci apparirono molte isole: la più vicina a sinistra era Sovería, dove quelli andavano, città fabbricata sovra un grande e rotondo sovero: lontano e verso destra cinque grandissime ed altissime su le quali ardeva molto fuoco: dirimpetto la prora una larga e bassa, dalla quale eravamo lontani non meno di cinquecento stadii. Avvicinandoci a questa, maravigliati sentimmo spirarci intorno un’aura soave e fragrante, come quella che dice lo storico Erodoto, spira dall’Arabia felice. Qual è l’odore che viene da rose, da narcisi, da giacinti, da gigli, da viole, e dal mirto ancora, dal lauro, e dal fior della vite, tale era la soavità che a noi veniva. Dilettati da questo odore, e sperando un po’ di bene dopo sì lunghi travagli, più e più ci facemmo vicini all’isola, dove scorgemmo per tutto parecchi porti tranquilli e capaci, fiumi di pura acqua che placidamente mettevano in mare, e prati, e selve, e uccelli che cantavano quali sul lido, quali su pei rami degli alberi. Un aere puro e vivo era diffuso su quel paese: aurette piacevoli spirando movevano leggermente il bosco: onde dai rami commossi uscia dilettosa e continua una melodia, come suono di flauto in una parte deserta. E s’udiva un indistinto di molte voci, non tumultuose, ma quali uscirebbero di un banchetto, dove altri suona, altri canta, altri applaude al suono del flauto e della cetera. Tra tutte queste dolcezze approdiamo in un porto, e fermata la nave, discendiamo, lasciando Scintaro e due altri compagni. Avanzandoci per un prato fiorito, scontrammo le guardie, le quali legatici con ghirlande di rose, che è il legame più duro per loro, ci menarono alla signoria: ed esse per via ci dissero che quella era l’isola de’ Beati, e n’era signore il cretese Radamanto. Condotti innanzi a costui, fummo giudicati dopo tre altre cause. La prima causa fu d’Aiace Telamonio, se egli debba star con gli eroi, o no: lo accusavano che era andato in furore e s’era ucciso: infine essendosi molto parlato e pel sì e pel no, sentenziò Radamanto: Per ora beva l’elleboro, e sia dato in mano al medico Ippocrate di Coo; dipoi quando avrà rimesso senno, avrà parte nel banchetto. La seconda fu una quistione amorosa fra Teseo e Menelao, che contendevano chi dei due dovesse tenersi Elena. E Radamanto decise che se la tenesse Menelao, il quale aveva sostenuto tante fatiche e tanti pericoli per lei: che Teseo aveva altre donne, l’Amazzone, e le figliuole di Minosse. La terza causa fu chi dovesse avere il luogo più onorato, se Alessandro di Filippo o Annibale cartaginese: fu deciso per Alessandro, e gli fu portato un seggio accanto al vecchio Ciro persiano. In quarto luogo fummo presentati noi, ed egli ci dimandò, per quale cagione essendo ancor vivi eravamo entrati in quel sacro paese? noi gli narrammo ogni cosa. Egli ci fa allontanare, e lungamente discute la nostra causa co’ suoi assessori: e fra gli altri e molti suoi assessori era Aristide il giusto, l’ateniese. Sentenziò e dichiarò: che della nostra curiosità e del nostro viaggio saremmo puniti dopo morte, per ora rimanessimo un certo tempo nell’isola in compagnia de’ Beati, e poi andassimo via. Stabilì il termine della dimora non più lungo di sette mesi. Allora ci caddero da sè le ghirlande, e così sciolti fummo condotti nella città al banchetto dei Beati.

