Firenze vecchia

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Giuseppe Conti 1899 F Indice:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu storia/Firenze Firenze vecchia Intestazione 2 febbraio 2018 50% storia

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diritti di proprietà letteraria, artistica

e di traduzione riservati




28-98. — FIRENZE, Tipografia di S. Landi, dirett. dell'Arte della Stampa.

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AL MARCHESE

PIETRO TORRIGIANI

SENATORE DEL REGNO

SINDACO DI FIRENZE

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IL PERCHÈ DI QUESTO LIBRO




Mi è avvenuto più volte, come sarà certamente avvenuto a molti altri, di sentir raccontare dai nostri vecchi la storia, gli aneddoti e le costumanze dei passati tempi, con tale freschezza di memoria, con tale vivacità di colorito, con tale semplicità di frase, che m’invogliai di ricercare e raccogliere, per poi pubblicarlo, tutto quanto si riferiva alla prima metà di questo secolo, che è la più caratteristica e la più tipica.

In questa mia idea fui confermato sempre più anche dal fatto, che mentre era tuttora sulla bocca e nella mente dei pochi vecchi rimasti, fra i quali ho la fortuna di annoverare mio padre, che di tante cose si rammentano, e tante persone ricordano, e tanti avvenimenti e usi e costumi hanno presenti, diffìcile è, anzi quasi impossibile con tanta copia di giornali e di gazzette, di averne la traccia scritta o stampata. E più facile trovare documenti, diari e narrazioni autentiche e fedeli dei fatti avvenuti cinque o sei secoli addietro, che dell’età presente. Ed è naturale. Quando non c’eran giornali, gli antichi erano ambiziosi di registrare giorno per giorno i fatti più importanti e perfino gli avvenimenti di famiglia, il racconto dei quali hanno tramandato ai tardi [p. 12 modifica] nepoti, e che hanno formato poi i preziosi diari e le storie nelle quali tutti hanno frugato ed hanno pescato. Dacché cominciò a generalizzarsi l’uso dei giornali, nessuno si diede più la briga di scriver nulla: ed ecco perchè, di molte cose curiose, intime e caratteristiche, se ne è perduta quasi la traccia.

Perciò, il prender ricordo e descrivere quelle che si riferiscono agli usi, ai costumi, alle tradizioni, ai luoghi ed alle persone di un’epoca che par già tanto lontana, mi è sembrata cosa utile. Ma a renderla ancora più interessante, ho voluto corredarla di illustrazioni che rappresentano, nella massima parte, tutto ciò che da molti anni è stato demolito in Firenze per abbellirla o ingrandirla, e di cui non si ha un ricordo, né una completa raccolta; ho riprodotto altresì scene di costumi e feste cadute in disuso.

E perchè il quadro fosse completo, ho creduto non affatto ozioso di delineare il fondo storico del periodo nel quale tanti fatti si svolsero, tante abitudini si contrassero, e tante altre vennero abbandonate, e di riassumerne da’ più antichi tempi la narrazione. Senza dipingere l’ambiente, non si comprenderebbe il perchè né il per come di tante cose narrate. Di un periodo storico che abbraccia sessant’anni di vita cittadina ho voluto studiare i governi, il comune, la reggia ed il popolo: una cosa si colleg’a sempre con l’altra, ed agevola e rende più evidente e più chiara la narrazione.

Scrivendo questo libro, mi sono valso d’un mio diritto; e il lettore ha quello di biasimarlo.... ma non c’è obbligo. È padrone anche di lodarlo!

Giuseppe Conti.

Firenze, 24 novembre 1898.


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I

I Francesi a Firenze


Pietro Leopoldo fatto imperator d’Austria - Scambio di fidanzate - Ferdinando III granduca di Toscana - La Madonna di via del Ciliegio - Francia e Inghilterra - Napoleone Buonaparte e Lorenzo Pignotti - Il Buonaparte a Firenze - Seimila napoletani a Livorno - Due proclami e un ordine del giorno - Pace fra la Toscana e la Francia - L’arrivo dei Francesi a Firenze - Morte ai codini! - La partenza di Ferdinando III.

Se il Granduca Pietro Leopoldo, in conseguenza della morte del fratello Giuseppe II, non fosse stato obbligato ad andare a Vienna il 1° marzo 1790, per cingervi la corona imperiale d’Austria, la Toscana avrebbe veduti giorni assai migliori di quelli che essa non vide, per la perdita di un sovrano di mente elevata, di somma abilità e di un’accortezza senza pari.

Pietro Leopoldo, che non pensava di dover succedere al fratello imperatore, aveva rivolte tutte le sue cure e la sua ambizione alla Toscana, che egli sinceramente amava come sua vera patria. Egli aveva in animo di costituirla alla maniera inglese, facendone lo Stato più libero e più innanzi nel progresso, di tutti gli altri d’Italia. Ma con la sua assunzione al trono d’Austria, le buone intenzioni di lui e le liete speranze concepite dai liberali rimasero deluse, sebbene gli effetti della rivoluzione francese andassero a mano a mano facendosi strada anche tra noi. Ed era appunto per questo, che Pietro Leopoldo avrebbe voluto mettersi da sé alla testa del movimento che ogni giorno più si rivelava, per

1. - Conti
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dominarlo e dirigerlo, con mano ferma e con intelletto sereno. Avrebbe voluto trarre vantaggio dai buoni effetti che poteva recare la rivoluzione dell’ottantanove, impedendone i danni e gli eccessi.

Nel partire da Firenze per Vienna, Pietro Leopoldo destinò il trono della Toscana al suo secondogenito Ferdinando, Pietro Leopoldo Granduca di Toscana, poi Imperatore d’Austria. riserbando la corona imperiale per il figliuolo maggiore Francesco.

L’imperatore volle che il figlio Ferdinando, quando avesse raggiunto l’età voluta, salisse al trono della Toscana già ammogliato; perciò chiese per lui la mano d’una delle figlie di Ferdinando IV re delle due Sicilie, e gli fu concesso con giubilo la principessa primogenita Maria Teresa. Nel frattempo il principe ereditario Francesco, rimase vedovo della principessa Elisabetta del Würtemberg, morta di parto dando alla luce una bambina, che poco le sopravvisse. Pietro Leopoldo per distrarre il figliuolo immerso in un profondo dolore, giacchè egli aveva sposata per amore la principessa Elisabetta, come fanno i principi che sanno far prevalere i diritti del cuore, pensò di dargli un’altra sposa; e ricorse anche per questa seconda nuora al re delle due Sicilie, che aveva la fortuna d’aver per moglie quella perla della regina Carolina, che gli regalò la bellezza di diciotto figliuoli, tutti nati in casa! Alla Corte di Napoli parve di toccare il cielo con un dito, per esserle capitata questa seconda fortuna. Ma siccome la primogenita Maria Teresa era già stata destinata al futuro Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo Granduca di Toscana, [p. 15 modifica] nacque in famiglia un po’ di malumore, tanto più che la seconda, Luisa Amalia che sarebbe toccata al principe ereditario di Germania, era «un po’ difettosa della persona, benché graziosissima come la sorella maggiore;» e questo, dalla astutissima madre, era ritenuto un grave ostacolo per l’alta destinazione a cui veniva indicata la secondogenita. Perciò, profittando essa della bellissima circostanza che a Vienna le sue figliuole non eran conosciute, e che per conseguenza anche i due sposi se ne stavano a lei, ricorse ad uno strattagemma che le riuscì pienamente. La regina fece fare il ritratto delle due figliuole, in miniatura, come usava allora, e li mandò tutt’e due all’imperatore, indirizzando al principe Francesco quello della figliuola maggiore, cioè di Maria Teresa; ed a Ferdinando quello di Luisa Amalia, colei che era piuttosto difettosa. D’altronde, fece a dire la madre, la corona d’imperatrice esige maggiori riguardi: per una granduchessa, anche se aveva preso una brutta piega era più che sufficiente. Alla imperiale Corte di Vienna nessuno avvertì il cambio; e così la fidanzata dell’uno diventò la fidanzata dell’altro, senza che nessuno se ne accorgesse, e senza danno del cuore, poiché ancora i quattro fidanzati non si conoscevano affatto.

Il 18 novembre 1790 si celebrarono a Vienna le nozze dei due principi con le due sorelle della Corte di Napoli; e dopo cinque mesi, cioè alla fine di febbraio del 1791, Pietro Leopoldo accompagnò in Italia il figliuolo con la sposa, facendo con lui solenne ingresso in Firenze il dì 8 aprile, acclamati calorosamente dal popolo, il quale par che sempre non abbia altro da fare che applaudir chi viene; ma forse era più contento di rivedere il monarca filosofo, che aveva destato in tutti tante liete speranze, che di ricevere il figliuolo così giovane destinatogli per sovrano. Quando si riseppe la burletta del cambio delle due spose, fu l’oggetto d’un’infinità di commenti piacevoli nelle conversazioni e nei circoli delle varie Corti d’Europa; e lo stesso Pietro Leopoldo che ne rise di cuore, scrisse alla regina [p. 16 modifica] Carolina che essa poteva rallegrarsene poiché tutto era andato a seconda dei suoi desiderii.

Ferdinando III intanto, compiuti i ventun’anno, prese possesso del Granducato con un cerimoniale solennissimo, il giorno di San Giovanni del 1791 «alla vista del pubblico, sotto la Loggia dell’Orcagna,» con apparato mai, più veduto, con l’intervento dell’amplissimo Senato e del Municipio fiorentino. Mentre il popolo acclamante giurava fedeltà al sovrano, questi giurava sul Vangelo di osservare gelosamente i patti costituzionali, mediante i quali tutti i granduchi ricevettero omaggio e giuramento di sudditanza dal popolo toscano, quantunque poi governassero da despoti sempre.

Ferdinando III era un giovane principe buono e leale; ma non aveva né la fibra né la mente del padre. Per governare uno Stato, specialmente in tempi difficili, la sola bontà e la lealtà non bastano: bisogna che il principe sappia non solo quello che ha l’obbligo di fare per il pubblico bene, ma che altresì sappia scegliere con accortezza coloro che debbono coadiuvarlo nel difficile compito. Le doti di Ferdinando III, ammirabili e preziose in un privato cittadino, ma insufficienti e qualche volta fatali per chi deve stare sul trono, lo condussero.... a raggiungere presto, la casa paterna a Vienna.

Mentre gli avvenimenti d’Europa mettevano a soqquadro tutti gli Stati, Ferdinando aveva in animo di mantenere la Toscana neutrale; ma si trovò poi vinta la mano dagli eventi. Per colmo di sventura per lui, ed anche per la Toscana, l’imperatore Pietro Leopoldo il 29 febbraio 1792, a soli quarantacinque anni, morì di colica essendo rimasti inutili tutti i rimedii tentati nei tre giorni della malattìa. Così mancò a Ferdinando, quell’appoggio principalissimo sul quale egli insieme col popolo, contava sicuramente.

I clericali intanto, spaventati dalle simpatie ognor crescenti per la repubblica francese, specialmente nei giovani, profittando della morte dell’imperatore, spargevano ad arte, per intimorire la gente più matura, che i principii rivoluzionari avrebbero rovinato lo Stato, poiché contrari alla religione. [p. 17 modifica] Ma queste scuse facevano poca breccia nell’animo dei più. Si ricorse allora al ripiego dei miracoli, cominciando a parlar sul serio di fatti avvenuti ad Arezzo e in Casentino. Nell’estate del 179Ò si pensò di fare qualche cosa di simile anche a Firenze: perciò si prese a volo l’occasione che due ramoscelli di gigli selvatici fiorirono spontaneamente, alimentati dall’acqua, in un vaso presso un tabernacolo posto in via del Ciliegio, ora via degli Alfani. Indescrivibile fu la sorpresa dei bigotti, che incitati dai preti cominciarono a sbraitare- e a darsi moto, per far credere che si trattasse d’un inaudito miracolo. La via del Ciliegio si parò subito di setini, e vi si posero lumiere penzoloni, riducendola quasi una chiesa. Baciapile e pinzochere, giorno e notte stavan davanti al tabernacolo, ove era dipinto un quadro su tela rappresentante la Concezione, cantando laudi, e dicendo rosarii senza riposo. Ma siccome il mondo è sempre stato mondo, così anche allora ci fu chi profittò di quello stolto fanatismo, artificialmente eccitato da chi ne aveva interesse. Perciò la via del Ciliegio se fu sempre affollata di donnicciuole e di big’otti, lo fu anche di zerbini e di borsaioli, i quali, nella calca e al barlume, trovavano come sfogare i loro progetti a scapito del buon costume e della proprietà privata.

L’arcivescovo Martini uomo dotto, e repugnante da ogni falsità che reca sempre più danno che utile alla religione vera, incaricò il dottore Attilio Orlandini, direttore dell’Orto botanico, uomo di somma dottrina e scevro da ogni prevenzione, di emettere il suo parere sulla fioritura di quei due gigli.

E l’Orlandini nel 25 agosto 1796, dichiarò, con un parere scritto in lingua latina, che quella rifioritura dei gigli era «un caso affatto naturale e non prodigioso.» Onde, per levar lo scandalo, l’immagine di quella Concezione, alla quale dopo la fioritura dei gigli attribuirono guarigioni e miracoli che poi nessuno potè provare, fu portata in una cappella del Duomo dove a poco a poco fu quasi dimenticata, perchè non serviva più a nessuno scopo come quando era nel tabernacolo di via del Ciliegio e ne rimase soltanto la devozione [p. 18 modifica] nelle persone sinceramente credenti le quali anche oggi la venerano, senza le esagerazioni del 1796. Però questi eran tutti imbarazzi che facevano sempre più impensierire il giovane Granduca, il quale, incapace per la mancanza di pratica e della necessaria avvedutezza, non sapeva da che parte voltarsi. Egli cominciò pertanto una politica onesta ma pusillanime, piena di incertezze e di tentennamenti; e quel suo traccheggiare destò le gelosie dell’Inghilterra, che temeva egli parteggiasse invece per la Francia. E la perfida Albione lo mise perciò tra l’uscio e il muro, costringendolo con intimazioni, violenze e minacele a dichiararsi per la Francia o entrar nella Lega Europea contro di lei. Il Granduca resistè a tante prepotenze finché gli fu possibile; ma siccome una flotta inglese s’avvicinava a Livorno con l’intento di impadronirsene, il 28 ottobre 1793 per evitare guai maggiori firmò un trattato col re d’Inghilterra, mediante il quale egli rinunziò alla neutralità, rompendo apertamente le sue relazioni con la Repubblica. Frattanto le continue vittorie dei Francesi, ed il terrore che generavano in Europa le notizie di tanti loro trionfi, fece pentire Ferdinando di non aver mantenuta quella neutralità che s’era imposta. Onde per incarico suo, dal principe don Neri Corsini, come quegli che aveva molta pratica degli affari politici, e godeva in Francia molta stima, furono intavolate trattative col Governo francese per tornare con esso in buon accordo; e condotte queste a buon punto furon poi terminate a Parigi dal conte Cadetti, inviato speciale di Ferdinando, ed in suo nome fu firmato un trattato di pace nel dicembre del 1795. IVIa tutto questo non bastò, perchè il Direttorio ingiungeva a Napoleone di andare contro il Granduca di Toscana che è servo degli inglesi in Livorno. «Ite ed occupate Livorno; non aspettate che vi acconsenta il Granduca, il sappia quando sarete padroni di quel porto.» Questo fu il frutto dell’accordo! Ferdinando III spaventato dalle notizie che da Parigi mandava don Neri Corsini, che aveva sorpreso qualche parola [p. 19 modifica] concernente questa faccenda e dallo zelo di Napoleone, di cui comprese il fine, mandò a lui, in Bologna ove si trovava col quartier generale, una Commissione composta del principe Tommaso Corsini, fratello di don Neri, del marchese Manfredini e del poeta Lorenzo Pignotti, affinchè mutasse proposito e prendesse un altro giro lasciando in pace la Toscana. Napoleone accolse come amici e trattò con moltissima cortesia i tre commissari, che gli vennero presentati dal commissario Saliceti, stato scolaro del Pignotti all’Università di Pisa. E quando il Saliceti gli indicò il Pignotti, Napoleone, con semplicità piuttosto rara in lui, gli disse: «Mio fratello Giuseppe è stato vostro scolare a Pisa, e mi ha parlato spesso di voi; ed il generale Cervoni mi ha lette molte delle vostre favole.»

Da questa inaspettata cortesia il Pignotti tutto infatuato gli rispose con la 66 ottava del 2° canto della Gerusalemme liberata, quella che comincia: «Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte,» che pareva stata scritta apposta per il generale Buonaparte; e tanto il buon Lorenzo quanto i suoi compagni ne trassero i più lieti prognostici. Il Manfredini fu invitato a pranzo da Napoleone, gli altri due dal Saliceti; e quindi tutt’e tre contenti come pasque per l’accoglienza ricevuta, e per le promesse ottenute, tornarono a Firenze nel tempo stesso che Napoleone si dirigeva col generale Giovacchino Murat per Pistoia all’occupazione di Livorno. Da Pistoia il 26 giugno 1796 Napoleone annunziava direttamente al Granduca la sua decisione, dicendogli, fra le altre cose, che doveva nascondere il nero pensiero di conquista, che il Direttorio era stato costretto a prender quella misura, per i continui reclami che riceveva dai cittadini francesi stabiliti a Livorno, le cui proprietà erano violate dagli inglesi, i quali ogni giorno insultavano «il paviglione della repubblica francese in quel porto.» Perciò il Direttorio aveva deciso che a tutelare i propri interessi a Livorno marciasse una divisione dell’armata posta sotto gli ordini dello stesso Napoleone, Quindi dopo la consueta protesta che sarebbero [p. 20 modifica] stati rispettati i sudditi di S. A. R. ed i loro averi, e’ era la canzonatura in forma di complimento, di dire cioè, che egli, Napoleone, era incaricato dal Governo francese, d’assicurare il Granduca dal desiderio «di veder continuare l’amicizia» che legava la Toscana a la Francia nella certezza che S. A. «avrebbe anche applaudito alla misura giusta, utile e necessaria» presa dal Direttorio. Il Fossombroni, ministro degli esteri rispose che la Toscana non aveva «nulla da rimproverarsi nella condotta leale sincera ed amichevole» tenuta con la repubblica francese; e che il principe non poteva veder senza sorpresa il partito ordinato dal Direttorio, protestando però che non si sarebbe opposto con la forza! Napoleone forse avrà riso: il fatto sta che il 27 giugno arrivò alla porta di Livorno. Gli inglesi furono a tempo a scappare, portando seco molti ba,stimenti carichi di mercanzie, dirigendosi in Corsica; e a Napoleone non dispiacque di occupar il 26 giugno 1796 la città senza sparare una fucilata, confiscando le sostanze napoletane, inglesi e russe. Intanto, giacché era a Livorno, con la scusa di ossequiare il Granduca fece una corsa fino a Firenze, dove arrivò la sera del 30 giugno, scortato da un reggimento di dragoni.

Ferdinando lo accolse con tutti gli onori dovutigli; ma un po’ di tremarella l’aveva, poiché con uomini di quella fatta, non e’ era da levarla mai pulita.

La lealtà, la correttezza del Granduca fecero ottima impressione sullìanimo del guerriero córso, che in breve lasciò Firenze, senza però che promettesse di levare i soldati francesi da Livorno, come avrebbe desiderato Ferdinando. Ma siccome poi gli inglesi abbandonarono l’Elba, allora anch’egli nell’aprile del 1797, consentì a ritirar le sue truppe da Livorno.

Ferdinando, vedendo che passavano gli anni e le guerre non finivano, pensò, non foss’altro per mostrare che lui pure poteva avere una specie d’esercito da far fronte a ogni evento, di chiamare «i suoi buoni toscani alle bandiere, aumentando i corpi dei cacciatori volontari,» e gastigando [p. 21 modifica] veramente gli agitatori, che da vario tempo eran venuti alla spicciolata in Firenze a far propaganda per la repubblica francese.

Ma questo armare per mettersi in guardia e scacciare i fautori dei francesi, non gli attirò le costoro simpatie, tanto più che Napoleone aveva la fissazione d’impadronirsi della Toscana.

I disegni di Napoleone non potevano esser maggiormente favoriti; poiché all’improvviso sbarcarono a Livorno 6000 napoletani per prendere i francesi alle spalle. Onde sdegnato fortemente il Direttorio col Granduca, e presa a pretesto tale occupazione, inviò in Toscana nel 1799 una divisione per occuparla.

La rottura poi definitiva della pace con la Germania che travolse seco anche la Toscana, essendo il Granduca sospetto alla Francia per esser fratello dell’Imperatore, determinò il g’overno francese di invaderla addirittura, inviando a tale uopo il generale Gualtier con un forte esercito.

Ferdinando III badava a protestare simpatia alla Francia; ma quegli armeggioni di Parigi, s’eran subito accorti che tra sovrano e ministri facevano a chi aveva più paura dei francesi, e che la loro amicizia non era sincera. Perciò, tenendo fermo l’invio delle truppe, finsero di crederci, e d’esser commossi e riconoscenti alle proteste di Ferdinando III. Intanto questi, per evitare mali maggiori, intimò risolutamente al generale Diego Naselli che con i soldati napoletani occupava Livorno, di sgombrare immediatamente quella città, premendogli meno. d’attirarsi le ire del suocero che quelle del Direttorio. Il generale Naselli vista la mala parata, e temendo anch’egli una guerra coi francesi, fece allestire i bastimenti; e figurando d’andar via per non creare ulteriori imbarazzi al genero del suo re, chiedendo scusa della troppa lunga visita, fatta a Livorno, fu lesto a tornarsene co’ suoi donde era venuto, imbarcandosi a’ primi di gennaio del 1799.

Come un fulmine a ciel sereno però giunse in Firenze il 24 marzo 1799 un proclama «ai popoli della Toscana» [p. 22 modifica] nato da Mantova del generale Scherer capo dell’armata d’Italia il 1° germinale {22 marzo) col quale egli deplorando che il Granduca non avesse prese le misure opportune per tempo onde liberare la Toscana dalla invasione dei nemici di essa, la Repubblica aveva stabilito di farla invadere dagli amici! Il proclama chiudeva con queste parole: «Popolo della Toscana! conservati pacifico, riposa con fiducia sulle disposizioni che saranno prese per farti godere della tranquillità e dei benefizi di un governo giusto.»

Da Bologna il giorno successivo venne un altro proclama del generale Gaultier, destinato ad occupar la Toscana, il quale assicurava i cittadini che le truppe che egli conduceva non venivano altro che per preservar la loro cara patria «da tutti i mali che le si volevano attirare.» Ed aveva anche il fresco cuore di dire: «Voi fremerete di sdegno quando saprete che i nemici della Francia volevano inondare le vostre città!» Che è quanto dire che i toscani dovevan ballare dalla contentezza, perchè, invece di tedeschi venivano dei francesi. Quando si tratta di stranieri che valgano come amici, è una finzione ed una stoltezza il crederlo!

Nello stesso tempo il generale Gaultier emanava un ordine del giorno alle truppe destinate alla invasione cominciando così: «Soldati! Il generale in capo per la esecuzione degli ordini del Governo, vi ha destinato ad occupare una delle più belle contrade d’Italia, ove i nostri nemici volevan portare il flagello della guerra.» Una tenerezza simile per gente che non ci conosceva nemmeno, ma che sapeva soltanto che si stava in un discreto paese, che piaceva tanto anche a loro, era davvéro commovente. Soggiungeva poi l'egregio generale, parlando sempre ai suoi soldati, che «il popolo toscano è dolce e pacifico» e che perciò lo trattassero meglio che potevano, perchè questo avrebbe loro meritato «la confidenza degli abitanti.» Ma prevedendo che qualcuno, attratto da tante bellezze, potesse lasciarsi sedurre dall’idea ammaliatrice del saccheggio, da uomo prudente minacciava, non foss’altro per non scomparire, «di fare tradurre i [p. 23 modifica] colpevoli dinanzi al consiglio di guerra, ed il gastigo non sarebbe stato lontano dal delitto.» Questi proclami facevano un effetto magico sui partigiani dei francesi; e il Granduca temendo che gli avversari facessero nascere dei disordini, spinse la sua eccessiva bontà, fino a fare affìggere sulle cantonate di tutte le strade, un manifesto che annunziava l’arrivo delle truppe repubblicane. E quel manifesto, purtroppo, era così concepito:

«Noi, Ferdinando III Granduca di Toscana, ecc., ecc. Nell’ingresso delle truppe francesi in Firenze, riguarderemo come una prova di fedeltà, d’affetto e di gratitudine dei nostri buoni sudditi, se secondando la nostra sovrana intenzione, essi conserveranno una perfetta quiete, rispettando le truppe francesi ed ogni individuo delle medesime, e si asterranno da qualunque atto potesse dar loro motivo di lamento. Questo savio consiglio impegnerà sempre più la nostra benevolenza a loro favore.

