Edipo re (Sofocle - Romagnoli)/Prefazione

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Prefazione

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Sofocle - Edipo re (430 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Prefazione
Edipo re (Sofocle - Romagnoli) Personaggi
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L’«Edipo re» è stato rappresentato tante volte, negli ultimi anni, in Italia e fuori d’Italia, che oramai sembra se ne possa parlare come d’un lavoro d’oggi.

E un modernissimo critico, Renato Simoni, ha fatto un ravvicinamento nuovo ed originale fra l’antichissima tragedia e un recente dramma che ha riscosso lungo ed intenso successo: l’«Istruttoria» di Henriot; dove un giudice conduce una stringentissima inchiesta, dalla quale risulta che egli stesso, in stato catalettico, ha commesso il delitto che vuole scoprire. Analogamente, l’inchiesta d’Edipo finisce per identificare il reo col giudice. L’«Edipo re» — dice, esattamente, Simoni — cela fra le sue meravigliose porpore la struttura d’un gran dramma giudiziario.

Ed è già questo uno dei coefficienti del successo che da tanti e tanti secoli arride alla tragedia. Le discussioni giudiziarie hanno sempre destato e sempre desteranno il vivo interesse del pubblico. I tribunali sono sempre affollati come teatri; e la loro riproduzione scenica interessa quasi quanto la realtà. Gl’Indiani antichi applaudirono «Il carretto d’argilla»; nelle «Vespe» d’Aristofane c’è un processo in piena regola, [p. 4 modifica]e sia pure contro un cane; e molti dei moderni e più fortunati lavori di Courteline si svolgono in tribunale.

Ma ciò non basta a spiegare l’immenso, incontrastato entusiasmo che accompagna ogni ripresa dell’«Edipo». Successo che tanto più meraviglia, quando si pensa che nell’«Edipo» non mancano talune caratteristiche che sembrerebbero più adatte a respingerlo.

Prima, l’odiosità del soggetto, non mascherata né attenuata, anzi quasi sottolineata dall’autore. Un moderno ed autorevolissimo critico, il Masqueray, ne rileva e biasima molti particolari; e in Francia, alle rappresentazioni, si suole eliminare più d’un brano che sembra incompatibile con la squisitezza (riferisco) del sentimento moderno.

Seconda, le inverisimiglianze. Non son poche, e furono più volte incriminate. Basterebbe questa, rilevata già da Aristotele: che, dopo tanti e tanti anni di permanenza in Tebe, e di vita coniugale con Giocasta, Edipo non sa nulla ancora della luttuosa fine di Laio.

Poi, nella condotta del dramma, saltano agli occhi parecchie illogicità. Per esempio, quando Edipo si accinge all'inchiesta sull'assassinio di Laio, e apprende che esiste ancora un testimone oculare, non dà ordine di farlo súbito venire innanzi a sé.

Ma la cosa forse più strana è che, a giudicare con freddezza critica, la stessa figura d’Edipo non può riuscire eccessivamente simpatica. Tutti proclamano la sua saggezza, ed egli è il primo ad esaltarla. Ma non ne dà prova. Ed anzi, sia pure costretto in parte dalla orrida tragicità degli eventi, si mostra ingiusto, illogico e dissennato, sia contro Tiresia, sia, specialmente, contro Creonte. Del resto, poi, di tutto il suo carattere non appare ben rilevata altra nota se non la somma tenacia, che in qualche punto sembra degenerare in testardaggine. [p. 5 modifica]Ora, come si spiega che tutte queste ombre e queste lacune passano effettivamente inosservate?

È certo che, ad una attenta analisi, si scopre una ragione d’indole tecnica. In questa tragedia c’è una qualità che assurge a tale altezza da impedirci di badare a qualsiasi difetto: ed è il meraviglioso svolgimento. Le varie fasi che conducono Edipo alla scoperta della orrenda verità, sono graduate con tanta perfezione, che, sebbene tutti conosciamo perfettamente la tragedia, ad ogni nuova esecuzione, ad ogni nuova lettura, siamo anche una volta afferrati nei loro ingranaggi, anche una volta trepidiamo con Edipo, in una incessante alternativa di timori e di speranze.

E, intensificando l’attenzione, si può forse osservare che un così formidabile effetto non deriva solo dalla progressione in sé, bensì, e forse più, dai riflessi, variissimi, che essa, col suo ritmo unico, suscita nell’animo dei diversi personaggi.

