Epitalamio per le nozze di Giulia e Manlio

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latino

Gaio Valerio Catullo I secolo a.C. E 1807 Luigi Lanzi Indice:Collezione d'opuscoli scientifici e letterarj 4.djvu Poemi letteratura Epitalamio per le nozze di Giulia e Manlio Intestazione 8 agosto 2008 75% Poemi

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EPITALAMIO DI CATULLO

PER LE NOZZE DI GIULIA E MANLIO

TRADOTTE DALLO STESSO


Coro di Giovani.


Fiammeggia Espero in Ciel; sorgete omai
     Garzoni; i rai sì lungo desiati
     Egli ha levati al fin su l’Emispero:
     Or sì nel vero in piè tempo è levarsi;
     E dilungarsi dalle opime mense
     Or or conviense; come vien la bella
     Sposa novella, e ad Imeneo dir lde;
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.

Coro di Vergini.


     Vedete de’ garzon l’emulo coro?
     Incontro a loro, verginelle, andate:
     Certo levate ha le sue fiamme d’Eta
     Fuore il pianeta, che di notte è duce.
     Ecco sua luce: or che più starne in forse?
     Ve’ come sorse quel drappello a fretta?
     Sorge, s’affretta, e non per nulla: in versi
     Degni a vedersi scioglieranno il canto.
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
I Giov. Dura palma, o compagni, è a noi proposta:
     Or la composta sua canzon membrando,
     E rintracciando van le verginelle;
     Nè in van son elle sì pensose, e intente.
     Versi hanno a mente assai di viver degni:
     Noi nostr’ingegni, e nostri sensi ’ntanto
     Volti dal canto ad altr’oggetti avemo:

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     Vinti saremo adunque, e non a torto.
     Provido, e scorto cuor vittoria vuole;
     Nè spirar suole agl’infingardi, e lenti:
     Dunque le menti divagate, e sciolte
     Da voi raccolte sieno almeno a sera:
     L’opposta schiera omai prende a cantare,
     E ripigliare noi devremo il canto:
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
Le Verg. Espero, e qual di te stella più dira
     Si volve, e gira per l’eteree chiostre?
     Tu dalle nostre madri, e da’ lor seni
     A svellar vieni (ohimè!) la prole amata,
     Ch’indi spiccata mai non si saria.
     Tu stella ria doni a’ consorti suoi,
     (E fare il puoi!) le vergini pudiche.
     Squadre nimiche in città presa a forza
     Potrian lor forza usar più feramente?
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
I Giov. Espero, e qual di te più lieta luce
     Ruota, e riluce ne’ stellati chiostri?
     Se i patti nostri, ad ogni maritaggio
     Il tuo bel raggio stabilisce, e ferma.
     Quello rafferma ogni novel marito
     Ch’an stabilito i genitori in prima;
     Nè questi prima, che il tuo lume sorga
     Fan che si porga compimento all’opra.
     Qual’ora, sopra questa, alma e gradita
     L’umana vita in dono ha degli Dei?
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
Le Verg. Una di noi, compagne, si rapio
     Espero; e rio non sei, non sei rapace?
     Sonno nè pace, da che spunti a sera,
     Non ha la schiera de’ custodi armati:
     E pur celati per le vie sen vanno
     A comun danno i ladri in le fosch’ore

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     Col tuo favore: indi all’aprir del giorno,
     Quando ritorno fai, cangiato il nome,
     Espero, come pria gli giugni in fallo.
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
I Giov. Sì ben; vonno con querule parole
     Biasimarti, e fole a noi vender costoro:
     Ma se in cor loro desiasser, quanto
     Biasiman nel canto il tuo venir; che fora?
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
Le Verg. Qual fra chiuso giardin se spunta un fiore
     Dal verde fuore in solitaria terra;
     Cui non atterra vomero, nè ’l fiede
     Anzi nol vede pur avida greggia;
     Mentre il vezzeggia aura cortese, e molce,
     Mentre di dolce umor lo nutre il Cielo,
     E nello stelo suo l’assoda il sole;
     Allora e’ suole a più d’un giovinetto
     Essere accetto, e a più d’una donzella:
     Ma poi che bella vergin mano il colse,
     E sì gli tolse la natia bellezza;
     Di lui vaghezza più non punge il petto,
     Nè a giovinetto, nè a donzella unquanco:
     Tale pur anco infin che intatta, e pura
     La vergin dura, alle sue genti è grata:
     Ma dispogliata poi di si bel fregio
     L’hanno in dispregio, e giovani, e donzelle.
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.
I Giov. Qual se vedova vite in campo aperto
     Nasce a scoverto, il capo alto non leva,
     Nè d’uve allieva mai grappo soave,
     Ma per lo grave pondo in giù curvando,
     E ripiegando il tronco suo crescente
     Vicinamente la superna cima
     De’ tralci all’ima sua radice abbassa:

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     Tale i dì passa; nè colono, o toro
     Cura o lavoro mai vi spende intorno;
     Ma poi, se un giorno ad olmo si marite
     La stessa vite; assai coloni, e tori
     Spendon lavori, e cure intorno a lei:
          Così colei, che ancor di nozze è sciolta,
     Sola, ed incolta invecchiasi, e negletta:
     Ma a tempo stretta in giogo maritale
     A sposo uguale a lei d’anni, e di sorte,
     Via più al consorte allor aggrada, e piace;
     Meno il tenace genitor l’aborre.
          Nè voi d’opporre vostri sensi, e voglie,
     Novella moglie, a tal marito osate.
     Questo non fate: che non è ragione
     Aver tenzone con chi dievv’il padre;
     Egli, e la madre; a’ quai sforza il dovere
     Di soggiacere con voler sommesso:
     E quello stesso fior che’n voi risiede,
     Erra chi ’l crede vostro, altro che in parte.
     Ambo ci han parte i Genitor: la madre
     A un terzo, il padre a un terzo ha il suo diritto,
     Come prescritto è da natura: a voi
     Solo di poi l’estremo terzo avanza.
     Troppa baldanza fora opporsi a due,
     Che queste sue ragion, con esso l’oro
     Dotale, al loro genero han cedute.
     O Imeneo Imen, vienne Imeneo.