2 marzo 1799.

Ferdinando
Francesco Serrati
Gaetano Rainoldi.»


Verso mezzogiorno, furono anche affissi di nuovo e dispensati ai cittadini i due proclami del generale Scherer e del generale Gaulthier, il quale era alla testa delle truppe che stavano per entrare in Firenze per l’appunto in quel giorno che era Pasqua, recando l’olivo della pace sulla punta delle baionette.

La città aveva preso d’improvviso un aspetto di sgomento, quasi di terrore, come se fosse minacciata da un grave disastro. Per quanto le vie fossero affollate, pur nonostante vi regnava un relativo silenzio, che faceva pena. Da un momento all’altro, si aspettava di sentire il rullo de’ tamburi francesi. Tutti, o almeno molti, i quali erano i più paurosi e contrari al nuovo stato di cose, che stava per impiantarsi nella pacifica ed apatica città, e che ne temevano le conseguenze. [p. 24 modifica] corsero a chiudersi in casa, facendo provviste di viveri per più giorni, quasi si temesse l’irromper della piena.

Altri, specialmente i giovani, sempre ansiosi di novità, più fidenti nell’avvenire, e che per la loro età e per l’indole vivace, si sentivano attratti dall’ignoto, da cui eran divisi per poche ore, si dirigevano a gruppi, a mandate, verso la porta a San Gallo, dalla quale dovevano arrivare le temute soldatesche.


Ingresso delle truppe francesi in Firenze per la porta San Gallo


Giorno dì Pasqua più triste e melanconico di quello, Firenze non aveva passato mai.

Le famiglie, i parenti, non si riunirono in quell’anno, secondo l’usato, non arrischiandosi alcuno di abbandonare la casa al sopraggiungere del nemico, come la maggior parte dei cittadini reputava l’esercito francese.

Molti nobili e signori si rifugiarono nelle loro ville fuori della città; gli altri non uscirono dai loro palazzi. Quelle ore di aspettativa, convulse per i curiosi, angosciose per gli altri che avevan paura, non passavano mai. [p. 25 modifica]/ Francesi a Firenze 13 Finalmente nel pomerig-gio comparvero alla spicciolata al- cuni squadroni di cavalleria, che si dirig'evano verso il centro della città, coi moschetti impugnati come se entrassero in un paese vinto per valore o per forza d' armi. Quindi si videro calare dalla scesa del Pellegrino, fuori di porta a San Gallo, diversi reggimenti di fanteria, preceduti da una turba di va- gabondi, raccolti, strada facendo, dai paesetti e dai borghi di dove passavano.

Il grosso dei francesi entrò in Firenze preceduto da un branco di ragazzacci entusiasmati dalle manciate di soldi che
Portabandiera francese
via via buttavan loro gli ufficiali, perchè gridassero « morte ai codini! » come facevano, a perdita di fiato. Appena arrivati alla porta a San Gallo, fecero prigionieri i soldati della compagnia che era stata mandata di guardia, e li fecero portare disarmati in fortezza da Basso. Questo fu il primo saluto !

Dopo i guastatori e i tamburi, veniva la musica e la bandiera francese, seguita da una lunga fila di cannoni e di carriaggi. La fanteria era stata posta in coda per lasciare il maggiore effetto all'artiglieria, che suol persuadere più che i fucili.

Il popolo, che assisteva in scarso numero per le vie a quel nuovo spettacolo, non rispondeva alle grida di una turba di scioperati, che urlava e strepitava; ma guardava come intimorito quei soldati abbronzati dal sole, mezzi strappati, laceri, polverosi, che avevano tuttavia l'aria trionfale del conquistatore.

I più sdegnosi cittadini se ne stavano a veder gi'invasori, quasi di nascosto, dietro i vetri delle finestre, maledicendo alla stupida ragazzaglia, che per applaudire i francesi salutava loro col grido di « morte ai codini ! »

In piazza della Signoria battezzata subito lì sul tamburo, col nome di « Piazza Nazionale » o anche di « Piazza d'Armi » [p. 26 modifica] perchè cominciarono ad andar d’accordo fin da principio, si accampò una parte delle truppe; ed altre andarono in Piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella

Il generale Gualtier senza frapporre indugio prese alloggio al Palazzo Riccardi; e per cominciare a dimostrare al Granduca la gratitudine della Francia per l’amicizia da lui manifestata, prima anche di spolverarsi l’uniforme emanò un decreto col quale ingiungeva alle truppe toscane di rimanere in quartiere,

Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899 (page 26 crop).jpg

e di depositare le armi. Mandò quindi ad occupare militarmente tutte le porte della città; inviò una compagnia di fucilieri con bandiera e musica a montare la guardia al Palazzo Pitti occupandone tutti gli sbocchi perchè nessuno uscisse, e mandando in fortezza quella toscana che smontava. Dei drappelli armati furon posti alle case dei ministri esteri e toscani. Per colmo di gentilezza, la mattina dopo, d’ordine dello stesso generale Gualtier, il commissario Reinhard preceduto da un aiutante di campo, si presentò al Granduca, che lo ricevè nel quartiere della [p. 27 modifica] Meridiana, per presentargli un dispaccio del Direttorio che gli intimava la guerra, senza perder tempo in discorsi, e di lasciar Firenze dentro ventiquattr’ore, e meglio anche prima, egli e tutta la sua rispettabilissima famiglia. Quindi lo rin- graziò di tutte le gentilezze usate alla Francia, che non avrebbe mai dimenticata la sua devozione; ma ora poteva andarsene, perchè non c’era più bisogno di lui!... Chi non ha testa, abbia gambe!

Ferdinando III, pallido ed affranto per il sopruso che riceveva dopo essersi sfegatato tanto a far l’amico della Francia, appena letto il dispaccio del Direttorio, voltò le spalle senza rispondere, e rientrò nelle sue stanze.

Prima dell’alba del giorno 27 marzo, l’infelice sovrano, con le lacrime agli occhi abbandonò la reggia. L’ora di questa melanconica partenza era stata tenuta segreta per evitare probabili dimostrazioni in favore del discacciato principe. Ma lo scalpitìo del drappello degli ussari che doveva scortarlo fino a Bologna, ed il rumore delle pesanti carrozze da viaggio a sei cavalli, ove era la Corte e pochi fidati amici, seguite dai carriaggi dei bauli, fiancheggiati pure dalla cavalleria, svegliarono molti cittadini, i quali tutti timorosi, e presaghi di ciò che avveniva, uscirono freddolosi dal letto, restando dietro i vetri delle finestre a veder partire l’infelice Granduca, in assetto più di prigioniero che di sovrano.

Nel giorno stesso, fu piantato sulla piazza di Santa Croce e di Santa IMaria Novella l’albero della libertà, attorno al quale la sera furon fatte delle luminarie, ed i soldati mezzi ubriachi cantavano e strepitavano, senza infondere entusiasmo nella popolazione, che non s’era ancora convinta di tutto il benessere e di tutta la grande felicità che i francesi le promettevano.

Non è facile che a Firenze ci si commuova così alla svelta. Ed i nuovi arrivati, con tutte le loro chiacchiere, furon sempre ritenuti dalla gente di buon senso come invasori e mai come amici. Si desiderava, è vero, da tutti la libertà e l’indipendenza dal giogo austriaco; ma non per questo s’ [p. 28 modifica]

intendeva d’uscir dal fuoco ed entrar nelle fiamme. Il popolo, già iniziato alle idee di libertà dal savio e franco regime di Pietro Leopoldo, aveva accolto con giubilo le nuove dottrine dell’ottantanove; ma intendeva di seguirle da sé stesso ed in casa propria senza che il nuovo vangelo gli venisse spiegato a baionetta in canna dai soldati francesi, che vennero a invadere la Toscana. Gli amici veri, di questi scherzi non ne fanno! [p. 29 modifica]
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II

La festa della libertà e i frutti dell’albero


Pio VI prigioniero - Il nuovo regime - Un bando del commissario - I Nuvoloni - L’albero della libertà - Feste ufficiali - Diciotto matrimoni - L’ortolana di Borgognissanti - Luminaria - Malcontento — I contadini a Firenze - Il prestito forzato - Requisizione di arredi sacri - Indignazione generale - La rivolta d’Arezzo - Viva Maria! - San Donato e la Madonna - La rivolta di Cortona - Una feroce ordinanza e un’energica risposta - Cortona si sottomette - Gl’insorti a Siena - La battaglia della Trebbia e la rivoluzione a Firenze - I francesi si allontanano dalla Toscana - Versi di un Pastor Arcade.

Come Ferdinando III non era stato buono a salvarsi per sé, molto meno lo fu per salvare Pio VI, che s’era rifugiato in Firenze, credendo d’esser più sicuro, e di sfuggire alle granfie di Napoleone, vivendosene più o meno tranquillo nel convento della Certosa. Appena entrati i francesi in Firenze, furono poste sessanta sentinelle attorno al monastero, che venne guardato anche da uno squadrone di cacciatori a cavallo, affinchè nessuno confabulasse più col Pontefice, che si considerava già come prigioniero della Repubblica. Ed il giorno stesso della partenza del Granduca, alcuni ufficiali francesi imposero al papa di partire alla volta di Parma, poiché tali erano gii ordini del Direttorio. Per conseguenza, la notte segaiente, Pio VI, col cardinale Laurenzana arcivescovo di Toledo, monsignore Spina arcivescovo di Corinto, monsignor Caracciolo maestro di camera, l’abate IVIarotti, un medico, alcuni preti e pochi domestici si preparò a partire alla

2. — Conti.
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volta di Bologna, per proseguire il viaggio fino a Parma, e di lì a Valenza nel Delfinato, ove doveva star prigioniero.» La partenza che era stata tenuta segretissima, ebbe luogo a mezzanotte. Le carrozze ed i furgoni erano preceduti da tre cacciatori a cavallo; agli sportelli della carrozza ov’era il Papa c’erano altri due cacciatori con una torcia accesa; seguiva il resto dello squadrone, e poi le carrozze dei prelati e dei servitori. Dopo la partenza del Granduca e di Pio VI, ed instaurato così alla svelta il nuovo regime, e dopo aver piantati gli alberi, poiché non ci poteva esser repubblica senz’albero, che spesso avrebbe potuto esser quello di Giuda, s’incominciò a disfare il vecchio per rifare il nuovo, con una confusione ammirabile. Una sola cosa di vecchio fu rispettata; e furono gli aggravi e le imposizioni d’ogni genere, le quali, anzi, vennero raddoppiate e triplicate sotto speciosi pretesti. Tutti i salmi finiscono in gloria! Ogni governo nuovo che via via si succede, dopo aver promesso tante belle cose, raddoppia subito le tasse. Pare che i nuovi governanti abbiano sempre avuto le mani di calamita per levare i quattrini d’addosso alla gente: ciò vuol dire che questa è una bella cosa; altrimenti non la rispetterebbero tutti come fanno, con tanto scrupolo. Pur troppo in Italia è sempre stato così: si diffida di noi stessi, ci si dà in testa e ci si maltratta indegnamente, per buttarsi poi in ginocchio dinanzi agli stranieri, bruciando loro l’incenso sotto il naso, preparandosi a sempre nuovi soprusi.

I toscani, abituati da quasi tre secoli al giogo mediceo, non avevano una educazione politica che valesse a renderli accorti per discernere il bene dal male nelle condizioni novissime ed inaspettate della invasione francese. Molti erano i malcontenti, e moltissimi i contrari. C'era però la gente di buon senso, che consigliava di non opporsi apertamente ai nuovi padroni, e di pigliare come suol dirsi la lepre col carro. Gli sfaccendati, i ciaccioni, i chiacchieroni invece, che entran sempre avanti a tutti, che fanno più del necessario, che si danno moto per venti, che sembrano gli inviati da Dio per illuminare le turbe, guastavano l’opera dei più savi [p. 31 modifica]e dei più moderati, generando una confusione straordinaria, e facendo più male che bene.

Per porre un freno a quel disordine d’idee, a quel moltiplicarsi istantaneo di partiti sotto diversa forma favorevoli o avversi alla Francia, il commissario Reinhard ed il generale Gaultier, ordinarono per il dì 9 d’aprile la grandiosa festa della libertà, con la collocazione dell’albero in Piazza Nazionale. A Firenze, qualunque sia il motivo che può tener discordi gli animi, quando si bandisce una festa si può star sicuri che per quel giorno nessuno pensa ad altro, e diventan tutti amici. Così avvenne il dì 9 aprile 1799.

Il 15 germinale (come registrava il nuovo calendario il giorno 5 di aprile) il Commissario francese fece affiggere un bando per invitare i fiorentini a piantare l’albero della libertà, che era quanto dire, secondo lui, «di prendere impegno di unirsi ai principii della Repubblica francese, ai suoi sacrifizi, ai suoi trionfi e alla sua gloria, per preparare la felicità dell’avvenire.» Non c’è stato mai proclama di nuovi tempi, che non abbia assicurata una futura felicità, la quale dalla creazione del mondo in poi si va sempre cercando, senza sapere chi debba mantener la promessa.

Il proclama però cominciava quasi con una specie di canzonatura, se non si fosse potuta prendere anche per un’insolenza. Infatti, il cittadino Commissario diceva subito che, essendo entrata l’armata francese senza trovar resistenza, questa armata aveva trovati i toscani e specialmente gli «abitanti di Firenze» quali erano a lui stati dipinti cioè: buoni e pacifici! E subito dopo ammoniva questi buoni e pacifici abitanti, dicendo loro che avevan fatto bene, perchè così i soldati francesi, «guerrieri terribili nelle battaglie» non avevan fatto mostra che della loro amabilità. Parole dette colla voce grossa, come chi vuol far paura ai ragazzi.

Il buon senso dei fiorentini però, valutava giustamente l’importanza delle insolenti lodi e le spacconate delle minaccie. E per non mancare al solito sarcasmo, che in Firenze è quasi di rito, cominciarono subito a chiamare i francesi [p. 32 modifica]Nuvoloni, perchè ogni editto, ogni manifesto dei liberatori, cominciava col sacrosanto Nous voulons.

Tutto ciò non toglie che il 9 aprile, o 19 germinale che dir si voglia, non fosse atteso con una certa bramosia e curiosità, per vedere in che cosa consisteva la cerimonia alla quale si dava tanta solennità, quella cioè di piantar l’albero nel mezzo di Piazza. La curiosità maggiore però era quella di assistere alla celebrazione affatto nuova e strana, dei diciotto matrimoni che si sarebbero celebrati attorno all’albero verdeggiante di foglie.

La mattina del giorno tanto aspettato, la Piazza Nazionale, aveva preso un aspetto tutto nuovo, poichè era decorata a guisa di circo equestre, con una teatralità straordinaria. Nel centro era stato costruito una specie d’anfiteatro in faccia alla Loggia dell’Orcagna, avendo all’intorno più ordini di gradini. Il recinto era coronato da varie statue allegoriche, o rappresentanti numi ed eroi dell’antichità. La Loggia superba, era tutta parata d’arazzi, tolti dalle Gallerie, ed ornata di festoni di lauro e di fiori e pennoni coi colori nazionali francesi. Grandi ghirlande rompevano qua e là la monotonìa dell’addobbo; e sotto la vôlta dell’arcata centrale s’ergeva maestosa e severa la statua della Libertà. Nella mano destra teneva una picca sormontata dal berretto frigio, e la sinistra stesa accennava al livello, segno di uguaglianza cittadina. Sul piedistallo eran dipinte due figure di donna: una di gentile apparenza rappresentava la timida Etruria, tenuta per mano dall’altra, austera matrona, simboleggiante la bellicosa repubblica francese. Ai quattro pilastri della Loggia erano state appese delle grandi tavole dipinte a marmo, sulle quali erano scritte sentenze filosofiche, concernenti l’amore della patria e della libertà, ed incitanti i cittadini all’obbedienza delle leggi, specialmente di quelle emanate dai Nuvoloni.

Sulla torre di Palazzo Vecchio sventolava la bandiera francese, ed a tutte le finestre eran tappeti tricolori, che stridevano in modo straordinario colla seria imponenza dell’antico Palagio dei Signori. [p. 33 modifica]

Alle tre pomeridiane (oggi bisognerebbe dire alle quindici) il generale Gaultier si mosse dal Palazzo Corsini in Lung’Arno, dov’era andato ad abitare lasciando il Palazzo Riccardi, per recarsi alla festa che aveva attirato agli sbocchi della Piazza Nazionale, occupata quasi tutta dal recinto, tanta folla che pareva si schiacciasse contro l’impalancato.

Il generale col suo stato maggiore, preceduto da due reggimenti di piemontesi e di cisalpini e seguito da un distaccamento di ussari e da uno di cacciatori a cavallo, fece sfilare tutta quella truppa per Via Maggio fino a San Felice; voltando poi per Piazza de’ Pitti, oltrepassando il Ponte Vecchio per Por Santa Maria, entrò trionfalmente in Piazza, accolto da applausi assordanti.

Il commissario Gaultier con la cittadina sua moglie, circondato dalle principali autorità civili e militari, aveva preso posto sopra un palco eretto sulla gradinata di Palazzo Vecchio. Le altre autorità del Comune e delle vecchie e nuove istituzioni, ebbero posto intorno alla statua della Libertà.

Le due fortezze tiravan cannonate continue in segno di gioia; e tutto un popolo, almeno per quel tempo, esultava veramente. Le truppe andarono a schierarsi nell’anfiteatro, i gradini del quale eran pieni zeppi di patriotti che parevan pazzi dalla contentezza, credendo davvero ad un’èra felice di vera libertà e di ben inteso progresso.

Appena ordinate al loro posto le milizie, venne portato sulla piazza ed introdotto nel recinto un gran carro all’antica, tutto storiato, una specie di Carroccio, tirato da quattro cavalli di fronte, e sul quale era il grande albero che doveva esser piantato.

Dietro a questo carro veniva un grosso cannone circondato da diciotto coppie di fidanzati, che dovevan darsi l’anello appena l’albero fosse stato messo dagli operai nel mezzo della piazza, ossia dell’anfiteatro.

Cerimonia curiosissima cotesta, che rimase famosa anche quando quegli sposi diventarono col tempo nonni, ed alcuni forse anche bisnonni. [p. 34 modifica]

Gli sposi eran vestiti in abiti da festa secondo la nuova foggia francese, avendo all’occhiello la coccarda della repubblica; le spose avevano il vestito bianco, col velo ed una ghirlanda di fiori in testa.

La cerimonia di quei diciotto matrimoni, fatta attorno all’albero della libertà, appena che gli operai con molta fatica Attorno all’albero della libertàl’ebbero piantato, riuscì curiosissima; tutta la gente accorsa ammirò di più fra quelle spose una certa Rosiera, bellissima ragazza, che faceva l’ortolana in Borgognissanti, sulla cantonata di via de’ Fossi.

Terminata la nuovissima funzione, le spose che avevano tutte un velo e una ghirlanda di fiori in testa lasciarono andar libera a volo una colomba, che ciascuna aveva tenuta legata per le zampe con un lungo nastro tricolore, non quale emblema di perduta innocenza, perchè allora le colombe avrebbero potuto prendere il volo anche un po’ prima, ma sivvero per bandire al mondo che per la Toscana, da quel giorno incominciava, come disse Pietro Feroni «oratore del popolo» un’èra novella, e riacquistava, a male agguagliare, l’antica libertà spenta con Ferruccio a Gavinana, «ricuperando il libero reggimento dopo dugentosettanta anni.» Ci voleva una faccia tosta di quella fatta, per discorrer in quel modo, con gli stranieri in casa!

Così dunque terminò la cerimonia dell’albero e dei matrimoni consacrati attorno al medesimo da quelli sposi che afferraron l’idea della nuova libertà francese, per emanciparsi dalle opposizioni dei reciproci parenti, così alla svelta e con una pubblicità tale, che legalizzava il sacro nodo.

La sera, per coronar la festa, furono fatte luminarie per [p. 35 modifica]tutta la città e banchetti all’aperto, con brindisi pieni d’entusiasmo e di fede in un avvenire di felicità, che non arrivò mai, per quanto il tempo passasse veloce come prima. Ma il fanatismo raggiunse quasi la pazzia; perchè un manipolo di facinorosi tentò perfino di buttar giù la statua di Cosimo I, legandovi dei grossi canapi col fine di atterrarla e farne tante monete da distribuirsi ai poveri. Questa barbarie fu impedita quasi per miracolo da un egregio cittadino che riuscì a persuaderli a desistere da quella insensata impresa. Sulla piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella ove era stato pure piantato l’albero, furon fatti balli pubblici, a cui presero parte molte donne del popolo, verso le quali i soldati si mostrarono amabili perchè avevan trovato i fiorentini «buoni e pacifici com’erano stati loro dipinti.»

L’albero non fruttò la desiderata libertà; fruttò invece trentasei suocere, e qualche altra cosa di peggio, come vedremo.

A forza di editti, di manifesti e di Nous voulons, non si può persuadere un popolo, specialmente scettico come il fiorentino, a credere a ciò che non è. Per conseguenza, ai cittadini amanti della vera libertà della patria, ed ai quali non era dispiaciuta la partenza del Granduca, rincresceva ora il fare altezzoso dei Nuvoloni, che venuti in sembiante d’amici dei liberali, spadroneggiavano e comandavano come se fossero entrati in Firenze per valor d’armi, e Firenze fosse una città di conquista.

Ed i contadini, poichè il contadino specialmente nelle rivoluzioni è stato e sarà sempre lo stesso, profittavano del malcontento, per varie ragioni generale, e la notte imbrattavano gli editti affissi in nome della repubblica e «attentavano» agli alberi della libertà, con l’idea di promuover sommosse per rilevarne il saccheggio!

Allora la buona e pacifica città fu percorsa da pattuglie di cavalleria francese, e da drappelli di fanteria per tutela degli alberi e dei manifesti, se non della libertà. Per maggiore sicurezza poi fu dal maire, non più gonfaloniere, ordinato di tenere un lume acceso per tutta la notte a coloro che [p. 36 modifica] volessero lasciar la porta di casa aperta fino dopo le otto di sera. Se però la plebaglia non s’abbandonò al saccheggio, i francesi spogliarono i musei e le gallerie; per mostrar forse che appartenevano ad una nazione di artisti.

Le intemperanze dei francesi, scontentarono non solo i partigiani di Ferdinando III e dell’Austria ma anche i veri liberali. Infatti, dopo tante promesse di benessere, di felicità e di libertà, non potendo il nuovo governo sostenere le spese enormi dell’armata, ricorse ai mezzi straordinari. Fra questi, il primo fu quello di esigere alla svelta, dai cittadini, seicentomila scudi, che tanti rimanevano per coprire il prestito forzato di ottocentomila, ordinato per conto proprio da Ferdinando III nel 1798, e del quale non era stata pagata che la prima rata. Quindi, l’immediata consegna degli utensili e vasellami d’oro e d’argento di uso sacro, non strettamente necessari al culto, e già parzialmente ordinata dallo stesso Granduca, che s’era veduto però mal corrisposto. I preti non intendevano affatto di privarsi di tali oggetti, per quanto nel 24 dicembre 1798 fosse stata spedita ai vescovi una circolare, onde esortarli a dare il buon esempio ed eccitare preti, frati e monache, a concorrere con alacrità e zelo al sollievo delle pubbliche finanze, così tartassate per sopperire alle spese fatte per «l’armamento delle bande e per la creazione dei cacciatori volontari.» Ma fu fiato e carta sciupata. Vescovi, e clero fecero il sordo. Amici cari, e borsa del pari!... Il governo francese dunque, riportò in ballo la faccenda del prestito e della consegna degli oggetti preziosi, perchè il bisogno stringeva e non c’era tempo da perdere. Giacché il Granduca, pel primo, aveva avuto quella felicissima idea, non ostante che non gli riuscisse poi d’attuarla, i francesi credettero ben fatto di sfruttare l’odiosità ch’egli s’era tirato addosso, per trarla a lor vantaggio. [p. 37 modifica]Cosicché il 13 maggio, il Cellesi «segretario della giurisdizione» mandò fuori un editto per raccogliere gli argenti e gli ori superflui nei luoghi destinati al culto, poiché anche «l'antico governo aveva dato l’esempio d’una raccolta d’argenteria superflua.» Gli oggetti da consegnarsi dovevano esser portati entro tre giorni alla Zecca di Firenze, per farne tanta moneta.

Questa misura colpiva anche le sinagoghe e le chiese di altro rito, eccettuati soltanto gli spedali.

