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Ercole (Euripide)/Primo episodio

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Euripide - Ercole (423 a.C./420 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Primo episodio
Parodo Primo stasimo
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coro
Ora ecco, presso a queste case io vedo
farsi Lico, il signor di questa terra.
Si avanza Lico.
lico
Interrogarvi, o padre e sposa d’Ercole,
voglio, se pure m’è lecito, e lecito
m’è, poiché son vostro signore, chiedervi
quello ch’io bramo. Quanto a lungo ancora
la vostra vita prolungar credete,
e che speranza avete, e che sostegno
contro la morte? Confidate forse
che dall’Ade tornar possa di questi
fanciulli il padre spento? Oltre ogni limite
esagerate la sciagura vostra,
tu per l’Ellade tutta i fatui vanti
spargendo, che con Giove e figlio e talamo
comuni avesti, e tu che proclamata
fosti consorte al piú prode fra gli uomini.
Ma che cosa di grande Ercole, il tuo

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sposo, ha compiuto? Sterminò, die’ morte
a un serpente palustre, e a quella belva
nemèa, che prese al laccio, e disse poi
che fra la stretta delle braccia sue
soffocata l’aveva. E tali sono
le ragion’ vostre? E a morte esser sottratti
dovrebbero per esse i figli d’Ercole,
che, privo affatto di coraggio, fama
lucrò, lottando con le fiere, e niuna
prodezza ebbe nel resto al braccio manco,
mai lo scudo non resse, e mai non mosse
contro le lancie, ma brandiva l’arco,
l’arma d’ogni altra piú codarda; e pronto
era sempre alla fuga. E non è l’arco
prova al valor d’un guerrier, ma quando
resta a pie’ fermo, e i solchi fissa intrepido
irti di lancie dei nemici, saldo
nella sua fila. E questa mia non è
efferatezza, ma prudenza, o vecchio.
Io so che il padre di costei, Creonte
uccisi, e il soglio or n’occupo. Se crescono
questi fanciulli, io vivo avrò lasciato
chi dell’opere mie trarrà vendetta.
anfitrione
Giove, per quanto spetta a lui, difenda
di Giove il figlio; ma provare io voglio
che stoltezza è la sua, parlando come,
Ercole, di te parla; e che la fama
tua sia macchiata, io tollerar non posso.
E prima, allontanar voglio l’accusa
sacrilega da te; ché sacrilegio,

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Ercole, fu chiamarti vile; e invoco
testimonî gli Dei, lo chiedo al folgore
di Giove, alla quadriga, ove egli asceso,
ai Giganti nel fianco i dardi alati
infisse, ai figli della terra, e fulgida
vittoria fra gli Dei ne celebrò.
Al monte Folo poi récati, chiedi
dei Centauri alla stirpe, alla quadrupede
lor tracotanza, o pessimo fra i re,
se prode sovra tutti altr’uomo estimino
tranne che il figlio mio, ch’è, dici tu,
solo apparenza: al Dirfi1 chiedi, dove
fra gli Abanti crescesti, e non ne avrai
lode; ché non c’è luogo dove tu
qualche prodezza abbia compiuta, e possa
testimonianza dalla patria averne.
L’arma ch’ei tratta, l’arco, tu poi biasimi;
e l’arco è un gran trovato. Odi, ed apprendi
da me. Dell’armi sue schiavo è l’oplita,
e se prodi non son quanti schierati
sono con lui, per la viltà di quelli
che gli son presso, ei stesso muore. E se
la sua lancia si spezza, ei non ha schermo
contro la morte piú; ché sola aveva
quella difesa. Quanti esperta invece
hanno la mano a trattar l’arco, questo
vantaggio hanno, che mille e mille dardi
lanciando, gli altri dalla morte salvano,
e, stando lungi, e con saette cieche
trafiggendo i veggenti, a bada tengono
le schiere ostili, e i corpi non espongono
agli avversarî, e senza esporsi ai colpi,
stanno al sicuro; ed è questa in battaglia