La città è tutta d’oro, il muro che la cinge di smeraldi: ha sette porte, ciascuna un pezzo di legno di cannella: il pavimento della città e la terra dentro le mura è d’avorio: vi sono templi a tutti gli Dei e fabbricati di berillo: in essi are grandissime, d’una sola pietra, d’amatista, su le quali fanno le ecatombe. Presso la città scorre un fiume di bellissimo unguento, largo cento cubiti reali, e profondo che vi si può anche nuotare. I loro bagni sono edifizi grandi, tutti di vetro; vi bruciano cannella e invece di acqua nelle stufe è rugiada calda. Per le vesti usano ragnateli sottilissimi porporini. Non hanno corpi, sono impalpabili, e senza carne, non altro che figure ed idee; e quantunque incorporei pure stanno, si muovono, pensano, parlano: insomma pare che l’anima nuda vada intorno vestita d’una certa immagine di corpo: e se uno non li toccasse, non si convincerebbe che ciò che ei vede non è corpo: sono ombre, ma ritte in piè, e non son nere. Nessuno v’invecchia, ma in quell’età che ci viene rimane. Quindi non è nè notte nè giorno chiaro, ma un barlume simile all’albore mattutino prima che spunti il sole. Non conoscono stagioni, vi è sempre primavera, e vi spira un solo vento, il zefiro. Il paese produce tutti i fiori, tutti gli alberi domestici ed ombrosi: la vite getta dodici volte l’anno, fa il frutto ogni mese: il melogranato, il melo, e gli altri alberi fruttiferi portano tredici volte, come mi dissero; chè in un mese, chiamato di Minosse, fanno due volte il frutto. Invece di frumento le spighe in cima producono cialdoni belli e fatti, come fossero funghi. Fontane intorno alla città ce ne sono trecentosessantacinque di acqua, di mèle altrettante, di unguento cinquecento ma più piccole; sette fiumi di latte, ed otto di vino. Il banchetto si fa fuori la città nel campo detto Elisio: v’è un prato bellissimo, e intorno ad esso un bosco svariato, frondoso, di piacevole ombra a chi vi sta sdraiato, e sotto un tappeto di fiori. Valletti e scalchi sono i venti: non v’è bisogno coppieri, perchè intorno al banchetto sono grandi alberi di lucentissimo vetro, i quali per frutti producono tazze d’ogni fatta, e grandezza. Quando uno viene al banchetto coglie una o due di quelle tazze, e se le mette innanzi e quelle subito da sè medesime si riempiono di vino: così bevono. Invece di ghirlande i rosignuoli e gli altri uccelli melodiosi dal vicino prato raccolgono i fiori nel becco, e ne spargono un nembo sovr’essi cantando e volando. Gli unguenti sono sparsi così: certe nuvolette dense tirano unguento dalle fonti e dal fiume, e librate sul banchetto, mosse leggermente dai venti, piovono una spruzzaglia fina come rugiada. Nel desinare usano musiche e canti: sono cantati specialmente i versi d’Omero, il quale è lì presente, e banchetta coi Beati, ed è adagiato vicino ad Ulisse. Vi sono cori di fanciulli e di vergini: li guidano e gli concertano Eunomo di Locri, Arione di Lesbo, e Anacreonte, e Stesicoro ancora che vedemmo lì già rappattumato con Elena.2 Quando cessano questi cori di cantare, ne vengono altri di cigni, di rondini, di rusignoli, e quando hanno cantato anche questi, allora tutto il bosco risponde con un suono che pare di flauti, e i venti battono il tempo. Ma la maggior consolazione è questa: vi sono due fonti vicino al banchetto, una del riso, un’altra del piacere: tutti quanti prima di banchettare tolgono una buona sorsata o dell’una o dell’altra, così banchettano piacevoleggiando e ridendo.

Ora voglio parlare degl’illustri che ci vidi. Tutti i semidei, e quelli che guerreggiarono a Troia, tranne Aiace di Locri, lui solo dicevano punito nel paese degli empi. Dei barbari v’erano i due Ciri, lo scita Anacarsi, il trace Zamolchi, e Numa italiano: v’era ancora Licurgo lacedemone, Focione e Tallo ateniesi; ed i sapienti, eccetto Periandro.3 Vidi Socrate di Sofronisco, che chiacchierava con Nestore e Palamede: e vicino a lui erano Jacinto lacedemonio, il tespiese Narciso, Ila, ed altri belli. A me parve innamorato di Jacinto, e a molti segni si conosceva. Dicevano che Radamanto l’aveva in uggia, e più d’una volta l’aveva minacciato di sbrattarlo dall’isola, se egli seguitasse le sue baie, e non lasciasse l’ironia. Il solo Platone non v’era, ma dicevasi abitare una città che egli stesso aveva fatta, con quel governo e leggi che egli le aveva date. Aristippo ed Epicuro c’erano i primi, essendo piacevoloni e bravi compagnoni. V’era anche Esopo frigio, che faceva da buffone. V’era Diogene tanto mutato da quel di prima, da sposar Laide, spesso levarsi a ballare ubbriaco, e fare altre mattezze nel vino. Degli stoici poi non v’era nessuno: si diceva che ancora salivano il loro alto monte della virtù. Anzi udimmo dire che Crisippo non poteva entrare nell’isola se prima non si fosse quattro volte ben purgato con l’elleboro. Dicevasi ancora che gli Academici vogliono venirci; sì, ma s’astengono, e discutono, nè giungono a capire se l’isola esiste o no; ma credo io, perchè temono il giudizio di Radamanto, come quelli che han tolto via il criterio. Molti, come si diceva, si erano pure spinti a seguitare chi ci veniva, ma poi per pigrizia s’erano rimasti indietro, per non capire affatto, e s’erano tornati a mezza via. E questi fra tutti sono i più degni di memoria: in più onore era tenuto Achille, e dopo di lui Teseo.