Si concedeva per uso ecclesiastico ad ogni chiesa, monastero, convento o luogo pio, un ostensorio, purchè non ne avessero un'altro di metallo!; i calici e le pissidi non aventi che la sola coppa d’argento, e se in qualche chiesa fossero tutti d’argento, se ne lasciassero il minor numero possibile per l’uso di essa. Eran pure esclusi dalla consegna «i piccoli vasi da olio santo e da crisma,» gli ornati uniti alle immagini o ad altri lavori che non potessero levarsi senza «deturpare l’opera:» che, del resto, avrebbero dovuto portare alla Zecca anche quelli. Ma ciò che non veniva escluso, erano «gli ornati, benché di sfoglia, di quelli arredi di chiesa, che si riservano per le pompe e funzioni straordinarie.»

Al governo francese piaceva la semplicità, specialmente nelle tasche dei cittadini! E mentre protestava una gran devozione per le reliquie dei santi, ingiungeva a tutte le chiese che ne possedevano, di levarle con la dovuta riverenza dai reliquiari, tenersi le reliquie, e i reliquiari, se fossero stati d’argento, mandarli alla Zecca. Anche negli atti della religione, la repubblica amava la semplicità!

Nelle cattedrali poi, e nelle abbazie, non era permesso che un pastorale solo, e ciò che era strettamente necessario nei pontificali. Se in qualche chiesa vi fossero oggetti d’argento reputati opere d’arte, meritevoli d’esser conservati, il rettore doveva farne rapporto, probabilmente per mandarli a conservare a Parigi, come avvenne dei molti quadri, dei cammei, e degli oggetti in pietra dura delle gallerie.

Finalmente si ordinava senza tanti preamboli, a tutti coloro [p. 38 modifica]che presiedevano o amministravano chiese, monasteri e luoghi pii, di sostituire al più presto le lampade e gli arredi d' argento, con altri « d'altra materia a piacimento!»

Se la chierica de' preti fosse stata d'argento, i francesi si sarebbero fatta consegnare anche quella!

Queste, che molti ritennero per vere esorbitanze, specialmente nelle campagne, indignarono gli animi dei più; e cominciò allora il sordo lavorìo dei preti e dei reazionari per sobillare le plebi.

Specialmente nell'aretino, dove gli emissari austriaci trovarono il terreno più adatto che altrove a sollevare le masse, queste si ribellarono al regime francese; e la rivolta a poco a poco assunse serie proporzioni. Ad Arezzo fu preso a pretesto della prima insurrezione, il 6 di maggio, trentesimo anniversario della nascita di Ferdinando III. In quel giorno i contadini della provincia aretina, ai quali dai codini giubbilanti s'era dato ad intendere che i tedeschi erano entrati in Firenze, fecero nelle campagne intorno ad Arezzo fuochi di gioia. Molti di quei contadini entrarono in città, e senza curarsi, anzi, provocando il piccolo presidio francese, e la scarsa guardia nazionale, percorsero le vie della città, gridando Viva Maria, — che non ci aveva nulla che fare — Viva Ferdinando III ; Viva l'imperatore, abbasso l'albero della libertà.

Poco dopo l'ingresso di quelle ciurme ignoranti di contadini, comparve in Arezzo una sdrucita carrozza guidata da un cocchiere, che aveva accanto a sé una vecchia, la quale teneva in mano una bandiera austriaca, che faceva sventolare dove maggiore era la massa dei contadini, eccitandoli sempre più. Quella sozza folla fu così stupidamente idiota, da credere che il cocchiere non fosse altri che San Donato protettore d'Arezzo e la vecchia la Madonna, e che entrambi venivano ad annunziare la prossima liberazione d'Arezzo! Parrebbero novelle queste, se non fosse pura storia !!

Allora non ebbero più limite le ingiurie ai francesi, e gli insulti d'ogni genere ai patriotti. In brev'ora la città fu in preda alla rivoluzione. Il popolo ubriacato, trascinato [p. 39 modifica]dai contadini, si armò come meglio potè di fucili, di pali, di forconi, di falci, di scuri e di tutto quanto forse atto a ferire.

La scarsa truppa francese, tenne testa per un po’ di tempo; ma vedendo che la folla s’imbestialiva sempre più, perchè nella mischia aveva avuto anche un morto, sebbene fosse morto anche un soldato, la truppa, diciamo, si dette alla fuga.

Rimasta libera la città, le bastonate ai pochi patriotti e le sassate a’ vetri delle loro case, piovvero come la grandine. Furon distrutti tutti gli emblemi della repubblica e rimessi quelli del Granduca al grido di Viva Maria, - al solito Viva l’Autstria. Furon messe fuori le bandiere del papa, quella austriaca e perfino il vessillo della Madonna del Conforto.

Da Arezzo l’insurrezione s’estese subito a Cortona; e il general Gualtier, impensierito della piega che prendeva la cosa, badava a fulminare da Firenze editti pieni di minacce e di terrore, ingiungendo col primo, in data del 19 fiorile, (ossia del 9 maggio) agli abitanti di Toscana di consegnare ai comandi di Piazza tutte le armi d’ogni genere che possedevano, comminando pene severissime ai contravventori, ed ingiungendo ai parroci di legger l’editto nelle chiese dopo la messa parrocchiale.

A queste ingiunzioni, si rispondeva con l’aumentare la pertinacia della rivolta; e le popolazioni del Casentino, infiammate dai cenobiti di Camaldoli e di Vallombrosa, e dai mendicanti dell’Alvernia, presero le armi, e per la Consuma scesi rapidamente al Pontassieve, favoriti dalla località, impedirono ai francesi inviati da Firenze di forzare il passo e di marciare sopra Arezzo.

Il commissario Reinhard il 29 fiorile (19 maggio) anno VII della Repubblica francese Una e Indivisibile, emanò un nuovo editto assegnando il termine agli abitanti di Arezzo e di Cortona a sottomettersi. L’editto era basato sulla considerazione, che gli abitanti di quelle due città avendo «assunto » la coccarda d’una potenza in guerra, incarcerato ed assassinato dei soldati francesi, stampati proclami sovversivi, [p. 40 modifica]ed essersi opposti al passo della legione polacca, ausiliaria dell’armata della repubblica, si imponeva alle due città di liberare entro ventiquattr’ore dalla notificazione dell’editto i cittadini toscani e francesi incarcerati nei fatti del 16 e 17 fiorile, e di mandare a Firenze venti ostaggi scelti fra i possidenti e funzionari pubblici delle due città da rimanervi sotto la protezione delle leggi, intanto che le truppe francesi occupassero militarmente tanto Arezzo che Cortona.

Passato questo tempo inutilmente, le dette città e le comunità circonvicine, sarebbero state dichiarate ribelli e ridotte all’obbedienza con la forza delle armi. Il paragrafo VII poi conteneva questa esplicita comminazione: «Tutti i proprietari nobili domiciliati nelle dette città, tutti i preti aventi dei benefizi, che non sono di quelli con cura d’anime, i quali non usciranno subito da queste città dichiarate in stato di ribellione aperta, e non si recheranno a Firenze, verranno considerati come capi di rivolta, puniti come tali, e i loro beni saranno confiscati a profitto della repubblica.»

Quest’editto inasprì sempre più gli animi dei rivoltosi.

Allora il generale in capite jMacdonald emanò da Siena in data del 3 pratile (23 maggio) questa, che giustamente fu detta feroce ordinanza:

«Art. I. Nel corso di 24 ore dalla notificazione della presente risoluzione, le comunità d’Arezzo e di Cortona poseranno le armi, e invieranno una deputazione al Generale in capite composta dei principali cittadini, per assicurarlo della loro sommissione e per servire d’ostaggio.

Art. 2. Mancando esse di conformarsi al precedente articolo nella dilazione prescritta, si manderanno delle colonne di truppe francesi e dei cannoni, per assoggettare i ribeili con la forza.

Art. 3. In caso di resistenza, tutti gli abitanti saranno passati a fil di spada, e le città date in preda al saccheggio e alle fiamme.

Art. 4. Le due città d’Arezzo e di Cortona, saranno distrutte e rase. [p. 41 modifica]Art. 5. Sarà inalzata una piramide nel luogo che occupavano, con queste parole: Le città d’Arezzo e di Cortona punite della loro ribellione.

Art. 6. La presente risoluzione sarà stampata, pubblicata ed affissa in tutte le Comunità del territorio toscano. I generali comandanti le colonne contro Arezzo e Cortona sono incaricati della sua esecuzione.»

Nello stesso giorno il generale Macdonald emanò un altro editto contro «alcuni preti fanatici» che si univano ai «miserabili agenti» dell’Austria, per rovesciare il regime repubblicano.

Per conseguenza, stabiliva con quell’edifto che ogni comunità che inalberasse lo stendardo della rivolta sarebbe stata sottomessa con la forza; e che «i cardinali, arcivescovi, vescovi, abbati, curati, e tutti i ministri del culto» sarebbero tenuti personalmente responsabili degli attruppamenti e delle rivolte. 

E per farsi intendere anche più chiaramente, il bravo generale in capite intimava a tutti i preti di portarsi immediatamente nei luoghi della loro giurisdizione dove fosse scoppiata la rivolta per sedarla. E se fossero invece trovati con rarme alla mano sarebbero stati, per una volta tanto, giova almeno sperarlo, fucilati senza processo. Ugual sorte sarebbe toccata agli altri ribelli arrestati in simili condizioni.

La risposta degli aretini ai proclami del Macdonald se fu ispirata al fanatismo più bizantino, non fu però meno energica ed arrogante. In essa, fra le altre cose, si diceva chiaro e tondo al generale francese: «Voi in nome del governo francese ci avete fatto sempre delle belle promesse; ma nemmeno una volta ci avete mantenuta la parola. Se eravamo liberi, perchè non lasciare a noi la scelta dei nostri rappresentanti? Era una volta in proverbio la fede greca; nelle vostre mani è divenuta tale la fede francese!» Parole roventi coteste, ma dette con coraggio! La conclusione della risposta degli aretini conteneva un’aperta sfida, dicendo che la rabbia del generale non li spaventava: ed alla minaccia di erigere [p. 42 modifica]una piramide, dove sorgeva la città d’Arezzo, rispondevano che più facile sarebbe stato agli aretini formarne una di teste di giacobini e di soldati francesi, ponendovi in cima quella del comandante Mesange, che era scappato con la compagnia, appena scoppiata la rivolta.

La chiusa poi era enfatica quanto mai. Dopo aver detto che gli aretini non s’inchinavano che a Dio e «alla grande protettrice Maria» in nome della quale però, commisero ribalderie senza nome, concludevano ammonendo il Macdonald: «Vergognatevi delle vostre insultanti minacce: e chinando gli occhi a terra, riconoscete il vostro delitto; tremate che il Dio delle vendetta non vibri sul vostro capo quel folgore che oramai vi striscia intomo, e che certo non isfuggirete, se al lungo errore non succede un pronto e sincero ravvedimento. » Considerate da quali pulpiti si dovevan sentir tali prediche!...

Il Macdonald con le sue truppe si mosse allora da Siena e marciò prima su Cortona, avendo intenzione di continuar poi per Arezzo e sottomettere con le armi le due ribelli città. I cortonesi meno fermi degli aretini, appena furono in vista i soldati francesi, andaron loro incontro; e fatto atto di sottomissione al generale, fu ripristinato il governo francese e rimessi gli alberi della libertà.

Il Macdonald non potè però continuare la sua marcia sopra Arezzo perchè gli austro-russi gli davano da fare altrove. Per conseguenza dovè lasciar la Toscana, dando così agio ai ribelli di continuare nelle loro imprese: le quali, benché mascherate dai gridi di Viva Maria, nascondevano il fine del saccheggio e delle maggiori bricconate, che potessero aspettarsi da una masnada di quella fatta.

La prima marcia degli insorti fu sopra Siena, dove appena giunti abbassarono l’albero della libertà in tutte le piazze e ne fecero un rogo, sul quale bruciarono tredici disgraziati ebrei, accusati di partigianeria verso i francesi, per avere un motivo di sfogare su di essi la loro malvagità. Il più bestiale tra i condottieri di quella canaglia, era un frate [p. 43 modifica]laico zoccolante del IMonte San Savino, che con la sciabola in mano eccitava i suoi seguaci «bestemmiando come un forsennato» in onore di Dio e del principe. Fu saccheggiato il ghetto e la sinagoga, fracassate e vuotate le sette cassette dell’elemosina nella sagrestia del tempio, e portati via gli argenti che ornavan la bibbia.

Questi barbari fatti di Siena, e il tremendo rovescio toccato da Macdonald alla Trebbia nei giorni 17, 18 e 19 giugno ebbero il loro contraccolpo anche in Firenze, dove la sera del 4 luglio, in Piazza Nazionale, vi fu una specie di rivoluzione, nella quale il popolo bruciò tutti gli emblemi della repubblica. Le cariche di cavalleria furono insufficienti a frenare il furore della plebaglia istigata dai reazionari; ed i liberali si videro in pericolo.

Frattanto la disfatta della Trebbia determinò i francesi ad allontanarsi dalla Toscana: e la notte del 5 luglio, il [p. 44 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/44 [p. 45 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/45 [p. 46 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/46 [p. 47 modifica]
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III

Nuovi proclami e sempre nuovi governi


Ultimi atti del commissario Reinhard - Il Senato fiorentino - Effetti della reazione - Selim III - Il generale Suwarow - La Sandrina Mari e gli aretini a Firenze - Il vescovo Scipione Ricci - Gli austro-russi - Sempre Te Denm - La morte di Pio VI - I francesi tornano in Toscana - Il regno d’Etruria - Lodovico di Borbone a Parigi - Proclama del generale Murat Giuramento prestato al nuovo sovrano - Suo arrivo a Firenze - L’Apollo di Belvedere e la Venere dei Medici - Tristi condizioni del regno d’Etruria - Viaggio dei reali e morte del re Lodovico.

Appena gli ultimi soldati francesi ebbero lasciato in fretta e furia Firenze, fu affisso un avviso senza data - ciò dimostra che era stato pronto da un pezzo - del commissario Reinhard col quale rammentava ai fiorentini ch’erano «sottomessi al g-overno francese dal diritto della guerra; e che se era stata rispettata la loro religione, le proprietà e le persone, lo dovevano soltanto alla loro pacifica sommissione e alla generosità francese, che non s’era obliata un istante.» E dovevasi altresì «alla saviezza, alla purità e alla bontà dei Toscani» se era stato conservato il loro paese, cioè se non era stato distrutto erigendovi una piramide sulle sue rovine, come avevano minacciato di fare ad Arezzo e a Cortona. Per essere amici, non potevano parlar meglio davvero! Nello stesso tempo, fu affissa l’ultima e «furibonda» ordinanza del su nominato Reinard, il quale, alludendo ai fatti d’Arezzo, diceva che «una ribellione provocata e feroce aveva [p. 48 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/48 [p. 49 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/49 [p. 50 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/50 [p. 51 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/51 [p. 52 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/52 [p. 53 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/53 [p. 54 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/54 [p. 55 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/55 [p. 56 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/56 [p. 57 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/57 [p. 58 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/58 [p. 59 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/59 [p. 60 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/60 [p. 61 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/61 [p. 62 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/62 [p. 63 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/63 [p. 64 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/64 [p. 65 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/65 [p. 66 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/66 [p. 67 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/67 [p. 68 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/68 [p. 69 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/69 [p. 70 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/70 [p. 71 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/71 [p. 72 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/72 [p. 73 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/73 [p. 74 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/74 [p. 75 modifica]
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IV

{{ct|t=1|v=1|f=130%|Maria Luisa, Napoleone I ed Elisa Baciocchi


Primi atti della reggenza - Visita ai Santuari - II pontefice Pio VII - Un sonetto - Napoleone imperatore - Feste e luminarie - La principessa Carlotta di Parma - Editto della reggente - Le sorelle Paglicci - La caduta del regno d’Etruria - Lo Stato torna in mano di Napoleone - Nuovi ordinamenti amministrativi - Diecimila reclute - Buoni proponimenti - Elisa Baciocchi principessa di Piombino - La Semiramide di Lucca - Elisa Baciocchi, granduchessa di Toscana - La disfatta di Mosca - Una canzone francese - I napoletani a Firenze - Il prossimo ritorno di Ferdinando III.

La regina reggente con atto di politica femminile credè di fare un grande effetto facendo prendere subito, dopo trascorsi quaranta giorni dalla morte del padre, l’abito di cavaliere di Santo Stefano al nuovo re, Carlo Lodovico, che non aveva ancora quattro anni, e di dare in tale occasione un pranzo, sotto le Logge dell’Orgagna, a cento bambini e a cento bambine del basso ceto, permettendo loro di portarsi a casa gli avanzi, il tovagliolo, il bicchiere e la posata.

Il minuscolo re, in collo alla madre, assistè a quel pranzo, stando sotto un baldacchino eretto sul terrazzino di Palazzo Vecchio. Le musiche dei reggimenti fucilieri «Reale Toscano» e «Reale Infante» e la fanfara dei dragoni, tutti schierati sulla piazza, suonavano alternativamente, nel tempo stesso che dalle due fortezze si sparava il cannone. Povera polvere! [p. 76 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/76 [p. 77 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/77 [p. 78 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/78 [p. 79 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/79 [p. 80 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/80 [p. 81 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/81 [p. 82 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/82 [p. 83 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/83 [p. 84 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/84 [p. 85 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/85 [p. 86 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/86 [p. 87 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/87 [p. 88 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/88 [p. 89 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/89 [p. 90 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/90 [p. 91 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/91 [p. 92 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/92 [p. 93 modifica]
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V

La Toscana restituita a Ferdinando III


Illuminazione e festeggiamenti - Gaudio generale - Editti e proclami - Un discorso del principe Rospigliosi - Cambiamento ufficiale del governo - Il giuramento - La processione del Coi-pus Doniùti.

Un editto del duca di Rocca Romana, plenipotenziario in Toscana di Gioacchino Murat, ordinò ai fiorentini in nome del suo re, che nelle sere del 29 e 30 aprile 18 14, in segno di spontaneo giubbilo «per il fausto avvenimento» del ritorno della Toscana a Ferdinando III, si facesse una solenne illuminazione, «giacché era piaciuto alla Divina Provvidenza di esaudire i preghi degli afflitti toscani.» E la mattina di quei due giorni, furono afiìssi per la città vari altri editti, che concernevano tutti il definitivo cambiamento di governo. «Per contrassegno di gratitudine al popolo fiorentino lo stesso re di Napoli ordinò che alle tre pomeridiane del 29 aprile fossero estratte alle Cascine ili ttna bene intesa ed elevata tribuna, cento doti di cento lire l’una ad altrettante povere zittelle della città.» Per quanto delle elevate tribune tutte ne avessero vedute, nessuno però era avvezzo a vederne una «ben intesa» e perciò parve forse una cosa anche più straordinaria; ed il popolo esultò a queste prove d’affetto così tenero, dategli per l’appunto quando Murat se ne andava. Non per questo però sarebbe tornato addietro; perchè ognuno 6. — Conti. [p. 94 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/94 [p. 95 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/95 [p. 96 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/96 [p. 97 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/97 [p. 98 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/98 [p. 99 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/99 [p. 100 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/100 [p. 101 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/101 [p. 102 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/102 [p. 103 modifica]
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VI

Il ritorno di Ferdinando III in firenze



Preparativi - II ricevimento - L’ingresso del Granduca in città - L’anfiteatro della piazza San Marco - In Duomo - A Palazzo Pitti - L’arrivo di Leopoldo, principe ereditario - Sempre festeggiamenti - Il «grande appartamento.»


Ma il giorno desiderato, il giorno tanto aspettato da tutti, eccettuati coloro, ed erano pur troppo i meno, che si scoraggiavano di fronte a tanta debolezza di un popolo che applaudiva sempre al giogo, fu il 17 di settembre 1814, nel quale Ferdinando III avrebbe fatto il suo trionfale ingresso in Firenze. Era un vero fanatismo. Già fin dal dì 1 5 il Granduca aveva mandato da Bologna, per mezzo del principe Rospigliosi che si era recato lassù ad incontrarlo, al segretario d’etichetta Giuseppe Corsi, gli ordini per la funzione del suo ingresso in Firenze; ed il giorno seguente, il signor Gaetano Rainoldi, direttore della reale Segreteria di Gabinetto, tenne formale sessione con i consiglieri Fossombroni e Frullani, ed il Presidente del Buon Governo Aurelio Puccini, onde circolare gli ordini del Sovrano, e dare tutte le necessarie disposizioni. Nella mattina vennero affìssi dappertutto proclami e motupropri, che ristabilivano vari uffìzi soppressi; e dalla Segreteria del Buon Governo fu affìssa una notificazione per il regolamento delle carrozze dei signori intimati, non invitati, alla sacra funzione da farsi nella [p. 104 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/104 [p. 105 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/105 [p. 106 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/106 [p. 107 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/107 [p. 108 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/108 [p. 109 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/109 [p. 110 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/110 [p. 111 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/111 [p. 112 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/112 [p. 113 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/113 [p. 114 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/114 [p. 115 modifica]
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VII

Il Comune Fiorentino dal 1799 al 1814

Prima del 24 marzo 1799 - Per l’arrivo dei francesi - Imbarazzi finanziari Spese per la festa della libertà - Il trattamento di tavola del generale Gaultien - 13 uniformi nuove - Nuovi debiti e nuovi imbarazzi - Richiesta di 140 cavalli - In cerca di denaro - Gratificazioni alla truppa austriaca - Indennità per bestie requisite dai francesi - Nuovo imprestito di diecimila scudi - Vendita delle 13 uniformi - Imposizione del Governo francese di 2 milioni e mezzo di franchi - Umiliazioni e preghiere - Riduzione della imposizione e pegno di garanzia per 300 mila franchi di gioie - Il marchese Catellini prigioniero in casa sua - Nuova imposizione di 100 mila franchi Minaccia d’arresto del Magistrato - Te Denm per il ringraziamento dell’anno - Cittadini che non possono più pagare - Il Governo sospende il Magistrato perchè impone le gravezze - Murat a Firenze - Pace conclusa fra l’Imperatore e Napoleone - Ossequi a Murat - Spese per le feste di San Giovanni - Illuminazioni e fuochi per la nascita d’una principessa d’Etruria Spese in altre feste e illuminazioni - Grilli o locuste - E ancora illuminazioni - L’apparato della t Loggia de’ Lanzi» - Cavalli che non corrono - Te Deutn e illuminazioni per un nuovo cambio di Governo - Spese per la residenza del generale De Moulin - 30 doti a trenta ragazze - La grazia di poter parlare italiano - Istituzione delle Rosiere - Nuove spese per la granduchessa Baciocchi - Offerta di 50 cavalieri - Indirizzo a Napoleone - La Biblioteca Riccardiana - Ricostituzione della Magistratura civica. Con Ferdinando III si torna alla calma.

Per necessità storica si son dovuti finora riguardare gli avvenimenti dal 1799 al 18 14 soltanto dal lato politico; ma non meno interessante, anzi sotto certi rispetti forse anche di più, sono quegli avvenimenti dal lato amministrativo. Perciò un breve riassunto della vita del Comune fiorentino in quei [p. 116 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/116 [p. 117 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/117 [p. 118 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/118 [p. 119 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/119 [p. 120 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/120 [p. 121 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/121 [p. 122 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/122 [p. 123 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/123 [p. 124 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/124 [p. 125 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/125 [p. 126 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/126 [p. 127 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/127 [p. 128 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/128 [p. 129 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/129 [p. 130 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/130 [p. 131 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/131 [p. 132 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/132 [p. 133 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/133 [p. 134 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/134 [p. 135 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/135 [p. 136 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/136 [p. 137 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/137 [p. 138 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/138 [p. 139 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/139 [p. 140 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/140 [p. 141 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/141 [p. 142 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/142 [p. 143 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/143 [p. 144 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/144 [p. 145 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/145 [p. 146 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/146 [p. 147 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/147 [p. 148 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/148 [p. 149 modifica]
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VIII

Il granduca Ferdinando riprende i suoi usi


Udienze - La contessa d’AIbany - Pietro Leopoldo e le donne fiorentine Una lettera della d’AIbany - Viaggio del Granduca a Pisa e Livorno - Vita intima del Sovrano - Veglione alla Pergola - Etichetta di Corte - Una osservazione del generale Vettori - Festa a’ Pitti. Una delle prime e maggiori seccature, poiché non si può dire diversamente, che ebbe a sopportare Ferdinando III appena tornato a fare il Granduca, fu quella delle udienze. Incaricati di governi, ministri esteri, magistrati, preti, soldati, vescovi, generali, le deputazioni dei teatri e della nazione ebrea di Firenze e di Livorno, nobili, negozianti, e perfino i festaioli di San Lorenzo, tutti afflissero, con la premura di ossequiarlo, il reduce sovrano.

