Elementi di economia pubblica/Parte seconda/Capitolo V

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Parte seconda - Dell'agricoltura politica

Capitolo V - Del regolamento dell'annona

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39. Le precedenti teorie ci conducono naturalmente, e ci danno de’mezzi onde sciogliere il tanto dibattuto problema della libera o non libera negoziazione delle derrate, che servono di alimento alla nazione, e principalmente della derrata di prima necessità, cioè il frumento. Noi intraprendiamo a trattare un grande e delicato argomento, su del quale non sono meno divise le penne di coloro che scrivono, come gl’interessi di coloro che eseguiscono; argomento reso oscuro dall’intralciata complicatezza di tante opposte mire, e reso delicato da quelle sorta di dispute che sono troppo terribili ai nudi seguaci della pacifica ragione. Molti volumi sono stati scritti su tale importante materia; e se io volessi stendere tutto ciò che appartiene a questo soggetto, esaminare tutti i sistemi, combattere tutte le obbiezioni, spingere i sofismi negli ultimi loro ritiri, dovrei assorbire per questo solo capo tutto quel tempo che consumar si deve all’intiera scienza.

Io mi accontenterò dunque d’indicare i principali punti di vista, dai quali, più che dalle mie asserzioni, potrà ciascuno cavare da sè stesso un chiaro e distinto risultato. Per procedere con chiarezza e con precisione, noi distingueremo varj casi ne’quali le nazioni si trovano. Nel novero di questi casi ci contenteremo di alcune soluzioni ipotetiche e condizionate, non assolute e generali, come la natura stessa delle circostanze esige dall’avveduto politico, che non vuole azzardare nè in fatto nè in opinione la sussistenza e la vita di migliaia di persone.

[p. 294 modifica]40. Prima di tutto, bisogna distinguere que’paesi che scarseggiano della derrata d’alimento, da quelli che ne abbondano. Fenomeni in tutto differenti accadono in così opposta situazione. In un paese dove il territorio non produce che poco pane e non sufficiente alla popolazione attuale, ivi senza dubbio v’è condotto da altre parti. Se manca per invincibile difetto del terreno, allora niente altro resta a fare, che o acquistar paesi che ne abbondino, o coll’industria e coll’economia cambiare i proprj lavori coll’alimento; ma quando questo difetto del terreno non sia invincibile, ma prodotto da mancanza di braccia e dall’essere la terra occupata a coltura per allora più vantaggiosa (il che per incidenza riflettasi non esser sempre assolutamente così, ma spesso solo relativamente), allora la coltura del grano deve essere incoraggita, ed il migliore incoraggimento d’una coltura non può essere che il libero spaccio del prodotto. Certamente in questo caso non si deve temere che l’uscita del grano dello Stato produca la carestia, perchè in un paese che scarseggi, essendo già avviate le introduzioni del grano, e a questo scopo dirigendosi una gran parte de’commerci e delle fatiche delle nazioni per il corso degli affari tutti, il grano è già diretto in maniera, che quanto ne manca al di dentro, tanto ne venga al di fuori. La libertà del commercio fa che se ne accresca la coltura; il prezzo piuttosto alto, a cui un commercio passivo di grano rende soggetto il valore di questa derrata, ne rende utile la coltura a chi l’intraprende sotto gli auspicj della libertà e in vista della potente attrattiva del guadagno. L’accrescimento lento, ma successivo del prodotto interiore, entra in paragone ed in concorrenza con quello che viene dal di fuori, già avviato ed assuefatto a divenir cambio dell’industria interna; non fa dunque che diminuire il prezzo del grano estero, e rendere dunque più vantaggioso il prodotto interno a chi lo coltiva, e meno utile il commercio esterno a chi lo fa.

41. Ciò che deve principalmente calcolarsi nel commercio reciproco del grano fra le nazioni è la spesa del trasporto, la quale spesa bisogna vedere se sia pagata dal compratore o dal venditore. Quello che è certo in ogni caso si è, [p. 295 modifica]che nel concorso generale di una merce qualunque che da varie parti sia trasportata ad un luogo solo, si forma un prezzo comune, essendo i venditori in reciproca concorrenza. Dunque quella parte di trasporto, dalla quale nissun venditore potrà prescindere, sarà necessariamente pagata dai compratori; ma quella spesa di trasporto, che eccede questo limite, sarà pagata dai venditori senza risarcimento, perchè non potranno vendere la merce giammai al di là del prezzo comune. Ciò supposto, si rifletta che nel prezzo del grano estero vi è sempre una spesa di trasporto pagata dallo Stato che riceve la derrata, e questo prezzo del trasporto è un risarcimento di spesa che fanno i compratori ai venditori. Dunque la spesa del trasporto del grano in una nazione mancante di questo prodotto è un danno della nazione che riceve, e un risarcimento alla nazione che vende; ma non è utile di questa come venditrice. Il valore originario d’una merce, che io voglia vendere, sia per esempio 18, il guadagno 2; io la porto a vendere, ed il trasporto mi costa 5; io la vendo 25 o 24 almeno, sacrificando 1 di guadagno, perchè debbo rifarmi della spesa di trasporto; se un altro non ha la spesa di trasporto che di 1, egli può venderla 20, 21, 22, 23, cioè può venderla a un minor prezzo e guadagnare di più. Questo può essere il caso d’una nazione scarseggiante di grano che ne riceve dal di fuori per supplemento, e che commercia liberamente del proprio; essendo minore la spesa del trasporto del proprio grano in paragone di quella del trasporto del grano estero, il prezzo del grano interiore sarà minore per i compratori, ed il guadagno de’venditori del grano proprio e nazionale sarà maggiore: la differenza tra questi due trasporti può dividersi in minor aumento di prezzo in favore dei compratori, ed in aumento di guadagno in favore de’venditori.

42. Ma tutt’altre considerazioni devono farsi, quando la derrata comincia ad essere sovrabbondante, e i punti di vista sotto di cui deve essere riguardata questa sovrabbondanza cominciano a divenire più intralciati.