Nei piaceri di Venere v’è gran larghezza: si mescolano allo scoperto, a vista di tutti, con femmine e con maschi, e non pare loro affatto vergogna: solo Socrate giurava che ei non faceva un mal pensiero quando s’accostava ai garzoni, ma tutti tenevano che egli spergiurasse; chè spesso Jacinto e Narciso confessavano, ed ei sempre no. Le femmine sono comuni a tutti, nessuno è geloso di un altro, ed in questo sono platonicissimi: i fanciulli si prestano a chi vuole, senza ripugnanza.

Non erano scorsi un due o tre giorni, ed io avvicinatomi al poeta Omero, essendo ambedue scioperati, chiacchierai di molte cose, e gli dimandai donde era, dicendogli che di questo sino al giorno d’oggi si fa un gran quistionare tra noi. Ed ei risposemi che sapeva come alcuni lo fanno di Chio, altri di Smirne, e molti di Colofone, ma egli era di Babilonia, e dai suoi cittadini non chiamato Omero, ma Tigrane; e che poi venuto in Grecia con altri ostaggi, qui chiamati omeri, aveva cangiato il nome. Lo dimandai ancora di certi versi riprovati, se erano stati scritti da lui: ed ei mi disse che tutti erano suoi; onde io mandai un canchero a Zenodoto ed Aristarco grammatici che cercano il pelo nell’uovo. E questo verso? Sì. E quest’altro? Anche. Oh, e perchè cominciasti da quel Cantami l’ira? – Perchè così mi venne in capo: credi tu che vi pensavo? – Ed è vero, come dicono molti, che scrivesti l’Odissea prima dell’Iliade? Costoro non sanno quel che si pescano. – Che egli poi non era cieco, come dicono, me ne chiarii subito, perchè lo guardai in fronte: onde non fu bisogno dimandarlo. E di queste chiacchierate ne facevamo spesso: quando lo vedevo sfaccendato, me gli avvicinavo, e gli domandavo qualche cosa: ed egli volentieri mi rispondeva a tutto, specialmente dopo che si sbrigò d’una causa, che ei vinse. Gli fu posta una querela d’ingiuria da Tersite, per quei mali bottoni che gli gittò nella sua poesia, ma Omero si prese Ulisse per avvocato, e riuscì vincitore.

In quel tempo appunto ci venne Pitagora di Samo, che allora aveva finita la settima mutazione, vissuto le sette vite, compiuti i sette periodi dell’anima, ed aveva d’oro tutto il lato destro. Fu deciso di ammetterlo con gli altri, ma non si sapeva ancora se chiamarlo Pitagora o Euforbo. Ci venne anche Empedocle col corpo tutto bruciato ed arrostito, e non fu ricevuto, benchè egli pregasse e ripregasse.

Indi a poco venne il tempo dei giuochi, che essi chiamano i Mortuarii, ai quali presedettero Achille la quinta volta, e Teseo la settima. Saría troppo lungo riferirne ogni cosa; dirò le principali. Nella lotta fu vincitore Caro l’Eraclide, ed accoppò Ulisse, che gli contendeva quella corona: nel pugilato furono pari Areo egiziano, che è sepolto in Corinto, ed Epeo, venuti alle prese tra loro: pel pancrazio non vi sono premii lì: nella corsa non mi ricorda più chi fu vincitore. De’ poeti per verità Omero superò tutti, pure Esiodo fu vincitore. Il premio per tutti era una corona intrecciata di penne di pavone.