Ma quelli che forse ci guadagnaron di più, furono i Setaioli Giuseppe Berti, Giuseppe Tanghi e Francesco Barbantini, i quali «umiliando al real sovrano diverse pezze di drapperie da parati,» ebbero la consolazione di vedere che quei drappi incontrarono tanto il gusto del Sovrano, che ne diede loro una «buona ordinazione» principal fine della domandata udienza dei tre Setaioli.

Fra le dame di gran nome ricevute da Ferdinando III vi fu la contessa d’AIbany, che nel dì 3 ottobre 18 14 ebbe l’onore di presentare al Granduca le sue congratulazioni, tale e quale come avrebbe fatto una regnante; poiché non poteva [p. 150 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/150 [p. 151 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/151 [p. 152 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/152 [p. 153 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/153 [p. 154 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/154 [p. 155 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/155 [p. 156 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/156 [p. 157 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/157 [p. 158 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/158 [p. 159 modifica]
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IX

Il Congresso di Vienna: nuovi torbidi in Italia


Un patto d’alleanza e un trattato di pace - Don Neri Corsini plenipotenziario della Toscana al Congresso di Vienna - Pretese sfatate della reggente Maria Luisa - Sospensione del Congresso - Napoleone I a Parigi - Il proclama murattiano per l’indipendenza d’Italia - Risposta del Bellegarde - Ferdinando III ripara a Pisa - Dà ragione della sua partenza - La Sandrina Mari si fa distinguere - Proclami del Pignattelli napoletano e del Nugent tedesco - Ferdinando III torna a Firenze - La bravura dei soldati toscani - Ritorna la calma, e ritornano molti oggetti d’arte da Parigi.

La quiete che parve tornare con Ferdinando III era ancora di là da venire, poiché nuovi e gravi fatti la turbarono.

Nel dì 1° marzo 1814 era stato stipulato a Chaumont il patto d’alleanza contro Napoleone, fra il re di Francia Luigi XVIII, che aveva preso il posto di lui, e le quattro potenze alleate, cioè Austria, Russia, Prussia e Inghilterra.

Nel dì 30 maggio dell’anno medesimo fu altresì firmato a Parigi il trattato di pace fra il re e le potenze stesse. Questi due trattati furono confermati nel memorabile Congresso di Vienna, che ebbe una grandissima importanza, poiché vi intervennero quasi tutti gli Stati d’Europa.

La prima seduta preparatoria di quel Congresso fu tenuta il dì 16 settembre. E Ferdinando III si affrettò, appena rientrato a Palazzo Pitti, di mandarvi come suo plenipotenziario il consigliere Don Neri Corsini. Egli sostenne energicamente e [p. 160 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/160 [p. 161 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/161 [p. 162 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/162 [p. 163 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/163 [p. 164 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/164 [p. 165 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/165 [p. 166 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/166 [p. 167 modifica]
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X

Riordinamento della città.
Sposalizio di Carlo Alberto



La nuova magistratura civica - Compenso all’interpetre della lingua tedesca I cartelli e i numeri delle strade - Dodici figliuoli! - I lucchi - Nuove leggi e ordinamenti - Un palio di ciuchi - Dispensa dal digiuno quaresimale - I loggiati della porta alla Croce - Abusi repressi - Domanda di matrimonio - Congratulazioni municipali - Le berrette del magistrato - Sponsali di Carlo Alberto di Sardegna con l’arciduchessa Maria Teresa - Feste nuziali - Gli sposi partono per Torino.

Ricostituita la Comunità, i primi atti del Magistrato civico furono diretti prima a riordinare le spese ed a scemare gli aggravi che da quindici anni si tolleravano di mala voglia; poi a provvedere alla pulizia e all’igiene eccessivamente trascurate, che avevano ridotto Firenze peggio d’un sobborgo o di un villaggio.

Ma come se fosse un destino che i denari del Comune dovessero esser sempre spesi, o per un verso o per un altro, a prò degli stranieri, il dì 3 1 maggio 1 8 1 5 il Magistrato ebbe a stabilire a favore di Giovanni David la somma giornaliera di 5 paoli, per il servizio assiduo da lui «prestato di giorno e di notte» dal dì 3 maggio di quell’anno, in qualità di interpetre della lingua tedesca, all’ufizio degli alloggi militari.

I quali alloggi, furon causa, al solito, di spese per parte della Comunità, che dal 1799 in poi non aveva fatto altro che spen [p. 168 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/168 [p. 169 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/169 [p. 170 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/170 [p. 171 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/171 [p. 172 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/172 [p. 173 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/173 [p. 174 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/174 [p. 175 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/175 [p. 176 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/176 [p. 177 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/177 [p. 178 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/178 [p. 179 modifica]
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XI

Le nozze dell'arciduca Leopoldo

Ferdinando vuol dar moglie all’arciduca Leopoldo - La chiesta - Il magistrato in moto - Conclusione del matrimonio - Nozze per procura - La Commissione granducale a Trento - L’arrivo della sposa - Il principe Rospigliosi la prende in consegna - Cerimonie - Elargizioni, sussidi e amnistia - L’incontro alla villa di Cafaggiolo - La sposa a Firenze - La benedizione nuziale alla Santissima Annunziata - Ingresso a Palazzo Pitti - Ricevimenti e presentazioni - Pranzo - Serata di gala - Feste popolari - Al Casino de’ Nobili - A Pisa e Livorno.

Ferdinando III non nascondeva la sua contentezza per le nozze testé celebrate, che ponevano la figlia sua nella più antica famiglia regnante d’Europa, e che forse un giorno sarebbe stata chiamata a grandi destini, come poi avvenne. jIa egli non avrebbe mai supposto che alla figliuola diletta sarebbe toccata la gloria d’esser la madre del primo re d’Italia. Questa contentezza gli fece anche riflettere che era ormai tempo di pensare alla successione del trono di Toscana.

Perciò, volendo raggiungere questo fine, stabilì di dar moglie al figliuolo arciduca Leopoldo, che aveva compiuto venti anni. Egli però, a diciassette, aveva fatto molto temere per la sua salute; anzi, corse voce gli si desse una balia, come se fosse tornato bambino, onde vedere se con quella cura primitiva, il pericolo d’una disgrazia si potesse scongiurare.

E la cura fece miracoli: poiché cambiate abitudini, il giovanetto Arciduca tornò sano e vegeto; finché non si fu costretti [p. 180 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/180 [p. 181 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/181 [p. 182 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/182 [p. 183 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/183 [p. 184 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/184 [p. 185 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/185 [p. 186 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/186 [p. 187 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/187 [p. 188 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/188 [p. 189 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/189 [p. 190 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/190 [p. 191 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/191 [p. 192 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/192 [p. 193 modifica]
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XII

L’imperatore Francesco e il re di Napoli a Firenze


La frammassoneria livornese - Esuli politici a Firenze - L’arrivo dell’Imperatore - Illuminazione della città - Visita a pubblici e privati stabilimenti - Feste in piazza della Signoria e nel piazzale degli Uffizi - L’imperatore parte per Napoli e impressione che ne riceve - Rivoluzione napoletana del 1820 - Il re di Napoli ripara in Toscana - Si reca al Congresso di Laybach - Ferdinando III a Livorno - Una congiura sventata - Il generale Casanova.

La Toscana aveva ripreso la sua vita tranquilla, quasi noiosa, senza sbalzi e senza paura di sconvolgimenti, come negli anni passati fino al quindici. Soltanto la frammassoneria, che aveva posto il suo quartier generale a Livorno, destava di quando in quando qualche inquietudine, ma non dava poi gran pensiero, poiché il suo scopo costante era quello di rendere l’Italia completamente libera e padrona di sé, come era di diritto.

Ma a nominare i frammassoni allora si facevano il segno della croce come se fossero stati il diavolo, mentre era tutta gente animata sinceramente e profondamente dall’amore di patria e dal desiderio costante e vivissimo di vederla unita, prospera e grande. Oggi, che tutto ciò si sente molto meno, bisogna pur dirlo per quanto s’abbia l’ipocrisia di non volerlo riconoscere, i frammassoni di quei tempi parrebbero codini e nulla più. [p. 194 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/194 [p. 195 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/195 [p. 196 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/196 [p. 197 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/197 [p. 198 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/198 [p. 199 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/199 [p. 200 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/200 [p. 201 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/201 [p. 202 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/202 [p. 203 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/203 [p. 204 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/204 [p. 205 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/205 [p. 206 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/206 [p. 207 modifica]
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XIII

Notizie di Corte: Tedeschi per le vie

Ferdinando III vuol riammogliarsi - La sorella della nuora - La futura sposa a Firenze - Re Ferdinando al Congresso - Passaggio di soldati tedeschi La «lista dei tre colori» - Il generale Guglielmo Pepe e il generale Ruffo - Disfatta e fuga paurosa.

Il matrimonio del Principe ereditario non era stato fecondo, e ciò mise in serio imbarazzo il Granduca, che temeva compromessa seriamente la successione al trono. Ed essendo questa per lui una faccenda della massima importanza, e della quale forse ebbe a tener parola col fratello Imperatore quando venne a Firenze, decise di passare a seconde nozze per vedere se lui, già quasi vecchio, sarebbe stato più fortunato, diciamo così, del figliuolo Leopoldo. Perciò non sapendo dove battere il capo, si risolvè di domandare in sposa la sorella della propria nuora, principessa Maria Ferdinanda Amalia di Sassonia, nata il 27 aprile 1796, e perciò più giovane ventisette anni di lui. Ma la necessità non ha legge. Presa dunque una simile risoluzione, Ferdinando III espose il suo desiderio al principe Massimiliano, padre della principessa Ferdinanda. E così, la domanda del Granduca di Toscana essendo stata accolta con giubbilo dal principe di Sassonia, una sorella sarebbe diventata suocera dell’altra.

L’arciduca Leopoldo rimase per vero dire un po’ [p. 208 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/208 [p. 209 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/209 [p. 210 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/210 [p. 211 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/211 [p. 212 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/212 [p. 213 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/213 [p. 214 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/214 [p. 215 modifica]
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XIV

La malattia di Ferdinando III


Munificenza sovrana - Caccia sfortunata - Primi sintomi di una febbre gagliarda - Bollettini poco confortanti - Il <: pane angelico > - La «Gobbina» - Pubbliche preci - Ferdinando migliora - Funzioni di ringraziamento - La Corte ricomincia a divertirsi - II re delle Due Sicilie torna a Firenze - Il suo voto alla SS. Annunziata - Regali - La convalescenza del Granduca - Il principe Carlo Alberto e Maria Teresa a Firenze - Omaggi del popolo al Sovrano.

Il 18 gennaio 1821 il Magistrato ebbe dal Gonfaloniere la consolante notizia che S.A.I. e R. per mezzo dell’I. e R. Segretario di finanze partecipava alla Comunità che egli aveva ad essa accordato un sussidio straordinario di L. 70,000. Il Magistrato per dimostrare a S.A. la sua gratitudine per tale atto di munificenza, che aveva «prodotto il vantaggio universale di non aumentare l’imposizione del Dazio,» commesse al signor Gonfaloniere di presentarsi a S.A.I. e R. e rendergli in nome del Magistrato stesso i dovuti ringraziamenti per un atto così magnanimo.

Ma par proprio destino che le opere buone non abbian mai la giusta ricompensa, e che debbano quasi sempre scontarsi! Così avvenne a Ferdinando III.

Durante il soggiorno in Firenze del principe di Sassonia e della figlia, futura sposa del Granduca, questi non tralasciava occasione per farli divertire, e si dava moto quanto un giovane per far dimenticare appunto alla fidanzata la grande differenza d’età che esisteva fra loro due. Ala un [p. 216 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/216 [p. 217 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/217 [p. 218 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/218 [p. 219 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/219 [p. 220 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/220 [p. 221 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/221 [p. 222 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/222 [p. 223 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/223 [p. 224 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/224 [p. 225 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/225 [p. 226 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/226 [p. 227 modifica]
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XV

Il matrimonio del Granduca


Comunicazione ufficiale - Un dubbio risolto dall’Arcivescovo - Appello del principe Massimiliano - Questione di etichetta - Terzo inciampo - Elargizioni di doti - Atto di renunzia - Cerimoniale e notificazioni - L’addobbo della Metropolitana - L’arrivo dei Sovrani - Le nozze - Ritorno a Palazzo Pitti - I fuochi sulla torre di Palazzo Vecchio e l’illuminazione della Cupola del Duomo - Benedizione nuziale - Feste e divertimenti.

Ferdinando III comunicò personalmente al maggiordomo maggiore, principe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinori, che egli avrebbe sposata la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia il giorno 6 maggio 1821.

Perciò incaricava essi stessi di dare le necessarie disposizioni per la solenne cerimonia, sottoponendo preventivamente alla sua approvazione tutte le relative proposte.

Frattanto siccome il Comune non poteva rimanere indifferente di fronte a siffatto avvenimento, così, nell’adunanza del 21 aprile 1821, dal signor Gonfaloniere fu proposto al Magistrato straordinariamente convocato «di offrire una qualche festa pubblica per esternare la comun gioia, nella fausta circostanza del matrimonio di S. A. I. e R. l’augusto Sovrano con la Principessa Maria Ferdinanda di Sassonia.» Il Magistrato «riconosciuta molto plausibile e doverosa una tale proposizione, autorizzò lo stesso signor Gonfaloniere ad offrire in nome pubblico della città alla prefata I. e R. [p. 228 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/228 [p. 229 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/229 [p. 230 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/230 [p. 231 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/231 [p. 232 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/232 [p. 233 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/233 [p. 234 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/234 [p. 235 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/235 [p. 236 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/236 [p. 237 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/237 [p. 238 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/238 [p. 239 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/239 [p. 240 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/240 [p. 241 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/241 [p. 242 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/242 [p. 243 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/243 [p. 244 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/244 [p. 245 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/245 [p. 246 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/246 [p. 247 modifica]
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XVI

La nascita di un principe

e di una arciduchessa


Felicità coniugale - I principi Clemente e Giovanni di Sassonia a Firenze Si recano a Pisa - Clemente si ammala e muore - Trasporto della salma a Firenze - Mortorio e tumulazione in San Lorenzo - Nasce a’ Pitti Ferdinando di Savoia - Nasce una figlia al principe Leopoldo - Gala di tre giorni - Cerimonia solenne - Congratulazioni - Due fedi di battesimo Regali - Ospiti illustri - L’Arciduchessa «entra in santo.»

Lo scopo del matrimonio di Ferdinando III, quello cioè d’assicurare la successione al trono, giacché il Principe ereditario non aveva ancora avuto figli, non fu raggiunto. Con questo però, non si può dire che la seconda unione del Granduca non fosse avventuratissima, poiché tanto la nuova Granduchessa, che lui, erano sinceramente lieti di essersi uniti in matrimonio. Anche alla Corte di Sassonia erano molto soddisfatti d’aver così bene collocate le due principesse sorelle, le quali continuamente inviavano lettere alla famiglia, esponendo in tutte la loro felicità. I due fratelli principi Clemente e Giovanni fecero una gita a Firenze sulla fine del 1821, per salutare il Granduca e il principe Leopoldo loro cognati, ed abbracciare le sorelle. Non si può dire quanto giungesse gradita alla Corte la notizia di quella visita.

I due principi sassoni arrivarono in Firenze la notte del 20 dicembre 1821, ma essendo la Corte a Pisa, presero [p. 248 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/248 [p. 249 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/249 [p. 250 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/250 [p. 251 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/251 [p. 252 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/252 [p. 253 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/253 [p. 254 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/254 [p. 255 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/255 [p. 256 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/256 [p. 257 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/257 [p. 258 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/258 [p. 259 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/259 [p. 260 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/260 [p. 261 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/261 [p. 262 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/262 [p. 263 modifica]
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XVII

La morte di Ferdinando III


Sotterfugii di Carlo Alberto - Un monito severo - Partenza per la Spagna Tra popolo e principe - Le bonifiche in Maremma - Primi sintomi di febbre - Ferdinando III si aggrava - Muore - Dolore della famiglia - Imbalsamazione - L’estremo saluto della cittadinanza - Il trasporto - La consegna del cadavere nella chiesa di San Lorenzo - Lutto di Corte - La successione.

Il pruno che pungeva segretamente il cuore di Ferdinando III, il quale forse dava troppo peso a certi discorsi che gli venivano riferiti sul conto del genero, era la condotta un po’ sbrigliata di lui. Non che il Granduca si pentisse del parentado, e avesse da dolersi del principe di Carignano, no; ma egli avrebbe desiderato da parte di lui, un po’ più di fedeltà, se fosse stato possibile, verso la moglie. Il cuore di padre, ingrandiva agli occhi di Ferdinando III le scappatelle del principe Carlo Alberto, il quale credeva talvolta di farle pulite; ma quasi sempre si faceva scoprire.

Egli, d’altronde, non considerava che in Firenze, dove pur troppo non sfuggiva mai nulla, era non solo notato per il suo grado ma anche per la sua figura riconoscibilissima; la persona alta e magra, l’espressione malinconica del volto, i baffi all’insù; un insieme, che aveva dell’aristocratico e del soldato. Per questo dava appunto, più nell’occhio d’un altro. Perciò quando andava alla messa, seguito dal suo fidato [p. 264 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/264 [p. 265 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/265 [p. 266 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/266 [p. 267 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/267 [p. 268 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/268 [p. 269 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/269 [p. 270 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/270 [p. 271 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/271 [p. 272 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/272 [p. 273 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/273 [p. 274 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/274 [p. 275 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/275 [p. 276 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/276 [p. 277 modifica]
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XVIII L’opera amministrativa di Ferdinando III La «Presidenza del Buon Governo > - La Camera delle Comunità e il soprassindaco - Consulta di giustizia e grazia - Il supremo Consiglio di giustizia, la Ruota civile e la Ruota criminale - Registro - Ufizio del Segno Ufizi di Garanzia - Scrittoio generale delle I. e R. possessioni - Catasto Corporazioni religiose e Demanio — Archivi - Segreteria del Regio Diritto - Stato civile - Opera di Santa Maria del Fiore - L’Orfanotrofio di San Filippo Neri, la Pia Casa di Fuligno e la Congregazione di San Giovan Battista - Gli Spedali; l’Ospizio di Maternità ed altre istituzioni di beneficenza Pubblica istruzione - L’Accademia della Crusca. Una delle prime cure di Ferdinando III appena tornato sul trono era stata quella di riordinare lo Stato, ripristinando ciò che dai Governi passati era stato soppresso e modificando o correggendo le antiche istituzioni rimaste in vigore. Molte altre ne introdusse, le quali, se non corrisposero perfettamente al desiderio del popolo, non per questo era da incolparne la mala volontà del principe, che anzi, intendeva sempre con leggi che onestamente gli sembravano savie, di procurare il benessere dei suoi sudditi, purché non si trattasse mai di avere idee troppo liberali o di professare principii d’indipendenza politica. Nel suo concetto la Toscana apparteneva all’Austria, come aveva detto a faccia tosta anche il Rospigliosi nel 1814 nell’occasione del ritorno appunto di Ferdinando III. Uno dei primi provvedimenti del reduce Granduca, fu

quello di provvedere col JMotìtproprio del i" mag-gio e con [p. 278 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/278 [p. 279 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/279 [p. 280 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/280 [p. 281 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/281 [p. 282 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/282 [p. 283 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/283 [p. 284 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/284 [p. 285 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/285 [p. 286 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/286 [p. 287 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/287 [p. 288 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/288 [p. 289 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/289 [p. 290 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/290 [p. 291 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/291 [p. 292 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/292 [p. 293 modifica]
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XIX L’esercito toscano alla morte di Ferdinando III Il «Dipartimento della Guerra» - Le varie armi dell’esercito - Il torriere e i guardacoste - Il Corpo dei cadetti - Il battaglione dei discoli - I cacciatori volontari di costa - Comandi di Piazza - Onori militari al Santo Viatico - I veterani - Servizio dei veterani - I. e R. Marina da guerra Pompieri. Non soltanto lasciò Ferdinando lo Stato bene ordinato dal lato civile; ma, rispetto ai tempi, lo lasciò pure in buone condizioni anche da quello militare; poiché l’esercito e la marina, avevano ricevuto per le sue cure un assetto proporzionato alla importanza del paese. Il Direttore del «Dipartimento della Guerra» era S. E. il signor Vittorio Fossombroni, Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe, cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano, Gran Croce dell’Ordine di Leopoldo d’Austria, della corona reale di JSassonia, e di quello dei Santi Maurizio e Lazzaro; Uffiziale dell’Ordine della Legion d’onore. Consigliere intimo di Stato, per le Finanze e la Guerra, Segretario di Stato e Ciambellano di S. A. I. e R. Il colonnello Leonardo Guerrazzi era segretario del Dipartimento della Guerra. Il maggior generale Iacopo Casanuova era il comandante supremo delle truppe del granducato, ed

il colonnello Cesare Fortini, capo dello stato maggior generale. [p. 294 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/294 [p. 295 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/295 [p. 296 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/296 [p. 297 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/297 [p. 298 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/298 [p. 299 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/299 [p. 300 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/300 [p. 301 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/301 [p. 302 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/302 [p. 303 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/303 [p. 304 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/304 [p. 305 modifica]
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XX L’assunzione al trono di Leopoldo II Il ministro toscano Fossombroni e il ministro austriaco Bombelles - L’editto di assunzione di Leopoldo II al trono della Toscana - Politica del Fossombroni - Francesco Cempini ministro delle Finanze - Abolizione di una tassa sulle carni macellate - Sgravio sulla tassa fondiaria - Ricevimenti - Nomine dei dignitari di Corte - I solenni funerali di Ferdinando III - La vestizione del Gran ’Maestro dell’ordine equestre di Santo Stefano. Ferdinando III, o per poca fiducia che avesse nell’intelligenza del figliuolo, o, come qualcuno credette, per malintesa gelosia verso di lui, lo tenne sempre lontano dalle cure di Stato. Per conseguenza, quando il Granduca venne a morte, il figlio Leopoldo si trovò come un pulcino nella stoppa. Parlare a lui, poveretto, degli affari di governo era lo stesso che mostrare il mondo ad un cieco. E forse negli ultimi momenti Ferdinando III accorgendosi dello sbaglio fatto, raccomandò il successore alla fedeltà ed all’affetto del conte Vittorio Fossombroni e del principe Don Neri Corsini, perchè «con la maturità del consiglio e l’attaccamento alla Casa» gli servissero di guida nel diffìcile mestiere di regnante. E la sagacia e l’accortezza del Fossombroni furono subito messe alla prova dagl’intrighi dell’Austria; la quale, volendo profittare della morte del Granduca, tentava di far sospendere la proclamazione del successore a cui prima voleva, co’ suoi raggiri, far renunziare alla autonomia della Toscana, per metterla direttamente sotto la sua dipendenza.