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la massima scaltrezza, i tuoi nemici
danneggiare, e salvar la tua persona,
senza dipender da Fortuna. Tali
son gli argomenti che a pensar m’inducono
il contrario da te su tal soggetto.
Questi fanciulli poi tu brami uccidere.
Ma che t’han fatto? In questo punto solo
mi sembri accorto, che dei forti i figli
temi, tu che sei vil. Ma iniquo è certo,
se noi morremo per la tua viltà,
quando per nostra man, ché siam piú prodi,
tu dovresti cader, se giusto fosse
per noi di Giove il cuore. Or, poiché reggere
lo scettro vuoi di questa terra, lascia
che noi fuggiaschi ne partiamo, e aborri
da vïolenza, se non vuoi tu stesso
vïolenza patir, quel dí che avversa
spiri contro di te l’aura del Nume.
Ahi, ahi! Terra di Cadmo, adesso, volgere
debbo anche a te la tua parte d’ingiurie:
questo soccorso ad Ercole tu porgi,
ed ai suoi figli? Contro i Minî tutti
venuto a pugna, ei fece sí che libero
alto levar poteste il capo. E lode
all’Ellade non dò, né so tacere
quando la trovo tanto ingrata verso
il figliuol mio, mentre dovrebbe accorrere,
e fuoco e lancie a questi suoi rampolli
recare, ed armi, a compensare, o figlio
le tue fatiche, onde purgasti il mare
e la terra dai mostri. E invece, o figli,
né Tebe a noi soccorso dà, né l’Ellade;
e a me gli occhi volgete, amico debole

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troppo, che nulla ho piú, tranne la voce,
poiché vanita è la mia forza antica,
e son le membra per vecchiaia tremule,
spenta è la forza. Se ancor fossi giovine,
e signor delle mie forze, la lancia
impugnerei, cospergerei di sangue
le bionde chiome di costui, sicché
volgere a fuga oltre i confini atlantici
dovesse, per timor della mia cuspide.
coro
Vero non è che buone mosse al dire,
pur se tardi a parlare, i prodi trovano?
lico
Parla, tu, contro me parole accumula:
a fatti il male io renderti saprò.
Presto, a le valli d’Elicona alcuni
muovano, ed altri a quelle del Parnaso,
e ai boscaiuoli ordine dian che taglino
ceppi di quercia; e poi che alla città
saranno addotti, fatene catasta
dintorno all’ara, appiccatevi il fuoco,
e tutti insieme i loro corpi v’ardano;
e imparino cosí che in questa terra
non regna il morto, e ch’io ne son signore.
O vecchi, e voi che v’opponete ai miei
divisamenti, non per la progenie
d’Ercole sol, ma per la casa vostra
dovrete lagrimar, quando sovr’essa

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piomberà la sciagura, a ricordarvi
che voi siete miei servi, io vostro re.
coro
O figli della terra, o germogliati
dalle zanne onde Marte un dí vuotò
la mascella del drago, or, ché lo scettro,
fulcro alla destra, non levate, ché
non percotete l’empio capo a sangue
di costui, che non è Cadmèo, che giunse
di fuori via, che tristo è piú d’ogni altro,
e ai giovani comanda? Oh, ma ben poco
t’allegrerà tiranneggiarmi, e tuo
non sarà ciò ch’io guadagnai con molta
fatica del mio braccio e assai travaglio.
Vattene donde sei venuto, e lí
insolentisci. Ma sin ch’io son vivo,
tu non ucciderai d’Ercole i figli:
l’eroe che li lasciò, non è nascosto
tanto profondo, no, sotto la terra.
Ché tu, ch’ài la città tratta a rovina,
or la governi; ed egli che ne fu
benefattore, di compenso è privo.
Ed io, se aiuto ai miei defunti amici,
quando bisogno han piú d’amici, arreco,
faccendiere sarò? Deh, quanto brami
stringer la lancia, o mia mano; e distrutta
la brama va, per l’impotenza; o ch’io
t’avrei costretto a non chiamarmi schiavo,
e glorïosa vita in questa Tebe
dove tu godi, condurrei: ché male