Finiti allora i giuochi, si annunzia che i carcerati nel paese degli empi, rotte le catene e vinti i custodi, venivano ad assalir l’isola, guidati da Falaride d’Agrigento, da Busiride l’egiziano, da Diomede il trace, da Scirone ancora, e dal Piegapini. A questa novella Radamanto schiera gli eroi sul lido: li capitanavano Teseo, Achille ed Aiace Telamonio già rinsavito. Si venne a battaglia, e vinsero gli eroi per le gran valentie di Achille. Si portò da bravo anche Socrate, che stava nell’ala destra, molto meglio che non combattè a Delio quando era vivo; chè all’avvicinarsi dei nemici, non fuggì, nè voltò faccia: e però gli fu dato di poi in premio del valore un bel giardino suburbano, dove egli si raccoglieva con gli amici a ragionare, e lo chiamava la Mortacademia. Presi adunque i vinti, e legati, furono rimandati a pene maggiori. Omero scrisse anche questa battaglia, e quand’io me ne andai, ei mi diede il libro per portarlo tra gli uomini; ma poi con tante altre cose io lo perdei; pure mi ricorda che il poema cominciava così:

Ed or cantami, o Musa, la battaglia
De’ morti eroi.

Fu cotto un calderone di fave, come usano quando si celebra la vittoria d’una battaglia, e si messero a scialare, e fare una gran festa: solo non vi prese parte Pitagora, che se ne stette digiuno e lontano, abbominando egli il mangiar fave.

Essendo già trascorsi sei mesi e metà del settimo, avvenne nuovo caso. Ciniro figliuolo di Scintaro, bello e grande della persona, da un pezzo s’era innamorato di Elena, ed ella pareva proprio impazzita del giovane. Spesso a tavola si facevano segni tra loro, e brindisi, e si levavano e andavano soli a passeggiare nel bosco. Per questo amore, e non sapendo che fare, Ciniro pensò di rapire Elena, e fuggire: ed ella acconsentì di scapparsene in una delle isole vicine, nella Soverìa, o nell’Incaciata. Avevano già tirato dalla loro tre de’ miei compagni, i più arrisicati: al padre ei non fece trapelar niente, perchè sapeva che lo avrebbe impedito. Quando lor parve il bello, incarnarono il loro disegno. Venuta la notte (io non v’ero, chè a cena m’ero addormentato), essi senza che nessuno li vedesse, pigliano Elena, e presto vanno via. Verso la mezzanotte svegliatosi Menelao, e trovato il letto vuoto e senza la moglie, getta un grido, va dal fratello, corrono alla reggia di Radamanto. Fatto giorno, le vedette dicevano vedere la nave molto lontano: onde Radamanto fa montare cinquanta eroi in una nave d’asfodillo tutta un pezzo, e comanda che gl’inseguano. Fanno gran forza di remi, e verso il mezzogiorno li giungono che già erano entrati nel mare del latte presso all’Incaciata: sì poco mancò che gli amanti non se la svignassero. Legarono la nave con una catena di rose, e rimorchiandola se ne tornarono. Elena piangeva, e stava vergognosa, e si nascondeva la faccia; Ciniro e i compagni furono interrogati da Radamanto se erano accordati con altri, ed essi dissero di no. Ei li fe’ legare pe’ genitali, e li mandò nel paese degli empi, fattili prima ben flagellare con malve.

Fu decretato di cacciare anche noi dall’isola, e datoci tempo a rimanervi solo il giorno appresso. Io m’addolorai e piansi di dover lasciare tanti beni e rimettermi alla ventura: ma quelli mi consolavano dicendo che tra pochi anni ritornerei tra loro, e m’additavano un seggio e un posto serbato per me, vicino ai migliori. Andai da Radamanto, e molto lo pregai di dirmi il futuro, ed i casi che avrei per mare. Ed egli mi rispose, che tornerei sì in patria, ma dopo molto vagare e molti pericoli; e non mi volle dire il tempo del ritorno, ma additandomi le isole vicine (ne comparivano cinque, ed una più lontana): Queste, mi disse, sono le isole degli empi, queste vicine, su cui vedi bruciare gran fuoco; la sesta è la città dei sogni, dopo viene l’isola di Calipso, che non ti apparisce affatto. Quando avrai oltrepassate queste isole giungerai sul gran continente che è opposto a quello abitato da voi: quivi dopo molti travagli, e viaggi per diverse genti, e tra uomini intrattabili, tornerai alla fine nell’altro continente. Questo disse: e sterpata di terra una radice di malva, me la porse, ingiungendomi che nei più gravi pericoli mi raccomandassi a quella. E mi diede questo avvertimento: Quando arriverai in quella terra, non cavare il fuoco con la spada, non mangiar lupini, non t’impacciare con zanzeri che abbiano più di diciotto anni. Abbi questo a mente, e sii certo che tornerai in quest’isola.