Ma il Fossombroni, che qualche cosa di questo genere si [p. 306 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/306 [p. 307 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/307 [p. 308 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/308 [p. 309 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/309 [p. 310 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/310 [p. 311 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/311 [p. 312 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/312 [p. 313 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/313 [p. 314 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/314 [p. 315 modifica]
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XXI I primi anni del regno di Leopoldo II L’Istituto della SS. Annunziata - Il Granduca va a Milano - Una speranza delusa - L’istituzione del Corpo degl’Ingegneri - Proponimenti abortiti La Cassa di Risparmio e Cosimo Ridolfi - Toscana e Grecia - Champollion e Rosellini - Commissione toscana in Egitto - Buoni resultati ottenuti in Oriente - La bonifica Maremmana - I Gherardesca in Maremma - Il taglio dell’Ombrone. Quando un sovrano è circondato e servito da uomini di gran mente, ma integerrimi e onesti, cosa invero assai rara, può dirsi un uomo fortunato. E questa fortuna toccò, nei primordi del suo regno, a Leopoldo II: il quale, ben consigliato, e aperta a poco a poco la mente agli affari di Stato, tanto da poter comprender la saggezza e la utilità dei consigli che riceveva, si fece amare dai sudditi e compì ed intraprese opere utilissime e nobili, passando anche per uno dei principi più intelligenti e sagaci. Se cotesta non è fortuna non so più che cosa meriti questo nome. Di Leopoldo II non c’era da farne un uomo di Stato, un sovrano politico: bastava perciò contentarsi che fosse un buon principe, che non mettesse bastoni fra le gambe a chi governava onestamente per lui, e si appagasse della buona figura che gli facevano fare. Ed egli, bisogna esser giusti,

fu molto docile e mansueto; ed anche provò un’intima sod [p. 316 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/316 [p. 317 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/317 [p. 318 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/318 [p. 319 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/319 [p. 320 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/320 [p. 321 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/321 [p. 322 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/322 [p. 323 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/323 [p. 324 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/324 [p. 325 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/325 [p. 326 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/326 [p. 327 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/327 [p. 328 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/328 [p. 329 modifica]
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XXII Primi guai - La Guardia Urbana La morte della Granduchessa Maria Anna Festa in Boboli; partenza per Vienna; timori svaniti - Un comitato che si dimette e la storia di una colonna - Una deliberazione del Magistrato civico Un busto del Granduca comprato «per il giusto prezzo» - Ciambellani dimissionari - Il trionfo de’ birri - Condizioni politiche dell’Italia - La Guardia Urbana istituita e licenziata - Il ministro Fossombroni si ritira a vita privata - Muore a Pisa la granduchessa Maria Anna - Trasporto a Firenze Esequie solenni nella chiesa di San Lorenzo. L’ultimo bagliore della popolarità di Leopoldo II fu l’1 1 luglio del 1830, in cui ebbe luogo una grandiosa festa da lui offerta al popolo nel Giardino di Boboli. Quella festa riuscì soprattutto brillantissima per la fiducia da esso riposta nei cittadini, i quali con grande espansione dimostrarono l’affetto che portavano al principe. Due giorni dopo egli partì per Dresda, ove le due Granduchesse e le figlie lo avevano preceduto, lasciando il governo dello wStato nelle mani dei ministri. In Firenze si stava in una certa apprensione, perchè il Granduca era andato senza nessun ministro alla corte di Vienna. La politica austriaca, a quei tempi, piombava con tutto il suo peso sopra i governi italiani, talvolta sotto forma di ammonimenti, tal’altra con aperti rimproveri, per costringerli a

batter la strada che essa voleva. Perciò era giustificato il [p. 330 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/330 [p. 331 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/331 [p. 332 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/332 [p. 333 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/333 [p. 334 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/334 [p. 335 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/335 [p. 336 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/336 [p. 337 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/337 [p. 338 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/338 [p. 339 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/339 [p. 340 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/340 [p. 341 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/341 [p. 342 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/342 [p. 343 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/343 [p. 344 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/344 [p. 345 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/345 [p. 346 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/346 [p. 347 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/347 [p. 348 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/348 [p. 349 modifica]
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XXIII La nuova Granduchessa Seconde nozze - La chiesta di matrimonio - Maria Antonia delle Due Sicilie Il principe Corsini - Leopoldo II parte per Napoli - Sua permanenza in quella città - Gita a Pompei - Festeggiamenti - Il contratto nuziale - Matrimonio religioso — Gli sposi s’imbarcano - Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale - Feste - Gli sposi si recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di Leopoldo II e di Maria Antonia a Firenze Te Detmi e feste - «A Firenze non ce stanno poveri.» Leopoldo II, per «appagare - da buon sovrano - le brame dei sudditi,» dopo nemmeno un anno di vedovanza, stabilì di passare a seconde nozze. E siccome per ragione di Stato egli doveva far questo passo, così cercò di farlo meglio che poteva, poiché questa volta era libero di scegliere da sé e non era costretto ad obbedire al babbo, alla mamma e ai ministri, e prender la moglie che gli avrebbero data. Perciò scelse una delle più belle principesse delle case regnanti d’Europa, disponibili per una corona. Benché Leopoldo II avesse trentasei anni, non si peritò a prendere una giovinetta che ne aveva appena diciotto, memore forse del dettato fiorentino: «A cavallo vecchio, erba tenera.» Intavolate le trattative diplomatiche fra il gabinetto toscano e quello di Napoli, poiché la prescelta sposa era la principessa Maria Antonia delle Due Sicilie, sorella del re Francesco I, la domanda del Granduca di Toscana fu ac22. — Conti. [p. 350 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/350 [p. 351 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/351 [p. 352 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/352 [p. 353 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/353 [p. 354 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/354 [p. 355 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/355 [p. 356 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/356 [p. 357 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/357 [p. 358 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/358 [p. 359 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/359 [p. 360 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/360 [p. 361 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/361 [p. 362 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/362 [p. 363 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/363 [p. 364 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/364 [p. 365 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/365 [p. 366 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/366 [p. 367 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/367 [p. 368 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/368 [p. 369 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/369 [p. 370 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/370 [p. 371 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/371 [p. 372 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/372 [p. 373 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/373 [p. 374 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/374 [p. 375 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/375 [p. 376 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/376 [p. 377 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/377 [p. 378 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/378 [p. 379 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/379 [p. 380 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/380 [p. 381 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/381 [p. 382 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/382 [p. 383 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/383 [p. 384 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/384 [p. 385 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/385 [p. 386 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/386 [p. 387 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/387 [p. 388 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/388 [p. 389 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/389 [p. 390 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/390 [p. 391 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/391 [p. 392 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/392 [p. 393 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/393 [p. 394 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/394 [p. 395 modifica]

XXV

Com’era Firenze


L’aspetto della città − Il birro Chiappini − La pulizia delle strade e i forzati − Sorveglianza dei pompieri − Inconvenienti − L’illuminazione pubblica − Polizia mortuaria − Il palazzo Borghese − L’architetto Gaetano Baccani - Un concorso — La prima festa nel palazzo Borghesi − La granduchessa Baciocchi e tre giovani artisti − Don Camillo Borghesi patrizio fiorentino − La demolizione dell’arco di Santa Trinità − Gli architetti Cacialli e Baccani − Il Cinci pontaio − Bontà d’animo di Ferdinando III − La luminara alla Sardigna − Allargamento della Piazza del Duomo − Apertura di nuove strade.

L’interno della città, per quanto a quei tempi potesse dirsi una delle più pulite e decenti d’Italia, era molto diverso da quello che è presentemente. Basti dire che nel piazzale degli Uffizi si faceva il mercato dei cavalli e dei puledri, e sulla Piazza di Santa Maria Novella quello giornaliero della paglia e del carbone, che a soma, sui somari, si contrattava poi al minuto alle case: e prima si faceva nientemeno sulla Piazza di San Giovanni! Gli erbaggi, i cocomeri, i poponi, ecc. si contrattavano ogni giorno sulla Piazza degli Strozzi, detta anche delle Cipolle, perchè in antico vi si faceva unicamente il mercato di quell’ortaggio. Ma per i reclami fatti nel 1826 dal duca Don Ferdinando e dal conte Filippo Strozzi, il Presidente del Buon Governo destinò per il mercato degli erbaggi la predetta Piazza di Santa Maria Novella vecchia, che divenne così la babilonia dei mercati. [p. 396 modifica] Le strade della città erano tenute in uno stato deplorevole; ma allora non pareva, e ci si badava poco; perchè specialmente quelli che si recavano in altre città e le trovavano più mal tenute e più sudicie, Firenze pareva loro un torlo d’uovo! C eran però delle cose che disdicevano addirittura col nome di civiltà, di cui appunto godeva Firenze. Basterà citare fra tante altre, che la Comunità pagava dieci lire l'anno ad ogni caposquadra di birri dei quattro Commissariati, perchè si davan cura di far trasportare alla Sardigna i cani e i gatti morti trovati per le strade!

Un caposquadra rimasto come esempio di zelo fra i birri, fu Lorenzo Chiappini, al quale il Magistrato civico, con partito del 1O settembre 1783, assegnò il premio di dieci paoli, destinatogli come al «famiglio inventore dei trasgressori alla legge degli ingombri del suolo pubblico». Da questo Chiappini si vuole che discendesse Luigi Filippo d’Orléans!

Lo sconcio più grave era quello della Piazza di Santa Croce, ove dai conciatori si faceva la distesa delle pelli su degli stecconi per asciugarle, «che tramandavano pestifere esalazioni pregiudicevoli alla pubblica salute.» E non c’è da stentare a crederlo! Ma per quanto contro quella pestilenziale distesa protestassero e reclamassero gli abitanti della Piazza di Santa Croce fino dal 1783, e che la Comunità trasmettesse i loro reclami al Commissario del quartiere, le pelli si tornavano di quando in quando a distendere, come per tastare il terreno onde tentare di rimetter l’uso.

La pulizia delle strade, finché poi non fu data in appalto, si faceva dai forzati, che con la catena al fianco, legati a coppia, spazzavano le vie, recando tristezza e molestia col rumore delle loro catene.

Molti che da lontano sentivano il suono fesso delle catene cambiavano strada per non vedere quei disgraziati. Essi si distinguevano dal colore dell’abito: i gialli erano condannati a vita ed i rossi a tempo. Erano vestiti con la più grande e ripugnante ostentazione del disprezzo. Avevano la camicia di canapa rozza e grossa come la roba da balle. La [p. 397 modifica]giacchetta era di lana, tagliata senza garbo nè grazia, che non tornava loro a modo nè a verso; e i pantaloni larghi, goffi e corti, che arrivavano poco più giù del ginocchio. Non portavano mai calze ed avevan certe scarpacce grosse, o troppo larghe o troppo strette, che li storpiavano. Dietro le spalle avevano scritto a grandi caratteri il delitto commesso, che si leggeva da lontano: Furto, Omicidio, Resistenza alla pubblica forza e via dicendo.

Quelli sciagurati uscivan dalle Stinche sul far del giorno portando la carretta per la spazzatura, ed ogni squadra era sorvegliata dall’aguzzino col fucile carico. Bastava il più piccolo movimento sospetto, fatto dal forzato anche innocentemente, per esser freddato. Molte volte se erano stanchi si mettevano a sedere sui marciapiedi, e i caffettieri quando aprivan bottega buttavan loro, di nascosto all’aguzzino, delle bucce di limone che quei poveri diavoli si mettevano in bocca con tale avidità, come se fossero state datteri; qualcuno che passava buttava loro qualche quattrino e non si descrive l’espressione dello sguardo di quelle infelici creature. C’era la riconoscenza, l’affetto, il pentimento, c’era tutto quel che si sente e non si può ridire!...

In seguito poi, la sorveglianza delle strade della città fu affidata ai pompieri i quali la perlustravano giornalmente, per assicurarsi che l’impresario della pulizia «adempiesse alle sue obbligazioni;» e la «mercede» che si corrispondeva al corpo dei pompieri per questo servizio, oltrepassava di poco le seicento lire toscane l’anno.

Un altro inconveniente, che in specie i forestieri deploravano come un’offesa al pubblico decoro, era quello che ognuno faceva impunemente il comodo suo non soltanto nei chiassoli e nei vicoli, ma in tutte le strade e in tutte le piazze, ove pure si buttavano le spazzature a qualunque ora del giorno. E per quanto fosse attiva la sorveglianza dei pompieri, e fosse forzatamente zelante, per via delle multe l’opera dell’impresario della pulizia, pur nonostante le strade non eran mai addirittura pulite. Perciò nel 1832 il Magistrato, [p. 398 modifica]considerando che sarebbe stato «un gran guadagno per la pubblica morale il togliere l’inconveniente» che in tutte le piazze e strade si facesse.... quello che pur troppo si faceva, incaricò il signor Gonfaloniere di domandare al Governo l’autorizzazione di destinare dei locali adattati, all’uso che.... si capisce, incaricando l’ingegnere della Comunità di proporre frattanto i luoghi ove collocare i recipienti per.... diciamo così, gli abusi minori. E la Comunità, per dire il vero, non- lesinava troppo sulle spese per raggiunger lo scopo di tenere la città più pulita che si poteva. Ma gli impresari di tutti i tempi e di tutti i generi, quando si tratta di aver l’accollo promettono e sottoscrivono ogni cosa: ma rammentandosi il vecchio dettato che «promettere e mantenere è da paurosi» fanno di tutto per non passare per tali.

Il Comune dunque, oltre al pagare una discreta somma per il servizio della spazzatura e nettezza della città, provvedeva a sue spese i trentasei inservienti - o spazzini come si dice oggi - di un «mantelletto d’incerato con cappuccio» per ciascuno, onde ripararsi in tempo di pioggia, spendendo per tutti dugentosedici lire e quattordici soldi, ossia cinque lire e sei centesimi delle nostre, ognuno.

La spalatura della neve nelle strade e nelle piazze si faceva a cura del magazziniere del Comune, il quale spendeva anche quasi seimila lire in un anno; e perfino settantotto lire precise pure ogni anno, per bruciare nell’estate le farfalle «nell’alveo» dell’Arno; operazione eseguita a cura dell’appaltatore della pulizia o nettezza pubblica.

Inoltre spendeva la Comunità trecentosei lire, sei soldi e otto ogni anno «per la solita annaffiatura dal Ponte alla Carraia fino alla Porta al Prato nella stagione estiva,» comprese lire ventotto per il fitto di tre mesi di una rimessa in Via Gora per riporvi le botti.

Fra gl’incomodi più lamentati dai cittadini vi era quello delle acque dei tetti, le quali non essendo incanalate, quando pioveva, da un grosso tubo posto negli angoli del fabbricato, l’acqua veniva a scialo giù nella strada, addosso alla gente. [p. 399 modifica] L’illuminazione pubblica era quello che poteva essere di più buio. I lampioni a olio col lume a riverbero messi a tempo di Pietro Leopoldo parvero da principio una esagerazione di progresso, perchè fino allora per le strade non e’ erano la notte che le fioche lampade dei tabernacoli; e quindi in tutta Firenze quattro soli lampioni, uno per quartiere, alle case dei Commissari del Buon Governo. Quando dunque venne impiantata la illuminazione a olio fino alla mezzanotte, si poteva scorgere una persona a venti passi! A quell'ora però si spengeva, e festa finita!

Ed anche per la polizia mortuaria c’era molto da ridire. I morti più distinti si sotterravano liberamente nei cimiteri delle chiese o nei cimiteri suburbani; ed il resto a Trespiano ma tutti a sterro!...

Non si creda però con questi severi rilievi fatti allo stato intemo della città, che Firenze fosse tra le peggiori; poiché, giova ripeterlo, era annoverata fra le più pulite.

Essa andava anzi a mano a mano rimodernandosi; e già alcune belle fabbriche erano state costruite sull’area di vecchie case, e si provvedeva a migliorare le più centrali e le più importanti: come si cominciava a studiare il modo di togliere molti sconci e molti inconvenienti, primo fra i quali quello della incanalatura delle acque dei tetti, la costruzione di un pubblico ammazzatoio in Piazza dell’Uccello, ed un miglior sistema di illuminazione. Tutte cose che vennero dopo del tempo, ma che pure vennero.

Fra i nuovi edifizi di cui intanto era stata arricchita la città, il primo fu il Palazzo Borghese, detto poi il Casino di Firenze, costruito da Don Cammillo Borghese sulla fine del 1821. La storia di quel superbo palazzo si riassume brevemente.

Nella circostanza delle nozze del granduca Ferdinando III con la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, avvenute [p. 400 modifica] il 6 maggio 1821, il Comune offrì «nelle Stanze dette del Buon Umore,» annesse all’Accademia delle Belle arti, una festa in onore dei Sovrani la sera del dì 8 maggio.

Il Granduca, incontrandosi a quella festa col principe Cammillo Borghese, che aveva stabilito la sua dimora a Firenze, gli disse:

— Principe, dovreste darla anche voi una festa. —

Don Cammillo, che allora abitava nel palazzo Salviati in Via del Palagio, rispose:

— Lo farei volentieri se avessi un locale degno di ricevere Vostra Altezza.

— Ma voi lo potete fare se volete — soggiunse quasi scherzando Ferdinando III.

— Ed io lo farò, se l’Altezza Vostra si compiacerà di venire ad inaugurarlo.

— Sta bene, per il futuro carnevale. —

Don Cammillo Borghese, messo così all’impegno, mandò a chiamare il suo architetto Gaetano Baccani, giovane allora di ventinove anni, che aveva già reputazione di artista valente e di grande ingegno, acquistatasi anche di recente con la costruzione del torrino nel giardino Torrigiani in Via dei Serragli, da lui eseguito in quello stesso anno.

— Ho promesso al Granduca di dare una festa in suo onore nel carnevale di quest’altr’anno — gli disse senza tanti preamboli il principe Borghese — ma non essendovi qui (cioè nel palazzo Salviati) locale adattato, ho pensato di fabbricare un palazzo. Perciò fai subito un progetto, perchè per la metà di gennaio dell’anno prossimo voglio che sia terminato. —

Il Baccani fece osservare al Principe che il tempo era molto ristretto, e che vedeva la cosa piuttosto difficile; ma Don Cammillo, uomo che non conosceva difficoltà, disse all’architetto, che se vedeva di non poter riuscire lo dicesse pure; perchè egli voleva il palazzo, né avrebbe guardato a spese di sorta, non volendo scomparire col Granduca.

Il Baccani, dispiacente di perdere un’occasione così bella per farsi distinguere, tanto più che quello sarebbe stato il suo [p. 401 modifica] primo lavoro veramente importante, dichiarò al Principe che per il tempo indicato prendeva impegno di costruire il palazzo.

Infatti, dopo pochi giorni gli presentò il progetto, del quale Don Cammillo rimase contentissimo, e la cosa fu stabilita. Ma siccome nel mondo i malevoli e gli invidiosi non sono mai mancati, così alcuni fecero rilevare al Principe, che non era conveniente di affidare alla leggiera un lavoro di tanta importanza ad un giovane che ancora non aveva dato un saggio in grande del suo talento artistico. Per conseguenza, lo persuasero a bandire un concorso, come mezzo più efficace a raggiungere lo scopo che egli si prefiggeva.

Il Principe fece avvisare il Baccani per fargli conoscere la sua intenzione di bandire il concorso; ed il giovane architetto, per quanto si mostrasse mortificato, dovè piegar la testa e ritirarsi. Fu fatto dunque il concorso; ed una Commissione di architetti fra i più rinomati di Firenze e di fuori, fu incaricata di scegliere il progetto migliore a cui, oltre all’esecuzione, era assegnato un cospicuo premio in denaro.

Scaduto il termine, si esaminarono i progetti presentati, fra i quali uno sopra a tutti sorprese per la grandiosità del concetto, per il simpatico insieme delle linee e per lo stile, che si staccava da tutti gli altri.

Com’era naturale, quello fu il prescelto dalla Commissione, che non finiva di lodarlo. Ansiosi i componenti di essa ed il Principe, di conoscerne l’autore, fu aperta la scheda corrispondente al motto del progetto, e si vide che l’autore era lo stesso Gaetano Baccani!

Questa volta fu il principe che rimase mortificato; e mandato a chiamare nuovamente l’architetto fortunato volle dargli egli stesso la nuova, rallegrandosi con lui. Gli disse quindi di volere eseguire il primitivo progetto, perchè più semplice, e meno dispendioso.

Il Baccani tutto contento lo ringraziò commosso, anche perchè alla commissione del lavoro era aggiunto il premio di cinquecento lire, che prima non c’era. [p. 402 modifica]Don Cammillo gli rammentò l’impegno preso col Granduca, e gli fece capire che non intendeva di tardare nemmeno un’ora, alla consegna del palazzo tutto in ordine per darvi la festa alla fine di gennaio del futuro anno 1822.

Benché non ci fossero che soli sei mesi, il Baccani assicurò il principe che il palazzo sarebbe stato terminato per quell'epoca. E così fu: anzi la consegna venne fatta otto giorni innanzi del giorno stabilito.

La festa ebbe luogo il 31 gennaio 1822, ma il Sovrano non vi intervenne a causa del lutto per la morte del cognato, principe Clemente di Sassonia, avvenuta in quei giorni a Pisa.

Con la costruzione del palazzo Borghese l’architetto Baccani assicurò la sua fama. Già egli era noto per i suoi concorsi, coronati tutti da ottimo successo; quello però di maggiore importanza fu il triennale dell’Accademia di belle arti nel quale vinse la medaglia d’oro con l’effìgie di Michelangelo, e nel rovescio le tre corone intrecciate dell’Accademia. Il valore della medaglia era d’intrinseco quarantotto zecchini e otto paoli di moneta toscana, equivalente a cinquecentoquarantadue franchi.

Non sarà inopportuno qui di raccontare, riferendosi a dieci o dodici anni innanzi, che la distribuzione delle medaglie di quel concorso fu fatta con solennità nella sala del Buon Umore e le medaglie dei premiati tanto in architettura, pittura e scultura, vennero distribuite personalmente dalla granduchessa Elisa Baciocchi; la quale, nell’istesso giorno, volle che i tre premiati maggiori, cioè in architettura Baccani, in pittura Bezzuoli, e in scultura Pozzi, andassero a pranzo da lei al palazzo Pitti, ove era pure invitato il presidente dell’Accademia, senatore Giovanni Degli Alessandri, il grande scultore Canova e l’egregio professore Benvenuti.

Essendo i tre giovani premiati stati messi insieme, per metterli forse in minore imbarazzo, avendo ognuno poco più di vent’anni, così avvenne che tutt’e tre, facendosi coraggio l'un con l’altro e perdendo a poco a poco la [p. 403 modifica] soggezione d’un pranzo a Corte, si facevano riempire troppo spesso il bicchiere, giacché il vino della signora Baciocchi era molto diverso da quello che abitualmente bevevano a casa loro. Ma quel vino, facendo il suo effetto, mise i tre giovanotti di buon umore più che nella sala omonima, dove avevan ricevuto il premio. Cosicché l’ilarità che in essi ne derivava, non era troppo confacevole all’ambiente. Il povero professor Benvenuti sudava sangue dalla passione, e badava a far segni a que’ giovinotti perché si moderassero e si rammentassero dov’erano: ma era tempo e fatica sprecata. La Granduchessa che se ne accorse, rivoltasi al Benvenuti gli disse ridendo:

— Lasciateli fare, lasciateli fare: son giovani, ed é bene che siano allegri. —

Tornando alla costruzione del palazzo Borghese, diremo che fu per Firenze un avvenimento di grande importanza; e per più giorni la gente ci si fermava a naso per aria, come se non finisse mai di contemplarlo abbastanza. È un fatto però, che tutta la popolazione portava ai sette cieli il gentiluomo romano, che fra le sue stravaganze aveva avuto la buon idea di costruire una fabbrica che è tuttora decoro di Firenze.

Ed il Magistrato civico, nella sua adunanza del 22 marzo 1822, considerando che il principe Don Cammillo Borghese «aveva manifestato la sua predilezione per Firenze non solo con le maniere nobili e generose, ma ancora con intraprendere e perfezionare grandiosi lavori nell’avito palazzo Salviati, riducendolo a nuovo e più elegante disegno architettonico, mediante l’acquisto di molti fondi a quello contigui» e per avere arricchito la nuova fabbrica di marmi, suppellettili e mobili ricchissimi, occupando architetti, artefici e manifattori toscani d’ogni specie; ed amando la Comunità di dargliene una solenne testimonianza «impetrarono dall’Augusto Sovrano» di volersi degnare di fare iscrivere gratuitamente il principe Don Cammillo Borghese e tutta la sua famiglia e discendenza alla Nobiltà Patrizia fiorentina. [p. 404 modifica]E Ferdinando III «con suo benigno rescritto» del 6 maggio dello stesso anno, approvò «che la predetta Eccellenza Sua, e sua famiglia» fossero gratuitamente ascritti alla Nobiltà Patrizia fiorentina.

Parve che il nuovo palazzo di Via del Palagio, come allora si chiamava quel tratto della Via Ghibellina, desse la spinta ad eseguire nuovi lavori di abbellimenti della città; poiché nel dì 2 aprile 1823 si cominciò dal Comune a parlare sul serio della demolizione «degli stabili sovrapposti all’arco di Santa Trinità» profittando della minacciata rovina di essi. E ciò, non tanto per appagare così «l’oggetto dei voti pubblici » quanto per migliorare quel tratto di Lungarno togliendo una porzione di fabbriche che lo deturpavano «nel più bel punto di vista,» e restituire {sic) un abbellimento in aggiunta degli invidiabili pregi della città. Considerò altresì il Magistrato, che l’opporsi al voto universale dei cittadini e dei forestieri «che non cessano di ammirare la bellezza del tutto insieme» avrebbe dimostrato nel IMagistrato stesso «una privazione totale di buon gusto e di amore per gli abbellimenti ed ornati della città.» Perciò, ritenendo che «conveniva preliminarmente assicurarsi del preciso valore dei fondi, riconobbe che per tale oggetto non vi era che il signor conte Luigi De Cambray Digny il quale potesse sostenere con impegno e zelo l’interesse della Comunità e del Governo,» tanto più che egli era stato dal Magistrato supremo nominato Periziare nella vertenza tra la Comunità e i proprietari per causa della rovina che minacciavano le dette fabbriche. Lo elessero quindi perito nell’interesse della Comunità «combinandosi l’intera fiducia del Magistrato nell'abilità e talenti di sì degno soggetto, e l’adesione del medesimo all’incarico da affidarsegli.» Il Comune però, vedendo di non potersi ingolfare in un’opera che sarebbe costata una somma rilevante, si rivolse, secondo il solito, «alla [p. 405 modifica] munificenza sovrana» perchè questa «venisse in soccorso della Comunità, la quale, diversamente, si sarebbe trovata nella necessità di abbandonare un sì bel progetto.»