Non vi ha dubbio che sia necessario in ogni paese coltivatore di aprire un’uscita al superfluo de’prodotti; questo [p. 296 modifica]è il principio d’ogni commercio, cioè di smaltire ciò che sovrabbonda per procurarsi ciò che manca. Ma i partigiani dei regolamenti soggiungono essere necessario di rendere ben precisa l’idea di superfluità; trattandosi dei prodotti di prima necessità, chiameremo noi superflua quella quantità di frumento che eccede l’annuo consumo di una nazione? Non del tutto certamente, perchè i casi fortuiti richieggono un avanzo che serva di risorsa nel caso di una improvvisa carestia, inevitabile da chi vive sotto un cielo e sotto la moltiplice combinazione delle prepotenti cause fisiche. Chiameremo noi superflua quella quantità di frumento, la quale è utile che sovrabbondi nella nazione, acciocchè nasca concorrenza di venditori e si ottenga il buon effetto di tenere ad un medio livello il prezzo dell’alimento, il quale essendo rappresentatore d’ogni lavoro, se sia di difficile ritrovo incarisce la man d’opera e ributta gli uomini da una fatica che lentamente premia e sostiene i travagliatori? Anzi è necessaria questa sovrabbondanza, acciocchè si vada all’incontro di un grandissimo male, quale è quello dell’opinione della carestia, male più terribile e più frequente della carestia medesima. Ma su di ciò rispondono i partigiani della libertà, che appunto per esser troppo difficile di fissare il limite dell’annua consumazione, è ben più difficile il conoscere dove cominci la superfluità per le ragioni sopra allegate; essere dunque necessario di lasciare un libero corso, sia alle uscite come alle entrate: alle prime, perchè il prezzo non si avvilisca nell’abbondanza e non si perda una cosi preziosa coltivazione; alle seconde, perchè l’abbondanza dell’altre nazioni supplisca alla scarsezza di quella. Dicono essere diversi totalmente i confini politici degli Stati i quali dipendono dalle successioni dei sovrani e dai trattati di pace, dai confini delle nazioni commercianti i quali dipendono dall’estensione delle pianure, dalla qualità delle terre e dalle catene dei monti, dai corsi dei fiumi, dalle situazioni marittime, mediterranee ec.; che la mano d’opera si equilibra ben più presto nel caso della perfetta e reciproca libertà, che nel caso dei regolamenti, perchè la mano d’opera utile ad uno Stato è quella che è regolata dal prezzo comune delle nazioni commercianti, e appunto la libertà non fa altro che alzare il prezzo al di là del prezzo comune [p. 297 modifica]dei generi delle nazioni commercianti, mentre nel sistema dei regolamenti il prezzo è al di sotto del comune. Dunque in primo luogo, perdono i venditori che hanno meno salario da poter pagare; e in secondo luogo, si avvilisce la produzione, manca il prodotto, s’incarisce la derrata, e s’incarisce per mancanza, il che è dannoso, non per la concorrenza, il che è utile.

Da queste reciproche ragioni noi caveremo facilmente, che è necessario distinguere la differente situazione di un paese agricola, nel caso che abbondi della derrata d’alimento. Tutti i commerci e tutti gli affari si dirigono verso questa sorta di commercio, e l’alleviamento ed il corso di tutte le derrate non è più l’ entrata ma l’uscita. Se dunque liberamente esce il grano in tali circostanze, senza avere alcun freno ed ostacolo, possono varj casi accadere: o ne può venire di fuori o non ne può venire; o è facile l’escita, e difficile l’entrata; o siamo circondati da nazioni che fanno lo stesso commercio, o da nazioni che ne scarseggino esse pure e ne ricevano da altre; o la nazione è marittima, o mediterranea.

43. Tutti questi casi, secondo gli amatori dei regolamenti, devono essere distinti accuratamente; e i più moderati fra essi, cioè quelli che non portano lo spirito regolatore a segno di voler limitare ogni sorta di contratto, accordano la libertà del commercio de’grani solamente per alcune nazioni, e la negano ad altre, principalmente a quella nella quale essi vivono. Ma, secondo il mio parere, io son d’avviso che tutti questi casi chiaramente si riducono a due soli. Il primo è quello dove l’entrata del frumento è tanto facile e sicura quanto l’uscita; il secondo, quando l’entrata sia quasi certamente impossibile, restando certa e sicura l’uscita. Gli amatori della libertà negano la possibilità di questo caso; primo, per la quasi universale coltivazione del frumento, la quale si fa dappertutto dove sono terre buone e non troppo montuose, e queste tali terre qual più qual meno si trovano in ogni parte del nostro Continente; secondo, perchè il commercio [p. 298 modifica]del grano si fa per via di successiva comunicazione, e non per trasporto totale da un luogo all’altro: mi spiego. Se 30 villaggi, uno de’quali sia ai confini e l’ultimo verso il centro di una provincia, siano talmente disposti che ai confini pervenga quantità di grano, e che ne sia scarsezza sempre più grande verso il centro, il grano non si trasporterà saltuariamente dai confini al centro, ma invece l’ultimo limitrofo villaggio provvederà il penultimo, questo il susseguente, e così di mano in mano fino al centro. I contraddittori della libertà asseriscono per lo contrario la possibilità di questo caso, e si appoggiano sopra sperienze. Io non credo necessario di esaminare quale dei due partiti in tal caso abbia la ragione e quale il torto; questa è una questione di fatto che non si può sciogliere particolarmente, ed è sovente odioso il farlo, come lo è sempre in tutte le questioni di fatto, perchè la veracità dei disputanti è compromessa. Dunque si parlerà in conformità dei due casi, lasciandone l’applicazione a quelli che dovranno essere gli esecutori.

44. Ognuno vede che se il grano può venire dal di fuori, la libera uscita di esso ben lungi d’essere dannosa sarà utile, anzi necessaria, perchè nel caso dell’abbondanza di questa derrata l’avvilimento del prezzo corrente farebbe due grandissimi mali alla società. Il primo sarebbe contro la giustizia, perchè farebbe torto e danno ai proprietarj e venditori. La proprietà d’una cosa consiste nell’uso plenario di quella e nel poterne ritrarre tutti que’vantaggi che dalla natura sua dipendono; ora l’avvilimento del prezzo d’un genere al di sotto di quello che tolti gli ostacoli potrebbe valere, è lo stesso che togliere una parte dei vantaggi che i proprietarj potrebbero ritrarre dalla cosa propria, il che è un violare la proprietà, e quindi un’ingiustizia. L’altro male grandissimo, che è una conseguenza di quello, sarebbe lo scoraggimento della coltura, onde la reale diminuzione del prodotto totale e una ben più grande e più rapida diminuzione del prodotto netto, dal quale dipendono il salario dell’industria, il tributo del sovrano e le spese pubbliche.