Dopo di questo cominciai i preparativi per la partenza: ma, essendo già l’ora, andai a cenare con loro. Il giorno appresso andai dal poeta Omero, e lo pregai di farmi un’iscrizione: ei subito me la fece, ed io la scrissi sovra una colonna di berillo, che rizzai sul porto. L’iscrizione era questa:

Luciano che fu caro ai beati
Numi del Cielo, esti beati lochi
Vide, e tornossi nella patria terra.

Essendo rimasto per quel giorno, il dimani partii: gli eroi vennero ad accompagnarmi: tra i quali accostommisi Ulisse, che di nascosto di Penelope mi diede una lettera da portare a Calipso nell’isola Ogigia. Radamanto mandò meco per accompagnarci il pilota Nauplio, acciocchè se fossimo portati a quelle isole, nessuno ci prendesse, chè noi navigavamo per altri affari nostri. Poichè uscimmo di quell’aere odoroso, subito ne circondò un gran puzzo come d’asfalto, di zolfo, e di pece che ardono insieme, ed un fumo stomachevole ed insopportabile, come quello che viene da cadaveri che bruciano: l’aria era scura e caliginosa, e pioveva una rugiada di pegola: e s’udiva rumore di flagelli, e lamenti di molti uomini. Non ci avvicinammo alle altre isole, ma quella su cui smontammo era tutto intorno balze e dirupi nudi, senz’alberi, e senz’acqua: pure arrampicatici per quei precipizii, ci mettemmo per un sentieruzzo pieno di spine e di stecchi, e camminando tra grande squallore ed orrore venimmo alla carcere, al luogo dei supplizi, che era mirabile, e così fatto. Il suolo per ogni parte era irto di spade e di spiedi, e intorno vi scorrevano tre fiumi, uno di fango, uno di sangue, uno più dentro di fuoco; e questo grande ed invalicabile, correva come acqua, gonfiavasi come mare, e aveva pesci quali come tizzoni, quali più piccoli come carboni accesi, e chiamati lucernette. Una sola e stretta è l’entrata, e portinaio stavvi Timone ateniese. Entrati i condotti da Nauplio, vedemmo i supplizi di molti re, e di molti privati, dei quali riconobbi alcuno: vedemmo anche Ciniro che stava ad affumicarsi appiccato pei genitali. Le guide ci contavano la vita di ciascuno, e le cagioni dei supplizi: e dicevano che le pene più gravi sono date a chi dice la bugia qui, specialmente agli storici che non iscrivono la verità, come Ctesia di Cnido, Erodoto, ed altri molti. Ond’io vedendo costoro, tutto mi consolai per me, chè io non so d’aver detto mai bugia.

Tornato subito alla nave, chè non potevo più sostener quella vista, accomiatai Nauplio, e partii. Indi a poco eccoci presso l’isola dei sogni, che pareva e non pareva, proprio come un sogno, chè come noi ci avvicinammo, essa ritraevasi, sfuggivaci, e più e più s’allontanava. Infine l’afferrammo, ed entrati nel porto detto del sonno, presso la porta d’avorio, dov’è il tempio del Gallo, a sera tardi smontammo; ed entrati nella città, vedemmo molti e varii sogni. Ma voglio prima dire della città, chè nessuno ne ha scritto, ed Omero che il solo ne fa menzione, non ne scrisse niente bene. Intorno le gira una selva di alberi altissimi che sono papaveri e mandragori, su i quali sta un nugolo di pipistrelli, soli volatili che nascono nell’isola: vicino le scorre un fiume chiamato il Nottivago, e presso le porte sono due fontane, dette Nonsisveglia e Tuttanotte. Le mura della città sono alte, e variamente colorate come l’iride. Le porte non sono due, come disse Omero, ma quattro: due guardano verso il campo della pigrizia, una di ferro, un’altra di mattoni, per le quali entrano ed escono i sogni terribili, micidiali, crudeli; due verso il porto ed il mare, l’una di corno, l’altra, onde noi passammo, d’avorio. Entrando nella città si trova a destra il tempio della Notte: questa, fra tutte le divinità, è quivi adorata, ed il Gallo, il cui tempio sta presso il porto. A sinistra sta la reggia del Sonno, il quale è re, ed ha due satrapi e vicarii, lo Sconturbato figliuolo di Nascivano, e l’Arricchito figliuolo di Fantasio. In mezzo la piazza è una fontana detta l’Assopita, e vicino due templi dell’Inganno e della Verità; nei quali è il sacrario e l’oracolo, e per sacerdotessa che spiega i sogni la Contraddizione, alla quale re Sonno ha dato quest’onore. Il popolo de’ sogni non era d’una razza e d’un aspetto, ma quali erano lunghi, dolci, belli, piacevoli; altri piccoli, duri, brutti; altri tutti oro e ricchi; altri poveri e meschini. Ve n’erano alati, e di strane figure: e di quelli vestiti sfarzosamente, alcuni da re, alcuni da dii, ed altri con altri ornamenti. Ne riconoscemmo parecchi, che già vedemmo nel nostro paese, i quali ci vennero incontro, ci salutarono, come suol farsi tra vecchi amici, ci presero per mano, ci vollero ospiti, e fattici addormentare, ci trattarono con grande sfarzo e splendidezza, e ci promisero di farci re e satrapi. Alcuni ci condussero anche nelle nostre patrie, ci mostrarono i nostri, e lo stesso giorno ci ricondussero. Trenta giorni ed altrettante notti rimanemmo tra essi dormendo e scialando: dipoi all’improvviso scoppio d’un gran tuono svegliatici, e levatici in piè facemmo provvisioni, e partimmo.