Il dì 7 luglio il Provveditore della Camera della Comunità partecipò al Gonfaloniere che S.A.I. e R. «mentre si era L’Arco di Santa Trinita. degnata di approvare» che la Comunità di Firenze assumesse il carico di effettuare la demolizione dell’arco di Santa Trinità «secondo il progetto già concepito» aveva ordinato che a favore della Comunità stessa «venisse elargita dalla cassa dello scrittoio delle RR. Fabbriche a titolo gratuito e per una sola volta» la somma di seimila scudi, pari a trentacinquemila dugentottanta lire della nostra moneta. Con questo però; che la Comunità dovesse sostenere interamente il carico della spesa occorrente per il detto lavoro «qualunque potessero essere i casi imprevisti, ed a qualunque somma potesse ascendere nella sua totalità» escludendo assolutamente ogni altro soccorso per parte del R. [p. 406 modifica] Erario. Soltanto, come «atto ulteriore di sovrana munificenza,» il Granduca poneva a carico dell’I. e R. Depositeria la somma che sarebbe occorsa per i diritti di registro per i contratti coi respettivi proprietari degli stabili da demolirsi.

Il Magistrato nell’adunanza del 9 luglio seguente «dopo aver lungamente trattato della materia» deliberò di affidare interamente la direzione e soprintendenza di tutti i lavori «al signor De Cambray Digny, Direttore dello scrittoio delle RR. Fabbriche, con amplissima facoltà al medesimo di eleggere e destinare per la esecuzione di fatto di detti lavori, quelle persone che fossero da esso giudicate più capaci ed idonee.» Frattanto incaricava l’ingegnere Pietro Municchi della stima dei fondi da acquistarsi dalla Comunità.

Il signor De Cambray Digny affidò l’opera dell’abbellimento di quel tratto del Lungarno di Santa Trinità, mercè la demolizione dell’arco, all’architetto Cacialli, il quale alla sua volta si valse dell’opera dell’architetto Gaetano Baccani, che si era oramai assicurata la fama di artista valente.

Quando il lavoro fu condotto quasi a termine, il Direttore delle RR. Fabbriche, invitò il granduca Ferdinando III a vedere per il primo, il nuovo aspetto che prendeva quel pezzo del Lungarno. Il Granduca accettato l’invito vi si recò, ed entrato nella paracinta, dove fu ricevuto dagli architetti Digny, Cacialli e Baccani, fu dato ordine al pontaio soprannominato Cinci di togliere il legname di un ponte all’altezza d’uomo. Il Cinci però, impressionato dalla presenza del Sovrano, per quanto questi cercasse di dar poca soggezione, mentre stava chinato per sfilare un’asse voltando le spalle al Granduca, scivolandogli un piede poco mancò che non cadesse all’indietro. Ferdinando III fu pronto a sostenerlo con una mano, per l’appunto in quella parte della persona che minacciava di mettere a sedere in terra il Cinci. Il giovane Baccani, che alla vivacità dell’ingegno univa una prontezza di spirito tutta fiorentina, vedendo quell’atto del Granduca disse in un orecchio all’architetto Cacialli:

— Bisognerà mettere una lapide sul.... del Cinci![p. 407 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/407 [p. 408 modifica]Il Cacialli non potè frenare il riso; ed il Granduca voltandosi domandò:

— Che cosa e’ è? —

L’architetto, trovandosi un po’ imbrogliato, cercò di levarsela rispondendo:

— Niente, Altezza! ridevo d’una cosa che mi ha detto qui il Baccani.

— Ditemela, ditemela....

— Ma....

— Voglio saperla!

— Il Cacialli gliel’ebbe a dire. E anche Ferdinando, mettendosi a ridere, disse:

— E giusta, è giusta, bisogna farlo davvero! —

Quanta bontà d’animo e quanto spirito in Ferdinando III! Se la lapide non fu più fatta per il Cinci, fu fatta per ricordare l’avvenimento della demolizione dell’arco di Santa Trinità; e l’incarico fu dato al «Padre Mauro Bernardini, professore d’eloquenza nelle Scuole pie.» Il Magistrato deliberò «di impetrare l’opportuno assenso di S.A.I. e R. per la collocazione della lapide al posto indicato;» e quindi «considerando che detto P. Mauro Bernardini meritava un premio per detta latina elegante iscrizione,» stanziò a favore del medesimo la somma di sei zecchini, ossia di sessantasette lire e venti delle nostre, «in contrassegno del gradimento incontrato dalla detta iscrizione.»

Con quest’opera si rese davvero più bella la passeggiata del Lungarno, che allora si limitava soltanto fino al Ponte alla Carraia, dov’è ora il terrazzino con la statua di Goldoni. Cotesto punto si chiamava i trapani, perchè sotto le finestre terrene del fianco dello stabile che oggi traverserebbe il Lungarno e che si univa al ponte, avendo la facciata in Borgognissanti, vi era scolpito un trapano.

Le case di Borgognissanti, dalla parte dell’Arno, fino alla piazza, avevano tutte il giardino dal quale si scendeva nel fiume. Una di queste era la Locanda d’Italia dove alloggiò la bellissima imperatrice Olga di Russia, eletta anima d’ [p. 409 modifica] artista, che rimase entusiasta di Firenze. Avendo essa sentito più volte parlare della famosa luminara di Pisa, ed espresso il desiderio di vederla, quando l’anno dipoi tornò a Firenze, per ordine del Granduca le fu fatto un simulacro di tale illuminazione dalla parte opposta dell’Arno fino alla Sardigna, con le biancherie venute da Pisa. Queste biancherie erano i prospetti di legno che si metteva sulla facciata delle case, a disegno architettonico e illuminate a bicchierini - si dicevan biancherie, perchè quei telai eran tinti di bianco. L’Imperatrice si trattenne nel giardino fino a notte inoltrata, tanto le piacque la festa, e non potè fare a meno di andare a Pitti la mattina dopo, a ringraziare la Corte dello spettacolo dato in suo onore.

In questa circostanza non mancò lo spirito salace dei fiorentini nel cantare il seguente sgarbato stornello:

Fior di gramigna:
Per onorare una regal carogna,
S’è fatta una gran festa alla Sardigna.

L’imperatrice Olga fu invitata a pranzo dai Sovrani; e per quanto fosse abituata alla opulenta ricchezza della Corte russa, pur non ostante rimase stupita nel vedere lo sfarzo dei vasellami medicei, opera di Benvenuto Cellini, e di altri insigni artefici, che nessuna Corte al mondo poteva mostrare.

Arrivato il momento della partenza da Firenze, Olga di Russia con le vetture di posta che la dovevan condurre per la via di Bologna, fece una passeggiata alle Cascine, perchè prima d’andar via volle rivederle, tanto le piacevano.

Dopo la demolizione dell’arco di Santa Trinità, che si chiamava volgarmente anche l'Arco de’ pizzicotti perchè essendo stretta la strada i libertini nella folla si approfittavano per fare i pizzicotti alle donne, l’opera pubblica che fece più scalpore fu l’allargamento della Piazza del Duomo dalla parte del campanile, con la costruzione dei tre corpi di [p. 410 modifica] fabbrica detti «le Case dei Canonici.» Anche questo è lavoro di Gaetano Baccani, che essendo oramai in voga, era stato eletto architetto dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Il primitivo progetto del Baccani era molto più grandioso di quei tre corpi di fabbrica approvati; poiché egli aveva

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Via Buia con la porta del giardino Pazzi dove è ora il palazzo della Banca d’Italia.


immaginato un grandioso fabbricato solo, dalla Misericordia alla cantonata di Via del Proconsolo, lasciando l’ingresso a Via dello Studio e a piazza del Capitolo mediante una porta e un androne, che parevano far parte del fabbricato; e così dal Campanile di Giotto si vedeva direttamente, come del resto è adesso, lo sfondo di Via Buia, oggi Via dell’Orologio. Si deve pure al Baccani la cancellata attorno al Duomo, che venne fatta nel 1835, e che valse a togliere tanti abusi e tante sconcezze. Un’altra opera lodatissima fu la prosecuzione della Via Larga e l’apertura di quella fra Via San Gallo, difaccia alla chiesa di Bonifazio, ed il Maglio, decretata dal Comune [p. 411 modifica] l’oggetto di estendere il fabbricato della capitale ed a comodo della popolazione, che andava giornalmente aumentando. La perizia di questo lavoro si fece dal Direttore delle RR. Fabbriche nel 17 agosto 1827; ed il progetto definitivo fu approvato dal Magistrato civico nell’adunanza del 19 Novembre successivo.

Considerando poi il prelodato Magistrato che alle due nuove strade conveniva dare un nome, nel dì 30 marzo deliberò che quella in prosecuzione di Via Larga e che arrivava alle mura si denominasse Via Leopoldo e l’altra traversa Via Alarianna, «in onore e memoria dei regnanti.» Una settimana dopo pervenne al signor Gonfaloniere la partecipazione che S. A,I. e R. «si era degnata di gradire i sentimenti di devozione» della Magistratura civica, ma che per una specie di umiltà e di devozione aveva ordinato che le due nuove strade si chiamassero, l’una Via San Leopoldo e l’altra Via Sant'Anna!

Chi sa che Leopoldo II non prevedesse d’andare a finir sugli altari. Non ci corse nulla!


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XXVI

Piazza del Granduca


La Dogana in Palazzo Vecchio - Facchini e ragazzi - II tetto dei pisani - I ciarlatani nei giorni di mercato - II Niccolai, il Billi e Tretittmo - Colossi della scienza - Cavadenti e contadini - Orologiari di ventura - Mercurio Castelli di burattini - I maccheroni freddi di Martino - La ritirata - l’Angelus Domini - I cartelli de’ teatri - Il Canto dell’acquavite.

Piazza del Granduca, quella che oggi si chiama della Signoria, la più antica e la più celebre di Firenze, aveva un’impronta speciale, un carattere tutto proprio, del quale non se ne ha più la minima idea.

La Dogana era in Palazzo Vecchio; e la porta dal lato di tramontana dietro al Cavallo, si chiama tuttora porta della Dogana. In quella parte della piazza, ogni giorno si scaricavano le balle della canapa che veniva da Bologna, con dei carri tirati da cinque o sei cavalli, e l’assistere a quell’operazione dello scarico, era uno spasso per i fannulloni d’allora. Vi prendevan parte anche molti ragazzi, che si compiacevano ad aiutare i facchini che eran tutti svizzeri, i quali in compenso lasciavan loro accomodare alcune di quelle balle in fila, ad una certa distanza l’una dall’altra, perchè si divertissero poi a saltarle con intermezzi di capriole e di qualche caduta. Questo giuoco destava l’ammirazione dei forestieri, che tutti contenti del gratuito spettacolo ginnastico, davano un paolo o mezzo paolo di mancia ai più bravi.

26. — Conti.
[p. 414 modifica]Il divertimento durava dalle dieci della mattina fino alle ventiquattro; ossia al'Ave Maria della sera, ora in cui dai facchini veniva riposta nel cortile, o sotto la grande vòlta, tutta quella mercanzia.

Le botti dello zucchero, dello spirito, del caffè e le altre merci, si depositavano nei sotterranei del palazzo; in parte anche nei locali che poi servirono all’Esattoria, ed il resto in quelli che oggi son destinati a Caserma delle Guardie.

Ma l’aspetto più caratteristico, la Piazza del Granduca l’offriva in tutta quest’altra parte compresa fra le Logge dell’Orcagna, la Meridiana e la Vecchia Posta.

Entrando da Via de’ Calzaioli, si rimaneva ad un tratto storditi dal baccano e dal frastuono, come se si fosse a una fiera di campagna.

La gente non poteva quasi passare, tanta era la quantità dei ciarlatani, dei saltimbanchi, cantastorie, giuocatori di prestìgio, casotti di burattini, e carri con le scimmie o cani ammaestrati; venditori di semenza, di lupini, di sapone per cavar le macchie e di lumini da notte. C’eran quelli co’ panieri de’ dolci a forma di nicchia, fatti di tritello e miele, che s’empivano d’una specie d’acqua sudicia, battezzata pomposamente per rosolio, la maggior ghiottoneria dei ragazzi che andavano a nozze quando sentivan gridare: «Un quattrin mangiare e bere senza mettersi a sedere.»

Ad ognuno di quei banchi, o casotti, o carri, c’era sempre una folla di garzoni di bottega; e spesso si vedeva apparire qualche maestro, che con uno scappellotto ed una pedata simultanea, a colpo fisso quanto sicuro, prendeva per un orecchio lo smemorato ragazzo e lo riportava a bottega.

Sotto il tetto della Posta dov’è ora il Palazzo Lavison, che si chiamava «il tetto dei pisani» - perchè fatto costruire dalla Repubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 c’erano alcuni banchetti di venditori di cinti erniari, detti brachierai, i quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d’oro imbrogliando co’ baratti, que’ contadini che si lasciavano imbecherare ch’era un piacere. Erano notevoli [p. 415 modifica]
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Piazza del Granduca

[p. 416 modifica] anche i postini di campagna, che venivano a prendere le lettere; e si riconoscevano dalla tuba, dai calzoni corti e la bolgetta a tracolla.

Fra tutta quella gente giravano e si fermavano qua e là i ciechi, che cantavano sulla chitarra, o sonatori d’arpa e di violini, che aumentavano il baccano e la confusione.

Postino di campagna

Ma più aspetto di fiera, la Piazza del Granduca lo prendeva il martedì e il venerdì, giorni di mercato. Allora poi, per chi non aveva nulla da fare, era un divertimento davvero. In quei due giorni la prevalenza su tutti i ciarlatani soliti, e su gli altri che ingombravano la piazza, la prendevano i dentisti ed i ciarlatani di lusso, che venivano di fuori di Firenze. I più celebri furono un certo Niccolai, un tal Billi, Trentuno, e più tardi il Tofani, che fu l’ultimo della specie.

Il Niccolai che veniva da Pistoia, si fermava dinanzi alla Posta; e standosene ritto sul suo calesse, tutto polveroso o infangato, spiegava al pubblico di contadini e di vagabondi, — dei quali grazie a Dio non c’è mai stata

Cieco, suonatore di violino
penuria — che lo attorniavano in folla stando ad ascoltarlo a bocca aperta, tutti i meravigliosi pregi di certi suoi cerotti per le piaghe d’ogni genere e d’ogni origine; degli unguenti per i dolori d’ogni specie, compresi quelli morali; acque per le malattie d’occhi, da fare accecare chiunque; e rimedi miracolosi per gli zoppi che a sentirlo, dovevan buttar via le gruccie, non rimanendo però responsabile se dando retta a cieco, sonatore di lui, sarebbero andati a gambe all’aria.

Il Billi si piantava con la sua carrozza un centinaio di passi distante dal collega, più che rivale, vendendo i soliti intrugli, i soliti rimedi, che dopo tante incertezze e mezzi pentimenti, molti contadini sempre diffidenti delle cose buone ma creduli alle ciarlatanerie, finivan per comprare, avendo [p. 417 modifica] anzi tutt’a un tratto la paura di non fare a tempo ad acquistare il prezioso e miracoloso unguento.

Ma il più caratteristico, il più curioso, era il famoso dentista Trentuno. Egli faceva il suo ingresso trionfale in Piazza del Granduca sopra un cavallo piuttosto arrembato, seguito dal figliuolo, pure a cavallo, e carico di borse di pelle portate a tracolla, piene degli istrumenti necessari a quella specie di tortura.

Il vecchio Trentuno, stando sempre sul suo ronzino, cominciava a predicare contro il male dei denti come se fosse stato un nemico visibile, facendo una grande impressione sui disgraziati che gli facevano cerchio, e che aspettavano a gloria che l’insigne professore si degnasse di levarglieli magari anche tutti, facendo un pianto e un lamento per non soffrir più.

Il circolo che facevano intorno a Trentuno quei poveretti con una gota gonfia, col viso acceso fasciato dalla pezzuola, era dei più strani. Se non si fosse veduto su quei visigoti del dente, l’espressione d’un acuto dolore, ci sarebbe stato da ridere, tanto erano curiose le loro smorfie, e il desiderio che si leggeva ad essi negli occhi, di uscir presto da quel tormento.

Dopo la sua arringa, l’egregio dentista che pareva Pietro l’eremita quando bandiva la crociata, si faceva avvicinare il figliuolo che senza smontar da cavallo neanche lui, gli porgeva i ferri, e quindi al primo contadino più coraggioso che si presentava, gli faceva appoggiare senza tanti complimenti il capo sulla sua coscia, e in un batter d’occhio, gli levava un dente che spesso pur troppo.... non era quello malato!

C'erano alcuni che cacciavano un urlo tale, da svegliare perfino il povero cavallo che destato così di soprassalto faceva uno scossone tanto forte, da buttare quasi in terra anche il paziente.

Nell’estate poi, quando le mosche davan noia all’indomito destriero, questo se le scacciava con la coda, un codone lungo [p. 418 modifica] che gli toccava terra, mettendo spesso i crini negli occhi a quei disgraziati, che per levarsi un male inciampavano in un altro peggiore.

Ogni mese o due capitavano però sulla Piazza del Granduca dei ciarlatani di grido, di fama mondiale, seduti sopra un carrozzone che arrivava a’ primi piani, spesso tirato anche da quattro cavalli. Quiesti erano i colossi della scienza: vestiti di nero, con certe tube più grandi del vero; enormi collane d’oro, o quasi; ciondoli d’ogni specie, ed il moro accanto: moro, per lo più onorario, se non onorato, tinto col sughero ma vestito alla turca. Sul di dietro del carrozzone c’ era una banda, se non di ladri - almeno si crede - certo di suonatori da fare scappare. Quando si trovavan d’accordo la gran cassa, i piatti e il bombardone, pareva la fin del mondo.

Quei professoroni, di lassù da quel pergamo, per cominciare subito bene, principiavano a trattar male i contadini, che stavan loro d’intorno quasi in adorazione. In ricompensa si buscavan di bestie, di zucconi e di ignoranti tutti, dato con tanta prosopopea, con tanta arroganza e sicurezza da quegli elefanti del sapere, che pareva proprio che dovessero riavere un tanto. L’effetto era straordinario. Nessuno fiatava, e si pigliava anzi in pace, con una certa compiacenza, tutte quelle invettive e quelle impertinenze come se spettassero loro di diritto. Nessuno s’arrischiava d’andare a farsi levare i denti da quei dottoroni, da quelle enormità scientifiche. Ma allora il professore vedendo in bilico il risultato della sua facondia, con benevola burbanza incoraggiava il povero di spirito e lo faceva salire a cassetta accanto a lui, nel posto del moro, il quale si metteva dietro col bicchiere dell’acqua bell’e preparato, per far risciacquar la bocca al paziente.

L’infelice pareva in berlina: tutti muti, stavano attenti aspettando il momento della sganasciatura. Il professore dopo levato il dente, lo mostrava al popolo attonito, e spesso lo buttava fra la folla, con gesto largo, magnanimo, da imperatore romano, come per saziarne l’avida curiosità. [p. 419 modifica]E dire che c’era della gente che aveva lo stomaco di raccattarlo e di osservarlo come se fosse stato un oggetto prezioso, o una reliquia!.,.

Alcuni di quei professori per mostrare con una grandezzata la sicurezza nella loro valentìa, al disgraziato a cui la Provvidenza levava in quel momento le sue sante mani dal capo, legavano il dente con uno spago: poi scaricando a bruciapelo una pistola, il povero contadino che non s’aspettava queir acciacco, tutto impaurito dava una stratta come per scappare e così il dente veniva estratto da sé.

Di cotesti enormi scienziati, qualcuno era veramente abile, e dava consulti in casa col pagamento d’un paolo - cinquantasei centesimi! - Facevano operazioni d’ogni genere, estirpavano tumori, tagliavano cancri, pezzi di naso.... insomma nessuno di quelli che capitavano nelle loro mani andava via intero.

I contadini, non erano solamente vittima dei ciarlatani; perchè tra tutti coloro che capitavano in Piazza del Granduca facevano a chi li metteva più in mezzo.

Quelli che vendevano gli orologi, - che il popolo chiamava martinacci, specie di grosse chiocciole delle quali avevan tutta la figura - tenevano il primo posto.

Questa specie di orologiari di ventura o di contrabbando, con una scatola al collo piena d’orioli vecchi e nuovi, si fermavano dove c’eran più fitti quei tarpani, e senza dir nulla ad aspettare indifferenti, perchè sapevano che gli allocchi ci sarebbero cascati di suo. Costoro non avevan la pretesa esclusiva di vendere, ma s’adattavano anche a fare i baratti; ed era questa loro furbesca condiscendenza, che tirava nella rete i gonzi, i quali ci cascavano che era un piacere.

Per riuscir meglio nell’intento, quegl’imbroglioni avevano i loro manutengoli, o trucconi, i quali figuravano di contrattare uno di quelli orologi; e poi fingendo di non [p. 420 modifica] accomodarsi, si allontanavano. Allora un contadino si fermava e domandava anche lui il prezzo. L’orologiaro d’occasione mostrava un sacrilegio d’orologio che battezzava per un «Vacheron Costantin» e gli chiedeva trenta lire. Il contadino per non sbagliare gliene offriva venti; e il mercante quasi offeso gli voltava le spalle e se ne andava più in là, come per liberarsi, scandalizzato, dal contatto di quell'audace.

Il villano mortificato lo seguiva con gli occhi pieni di desiderio, non arrischiandosi ad avvicinarsi di nuovo per paura d’esser trattato male.

Allora un altro imbroglione, di balla col primo, usciva fuori e fermandosi dinanzi all’orologiaro gli offriva due lire di più del contadino. MIa l’altro non accettava e andava più in là ancora. Il credulo villanzone fattosi coraggio tornava, e offriva ventiquattro lire: ed il truccone ripigliava in mano l’orologio, lo guardava e ne offriva ventisei, che venivano rifiutate.

Finalmente, aumentando qualche altro soldo, il contadino finiva per fare quel beli’ acquisto di cui aveva luogo a pentirsi appena arrivato a casa.

Il bello però si era che il più delle volte quegli orologi che parevan d’argento, non eran che d’ottone argentato!

Uno dei più bravi tra quei furfanti era un certo Mercurio, famoso per appiccicare dei cosiddetti cerotti a quei contadini, che se ne ricordavano finché campavano.

Se poi e’ era qualcuno che voleva fare un baratto, questo per l’orologiaro diventava un affar d’oro addirittura. Cominciava dallo sberciare subito l’orologio vecchio, e diceva immancabilmente: — Che volete voi ch’i’ faccia di questa cazzeruola? — e lo restituiva facendo lo scontroso.

Il contadino si piccava e finché non aveva avuto un orologio peggio di quello che dava, aggiungendovi quindici o venti paoli non era contento.

Vedete per quali arcane vie la Provvidenza gastigava i contadini per quello che rubavano ai padroni! [p. 421 modifica]

La sera, Piazza del Granduca prendeva un aspetto tutto diverso. Non rimanevano che tre o quattro castelli di burattini, e qualcuno con le vedute del mondo nuovo, o della passione di Gesù, o della guerra di Napoleone. I ragazzi andavano a nozze e ci si spassavano e ridevano come non avranno più riso, dicerto da grandi, quando avranno creduto di divertirsi sul serio. La figura più caratteristica e che richiamava più gente, era un certo Martino, che tutte le sere verso le ventiquattro arrivava col suo carretto pieno di panieroni da cinque fiaschi, nei quali panieroni metteva uno sull’altro tanti piccoli piatti coperti, dove e’ erano dei maccheroni freddi, che andavano via a ruba appena li metteva fuori. Questo cuoco.... a freddo, si piantava vicino alla cantonata di Via Calzaioli, sulla gradinata del palazzetto Bombicci, e non riparava a smerciare i suoi maccheroni. Di ogni piatto ne tagliava cinque spicchi; da una scodella piena di cacio di Roma grattato ne pigliava pulitamente con le mani un pizzicotto, li incaciava, e con un bussolotto bucato ci spruzzava il pepe e ne dava via ad un quattrino lo spicchio.

Ma c’erano anche allora gli sciuponi, gli scialacquatori, i figliuoli prodighi, inconsideratamente golosi, i quali ne prendevano un piatto intero, che costava nientemeno che una crazia, ossia sette centesimi!... Questi dilapidatori si conoscevano a colpo d’occhio, perchè spendendo una somma così ragguardevole, tutta in una volta, avevan diritto alla forchetta, oggetto di lusso e da persone veramente a modo. Gli altri - la plebe che ne prendeva uno spicchio soltanto - li mangiava con le mani e così parevano anche più saporiti!