Ma qui, prima di procedere più oltre, è necessario d’avvertire quanto vaghi siano quei termini di venire dal di fuori [p. 299 modifica]e d'uscir dall’interno d’una nazione le varie merci. Questi termini sono meramente relativi. Il frumento che si raccoglie in una terra vicina può dirsi esterno riguardo all’altra terra, ancorchè le due terre appartengano ad un medesimo Stato; parimenti due terre finitime e contigue, poste l’una al di qua del confine, l’altra al di là, non potranno chiamarsi terre estere, nè il raccolto dell’una riputarsi estero riguardo all’altra, se per tali non si reputano due terre vicine d’un medesimo Stato. Tutto ciò apparirà chiaro riflettendo di nuovo, altra cosa essere i confini politici ed altra i confini fisici de’paesi. I veri confini, cioè quelli che fanno una reale differenza nel commercio de’prodotti, per cui gli uni possono chiamarsi veramente esterni rispetto agli altri, sono quelle situazioni nelle quali resta fisicamente interrotta la contiguità e successiva comunicazione, onde il commercio non si faccia che saltuariamente e per lunghi trasporti. Ma se non ne può venire al di fuori, intendomi nel senso preciso qui sopra spiegato, allora sonovi due casi da considerarsi, cioè il trasporto del grano interno fuori dei confini lungo e difficile, ed il trasporto facile e breve. Se il trasporto è lungo e difficile, la spesa di tale trasporto alza il prezzo della derrata senza che perciò si aumenti il guadagno dei venditori; a questi giova piuttosto il venderlo nello Stato, perchè possono aumentare il guadagno della vendita per tutte le successive porzioni d’alzamento di prezzo, a cui ascenderebbe la spesa del trasporto; in questa supposizione non escirebbe in conseguenza che il vero superfluo, quello cioè che sarebbe funesta cosa se escir non potesse. Dunque l’inconveniente della libera sortita, o per dir meglio della libera contrattazione sarà in tal caso tanto minore, quanto fosse più grande la difficoltà e la lunghezza del trasporto al di fuori.

45. Resta l’unico e complicato caso, nel quale il trasporto sia breve per la vicinanza dei confini al centro d’uno Stato o al centro della massima coltura di questa derrata; sia facile per l’utilissima facilità delle strade, per il comodo de’canali, e nel medesimo tempo lo Stato sia disposto in maniera che non possa provvedersi de’grani altrui, come quello provvede gli altri de’proprj; che sia attorniato da nazioni [p. 300 modifica]che manchino assolutamente di questa derrata, e nel medesimo tempo che esso abbia uno stretto e facile commercio con gli altri generi di quelle. Allora l’inconveniente d’una troppo libera contrattazione può essere tanto più da temersi, quanto la derrata non sia sovrabbondante al consumo, ma precisamente proporzionala a quello. Supponiamo uno Stato che si dirami e si intersechi per mezzo gli Stati altrui, in maniera che abbia molta estensione in lunghezza e poca in larghezza. Supponiamo altresì che per una straordinaria combinazione un tale Stato, non composto in certa maniera che di queste lunghe liste di terra, sia il solo, fra le nazioni che da ogni parte lo circondano, provveduto di frumento, mentre le altre ne manchino, cosicchè siano costrette di provvedersene altrove a caro prezzo: se in questo Stato, composto per la maggior parte di confini, vi sia quell’abbondanza che non eccede la consumazione d’un numero considerabile d’abitanti, vedrà ognuno (come si pretende dalli contrarj all’assoluta libertà) che, supposta la libera perfetta contrattazione colle altre nazioni mancanti, può restare questo Stato in un momento sprovveduto e mancante del proprio grano, attesa la facilità di farlo uscire dove i confini siano lunghi ed estesi, i trasporti facili, il bisogno pressante e moltiplicato, il guadagno considerabile. Soggiungono i partigiani del regolamento che non gioverebbe il considerare, che posto che quelle tali nazioni mancanti di grano proprio esistono separatamente dallo Stato in questione, è segno che esse possono aver grano e tutte le cose d’altronde che dallo Stato di cui si parla; altrimenti o sarebbero già incorporate nello Stato stesso, o quelle nazioni non esisterebbero; nel qual caso non vi è certamente da temere l’uscita, perchè debbonsi distinguere i due differenti trasporti nel caso che qui si tratta. Il trasporto dallo Stato che si insinua fra queste nazioni è facile, in modo che in pochissimo tempo da una parte e dall’altra dei lunghi confini suoi può essere rovesciato nelle nazioni circondarie la maggior parte del grano territoriale, e in questa maniera costringere lo Stato a dividere con due milioni di persone quel grano che basta ad un solo milione. Il trasporto del grano che da altre lontane nazioni provvederebbero le [p. 301 modifica]nazioni circondarie, supposto che lo Stato del quale si tratta non volesse accordarglielo, sarebbe un trasporto più lungo, più difficile e dispendioso, e per conseguenza molto più tardo che non il trasporto dallo Stato che si dirama fra queste nazioni bisognose. Dunque in primo luogo (dicono i partigiani della limitazione), supposta la libera ed assoluta promiscua contrattazione, tutti i commerci si farebbero con questo Stato abbondante e fornito, e nissun commercio vi sarebbe cogli Stati più lontani; onde, nel caso di mancanza, non vi sarebbe compenso per il mezzo del grano trasportato dalle lontane nazioni. In secondo luogo, quando si supponga ancora questo commercio e per conseguenza il compenso alla mancanza, la compensazione arriverebbe troppo tardi; il grano non si raccoglie che una volta l’anno, e la distanza da una riproduzione all’altra è considerabile; dunque nel caso nostro non vi sarebbe proporzione tra la celerità con cui potrebbe distribuirsi in giro il grano dello Stato, colla tardanza del trasporto del grano di più remote nazioni che potrebbe supplire alla mancanza. In pratica dunque questo preteso supplemento non vi sarebbe; la libera uscita del grano non sarebbe in concorrenza coll’entrata; tutto il corso degli affari e delle mire si rivolgerebbe alla vendita vantaggiosa d’una tale derrata, frattanto che l’uscita facile e momentanea di quella non ritornerebbe in utile e in accrescimento della coltura, perchè in questo caso si suppone che la terra ne dia quanto ne può dare o prossimamente, il che ne’politici ragionamenti è lo stesso. La spesa del trasporto non è quella in tal caso che alzerebbe il prezzo del grano, per cui tornerebbe a conto ai nazionali di venderlo dentro de’proprj confini, ma la ricerca e la necessità delle vicine nazioni; mentre un tale alzamento sarebbe, è vero, tutto in vantaggio de’venditori, ma non potrebbe perciò impedire che il pane che basta a nutrire solamente un milione di persone, per esempio, non fosse costretto a dividersi fra due milioni col disagio di lutti e coll’eccessivo incarimento della derrata medesima; dai quali effetti nasce nel popolo la carestia, o per dir meglio l’opinione di quella fonte principale delle sedizioni e di tutti i disordini che ne vengono in conseguenza, sia per l’inquietudine [p. 302 modifica]tumultuosa del popolo dall’una parte, sia per la fredda avidità de’commercianti dall’altra, che li spinge a profittare de’panici timori e delle pubbliche calamità. Dunque quanto più facile sarà il trasporto nel caso d’un paese che faccia esclusivamente dalle altre nazioni circondanti il commercio, tanto maggiori possono essere gli inconvenienti dell’assoluta libertà di farlo uscire dai confini.