Il terzo dì giunti all’isola Ogigia, dismontammo: io primamente sciolsi i legami della lettera, e la lessi: diceva così: «Ulisse a Calipso salute. Devi sapere che io quando mi partii da te su la zattera che io m’avevo costruita, feci naufragio, ed a pena fui salvato da Leucotoe nel paese dei Feaci: dai quali rimandato a casa mia, vi trovai molti cicisbei di mia moglie, che sguazzavano su la roba mia. Io li uccisi tutti quanti; ed infine Telegono, che mi nacque da Circe, uccise me. Ed ora sono nell’isola dei Beati, pentito assai di aver lasciata la bella vita che menava con te, e l’immortalità che tu mi offerivi. Se dunque mi verrà fatto, fuggirommene e sarò da te.» Questo era il senso della lettera: diceva ancora due parole di raccomandazione per noi. Essendomi dilungato un po’ dal mare trovai la grotta della dea tale quale la descrive Omero, e lei che filava lana. Come ella prese la lettera e la lesse, pianse lungamente, poi c’invitò alla mensa ospitale, ci trattò lautamente, e ci dimandò di Ulisse e di Penelope, come ella era di volto, e se era casta, come Ulisse gliela vantava: e noi le rispondemmo cose che ci pareva le dovessero piacere. Dipoi ce ne tornammo alla nave, e lì vicino sul lido ci addormentammo: la mattina, messosi un buon vento, salpammo.

Per due giorni avemmo burrasca, il terzo scontrammo i Zucchepirati, uomini feroci, che dalle isole vicine assaltano e svaligiano chi naviga per quei mari. Hanno grandi navigli, che sono zucche lunghe sessanta cubiti. Quando sono secche le vuotano, ne cavano la midolla, e vi navigano armandole con alberi di canna e con vele fatte di foglie di zucche. Ci assaltano adunque con due di quelle loro fuste bene armate, ci combattono, feriscono molti scagliandoci, invece di pietre, grossi semi di zucche. Durava incerta la battaglia, quando verso mezzodì vediamo dietro i Zucchepirati venire a vele gonfie i Nocinauti, loro sfidati nemici, siccome poi si vide. Come quelli si accòrsero d’essere assaliti, lasciarono noi, e si rivolsero a combattere, e noi levata la vela fuggimmo, lasciandoli che s’accapigliavano tra loro. Parveci che il vantaggio l’avessero i Nocinauti, perchè avevano cinque navigli bene armati e più forti: i navigli erano mezzi gusci di noci, vuotati, ed ogni mezzo guscio aveva la lunghezza di quindici cubiti. Perdutili di vista, ci demmo a curare i feriti: e da allora in poi stemmo sempre su l’armi, aspettandoci qualche altra insidia: e ci giovò. Chè non s’era ancora corcato il sole, e da un’isola deserta ci vengono sopra con gran furia una ventina d’uomini cavalcanti sopra delfini: eran questi anche ladri, e i delfini che li portavano galoppavano e nitrivano come cavalli. Avvicinatisi sparpagliansi chi di qua chi di là, e ci scagliano ossi di seppie, ed occhi di granchi: e noi con dardi e saette li respingiamo: sicchè avuti parecchi feriti, fuggirono a rimbucarsi nell’isola.