In meno di mezz’ora, IMartino tornava via co’ panieroni vuoti e colle tasche piene; perchè spesso le piccole industrie bene indovinate, con un capitale di tre o quattro lire, danno un guadagno da campare una famiglia intera. Martino con dieci paoli di capitale ne guadagnava altrettanti.

Finalmente la ritirata era quella che dava la chiusa alla [p. 422 modifica] baldoria di tutta la giornata. Mezz’ora prima delle ventiquattro venivano i tamburini e i pifferi - preceduti dal capo tamburo - e le trombe dei dragoni e dei cacciatori a piedi — quelli chiamati fior di zuicca - dirette dai capitromba. Il capotamburo, che aveva il grado di sergente maggiore e che apparteneva ai fucilieri, prendeva il comando di tutta la batteria.

Capotamburo.

Pochi minuti prima delle ventiquattro usciva fuori la guardia, ossia la compagnia che montava in Palazzo Vecchio, ed allo scocco dell’Ave Maria si metteva a rango per la preghiera. L’ufficiale faceva il saluto con la sciabola, e i soldati col fucile a pied’arm e la mano sinistra al casco, stavano in posizione, mentre la batteria dei tamburi faceva tre rulli.

Tutto il pubblico si levava il cappello e diceva - o figurava di dire - privatamente l'Angelus Domini. Terminata la preghiera, i tamburi davano un rullo prolungatissimo, che faceva rimaner senza fiato. Quindi il capotamburo per fare il bravo buttava in aria la mazza col grosso pomo d’argento, come
Un elegante del 1835.
quella dei guardaportoni, e ripigliandola e facendola roteare rapidamente come se fosse stato un fuscello, si metteva alla testa della batteria. I tamburi, i pifferi e le trombe, alternandosi a vicenda, suonavano la ritirata e marciavano tutti compatti in avanti; quindi facendo una conversione a sinistra giravano attorno alla piazza, e dopo compiuto il giro si fermavano nel mezzo. Allora ogni batteria di tamburi e di trombe se ne andava al proprio quartiere, preceduta da una turba di monelli, che facevan la a forza di salti e di capriole, seguita dai soldati e dai soliti curiosi e bighelloni. Con la ritirata, la Piazza del Granduca rimaneva deserta fino alla mattina seguente. [p. 423 modifica]
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[p. 424 modifica]Sotto la tettoia della Posta, la festa in tempo di pioggia o quando il sole scottava a buono, dalle undici alle due, era il ritrovo degli ufficiali e degli eleganti, che vi si davano appuntamento. E di
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lì passavano le signore e le giovinette che prima d’andare a desinare facevano la rituale ed obbligatoria passeggiata di Via de’ Calzaioli, per vedere e farsi vedere.

D’inverno e nella mezza stagione il ritrovo festivo aveva luogo sull’angolo di Via Vacchereccia, dove in alto, ad una fune attraverso alla strada si attaccava l’avviso del teatro della Pergola. Gli avvisi degli altri teatri si mettevano, appesi pure ad una fune, attraverso a Via de’ Calzaioli, fra Condotta e Baccano.

Dalla farmacia Forini - di cui anch’oggi si ammira il cartello intagliato dal Duprè - fino alla cantonata di Calimaruzza, tutte le mattine si mettevano in fila i muratori senza lavoro, aspettando che qualcuno andasse a cercarli per prenderli a giornata; e quel pezzo di strada si chiamava il Canto dell’acquavite; perchè quei muratori mentre aspettavan di lavorare, per non render conto a Dio dell’ozio, ogni poco andavano da un droghiere che c’era sulla cantonata di Condotta a prendere un bicchierino.

Di qui nacque il dettato che quando un lavorante era a spasso, si diceva che era sul «Canto dell’acquavite.» Ma su quel canto ci andavano anche coloro che la bastonavano la voglia di lavorare. Costume di signora.


[p. 425 modifica] XXVII Mercato Vecchio - Il Ghetto Le rovine della civiltà romana - Il palazzo dell’Arte della Lana - La Colonna di mercato - L’osteria della Cervia - La spezieria del Giglio - Il Barda vinaio - Un cuoco di baldacchino - La beccheria - La fila - La spezieria dello Spirito Santo - Il palazzo della Cavolaia - Il palazzo Vecchietti - San Pier Buonconsiglio - Il Mercato Vecchio nelle solennità - L’Arte in Mercato Vecchio - Il Gran Postribolo - Gli ebrei prima del Ghetto - Quando e come fu edificato il Ghetto - L’interno - Sono levati i portoni - Cosa divenne il Ghetto - A toccaferro con la polizia - Le cose a posto. Se Piazza del Granduca aveva un’impronta caratteristica, Mercato Vecchio ne aveva una non meno singolare e curiosa. Dallo sdrucciolo di vSan JMichele e Baccano - quel tratto di Via Porta Rossa fra Via dei Calzaioli e le Logge di jIer- cato Nuovo - si entrava in Calimara, breve tratto dell’an- tica via lunga due miglia toscane, che da San Gallo a Porta Romana divideva Firenze in croce; un’altra strada, lunga altrettanto, dalla Porta alla Croce menava diritto a quella del Prato attraversando IMercato Vecchio. Sarebbe ozioso e superfluo rifare la storia fortunosa di questa antichissima parte della città, che fino dalla sua ori- gine fu la più importante, e poi divenne il cuore di Firenze. All’epoca romana quivi sorgevano il Campidoglio, il fòro, le superbe terme con impiantiti a mosaico e vasche e forni e tepidari e calidari, che potrebbero servire anche oggi di ef- ficace esempio nelle costruzioni di locali consimili. [p. 426 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/426 [p. 427 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/427 [p. 428 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/428 [p. 429 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/429 [p. 430 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/430 [p. 431 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/431 [p. 432 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/432 [p. 433 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/433 [p. 434 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/434 [p. 435 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/435 [p. 436 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/436 [p. 437 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/437 [p. 438 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/438 [p. 439 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/439 [p. 440 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/440 [p. 441 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/441 [p. 442 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/442 [p. 443 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/443 [p. 444 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/444 [p. 445 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/445 [p. 446 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/446 [p. 447 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/447 [p. 448 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/448 [p. 449 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/449 [p. 450 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/450 [p. 451 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/451 [p. 452 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/452 [p. 453 modifica]
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XXVIII

Le Stinche - Il Bargello

La campana della Misericordia


L’edifizio delle Stinche: sua storia - Ubicazione delle Stinche - Debitori celebri in prigione - Inquilini stranieri - J arbitrio - Si castri/ - Il lavatoio - A soffino e a cappelletto - Ragazzi renitenti - Le tintorie fiorentine Abolizione delle Stinche - Il professor Girolamo Pagliano - Il palazzo del Bargello - Carceri e carcerati - Birri - Prodezze sbirresche - Picchiero celebre furfante - La gogna e la bollatura a fuoco - La campana della ]Iisericordia - A caso e a morto - Ansie domestiche - Come finiva?

Gli edifizi più tetri di Firenze erano «Le Stinche» ed il Bargello, che servivano di carceri e di bagno dei forzati. Ma le Stinche specialmente,

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mettevan terrore a vederle. Quelle mura altissime, quell’isola nera che occupava quattro strade, facevano stringere il cuore. La storia di quel luogo di infinita pena, risaliva ai tempi della Repubblica.

Espugnato dai fiorentini, sui primi del secolo XIV, il castello detto «delle Stìnche» in Val di Greve, che s’era ribellato alla Signoria, [p. 454 modifica] i prigionieri che furon fatti vennero portati a Firenze come trofeo di guerra e chiusi nelle carceri presso San Simone, le quali appunto, in onta a quei prigionieri, si dissero «le Stinche.»

Questo edifizio costituiva un quadrilatero irregolare, che occupava per ottantanove braccia Via del Diluvio - ora Via del Fosso; - per centododici braccia Via del Palagio - oggi Ghibellina - cinquantatrè braccia Via del Mercatino, e centosei quella de’ Lavatoi. L’altezza dei muraglioni senza finestre variava dalle ventidue braccia e mezzo alle trentatrè, a causa d’un’antica torre che non fu demolita.

Quasi all’estremità del lato che guardava il Canto agli Aranci, v’era una porta come di rimessa, e si chiamava la «porta dei forzati» o anche «delle carrette,» perchè quegl’infelici uscivano di lì per andare con la carretta, come è narrato in un capitolo precedente, a far la pulizia della città.

In tempi più remoti, in quel tetro fabbricato si tenevano le donne di malaffare ed i pazzi, nonostante che la primitiva destinazione di esso fosse per i rei di delitto di Stato, e vi scontassero talvolta lunghe prigionie i più ragguardevoli personaggi sotto l’imputazione di traditori o di ribelli. Poi vi si aggiunsero i debitori e i falliti, fra i quali vi fu rinchiuso lo storico Giovanni Villani per il fallimento della Compagnia de’ Bardi. Vi stettero per varie cause Giovanni Cavalcanti nel 1427 che vi scrisse un’opera concernente l’esilio di Cosimo I; Cennino Cennini, nel 1437, che ammazzò il tempo e la noia, scrivendo il suo pregevole libro del «Trattato della pittura» una delle più belle cose di quell’epoca. Ma uno degli avventori più zelanti delle Stinche, fu il poeta satirico Dino di Tura, una lingua che tagliava e fendeva ch’era un piacere. In seguito, Pietro Leopoldo, movendosi a compassione dei falliti per i quali riteneva troppo dure e rigorose le.Stinche, fece fabbricare nel 1780 «alcune abitazioni» per essi nel palazzo del Bargello dalla parte di Sant’Apollinare, e furon chiamate le «.Stinche nuove,» [p. 455 modifica] destinando «le vecchie a servire d’ergastolo» pei condannati alla galera o alla prigionia.

Nelle Stinche, dal 1600 al 1620 sotto Ferdinando I e Cosimo II de’Medici, si rinchiudevano provvisoriamente anco i condannati dai diversi vica1riati o tribunali della Toscana, in attesa della promozione ... alla galera. Ed avevavan tanto credito queste Stinche, che nel 1606 vi vennero mandati dei galeotti dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia, che poi passarono alle Galere di Sua Altezza. Bell’acquisto!

La maggior parte dei prigioni che furono inviati alle Stinche, dal 1600 al 1700, provenivano dalle carceri degli Otto e de’ Rettori di fuori, che li avevan condannati per cause criminali. Spesso però, vi facevan passaggio per scontare il delitto che avevano col Fisco, per le spese e per il loro mantenimento. La reclusione si faceva per gruppi, non essendovi che varii cameroni chiamati: La Vecchia, la Nuova, dei Grandi, dei Macci, lo Spedale, la Pazzeria, la Torre ecc.

Nel XVII secolo quando le Stinche eran piene, i carcerati si mandavano nelle prigioni dei Signori Otto, specialmente in quei casi nei quali la procedura reclamava la segreta, o come si dice oggi, l’isolamento, per motivo dell’istruttoria.

La sorte dei carcerati delle Stinche dipendeva spesso dall’arbitrio che vigeva tuttora; ma non nel senso di abuso, sivvero come disposizione libera di fare o di non fare una data cosa, sempre però col beneplacito del Sovrano, E a tempo dei Medici il Sovrano, anche in materia carceraria, era e voleva essere informato di tutto. Basti dire che una volta, sotto Cosimo I, fu arrestato un ragazzo di dodici anni, di Pistoia, per avere oltraggiata e ammazzata una bambina di nove anni. Quando il Granduca ebbe la relazione dei Signori Otto, che rimettevano a lui la designazione della pena che intendeva di infliggere al precoce assassino. Sua Altezza trattandosi d’un ragazzo che aveva commesso un delitto di quel genere, perchè non vi ricadesse, sotto il rapporto degli Otto scrisse soltanto si castri e firmò «Cosimo.»

La parte meno triste delle Stinche era dal lato di San [p. 456 modifica] Simone in Via dei Lavatoi, così chiamata per il lavatoio lungo quanto era la strada, e largo diciotto braccia, diviso in due file di trogoli. Esso fu costruito presumibilmente nella prima metà del secolo XIV dall’Arte della Lana, affinchè i tintori «vi potessero lavare le pannine specialmente nel tempo d’inverno, quando le acque del fiume Arno sono così crude, e spesso torbide per la piena.»

Quelle pannine, purgate e lavate, venivano poi portate a tendere, perchè si asciugassero, ai tiratoi di Piazza delle Travi e agli altri della città. A questo servizio eran destinati i ragazzi dei tintori, che in antico si chiamavan cavallini, dal loro modo di portar quelle stoife ammontate sulla groppa d’un disgraziato cavallo, che avrà avuto cent’anni per gamba. I ragazzi, senza riguardo a quelle vecchie carcasse, montavan sopra alle stoffe; e stando ritti, li guidavano di lassù, facendoli correre come se fossero stati puledri.

Poiché la cimasa dei trogoli era fatta a pendìo, il lavatoio diventava spesso il ritrovo dei ragazzi che vi andavano a giuocare a soffino, facendo rivoltare dalla parte dell’arme i quattrini messi sulla pietra; a chi non riusciva col soffio di rivoltar la crazia o il quattrino perdeva, e quando giuocavano a cappelletto con le crazie d’argento, fini come veli di cipolla, e che da una parte avevano lo stemma de’ Medici, dicevano fare a palle e santi.

Questo, come Piazza della Signoria, dinanzi ai casotti dei burattini o ai carrozzoni dei ciarlatani, era il punto più sicuro ove le mamme e i padroni di bottega che non vedevan tornare i ragazzi mandati fuori per qualche servizio, potevano rintracciarli. Perciò anche da Via de’ Lavatoi non era raro vedere il maestro - o principale - scapaccionare il ragazzo dimenticone, e portarlo via di lì, trascinandolo seco per un orecchio.

Il chiacchierìo e anche il baccano che in certi giorni c’era a’ lavatoi, sì sentiva dalle strade vicine. Si udivan le più grasse risate, per qualche lazzo o qualche burletta fatta; e si confondevano con un effetto curioso con le stoffe fradice, battute [p. 457 modifica]
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ripetutamente sulla cimasa del trogolo, facendo quel rumore particolare che nell’inverno pareva diaccio, e faceva venire i brividi.

I tintori che mandavano a lavare le stoffe al lavatoio delle Stinche, avevano le loro antiche botteghe in Via Cornacchiaia, Via de’ Vagellai, Via de’ Saponai, Via MIosca, e Piazza delle Travi, dov’era il tiratoio. La seta però andavano a lavarla ai lavatoi di Via delle Torricelle, ora del Corso dei Tintori, passata la caserma dei dragoni, che sull’architrave aveva lo stemma dell’Arte della Lana. Fra le tintorie più rinomate portavano il vanto quelle Guerrini, Bonini e Querci; ed eran tenute in assai pregio per tingere di nero e di scarlatto, tanto le stoffe di seta che di lana. Per lo scarlatto era superiore a tutti la tintoria Querci, alla quale la Repubblica assegnò perfino una pensione annua di diversi fiorini, che le fu mantenuta fino al 1700.

Le tintorie fiorentine avevano grandi commissioni dal Levante, dove i nostri mercanti facevano continue spedizioni dei tessuti di seta, operati, a fiorami e damascati, e dei panni di lana nei quali consisteva l’industria di Firenze, che era però di già agli estremi ma che fino allora per la città era una ricchezza; ed una brava tessitora, quando rimetteva al fabbricante ogni mese una tela, riscuoteva per lo meno dieci o dodici scudi. E facile immaginare perciò quanto fosse l’agiatezza anche in molte famiglie del basso popolo, le donne del quale la festa facevano grande sfoggio di gioie, di orecchini o buccole - come le chiamavano - e di vezzi di perle di molto valore.

Le Stinche mettevano malinconia al solo vederle: perciò ingentiliti i costumi, e desiderosa la cittadinanza di toglier di mezzo quello sconcio, il granduca Leopoldo II, che per verità ebbe sempre passione di abbellire Firenze ed accrescerne le comodità, con decreto del 15 agosto 1835 sanzionando le trattative già in corso fin dal 1833 ne ordinò la vendita, perchè venissero destinate ad usi privati e più decorosi. [p. 459 modifica] Acquistarono quel locale di trista fama i signori Giovacchino Faldi, Cosimo Canovetti, Giuseppe Galletti e Michele Massai, i quali in seguito lo rivenderono a Girolamo Pagliano, cantante, dopo ch’ebbe abbandonate le scene per dedicarsi allo smercio del suo fortunato sciroppo, che ha purgato mezza Europa. Questo sedicente professore col disegno dell’architetto Francesco Leoni, oltre all’edificare sulla vecchia area delle Stinche molte botteghe, e comode ed eleganti abitazioni, fece costruire una stupenda cavallerizza con annessa scuderia e la famosa gran sala, detta della Filarmonica, di stile dell’Impero, tal quale oggi si vede.

La cavallerizza fu costruita dove era prima il lavatoio; ed a quiesta era congiunto il locale per gli esercizi equestri, lungo settanta braccia, largo trenta ed alto ventitré, che prendeva luce da due grandi lanterne a cristalli. Codesto locale cede poi il luogo al teatro Pagliano, che diede lo sfratto ai cavalli per dar posto.... ai cantanti.

L’ibrido connubio fra Euterpe ed Esculapio, riuscirono a fare del Pagliano una macchietta originale e curiosa. Un poema di 16 canti in sesta rima: La Paglianeide ossia Teatro e Medicina, dettato dal pittore Cesare Paganini, lo celebra come un eroe da strapazzo; ma questo poema, un grosso volume in ottavo, è restato incompleto, perchè fu pubblicato nel 1855 e il protagonista visse ancora oltre 25 anni!...

Il Palazzo del Bargello, che in oggi è conosciuto più civilmente sotto il nome di Palazzo Pretorio, fu poi restaurato dall’architetto Mazzei e dal pittore Gaetano Bianchi. Ivi ha sede il Museo Nazionale, ma fino al 1859 era luogo di non men trista fama delle Stinche, tanto più quando i carcerati, abbattute quelle, vennero ivi rinchiusi.

Non è il caso di rifare la storia di cotesto antico monumento, che fu sede del Duca d’Atene, e d’onde venne cacciato per furore di popolo. [p. 460 modifica]Il vetusto edifizio aveva subito in più tempi deturpazioni ed alterazioni tali, da svisarne assolutamente il carattere e la primitiva impronta.

Dal lato di Via del Proconsolo e di Via Sant’Apollinare le antiche finestre bifore furono in parte rimurate e ridotte a tramoggie per i

Il Bargello

carcerati, i quali, onde impietosire i, passanti, calavano dalle inferriate uno spago con una borsetta bianca: e perchè questa scostasse dalle bozze di pietra della facciata, tenevano lo spago legato a un pezzo di canna come se pescassero. E infatti pescavano i gonzi che credevano alle loro querimonie, ai loro lamenti, e più che altro alla loro innocenza.

Bastava passar «dal Bargello» per sentire gridar forte le solite lamentazioni pietose del «povero padre di famiglia, » e della «vittima » altrui. Costoro per fare effetto inventavan tutte le birbonate possibili: promettevan preghiere alla Madonna e a tutti i santi, anche meno conosciuti, purché chi passava buttasse nella borsetta bianca qualche cosa. A prima vista può sorprendere che i carcerati potessero avere lo spago, la borsetta e la canna, per tenerla distante dal muro; ma la meraviglia cessa quando si sa che il provvedere di tali oggetti i detenuti, era un [p. 461 modifica] in-'certo dei secondini e dei birri, contro il divieto dei magistrati, i quali pur vedendo e sentendo ogni cosa, facevan l’orecchio del mercante. Ma quelli che veramente ci guadagnavano, erano i birri; poiché sulla cantonata di Via Sant’Apollinare ci stava sempre uno di essi a sedere, per impedire che i carcerati discorressero, per quanto senza vedersi, coi parenti o con gli amici, dalla parte della strada.

Il birro di guardia non si dava per inteso di quelle borse che dalle tramoggie si calavano, né di tutte le cantilene dei delinquenti per chiedere l’elemosina ai passanti, che spesso mossi a compassione buttavano un soldo o una crazia nella borsetta. Ma quando, come avveniva altresì molto spesso, passava qualche signore che i birri conoscevano a colpo d’occhio, e che questi buttava dentro un fiorino o anche cinque paoli, il bravo birro spiegando allora tutto il suo zelo di rigoroso campione della giustizia, dava una bastonata allo spago che s’avvolgeva così al bastone, e con una stratta faceva venir giù la borsa.... e pigliava per sé ogni cosa.

Allora il carcerato che s’accorgeva di quel tiro birbone, e che poc’anzi implorava con tanto fervore la Beatissima Vergine, il suo divino Infante e tutta la corte celeste, cominciava a trattarli male tutti e a bestemmiare, accusandoli in certo modo di tenerla più dai birri che dai ladri, coi quali i primi spesso facevano a mezzo!

I birri erano ordinati per squadre, ognuna delle quali aveva il proprio capo; ma questi facevano il servizio della bassa polizia; sorvegliavano i precettati serali, e facevano il servizio di notte stando sulle cantonate con la lanterna cieca, a sorvegliar le botteghe.

Quando qualcuno tornava a casa a ora tarda, mentre metteva la chiave nell’uscio, bene spesso si sentiva abbagliare a un tratto dalla luce della lanterna, che il birro gli piantava sulla faccia senza che lui si vedesse. Questa dolce sorpresa era riserbata particolarmente a coloro che passavano dalle strade nelle ore della notte; egli si trovava accecato dalla lanterna, mentre il birro tutto premuroso gli dava la buona

29. — Conti. [p. 462 modifica] sera e intanto gli domandava di dove veniva, dove andava, dove stava di casa, ed il suo riverito nome e cognome. Se poi l’individuo fermato destava qualche sospetto, il birro senza starci a pensare, faceva un fischio convenzionale e in un momento sbucavan fuori i birri più vicini, e fra tutti arrestavano quel tale e lo portavano all'Ariane, ossia nel loro corpo di guardia, così chiamato nel gergo birresco, per esser la mattina dopo interrogato; invece, se si trattava di persona degna di esser trattenuta, lo accompagnavano al Bargello con tutti gli onori delle manette o delle mani legate dietro la schiena!

Degli Ariani ce ne erano due: uno in Piazza di Santa Maria Novella Vecchia; ed uno in Borgo Tegolaia, dove si distribuiva il servizio notturno; e gli arrestati si mettevano provvisoriamente in una stanzaccia ridotta a prigione, che il popolo chiamava carbonaia.

Oltre ai birri, c’erano gli agenti, divisi anch’essi a squadre per ogni quartiere; ed ogni squadra era comandata da un capo il quale dipendeva dal «Capo agente.» Questo corpo, al quale venivano affidate le funzioni più importanti, dipendeva immediatamente dal Presidente del Buon Governo.

Quando c’era da arrestare qualche soggetto pericoloso, si partiva dal Bargello una squadra di birri, avendo ognuno il suo nodoso bastone di marruca, guidata dal proprio capo che per distintivo aveva la mazza di canna d’India o di zucchero, ma con lo stocco. Uno zucchero ... piuttosto amaro. Quando avevano trovato l’individuo di cui andavano in cerca gli intimavano l’arresto: e se per sua disgrazia l’arrestato avesse avuta la infelice idea d’accennare soltanto, a far resistenza, si sentiva arrivare un tal carico di legnate, come se i birri ribattessero una inaterassa!

Non per rimpiangere quei tempi; Dio ce ne guardi! ma facevan più due birri che dieci carabinieri; ed era tanta la temenza che avevano i malviventi di essi, che difficilmente si opponevano, e piuttosto cercavano di darsela a gambe. C'eran però certi fegati, fra quei birri, tutta roba che era stata prima [p. 463 modifica] vin che aceto, che spesso li rincorrevano anche per mezz’ora e finivan per agguantarli, facendo poi i conti col bastone.

Fra i furfanti più rinomati, v’era un certo Bartelloni macellaro, detto per soprannome Picchiero, che dava da fare alla polizia più che tutti i ladri messi insieme. Per dato e fatto suo, spesso si metteva sottosopra Firenze. Costui era un uomo temuto per la sua audacia e per le aggressioni che commetteva impunemente di pieno giorno e nelle strade anche più frequentate. Quando egli si sapeva cercato, si nascondeva nei dintorni di Firenze, e spesso anche in città, destando il terrore in tutti, perchè si sapeva uomo sanguinario e risoluto. Una volta da alcuni birri più astuti fu scovato e fecero per arrestarlo esortandolo col solito affabile mezzo del bastone, a non far resistenza. Ma la prima bastonata del birro andò a vuoto, perchè Picchiero gli era scappato di sotto e correva come un barbero. E via i birri dietro. Ma il malandrino aveva buone gambe e seguitava a correre voltandosi ogni poco con la testa indietro come fanno i fantini per vedere a che distanza si manteneva dai suoi inseguitori. Vistosi però quasi raggiunto da uno di loro che pareva una lepre, secco, segaligno, tutt’ossa e nervi, con cert’occhi che parevan quelli del gatto la notte, Picchiero entrò in una casa che forse conosceva, e via su per le scale a tre scalini per volta. E il birro dietro che saltava quanto lui, e lo raggiunse quando infilò in un abbaino e entrò sul tetto, dove il fuggiasco credeva di rifugiarsi al sicuro, non credendo mai d’esser rincorso con tanto zelo, fin lassù.