Quando Tiresia ricorda tutto, Edipo e il coro non sospettano ancora nulla. Quando albeggiano in Edipo i primi sospetti, Giocasta non accoglie in cuore alcun dubbio. Ma poi, nell’animo di lei folgora una luce improvvisa, mentre Edipo ha compresa solamente una parte. Il vecchio pastore che espose Edipo, sa tutto, e recalcitra, e vuol tacere. Il messo di Corinto, che ignora tutto quando gli altri sospettano già lutto, lo incalza perché dica l’orribile verità. E solo quando questa è svelata, tutti divengono infine ugualmente partecipi dello spaventevole arcano. Egli è come se in un paese alpestre, sconvolto dalla furia tellurica in un caotico orrore di picchi e di voragini, e nascosto nel velo secolare della notte astrale, si levasse lentamente un sinistro pianeta. Quando le cime eccelse sono già ghermite dalla sua luce, le minori appena si disegnano nella penombra, nelle valli è impenetrabile buio. Ma, a mano a mano che l’astro si leva, tutte le orribili forme si vanno illuminando: quando esso è al vertice del [p. 6 modifica]cielo, anche il minutissimo anfratto del baratro più profondo, è tutto permeato della sua luce di morte.

E forse, la verità è altra. Forse, ciò che più ci prende, è appunto la odiosa disumana storia d’Edipo.

Perché, sotto la maschera dell’antichissimo mito, gli uomini di ogni tempo videro e vedranno sempre un terribile volto. Il volto dell’umano destino, che oggi non si chiama più Moira, ma tanto più ci dòmina, inesorabile e indecifrabile, quanto più volgono i secoli, e l’uomo avanza nella conoscenza delle forze occulte che reggono la meccanica dell’universo. E perché nessuna maschera è più orrida, nessuna èvoca, nelle latebre del nostro spirito un più pauroso presentimento. E questa tragedia, più che provocare in noi una vera commozione estetica, ci tiene avvolti, quasi in stato catalettico, al suo terribile fàscino.

Ma forse, non giova insistere troppo in queste indagini. L’«Edipo» è uno di quei capolavori, rarissimi, in cui un grande artista sfiora appena col sommo dei piedi le ineliminabili necessità della tecnica, e plasma la sua materia con dominio così assoluto, che le sue figure ne derivano le medesime facoltà essenziali della vita, nascondendo, nella loro apparenza raggiante, il mistero del loro sviluppo e della loro bellezza. Dinanzi a loro si rimane perplessi: il loro segreto ci sfugge, come quello delle vive creature umane; e qualsiasi intelligenza non è possibile se non attraverso alla simpatia e l’intuizione. Detto in parole povere, questi lavori ognuno deve cercare d’intenderli per conto proprio; e, ad ogni modo, una troppo insistente anatomia critica ci repugna, come qualsiasi vivisezione.

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Intorno alla data dell’«Edipo», non esistono notizie sicure. I caratteri tecnici della tragedia sembrerebbero accennare al periodo centrale, e non troppo avanzato, della produzione sofoclea. D’altra parte, è innegabile che la descrizione della peste ci richiama agli anni in cui Atene fu invasa dal terribile morbo. E, senza arrivare alle esagerazioni di quei critici che vollero vedere adombrata in Edipo l’immagine di Pericle, possiamo supporre che appunto nei primi anni della guerra del Peloponneso cadesse la composizione della tragedia. Per la storia aneddotica, non sarà inutile ricordare che l’«Edipo» non ottenne, alla prima rappresentazione, la palma della vittoria. I giudici gli preferirono un lavoro di Filocle; il quale, a giudicare dal tono con cui ne parla Aristofane, non doveva essere poi un gran poeta. Ma si sa bene che i grandi uomini e le grandi opere sono fatti per la posterità.

L’ «Edipo» non faceva parte di una trilogia, ma stava a sé. Viceversa, quanto al soggetto, e, anche, quanto alla condotta, si compone in meravigliosa trilogia con l’«Antigone» e con l’«Edipo a Colono». Ed io, contro l’uso comune, ho riuniti i tre lavori, e li ho disposti secondo la successione degli eventi, sebbene sia probabile (non certo) che l’«Antigone», in ordine cronologico, precedesse l’«Edipo re», e sebbene nello spazio di tempo che intercede rispettivamente fra questi tre drammi cadano di sicuro altri dei lavori conservati di Sofocle.

Ma di questa infrazione alla cronologia non mi vorranno saper male quanti nelle opere dei poeti cercano in primo luogo la poesia.

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EDIPO RE