46. Nè giova in questa supposizione riflettere che supposta l’assoluta libertà, molti essendo li proprietarj del grano, molti i venditori e commercianti di quello, la moltiplicità di tutti costoro farà che il prezzo si mantenga sempre ad un mediocre livello, perchè l’emulazione di vendere farà in modo che gli uni a gara degli altri offrano un miglior partito della merce vendibile. Rispondo che una tale concorrenza di venditori abbassa il prezzo. Primo, finchè esiste la quantità assoluta della derrata che si vende. Secondo, a misura che questa derrata non è d’immediata consumazione e d’inesorabile necessità. Ma quando comincia a mancare (e nel caso mancherebbe con successiva e rapida celerità), scema la concorrenza dei venditori, i quali vanno aumentando le loro pretensioni accorgendosi della mancanza, ed aumentano il prezzo in vista d’un utile più sicuro. Gli uomini si riuniscono più facilmente nel medesimo scopo e nel medesimo interesse, quanto il bene che ne sperano è più sensibile e più immediato. Nel caso nostro, essendo la derrata di consumazione giornaliera e di prima necessità, la sicurezza dello spaccio incoraggisce i venditori ad aumentarne il prezzo, senza temere rifiuto dalla parte dei compratori.

Da tali ragionamenti sembrami aver dimostrato che generalmente la libertà assoluta, ossia il non sistema, è il migliore di tutti i sistemi che in materia d’annona si possano immaginare dal più raffinalo politico, e nel medesimo tempo non esservi che un caso complicato, in cui debbono verificarsi cinque rare e difficili supposizioni, il quale sia favorevole alla limitazione, e nel quale potrebbe essere più politicamente che economicamente dannosa l’assolata libertà della contrattazione de’generi; caso nel quale può essere funesta, non l’aumentazione del prezzo di quelli, ma la privazione [p. 303 modifica]istantanea e la mancanza della derrata: vedremo dunque, in questa supposizione, quali siano le modificazioni che si devono dare alla libertà del commercio di questi generi, modificazioni che debbono scostarsi il meno che sia possibile dalla libertà medesima.

47. Prima di procedere più oltre aggiungiamo ancora un’altra considerazione che può essere favorevole in parte ai partigiani della limitazione, sempre però unicamente nel caso complicato qui sopra supposto. Data la piena e totale assoluta podestà e libertà in una nazione coltivante grano, il territorio della quale si suppone stendersi ed insinuarsi in altri territorj forastieri mancanti quasi totalmente di quel genere, allora potrebbe accadere che la maggior parte delle terre fossero coltivate a grano, quando una parte di queste potrebbe ammettere varie colture di varie materie prime, che sono la base di tante arti ed il complemento di tanti e sì diversi bisogni. Credo d’avere sufficientemente accennato quel che si debba pensare generalmente intorno a ciò nel Capo antecedente; dirò qui soltanto che la piena licenza di vendere fuori della nazione tutto il frumento, nel caso che non vi sia concorrenza d’un simile prodotto, ne renderebbe nelle date circostanze talmente vantaggiosa la coltura, che s’impiegherebbero a poco a poco tutte le terre a quest’unico prodotto, e boschi e pascoli e lini ed altri generi di coltivazione svanirebbero dalla nazione. Vi sarebbe l’alimento che paga un travaglio già fatto, ma mancherebbe la materia prima che suppone un travaglio da farsi: i principj esposti nel Capo antecedente mi dispensano da un ulteriore sviluppamento di questa riflessione.

48. Quali saranno dunque nell’accennata supposizione le modificazioni più utili che si potrebbero interporre alla licenza d’un tale commercio?

Abbiamo veduto che a misura che il trasporto dal centro della medesima coltivazione alla circonferenza è più lungo e difficile, tanto meno debbano temersi gi’inconvenienti di un’assoluta libertà, la quale nell’accennata supposizione sarebbe di gran lunga più favorevole all’uscita che all’entrata. Dunque, nel caso che questo trasporto sia di sua [p. 304 modifica]natura facile e breve, si dovrà procurare di renderlo artificialmente lungo, difficile e dispendioso, perchè in questa maniera si avrà il doppio vantaggio di conservare in apparenza tutta la possibile libertà, che animando gli uomini alla fatica e all’industria del commercio si mantiene alacre e vigorosa, e nel medesimo tempo di frenare l’interesse personale tra quei limiti ne’quali divenga una forza combinata con il bene pubblico, non una contraria e distruttiva di quello. Si rende artificialmente dispendioso un trasporto, di sua natura facile e spedito, col mezzo delle gabelle che si pongono ai confini. La spesa della gabella equivale alla spesa d’un trasporto più lungo, spesa che non è in vantaggio nè del venditore, nè del compratore, e che per conseguenza ancorchè sia pagata dal secondo (il che non sempre si verifica, perchè li compratori forastieri comprano alla concorrenza generale di tutti i mercati, non al prezzo stabilito al mercato d’una nazione in particolare), non diventa però giammai un utile per il primo; anzi la spesa di questo trasporto medesimo consiglia al venditore di risparmiarlo e vendere ai nazionali piuttosto che ai forastieri, perchè nel medesimo tempo potrà vendere a miglior mercato per il risparmio della spesa del trasporto, e fare un maggior guadagno; perchè risparmiando un aggravio al compratore, può dimandare per sè una porzione di questo medesimo risparmio, come già varie volte abbiamo accennato.