Verso la mezzanotte, essendo bonaccia, urtammo senza addarcene in un grandissimo nido d’alcione, che aveva un sessanta stadii di circuito: sovr’esso stava l’alcione che covava le uova, e non era minore del suo nido, per modo che quando si levò per poco non fece affondare la nave col vento delle ali. Se ne fuggì mandando un lugubre lamento. Discesivi sul fare del giorno, vediamo il nido simile ad una grande zattera fatta di grossi alberi; sopra vi stavano cinquecento uova, ogni uovo più capace d’una botte di Chio: dentro ai quali si vedevano i pulcini che pigolavano: con la scure aprimmo un uovo, e ne cavammo un pulcino implume, più grosso di dodici avoltoi.

Passati un dugento stadii oltre il nido, ci avvennero grandi e mirabili prodigi: il paperin di prora a un tratto starnazzò l’ali e strillò; il pilota Scintaro, che era calvo, rimbiondì; e la più nuova fu che l’albero della nave germogliò, mise i rami, ed in punta portò frutti, fichi ed uve grandi, non ancora mature. A questa vista noi naturalmente sbigottiti pregammo gl’Iddii di allontanar da noi la maluria. Non eravamo andati oltre un cinquanta stadii e vediamo una selva grandissima e folta di abeti e di cipressi. Credemmo fosse il continente, ma era il mare senza fondo che aveva germinati alberi senza radici; gli alberi stavano saldi, ritti, e piantati su l’acqua. Fattici più da presso, guarda e riguarda, non sapevam che fare: navigare per mezzo agli alberi folti e continui non era possibile, tornare indietro non era facile. Io m’arrampicai sovra l’albero più alto per iscoprire qualcosa al di là, e vidi che la selva continuava così cinquanta stadii o poco più, e dipoi v’era altro mare. Pensammo adunque di porre la nave sovra gli alberi che eran foltissimi, e tragittarla, se era possibile, nell’altro mare: e così facemmo. La legammo con un gran canapo, e montati su gli alberi, a gran fatica la tirammo su: e adagiatala sovra i rami, spiegata la vela, andavam come sul mare, pinti dal vento. Allora mi ricordai del poeta Antimaco, che in una parte dice:

Venian per mar selvoso navigando.

Valicata la selva giungemmo all’acqua, e calata la nave allo stesso modo, navigammo su l’acqua limpida e trasparente: finchè pervenimmo sopra una gran voragine che s’apriva nell’acqua, come quelle che vediamo per tremuoto su la terra. La nave, ammainata subito la vela, a pena si fermò, e mancò per poco che la non fosse travolta giù. Sporgemmo il capo, e vedemmo una profondità di quasi mille stadii, terribile molto e maravigliosa: l’acqua rimaneva come spaccata. Guardando intorno vedemmo verso destra non molto lungi un ponte fatto di acqua, la quale univa i due lembi dello spacco, e dall’un mare correva nell’altro. Facendo forza di remi piegammo a quella parte, e con molta agonia tragittammo il ponte, e non ce lo credevamo.

Quindi ci accolse un mare tranquillo e un’isola non grande, accessibile, abitata da uomini salvatichi, detti Bucefali, con teste di bue e corna, come dipingesi il Minotauro. Discesi, c’inoltrammo per fare acqua, ed anche un po’ di vettovaglia, se era possibile, chè non ne avevamo più. L’acqua trovammo lì vicino; ma altro non appariva niente, se non che udivamo certi muggiti poco lontani. Credendo che fosse una mandra di buoi, prendiam quella via, e troviamo uomini, i quali al vederci ci danno addosso, e afferrano tre compagni: noi altri fuggiamo alla dirotta verso il mare. Ma dipoi armatici tutti quanti (chè non volevamo lasciare i compagni invendicati) piombiamo sopra i Bucefali che si spartivano le carni di quei poveri uccisi, li atterriamo, gl’inseguiamo, ne uccidiamo una ventina, e presine due vivi, ce ne torniamo coi prigioni, non avendo trovato vettovaglie affatto. I compagni consigliavano di scannare i catturati; ma io mi opposi, e li feci tenere legati e custoditi finchè vennero araldi dai Bucefali con la taglia per riscattarli, chè da certi segni e da flebili muggiti noi capimmo che essi ci pregavano di mercè. Il riscatto fu molti caci, pesci secchi, cipolle, e quattro cervi a tre piedi, i due di dietro, e quei d’avanti appiccati in uno. Così rendemmo i prigioni, e rimasti un sol giorno, partimmo.