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s’avvisa una città, se la funestano
discordia e mal consiglio; e se no, mai
Tebe t’avrebbe suo signore eletto.
megara
Vecchi, v’approvo. Devono gli amici
di giusto sdegno per gli amici accendersi;
ma non sia che per noi contro il tiranno
saliti in ira, incorrere dobbiate
in qualche danno. Il mio parere ascolta,
Anfitrïone, se ti par che valga.
I figli io prediligo. E potrei forse
non amar quelli a cui la vita diedi,
per cui soffersi? E cosa orrenda credo
che sia la morte; eppure, chi resistere
vuole al destino, vile uomo lo reputo.
Morire è d’uopo; ma morir distrutti
dal fuoco non conviene, ed argomento
esser di riso pei nemici, ch’è
male, per me, peggiore della morte.
Obblighi grandi impone a noi la mia
progenie illustre: a te vieta morire
di vil morte la tua gloria guerresca.
E non vorrebbe — non occorre addurre
prove — l’illustre sposo mio che salvi
fossero i figli, e la lor fama trista.
Per le vergogne dei lor figli, soffrono
i generosi; e dello sposo mio
repudiar l’esempio non m’è lecito.
Ascolta poi quello ch’io penso circa
le tue speranze. Il tuo figliuolo, credi

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che dall’Ade risalga? E qual degli uomini
dall’Ade mai fece ritorno? O speri
con le parole intenerire il cuore
di Lico? Oh non sarà! Fuggir conviene
il nemico villano, e compiacente
esser solo a chi sa, solo ai gentili.
Se t’appelli al pudore, agevolmente
con essi puoi venire a patti. Or ora
l’idea venuta m’era che chiedessimo
per questi figli il bando; e poi, pensai
quanta miseria è aver salvezza a prezzo
d’amara povertà: ché un sol dí l’ospite
fa, dicono, buon viso all’amico esule.
Con noi la morte, che t’aspetta senza
riparo, affronta. Io ti richiamo all’indole
tua generosa, o vecchio. Ardire ha certo
l’uom che i decreti dei Celesti avversa;
ma quell’ardire è folle, e mai sarà
che non avvenga quanto avvenir deve.
coro
Se quando vigoroso era il mio braccio
t’avesse alcuno offeso, io di leggeri
l’avrei fatto cessar. Ma nulla or sono,
ed oramai da te provveder devi
a schivar la sciagura, Anfitrïone.
anfitrione
Non codardia, non troppo amor di vita
fa che la morte io schivi: io salvi solo

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i fanciulli vorrei. Ma par ch’io brami
l’impossibile. E dunque, ecco, alla spada
questa mia gola porgo, ché mi sgozzino
mi uccidan, da una roccia giú m’avventino.
Solo una grazia accordaci, o signore,
te ne preghiamo: uccidi me con questa
misera, prima dei fanciulli, sí
che non dobbiam vederli, empio spettacolo,
morire ed invocar la madre e il padre
del padre; e fa’ ciò che tu vuoi, del resto:
ché schermo non abbiam contro la morte.
megara
Ed io ti prego che alla grazia aggiungi
anche una grazia. I figli miei concedi
che adorni io renda con le vesti funebri.
Fa’ che le porte s’aprano, che adesso
per noi son chiuse; e questa parte almeno
del retaggio paterno abbiano i figli.
lico
E sia cosí. Le porte aprite, o servi. —
Entrate pur, fatevi adorni: invidia
non porto ai vostri pepli; e allor che cinti
alle membra li abbiate, io tornerò
per inviarvi ai regni sotterranei.

Esce.

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megara
O figli, entrate con la madre misera
nella casa paterna. Altri or ne invade
le sostanze; ma il nome ancora è nostro.
Entra coi figli.
anfitrione
Invano dunque, o Giove, fu, che al talamo
mio t’avessi compagno, invan partecipe
ti chiamai di mio figlio: amico meno
che non pensassi m’eri tu. Mortale
io sono; eppur la mia virtú piú grande
è della tua, possente Nume: i figli
d’Ercole io non tradisco. Invece tu
furtivamente intruderti sapesti
nel letto altrui, la donna altrui rubare,
senza diritto averne alcuno; e salvi
far gli amici non sai. Privo tu sei
d’ogni saggezza, o ingiusto, o Nume, sei.


Note

  1. [p. 301 modifica]Dirfi, monte dell’isola Eubea.