49. A misura che sorte una derrata dallo Stato, ella diviene sempre più scarsa, il numero de’venditori si diminuisce, quello de’compratori cresce, il prezzo dunque s’alza a poco a poco; dall’alzamento perciò del prezzo, supposta nella contrattazione assoluta e piena libertà dentro i confini, si può conoscere l’abbondanza o la scarsezza del grano. Quando dunque il valore eccede quei limiti che si credono i più giusti, acciocchè nè la derrata sia avvilita, nè l’alimento troppo difficile e costoso, onde la man d’opra riesca troppo cara in confronto degli altri paesi; quando, ripeto, il valore eccede questi limiti, allora una gabella ai confini, allunga per cosi dire, e difficulta il trasporto economicamente se non fisicamente, rende al venditore più utile la vendita nell’interno [p. 305 modifica]che al di fuori, e la derrata che tutta si avviava a sortire rigurgita all’indietro, il prezzo di nuovo abbassandosi in vantaggio delle arti e in sollievo del popolo, mentre questo ribasso non riesce dannoso realmente ai venditori e proprietarj del grano, come si dimostrerà qui appresso.

50. Dunque, in generale si potrà dire che la massima di un’assoluta libertà, quando la nazione sia posta nelle circostanze di poter profittare della concorrenza universale dei contratti non solamente de’proprj grani, ma ancora de’grani altrui, sia la vera massima economica che generalmente dovrassi adottare, perchè allora si stabilisce il vero, naturale e costante prezzo delle cose tutte; il quale appunto per essere tale, sarebbe una formale contraddizione di supporlo eccedente o dannoso a quelle medesime arti che non possono sussistere, anzi nemmeno stabilirsi e nascere senza i prodotti della terra; e i prodotti della terra non possono essere abbondantemente raccolti, se non a misura che compensano le spese e premiano chi le raccoglie. Quando poi una nazione si trovasse veramente fuori del caso di profittare dell’universale concorrenza, allora una gabella proporzionata in primo luogo al successivo accrescimento del prezzo, regolata in secondo luogo sulla distanza de’differenti trasporti de’grani che potrebbero concorrere col grano di questa nazione, sarà il miglior metodo onde regolare questo importante commercio.

51. Ora non restano che alcune modificazioni da aggiungersi, affine di rendere meno difficile la custodia relativamente alle forze interne dello Stato. Vedrà ognuno primieramente, che i confini in queste circostanze non debbono consistere solo in una semplice linea di divisione cogli Stati finitimi, ma in una fascia che da quella cominci e stendasi alquanto nell’area interna, acciocchè il tortuoso contrabbando non abbia un punto a superare, ma molti, e sia frenato dalle ripetute probabilità di soccombere. In secondo luogo, si è detto una gabella e non una proibizione assoluta, perchè saranno più frequenti le contravvenzioni e gl’inconvenienti più grandi dove siano usate le proibizioni assolute, che dove siano adoperate gabelle. Per ben intendere ciò, bisogna [p. 306 modifica]riflettere alla natura del contrabbando, il quale cresce e diminuisce per due forze diverse, l’una per quella che lo impedisce vegliando continuamente contro di esso, l’altra per la maggiore o minore spinta che hanno gli uomini a farlo.

In primo luogo v’è una differenza di circostanze fra la custodia e l’esecuzione d’un divieto assoluto, e la custodia e l’esecuzione d’una gabella proporzionata; perchè i custodi d’un assoluto divieto possono più facilmente essere corrotti dal contrabbandiere, cui, niente costando l’uscita, può tornare a conto una tal corruzione. È vero essersi talvolta usato d’interessare i custodi nell’invenzione, ma questo metodo è troppo abusivo per chi pensa allo spirito della legge e del divieto, il quale consiste a far sì che la merce non esca, non vi siano invenzioni e non vi siano patti co’custodi, onde divenga un oggetto di rendita e di privativa ciò che è un oggetto di sicurezza e di precauzione. Per lo contrario, supposta una gabella regolata sui veri principj da noi accennati, o i custodi defraudano col contrabbandiere la gabella, e questi è soggetto sempre ad un aggravio che può divenir maggiore della gabella medesima, la quale però sortirà il medesimo effetto riguardo alla remora che si vuol frapporre all’uscita; o senza i custodi cerca egli di defraudare la gabella, e dico allora che egli avrà meno motivi di farlo, di quello che sotto un assoluto divieto: il rischio di chi contravviene al divieto della gabella è la perdita della merce defraudata, o ancora qualche altro valor maggiore. Vi è dunque una porzione tra questa pena e la gabella; il rischio del contrabbandiere vale dunque un determinato valore, il suo guadagno vale il risparmio della gabella. Ma quando vi sia un divieto assoluto, il suo rischio vale il valore della merce, e il suo guadagno vale la differenza tra il valore della merce medesima venduta al di dentro, ed il valore di quella venduta al di fuori. Questa differenza, dove vi sono divieti assoluti, è sempre grande a misura dell’abbondanza interiore che avvilisce il prezzo della ricerca esterna; perciò il guadagno del contrabbandiere proporzionale a questa differenza, quando gli riesca il contrabbando, sarà maggiore; vi saranno [p. 307 modifica]dunque maggiori motivi producenti il contrabbando contro i divieti, che contro le gabelle.

52. Un’altra considerazione, per la quale è preferibile la gabella ai divieti assoluti, si è che coll’introduzione di questi divieti si unisce essenzialmente la necessità di concedere licenze particolari d’uscita.