Già cominciavano a comparire pesci, ed uccelli che ci volavano intorno, ed altri segni che il continente era vicino. Poco dopo vedemmo uomini che navigavano in una nuova maniera; erano marinai e navi insieme; ed ora vi dico la maniera. Si mettono a giacere supini su l’acqua col coso ritto (e li hanno ben lunghi), al quale legano la vela, e con le mani tengono la scotta: il vento gonfia la vela, e navigano. Altri seduti sopra sugheri sferzavano due aggiogati delfini, che correndo tiravano i sugheri. Costoro non ci facevano alcun male, nè ci fuggivano, ma senza paura e quieti ci venivano vicino, facevano le maraviglie della nostra nave, e la riguardavano per ogni verso.

Sul calar della sera approdammo ad un’isoletta abitata da femmine, come credemmo, che parlavano greco: esse ci vennero incontro, ci salutarono, ci abbracciarono; erano vestite ed abbigliate come cortigiane, tutte belle e giovani, e trascinanti lunghe vesti per terra. L’isola chiamavasi la Cavallara, e la città Acquavittima.4 Le donne adunque ci presero, e ciascuna condusse uno di noi a casa sua e l’ospitò. Io andando un poco a rilento, perchè il cuore non mi presagiva bene, e guardando attentamente intorno, vedo molte ossa e teschi umani sparsi qua e là: avrei voluto gridare, chiamare i compagni, correre all’armi, ma mi tenni; e cavata la santa malva, fervorosamente me le raccomandai, che mi scampasse dai presenti pericoli. Ed ecco poco appresso, mentre la mia albergatrice s’affaccendava per la casa, le vidi non gambe di femmina ma unghie di asina. Sfodero la spada, l’afferro, la lego, le dimando: Dimmi, che è cotesto? Ella non voleva, ma pure infine parlò e disse che esse erano ninfe marine, chiamate Gambedasine, e mangiano i forestieri che quivi capitano. Li ubbriachiamo, soggiunse, ci corchiamo con essi, e mentre dormono li accoppiamo. All’udir questo, la lascio qui legata, salgo sul tetto, e con un grido chiamo i compagni: e venuti racconto il fatto, addito le ossa, e li conduco a quella legata, la quale subito diventò acqua, e sparì: ma io per una pruova messi la spada nell’acqua, che diventò sangue. Tornati in fretta alla nave, andammo via.

Al rompere del giorno noi vedendo il continente credemmo fosse quello che è opposto al nostro: onde ringraziati ed adorati gl’iddii, consultammo sul da fare. Alcuni proponevano di scendere per poco, e subito tornare indietro: altri lasciar la nave lì, ed entrar dentro terra, e conoscere chi v’abitava. Mentre facevam questi conti ci viene addosso una gran burrasca, che batte la nave sul lido, e la sfascia: noi appena ci salvammo a nuoto, ciascuno con le sue armi e con che altro potè afferrare.

E questi sono i casi che m’avvennero fino a che giunsi nell’altra terra navigando per mare, e nelle isole, e nell’aria, e dipoi nella balena, ed uscito di là nel paese degli eroi, e dei sogni, ed infine tra i Bucefali e le Gambedasine: i casi poi che m’avvennero nell’altra terra li racconterò nei libri seguenti.5


Note

  1. La favola di Tiro, sforzata da Nettuno, è cantata da Omero nell’XI dell’Odissea: e da Luciano messa in canzone nel 13 dei Dialoghi marini.
  2. Stesicoro cantò versi in biasimo di Elena: Castore e Polluce gli tolsero la vista: cantò la palinodia, e racquistò il vedere.
  3. Tiranno di Corinto.
  4. Leggo Kaballousa, da kaballes, caballus clitellarius; ed Hydamartia, da hydor, aqua, ed amartia, peccatum, ed anche victima pro peccato. Gl’interpreti ed annotatori ne dicono tante: taluni negano che sieno parole greche. A me pare che questi nomi sieno di stampo greco, e significhino qualche cosa che si accorda con ciò che si narra appresso.
  5. Eccovi qui una nota degl’interpetri che vi dicono: o questi libri sono perduti, o Luciano non li scrisse. Dovete ricordare che Luciano v’ha detto che egli non iscrive verità, e così vedrete che questi libri sono un’altra bugia, con la quale è riuscito a canzonare anche i suoi interpetri, che l’han creduta da senno!