Quale è in questo caso ordinario l’effetto della proibizione, supposto l’arbitrio di concedere licenze, o come si dice le tratte? Il primo è l’avvilimento del prezzo nel tempo della raccolta; vale a dire, che il prezzo dei generi in quel tempo sarà al disotto del naturale suo livello: in tal caso vi saranno alcuni che avranno l’avvedutezza e la facilità, in grazia del poco valore e della concorrenza forzata de’venditori, di ammucchiarne una gran quantità. Quelli che saranno ricchi di questa merce d’esito sicuro e ricercata al di fuori, troveranno certamente non so quali, ma infallibili modi di ottener le licenze. Le circostanze di molti Stati, le convenzioni fra i principi ed altre considerazioni esigono queste licenze; colla licenza di cento, non è difficile che passino mille; e in pro di chi passano questi mille? Non certo in vantaggio de’venditori, i quali hanno venduto a basso prezzo, ma in vantaggio degl’incettatori, i quali lo vendono ad alto prezzo. Egli è facile di vedere che l’alto prezzo del grano venduto da’venditori primi, ossia da’proprietarj e coltivatori, è utile tanto all’agricoltura che alle arti, per la maggior somma di salarj che distribuisce, la quale eccede il danno che potrebbe nascere dall’accrescimento del valore della mano d’opera; ma l’istesso alto prezzo del grano venduto dagli incettatori diviene dannoso all’agricoltura, perchè non ritorna sulla terra una parte della ricchezza e del valore del grano; è dannoso alle arti, perchè questi incettatori quanto si arricchiscono, altrettanto sono pochi di numero, e le maggiori spese che essi possono fare col guadagno della loro rivendita, non eccederanno proporzionalmente il torto fatto alle arti in grazia dell’accrescimento del valore della man d’opera.

53. Dunque pare che il metodo delle tratte arbitrarie, o comprate o gratuite, incoraggisca i tanto temuti monopolj, i [p. 308 modifica]quali nascono sempre nel caso in cui si prevegga dall’avveduto negoziante un salto, o almeno un veloce passaggio dal basso all’ alto valore d’una merce qualunque.

54. Ma la gabella non è il solo mezzo con cui si sia pensato di prevenire la soverchia uscita della derrata di prima necessità; tre altri metodi ci restano da considerare, i primi due de’quali sono combinabili colla gabella, cioè i pubblici mercati e le gratificazioni; il terzo metodo poi è quello de’pubblici magazzeni, quanto ovvio, altrettanto pericoloso.

55. I mercati sono i luoghi di ritrovo e di concorso dei compratori e dei venditori, nei quali molti cercano di vendere una data merce, molti cercano di comprarla. Quando questi mercati sono frequenti in un paese, gli uni servono di norma agli altri nel fissare il prezzo delle cose; in questi adunque, per la reciproca concorrenza universale e sensibile de’venditori e de’compratori, si stabilisce il prezzo il più giusto ed il più utile delle merci, cioè nè troppo infimo nè troppo alto. La concorrenza di molti che attualmente comprano e vendono sotto la tutela e la guardia della reciproca emulazione, una tale concorrenza divisa e sparsa su molti luoghi, e questi luoghi scelti e adattati alle comode riduzioni degli abitatori, fanno si, che i monopolj siano prevenuti, che la facilità di perdere gli avventori impedisca le frodi, in somma che l’affluenza di molti interessi opposti, incrocicchiandosi tra di loro, impedisca il soverchio accumulamento in poche mani d’un genere, nelle quali, imperioso, si farebbe de’bisogni altrui una privativa ricchezza.

56. Il metodo dunque dei mercati, ove si facciano i commerci dei grani, sarebbe utilissimo a fissare e a ritrovare il naturale prezzo dei grani medesimi; e ciò principalmente in que’paesi, ne’quali, da tempo immemorabile essendosi perdute di vista le tracce infallibili della libertà del commercio, i prezzi delle cose si trovano sviati dalle naturali loro direzioni, e dalle mani della proprietà sono passati sotto quelle delle privative e franchigie. I mercati adunque servirebbero ad accostumare le nazioni alla libertà medesima, ad assicurare per lungo tempo le inquietudini d’un popolo assuefatto a temere le carestie, perchè senza che egli se ne accorgesse erano [p. 309 modifica]prodotte da’quei mezzi che si adoperavano per altro colla più retta intenzione a prevenirle.

57. Due leggi si sono usate presso varie nazioni, allorchè si è creduto da quelle di dover far uso de’mercati per l’approvvigionamento sicuro delle provincie. La prima è quella di obbligare i proprietarj delle terre posseditori de’grani di portare su i mercati una data porzione del loro raccolto: ma perchè questa non sia una violenza che distrugga la raccolta medesima, perchè questa obbigazione non sia gravosa troppo a chi vi fosse soggetto, è necessario che codesti mercati siano a portata di tutti i diversi proprietarj, e perciò frequenti e ben distribuiti. Altra legge più semplice è quella che rendesse invalido ed illegale ogni contratto di grano non fatto su tali mercati, o veramente esentuare i detti contratti fatti su i medesimi da una gabella qualunque posta sui contratti fatti fuori di essi, mentre la perdita del grano è la pena annessa alla contravvenzione di queste leggi, per l’esatta osservanza delle quali sono necessarie le notificazioni; il che dovrebbe esser eseguito gratuitamente per mezzo de’pubblici sensali, che a tal notificazione fossero tenuti. Ma queste leggi limitative della libertà de’contratti, che l’uso della proprtetà ristringono e modificano, perchè siano osservate senza avvilimento della coltura e dell’industria, perchè la frode non entri di soppiatto a rendere frustranei gli effetti della legge, è necessario che codesti mercati siano dalla pubblica autorità protetti e sostenuti: che privilegi e franchigie ottengano a preferenza di tutti gli altri luoghi: che magazzeni vi siano di deposito aperti e comunicabili ai venditori: che la più inviolabile sicurezza, che la più grande facilità per la conservazione inviti ed incoraggisca i venditori del grano. I privilegi sono sempre dannosi, quando sono concessi ad alcuni esclusivamente, a preferenza di tutti gli altri; ma possono essere altrettanto utili quando siano concessi non alle persone direttamente, ma alle azioni conformi al pubblico bene, in modo che a chiunque sia aperto l’adito del godimento del privilegio, perchè sia in suo potere di fare quell’azione a cui quello va annesso. Non v’è pericolo certamente che vi siano monopolj dove sono molti pubblici mercati. [p. 310 modifica]La frequenza e la buona distribuzione di quelli, la contemporaneità di molte e diverse vendite e compre prevengono e disturbano le più fine speculazioni dei monopolisti. Ma non ostante queste utilità de’mercati, potrà ognuno vedere in quanto imbarazzo di leggi, per quanta tortuosità di cautele deve passar quella nazione, la quale dalle circostanze sia costretta a scostarsi anche un minimo che dall’assoluta libertà! Questa riflessione dunque ci deve insegnare quanto sia necessario di prima esaminare in ciascheduna nazione in particolare colla maggiore accuratezza, e di verificare col più disinteressato scrupolo tutte le circostanze che potrebbero consigliare la restrizione della libertà, e far credere che la nazione sia veramente nel caso d’essere esclusa dalla concorrenza universale di un genere, con profusione coltivato in tutte le provincie quasi d’Europa.

58. Supposto dunque lo stabilimento di questi mercati, egli è chiaro che si potrebbe conoscere dallo stato de’prezzi attuali massimamente paragonati co’prezzi de’grani esteri, se la nazione sia nel caso di godere le franchigie dell’assoluta libertà, o veramente di dovere prestarsi a qualche limitazione; allora una gabella proporzionata alla differenza più o meno grande de’prezzi forastieri o de’prezzi nazionali, cosicchè col favore di quella, questi prezzi si adequino o piuttosto si compensino, dedottane la considerazione de’trasporti, la detta gabella sarà la legge la meno dannosa all’agricoltura, quantunque però in qualche parte la debba essere.

59. Su questi medesimi principj sono state da varie nazioni introdotte le gratificazioni. Abbiamo detto, che i dazj e le gabelle sono remore e difficoltà contro le vendite delle merci, quando queste vendite siano dannose alle nazioni. Le gratificazioni sono per lo contrario incoraggimenti e stimoli, acciocchè seguano i commerci utili e proficui allo Stato. Le gabelle sono pagamenti del commerciante al sovrano ed allo Stato, quando egli faccia un tale e tale commercio, che riesce meno utile; le gratificazioni sono pagamenti del sovrano e dello Stato a chi fa tali e tali altri commerci considerati come utili alla nazione. Le gabelle sono allungamenti e difficoltà di trasporti; le gratificazioni, accorciamenti e facilità [p. 311 modifica]de’medesimi. Sono dunque le gratificazioni per rapporto alle gabelle quello che nell’aritmetica sono le quantità negative rapporto alle positive. Servono a facilitare l’estrazione di un prodotto per noi sovrabbondante; servono a ricompensare il torto che si fa al commercio per la difficoltà de’trasporti; servono a richiamare nell’area interiore di uno Stato una merce necessaria. Cosi, di alcuni generi, di cui si voglia ritardare o diminuire l’uscita, ed accrescere ed incoraggire l’entrata, s’imporrà la gabella all’uscita e la gratificazione all’ entrata, in modo che il prodotto della prima serva ad introdurre il fondo per l’altra. Parimenti può essere utile d’imporre la gabella all’entrata e la gratificazione all’uscita, allorchè siavi bisogno d’introdurre una coltura d’un genere del quale il paese manchi, e nel medesimo tempo ne sia suscettibile. Cosi gl’Inglesi nel loro famoso Atto di navigazione imposero la gabella all’entrata del grano e la gratificazione all’uscita, in quel tempo appunto che il territorio non somministrava grano sufficiente alla consumazione ed andava per la massima parte incolto; perchè allora tutti i coltivatori a gara si affaticarono per seminare e raccogliere una derrata così preziosa. Ma quando il territorio non manchi di ciò che è necessario alla consumazione degli abitanti, un tale metodo non farebbe che privare la nazione medesima de’vantaggi della generale concorrenza.

60. Il terzo metodo da molti proposto è quello de’pubblici magazzeni, cioè d’una pubblica custodia de’grani dei particolari, o piuttosto d’una provvista che facciano i corpi pubblici e le comunità del grano necessario al tempo della raccolta, avanti che si permetta l’estrazione, per rivenderlo ad un discreto prezzo al popolo. Il primo metodo de’magazzeni pubblici, come abbiamo veduto, può essere utile quando non sia che un semplice e libero deposito, che non impedisca la libertà della contrattazione e lasci totalmente libera la vendita ed il prezzo di quella. Ma gli inconvenienti del secondo metodo, vale a dire delle provviste pubbliche, appariranno considerabili a chi riflette che il grano che si compra dal pubblico induce a rinchiudere quello che avanza ai particolari, perché lo smaltimento di quello incarisce il [p. 312 modifica]prezzo di questo; a chi considera che colle pubbliche provviste si toglie la concorrenza dei compratori nazionali co’compratori forastieri; ed il grano de’particolari non potendo essere venduto nella provincia al di là del prezzo fissato dal pubblico approvvisionamento, la derrata resta avvilita, e i compratori forastieri potranno comprarla a più basso prezzo di quello che lo avrebbono, se avessero in concorrenza i compratori nazionali. Si consideri inoltre che gli amministratori e custodi di tali magazzeni hanno mezzi e facilità di fare commerci esclusivi e privativi di grano; che la rivendita al popolo del grano per pubblico conto provvisto, acciocchè non sia un aggravio del pubblico, e siano compensate le considerabili spese di edifizj, custodi, mobili, amministratori, scrittori, contro-scrittori, e di tutto il voluminoso apparato che accompagna quasi sempre la provvidenza pubblica, suppone la privativa della panizzazione presso alcuni pochi, onde il basso prezzo della vendila sia compensato dal guadagno ristretto in poche mani; e che l’amministrazione di tali magazzeni è sempre languida e pericolosa, trattandosi di un genere soggetto a mille rischi quando non sia confidata all’interesse personale del proprietario.

Non si è ancora trovato un metodo abbastanza semplice e poco dispendioso per garantire dagli assalti del tempo, dalla corruzione della polvere e dagli insetti una grossa quantità di grano insieme accumulata; e tale scoperta sarebbe essenziale quando si volessero introdurre i pubblici magazzeni. Noi dobbiamo la più gran riconoscenza al signor Duhamel, filosofo francese, il quale ha trattato più felicemente d’ogni altro, se non abbastanza semplicemente quanto era necessario per l’uso universale, intorno alla conservazione de’grani; ma egli vi ha travagliato per insegnare ai particolari a custodire il proprio, non per consigliare il pubblico al pericoloso metodo de’magazzeni.

61. Dalle passate considerazioni che ci pongono sott’occhio quali sieno i particolari mezzi progettati, onde render facile, sicura ed abbondante la circolazione de’grani, ne segue facilmente come debba esser regolata la panizzazione, per la quale tanti complicati regolamenti si sono visti nelle [p. 313 modifica]nazioni, onde in apparenza si calmava l’inquietudine del popolo, e gli si forniva un pane giornaliero e sufficiente, ma diminuito e smunto da insensibili ed occulti tributi che non ridondavano nè in vantaggio del Sovrano, nè in quello dello Stato, e certamente del pari dannosi ai venditori e proprietarj dei prodotti, come ai compratori del pane. La complicatezza de’regolamenti apre l’adito all’arbitrio, perchè esige continue operazioni intorno a quelli, e moltiplica gli amministratori che pesano tutti coll’interesse privato sul pubblico bene, mentre le private mire grandeggiano nell’immaginazione ed offuscano la languida idea dell’utile universale.

62. Nelle sovra accennate supposizioni, sia dove possa sicuramente regnare la felice assoluta libertà, sia dove sian credute necessarie le anzidette limitazioni, fissati gli esposti regolamenti semplici e generali tratti dalla natura medesima delle cose, credo che miglior legge intorno alla panizzazione non vi sia di questa: faccia pane chi vuole e sia punita la frode.

Un numero di persone privilegiate esclusivamente a far pane diviene arbitro del grano che serve all’interiore consumo; quanto è più piccolo questo numero, tanto è più facile l’unione ed il concerto. Allora gli uomini agiscono d’accordo, quando l’utile comune della compagnia, diviso sul numero de’compagni, si ripartisce in porzioni considerabili per ciascuno; per lo contrario, gli uomini agiscono isolatamente ed a gara gli uni degli altri, quando è piccola la tangente dell’utile comune. Dove sono persone privilegiate all’esclusiva panizzazione, ivi si stabiliranno due classi di compratori di grano, cioè i panattieri privilegiati e gli ammassatori per venderlo al di fuori. Nel tempo delle raccolte il numero de’venditori del grano è grande, piccolo quello de’compratori. La derrata perciò è a vil prezzo, quindi si ristringe a poco poco in poche mani, ed allora avviatosi il nuovo grano sia all’uscita, sia alla panizzazione, il numero de’venditori è piccolo, e quello de’compratori grandissimo, e perciò il pane è a caro prezzo. La carezza d’un tale prezzo non è in vantaggio della classe de’proprielarj de’terreni, ma [p. 314 modifica]soltanto favorevole ad alcuni de’pochi. Non è incoraggita l’agricoltura, ma resta avvilita l’industria, divien cara la mano d’opera, ma non crescono le opere medesime.

63. In secondo luogo si punisca la frode: l’autorità pubblica deve essere tutrice del popolo, e con vigorosa fermezza penetrare e dissipare i tenebrosi raggiri dell’imperturbabile avidità di guadagno, principalmente dove si tratti di cose interessanti la sanità della moltitudine. Ma nel sistema della libera panizzazione sono assai meno da temersi le frodi, che nel sistema della circoscritta. A misura che l’utile che si può dividere in molti si ristringe in pochi, si ristringe ancora proporzionatamente l’influenza dell’autorità sopra de’medesimi, perchè i mezzi che rendono attivi e sagaci gli uomini vanno crescendo. Per lo contrario, libera essendo la panizzazione, la frode vien punita più facilmente da sè stessa, perchè il paragone di molti che non frodano e la gelosia reciproca dei concorrenti allontana i compratori dal frodatore.

Io dunque lo ripeto: faccia pane chi vuole e come vuole. Questo è il solo editto che i migliori principj di politica economica sanno suggerire. Chi lo farà piccolo e men buono, purchè non sia di malefica qualità, non lascerà di spacciarlo; e chi lo farà di qualità migliore lo spaccerà tanto più facilmente, quanto la merce è di consumo e non di durata. Gli uni a gara degli altri si metteranno al livello desiderato dalle leggi; l’interesse otterrà ciò che le più severe ordinazioni non ottengono.

64. Resta a vedersi se, lasciato a tutti l’arbitrio di panizzare, debba essere lasciata la libertà del prezzo, o la libertà del maggiore o minor peso di ciaschedun pane, o l’una e l’altra insieme. Rispondo in primo luogo, essere in vero indifferente una tale questione; in secondo luogo, che la contrattazione del pane essendo affare di giornaliera necessità, ed essendo conveniente di evitare la confusione e di fissare e render precisa nel popolo l’idea d’un contratto che deve esser spiccio e di tutte le ore, per rendergli più facile la maniera di non essere ingannato e discoprire le frodi, può non essere opportuno di lasciare a’panizzatori l’una e l’altra [p. 315 modifica]libertà, giacchè questa doppia libertà non è necessaria alla vera libertà d’un tale commercio, essendo il prezzo e il peso d’una tal merce due quantità relative. La libertà è conservata se l’una di queste è nell’arbitrio del venditore; e qual delle due si debba accordare, apparirà chiaro se si considera essere necessario in quest’assidua contrattazione di lasciare alla minuta economia ed ai casalinghi calcoli della piccola industria del popolo l’idea precisa e costante d’un prezzo fisso e determinato: potrà in conseguenza lo stabilimento del peso essere in arbitrio de’panizzatori.

65. Quando alcune circostanze particolari esigessero altrimenti, cioè che il peso ed il prezzo dovessero esser fissati ai panattieri, ciò non ostante non sarebbe una conseguenza di questa limitazione quella di togliere la legge: faccia pane chi vuole. Ogni restrizione di libertà sia in commercio, sia in qualunque altro rapporto di società, deve esser un risultato della necessità di evitare un disordine, non un effetto dello scopo di far meglio.

66. Io spero che l’importanza della materia, la moltiplicità de’progetti, la varietà delle opinioni e de’discorsi giornalieri su d’un oggetto tanto interessante mi faranno perdonare la prolissità mia e l’insistenza colla quale ho cercato di approfondirne la natura. Ora passiamo ad alcuni altri oggetti che ci restano intorno all’economia agricola d’uno Stato.