Fra ladro e birro seguì una lotta accanita. Dapprima, si abbracciarono come due fratelli; e poi vennero giù nella strada con grande spavento della gente accorsa, che rimase inorridita dal tonfo di quei due corpi sul lastrico della via. Picchiero non si mosse, tutto intronato com’era dalla botta di quella caduta; il birro credendo d’essersi tribbiate le gambe, si alzò con grandi smorfie rimanendo a sedere in terra, non avendo coraggio di rizzarsi. Fu però subito sollevato dai compagni e tutto malconcio la Misericordia lo portò allo Spedale [p. 464 modifica] e ivi rimase per qualche giorno. Picchiero invece andò a fare una cura più lunga al Mastio di Volterra, che fu il termine della sua brillante carriera.

Ritornando al Palazzo del Bargello, questo era luogo di trista fama non solo per i carcerati che vi si rinchiudevano, quanto per la lugubre cerimonia della gogna e della bollatura a fuoco.

Ogni condannato alla galera o all’ergastolo, prima di andare al suo destino, veniva esposto alla gogna sul muricciuolo esterno del palazzo, con le mani dietro legate ad una di quelle grosse campanelle che tuttora si vedono. Il condannato aveva sul petto un gran cartello dov’era scritto il delitto commesso; e doveva stare a capo scoperto. Per condiscendenza gli si permetteva di tenere il cappello ai piedi, perchè quelli che passavano e si fermavano, vi buttassero qualche soldo. La gogna durava dalle dieci alle undici della mattina, e in quest’ora suonava la vecchia campana squarciata della torre, che col suo tristo suono fesso e lugubre, metteva il malumore addosso. Stava a fargli la guardia un birro dentro una specie di ringhiera o cancello di legno, che racchiudeva lo spazio destinato alla gogna.

Quando alla pena della galera si aggiungeva anche la bollatura, questa veniva fatta dal boia sulla spalla sinistra del delinquente con un bollo a fuoco, scaldato in una specie di saldatoio come quello dei trombai. Il popolo mormorava quando si faceva questa obbrobriosa operazione; ma correva sempre a vederla. Uno fra quelli che per la sua condizione commosse più degli altri, ricevendo pubblicamente quel marchio d’onta perpetua, fu un sottoprefetto di provincia, il quale, essendosi intenerito alle lacrime e alla disperazione di una povera madre, le liberò furtivamente il figliuolo dalla leva militare. Per questo fatto egli venne condannato a cinque anni di galera e ad esser bollato.

La triste campana del Bargello suonava tutte le sere dalle dieci e mezzo alle undici, per avvisare i cittadini più tardivi, che era l’ora d’andare a letto. E quando si sentiva quella [p. 465 modifica] campana, molti si affrettavano a tornarsene a casa per evitare anche l’incomoda luce della lanterna dei birri e la loro buona sera non meno incomoda e sgradita, perchè c’era il caso che in una serata di nervi, qualche fior di galantuomo fosse preso per una persona sospetta, e portato a passar la notte in carbonaia. Quest’uso della campana fu tolto nel 1848, quando si cominciarono ad abbandonare tanti usi barbari e incivili, che avevan durato anche troppo.

Ma soppresso il suono della campana del Bargello, vi rimase quella della Misericordia, che anche nel cuor della notte suonava i suoi tocchi, spandendo nell’aria come un senso di sgomento e di paura in tutte le famiglie nelle quali e’ era ancora fuori, qualcuno di casa. Ed anche di giorno, quante ansie, quante lacrime non ha fatto versare il suono di cotesta campana, che non dava altro segnale che di disgrazie! Se suonava due volte era a caso, vale a dire che si trattava di una disgrazia, incolta a qualcuno per la via o sul lavoro: e se suonava tre, era a morto: un affogato, uno venuto giù da una fabbrica, o un ammazzato. Ed allora era un accorrere pieno di trepidazione e di presentimenti tristissimi, alla Misericordia, per sapere che cos’era accaduto. E quando fratelli che venivano essi pure a corsa per mettersi la veste, erano in numero e pigliavano il cataletto e col servo andavan via, la bramosia cresceva; e tutti anelavano il momento in cui veniva sulla porta un altro servo ad annunziare la disgrazia avvenuta. Neil’infinito egoismo umano, tutti si sentivano sollevare quando potevan credere che la disgrazia non risguardasse nessuno dei loro cari.

Tutti però quando sentivan la campana, non potevano uscire di casa per correre sul Duomo a sentir che cos’era seguito: perciò era un’agonia continuata finché quelli di famiglia non eran tornati: e se qualcuno contro il solito, [p. 466 modifica] per disgraziata combinazione tardava, era un’agitazione, un orgasmo in tutta la casa; un prevedere una sciagura inevitabile, un montarsi la testa, un piangere disperato come se la sventura fosse veramente seguita. Un affacciarsi continuo alla finestra, spingendo lo sguardo fino in fondo alla strada per vedere di scorgere la persona attesa, passando da un’infinita trafila di torture quando pareva di vederla confusa tra la gente che andava e veniva, o qualcuno che le rassomigliava all’andatura; oppure se appariva un vestito o un cappello dello stesso colore: insomma era uno strazio da non si dire. Quando poi si vedeva per davvero venir quello tanto atteso, tanto agognato, allora si asciugavan le lagrime ridendo, si dimenticava ciò che si era sofferto sembrando d’avere avuto invece una gran fortuna, e che quel tale fosse restituito alla famiglia per un vero miracolo. Tante volte però accadeva che il dolore dell’ansia provata, si manifestasse con dei rimproveri perchè quello aveva fatto tardi; e allora finiva in litigi, e andava all’aria la tavola: nessuno mangiava più, ed erano imprecazioni alla campana della Misericordia e a chi la permetteva.

Questa era una delle tante varianti della vita fiorentina, la quale merita di esser narrata a parte, e che aveva in quei tempi tante singolarità e tante cose curiose, rimaste oggi come memorie e nulla più.

La compagnia della MIisericordia ha reso e rende molti servigi a Firenze. Istituita nell’anno 1240 da Luca Borsi, decano de’ facchini, per l’estirpazione della bestemmia, allargò la cerchia della propria attività e si ridusse com’è tuttora un’associazione ricca e potente.

Se anch’oggi, a un Luca Borsi qualunque venisse in testa di tassare con una crazia ogni bestemmia, si riscatterebbe il Debito pubblico di tutta l’Italia!


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XXIX Vita fiorentina Vecchia impronta - Rimpianti inutili - La livrea della miseria - Pane fatto in casa - Giambattista Niccolini e la cameriera - Colazione, desinare e cena - Quanto costava il vino - Preghiere - Santa Maria delle Grazie - Le veglie invernali - I ciechi - Venditori ambulanti - In strada - Botteghe - Caffè - Il basso popolo, il mezzo ceto, la nobiltà e la corte - Il sarto Piacenti - Persone di servizio - Le «• cene notturne all’aria aperta:> — La carità del marchese Pietro Torrigiani - I biacchi del boia - Il beato Ippolito Galantini - Il buzzurro di Piazza Pitti - Una forma di cacio shrinze - Le vetture di piazza - I viaggi del conte Galli - Il cocchiere Cicalino - Il «Gobbo vinaio» - Carità regale - Il sale ai malati dello spedale - Il prato del Alonte alle Croci - Tipi originali. Semplice, quasi patriarcale, era la vita dei vecchi fiorentini, e tale si mantenne fin verso la prima metà del secolo XIX. Se tanta brava gente potesse tornare in qua, le parrebbe non essere più in Firenze, nel vedere cambiati gli usi e le abitudini, abbandonate vecchie tradizioni ed usanze che datavan da secoli, per introdurne delle nuove che non hanno nulla di speciale né di caratteristico come le antiche, e che sono invece comuni a tutti gli altri paesi. Firenze, come molte altre città, ha perduto la sua impronta; non somiglia più a sé stessa. Questo direbbero i vecchi se tornassero: ma siccome ciò é impossibile, è quindi inutile rimpiangere ciò che non è più. Sarà dunque bene descriverla, la vita fiorentina di quei

tempi, perché almeno rimanga come memoria, e come curiosità. [p. 468 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/468 [p. 469 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/469 [p. 470 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/470 [p. 471 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/471 [p. 472 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/472 [p. 473 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/473 [p. 474 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/474 [p. 475 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/475 [p. 476 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/476 [p. 477 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/477 [p. 478 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/478 [p. 479 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/479 [p. 480 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/480 [p. 481 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/481 [p. 482 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/482 [p. 483 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/483 [p. 484 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/484 [p. 485 modifica]
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XXX Bagni e Teatri A Livorno - La roba a buon mercato - Bagni d’Arno - La Vagaloggia Furti e improntitudini - La «Buca del Cento» e il bagno del Fischialo Il padre di un artista - Donne e ragazzi - Le ciane al bagno - Il Pons, francese, riscalda l’acqua d’Arno - Il barone di Poallys e il principe Anatolio Demidoff - La più bella donna di Firenze - Il bagno delle Molina di San!t^iccolò - I Matton rossi - L’oste Dottore alla Piagentina - Nuotatori temerari - Il premio di dieci scudi - Amore per il teatro - Gli Stenterelli - Amato Ricci alla Piazza Vecchia - Lorenzo Cannelli al Borgognissanti - Il Cannelli e il Granduca - 11 teatro Leopoldo o della Quarconia - La maschera del teatro - Palleggio d’improperii - Il gobbo Masoni - La parte del pubblico - Teatro Goldoni - I veglioncini - Questioni e disordini abituali - Il tenente Saccardi - Attaccabrighe puniti - Il teatro Alfieri e gli esordienti - Il teatro Nuovo e gli Spedalini - Il Cocomero oggi <: Niccolini» - La Pergola - Le prime rappresentazioni - La modestia del maestro - Esecuzioni d’opere e di balli - Spettacoli di quaresima - Cantanti di grido. In Firenze, per coloro che potevan fare delle spese di lusso, c’era l’abitudine d’andare ai bagni della Porretta o a quelli di Livorno; e quando tornavano da quest’ultima città, portavano una quantità di roba acquistata a prezzi favolosamente bassi, perchè essendovi colà il portofranco, non v’era dazio di sorta. Per conseguenza, quando si vedeva dagli amici di casa o dai conoscenti quella roba, pareva venuta dall’altro mondo, tanto era diversa dalle cose usuali che si compravano a Firenze, e che costavano il doppio.

Molti vi andavano anche apposta, e s’adattavano a un [p. 486 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/486 [p. 487 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/487 [p. 488 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/488 [p. 489 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/489 [p. 490 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/490 [p. 491 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/491 [p. 492 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/492 [p. 493 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/493 [p. 494 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/494 [p. 495 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/495 [p. 496 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/496 [p. 497 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/497 [p. 498 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/498 [p. 499 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/499 [p. 500 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/500 [p. 501 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/501 [p. 502 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/502 [p. 503 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/503 [p. 504 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/504 [p. 505 modifica]
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XXXI Befane e Carnevale La vigilia dell’Epifania - La Befana a spasso - Befanate famose - La Befana e il poeta Fagiuoli - Genealogia della Befana - La calza al ferro del paiuolo - Notte dì baldoria - La benedizione dell’acqua santa - Il corso della Befana - Giove in Arno - Non più befane! - Il carnevale al tempo de’ Medici - Pallonate e fango - Odio fra gli Strozzi e i Medici - Il carnevale si trasforma - I corsi delle carrozze - Un tremendo mistero - Il capitano Serrati - Le gesta di Battifalde - Il passeggio delle maschere sotto gli Uffizi - Botteghe improvvisate - Feste a Corte - In casa del principe Borghese — Nel giardino del marchese Torrigiani - La campana della carne I veglioni alla Pergola. Fin verso la prima metà del secolo presente, durò in Firenze un’usanza che datava da epoca remotissima. C era il costume, nella vigilia dell’Epifania, di portare in giro per la città una sorta di fantocci rappresentanti uomini o donne, seguiti ognuno da una folla di gente chiassosa, che portava lanterne e lumi, e che suonava a perdifiato in certe trombe assordanti, lunghe, di vetro, che schiamazzava ed urlava, facendo un baccano indiavolato. Con quella baldoria, s’intendeva di commemorare la visita dei re Magi al presepio: e perciò il più delle volte facevan fantocci col viso sudicio, per rappresentare più al vero cotesti magi, che eran mori. II chiasso, il frastuono eran generali per tutta la città, ma più che altrove nel centro, specialmente in Piazza San Firenze, dove cominciarono molti, dopo fatta la facciata della [p. 506 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/506 [p. 507 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/507 [p. 508 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/508 [p. 509 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/509 [p. 510 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/510 [p. 511 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/511 [p. 512 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/512 [p. 513 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/513 [p. 514 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/514 [p. 515 modifica]Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/515 [p. 516 modifica]Pagina:Giuseppe Conti 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INDICE


Il perchè di questo libro  ||
 Pag. VII
I. - I Francesi a Firenze ||
 1
Pietro Leopoldo fatto imperator d’Austria - Scambio di fidanzate - Ferdinando III granduca di Toscana - La Madonna di Via del Ciliegio - Francia e Inghilterra - Napoleone Buonaparte e Lorenzo Pignotti - Il Buonaparte a Firenze - Seimila napoletani a Livorno - Due proclami e un ordine del giorno - Pace fra la Toscana e la Francia - L’arrivo dei Francesi a Firenze - Morte ai codini! - La partenza di Ferdinando III
II. - La festa della libertà e i frutti dell’albero ||
 17
Pio VI prigioniero - Il nuovo regime - Un bando del commissario - I Nuvoloni - L’albero della libertà - Feste ufficiali - Diciotto matrimoni L’ortolana di Borgognissanti - Luminaria - Malcontento — I contadini a Firenze - II prestito forzato - Requisizione di arredi sacri - Indignazione generale - La rivolta d’Arezzo - Viva Maria! - San Donato e la Madonna - La rivolta di Cortona - Una feroce ordinanza e un’energica risposta - Cortona si sottomette - Gl’insorti a Siena - La battaglia della Trebbia e la rivoluzione a Firenze - I francesi si allontanano dalla Toscana - Versi di un Pastor Arcade.
III. - Nuovi proclami e sempre nuovi governi ||
 35
Ultimi atti del commissario Reinhard - Il Senato fiorentino - Effetti della reazione - Selim III - Il generale Suwarow - La Sandrina Mari e gli aretini a Firenze - Il vescovo Scipione Ricci - Gli austro-russi - Sempre Te Deum - La morte di Pio VI - I francesi tornano in Toscana - Il regno d’Etruria - Lodovico di Borbone a Parigi - Proclama del generale Murat Giuramento prestato al nuovo sovrano - Suo arrivo a Firenze - L’Apollo di Belvedere e la Venere dei Medici - Tristi condizioni del regno d’Etruria — Viaggio dei reali e morte del re Lodovico.
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VIII. - Il granduca Ferdinando riprende i suoi usi. ||
 Pag. 137

Udienze - La contessa d’Albany - Pietro Leopoldo e le donne fiorentine Una lettera della d’Albany - Viaggio del Granduca a Pisa e Livorno - Vita intima del Sovrano - Veglione alla Pergola - Etichetta di Corte - Una osservazione del generale Vettori - Festa a’ Pitti.

IX. - Il Congresso di Vienna: nuovi torbidi in Italia. ||
 147

Un patto d’alleanza e un trattato di pace - Don Neri Corsini plenipotenziario della Toscana al Congresso di Vienna - Pretese sfatate della reggente Maria Luisa - Sospensione del Congresso - Napoleone I a Parigi - Il proclama murattiano per l’indipendenza d’Italia - Risposta delTesto in corsivo Bellegarde - Ferdinando III ripara a Pisa - Dà ragione della sua partenza - La Sandrina Mari si fa distinguere - Proclami del Pignattelli napoletano e del Nugent tedesco - Ferdinando III torna a Firenze - La bravura dei soldati toscani - Ritorna la calma, e ritornano molti oggetti d’arte da Parigi.

X. - Riordinamento della città - Sposalizio di Carlo Alberto ||
 155
La nuova magistratura civica - Compenso all’interpetre della lingua tedesca I cartelli e i numeri delle strade - Dodici figliuoli! - I luccbi - Nuove leggi e ordinamenti - Un palio di ciuchi - Dispensa dal digiuno quaresimale - I loggiati della porta alla Croce - Abusi repressi - Do-manda di matrimonio - Congratulazioni municipali - Le berrette del magistrato - Sponsali di Carlo Alberto di Sardegna con l’arciduchessa ISIaria Teresa - Feste nuziali - Gli sposi partono per Torino.
XI. - Le nozze dell’arciduca Leopoldo ||
 167

Ferdinando vuol dar moglie all’arciduca Leopoldo - La chiesta - Il magistrato in moto - Conclusione del matrimonio - Nozze per procura - La Commissione granducale a Trento - L’arrivo della sposa - Il principe Rospigliosi la prende in consegna - Cerimonie - Elargizioni, sussidi e amnistia - L’incontro alla villa di Cafaggiolo - La sposa a Firenze - La benedizione nuziale alla Santissima Annunziata - Ingresso a Palazzo Pitti - Ricevimenti e presentazioni - Pranzo - Serata di gala - Feste popolari - Al Casino de’ Nobili — A Pisa e Livorno.

XII. - L’imperatore Francesco e il re di Napoli a Firenze ||
 181

La frammassoneria livornese - Esuli politici a Firenze - L’arrivo dell’Imperatore - Illuminazione della città - Visita a pubblici e privati stabilimenti - Feste in piazza della Signoria e nel piazzale degli Uffizi - L’imperatore parte per [p. 708 modifica]

XXIII. - La nuova Granduchessa ||
 Pag. 337

Seconde nozze - La chiesta di matrimonio - Maria Antonia delle Due Sicilie - Il principe Corsini - Leopoldo II parte per Napoli - Sua permanenza in quella città - Gita a Pompei - Festeggiamenti - Il contratto nuziale - ;Ma- trimonio religioso — Gli sposi s' imbarcano - Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale - Feste - Gli sposi sì recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di Leopoldo II e di Maria Antonia a Firenze - Te Detim e feste - « A Firenze non ce stanno poveri. >

XXIV. - Attorno alle mura della città ||
 361

Le mura d'Arnolfo - Ricordi storici - I ricoverati di Montedoniini - Annaf- tiatura di cavoli - Lungo le mura - Fabbrica di candele e di vernici - La torre del Maglio - La Fortezza da Basso - Le diacciale - Ragazzi che fanno forca — Giuoco del Pallone - Il mercato di Porta alla Croce - Gli stabbioli dei maiali - I roventini - Le mura oltr'Arno - La Sardigna — La Beppa fioraia - Le chiavi delle porte - Citazioni direttissime - Le frodi della gabella.

XXV. - Com'era Firenze ||
 383
L'aspetto della città - Il birro Chiappini - La pulizia delle strade e i forzati - Sorveglianza dei pompieri - Inconvenienti - L' illuminazione pubblica - Polizia mortuaria - Il palazzo Borghese - L' architetto Gaetano Baccani - Un concorso - La prima festa nel palazzo Borghese - La granduchessa Baciocchi e tre giovani artisti - Don Camillo Borghese patrizio fiorentino -La demolizione dell'arco di Santa Trinità - Gli architetti Cacialli e Bac- cani - Il Cinci pontaio - Bontà d'animo di Ferdinando III - La lumi- nara alla Sardigna - Allargamento della Piazza del Duomo - Apertura di nuove strade.
XXVI. - Piazza del Granduca ||
 401

La Dogana in Palazzo Vecchio - Facchini e ragazzi - Il tetto dei pisani - I ciarlatani nei giorni di mercato - Il Niccolai, il Billi e Trentuno - Colossi della scienza - Cavadenti e contadini - Orologiari di ventura - Mercurio - Castelli di burattini - I maccheroni freddi di Martino - La ritirata - Ln- gehis Domini - I cartelli de' teatri - Il Canto dell'acquavite.

XXVII. - Mercato Vecchio - Il Ghetto ||
 413

Le rovine della civiltà romana - Il palazzo dell' Arte della Lana - La Colonna di mercato - L' osteria della Cervia - La spezìeria del Giglio - Il Barba vinaio - Un cuoco di baldacchino - La beccheria - La fila - La spezieria dello Spirito Santo - Il palazzo della Cavolaia - Il palazzo Vecchietti - [p. 709 modifica]

XVIII. - L’opera amministrativa di Ferdinando III. ||
 Pag. 265

La «Presidenza del Buon Governo» - La Camera delle Comunità e il soprassindaco - Consulta di giustizia e grazia - II supremo Consiglio di giustizia, la Ruota civile e la Ruota criminale - Registro - Ufizio del Segtto Ufìzi di Garanzia - Scrittoio generale delle I. e R. Possessioni - Catasto Corporazioni religiose e Demanio - Archivi - Segreteria del Regio Diritto - Stato civile - Opera di Santa Maria del Fiore - L’Orfanotrofio di San Filippo Neri, la Pia Casa di Fuligno e la Congregazione di San Giovan Battista - Gli Spedali; l’Ospizio di Maternità ed altre istituzioni di beneficenza Pubblica istruzione - L’Accademia della Crusca.

XIX. - L’esercito toscano alla morte di Ferdinando III. ||
 281

Il «Dipartimento della Guerra» - Le varie armi dell’esercito - Il torriere e i guardacoste - Il Corpo dei cadetti - Il battaglione dei discoli - I cacciatori volontari di costa - Comandi di Piazza - Onori militari al Santo Viatico I veterani - Servizio dei veterani - I. e R. Marina da guerra - Pompieri.

XX. - L’assunzione al trono di Leopoldo II ||
 293

Il ministro toscano Fossombroni e il ministro austriaco Bombelles - L’editto di assunzione di Leopoldo II al trono della Toscana - Politica del Fossombroni - Francesco Cempini ministro delle Finanze - Abolizione di una tassa sulle carni macellate - Sgravio sulla tassa fondiaria - Ricevimenti - Nomine dei dignitari di Corte - I solenni funerali di Ferdinando III - La vestizione del Gran Maestro dell’ordine equestre di Santo Stefano.

XXI. - I primi anni del regno di Leopoldo II ||
 303

L’Istituto della SS. Annunziata - Il Granduca va a Milano - Una speranza delusa - L’istituzione del Corpo degl’Ingegneri - Proponimenti abortiti La Cassa di Risparmio e Cosimo Ridolfi - Toscana e Grecia - Champollion e Rosellini - Commissione toscana in Egitto - Buoni resultati ottenuti in Oriente - La bonifica Maremmana - I Gherardesca in Maremma - Il taglio dell’Ombrone.

XXII. - Primi guai - La Guardia urbana - La morte della granduchessa Maria Anna ||
 317

Festa in Boboli; partenza per Vienna; timori svaniti - Un comitato che si dimette e la storia di una colonna - Una deliberazione del Magistrato civico Un busto del Granduca comprato «per il giusto prezzo» - Ciambellani dimissionari - Il trionfo de’ birri - Condizioni politiche dell’Italia - La Guardia urbana istituita e licenziata - Il ministro Fossombroni si ritira a vita privata - Muore a Pisa la granduchessa Maria Anna - Trasporto a Firenze Esequie solenni nella chiesa di San Lorenzo. [p. 710 modifica]6g8 Indice XXIII. - La nuova Granduchessa Pag. 337 Seconde nozze - La chiesta di matrimonio - Maria Antonia delle Due Sicilie - Il principe Corsini - Leopoldo II parte per Napoli - Sua permanenza in quella città - Gita a Pompei - Festeggiamenti - Il contratto nuziale - ;Ma- trimonio religioso — Gli sposi s' imbarcano - Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale - Feste - Gli sposi sì recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di Leopoldo II e di Maria Antonia a Firenze - Te Detim e feste - « A Firenze non ce stanno poveri. > XXIV. - Attorno alle mura della città " . . 361 Le mura d'Arnolfo - Ricordi storici - I ricoverati di Montedoniini - Annaf- tiatura di cavoli - Lungo le mura - Fabbrica di candele e di vernici - La torre del Maglio - La Fortezza da Basso - Le diacciale - Ragazzi che fanno forca — Giuoco del Pallone - Il mercato di Porta alla Croce - Gli stabbioli dei maiali - I roventini - Le mura oltr'Arno - La Sardigna — La Beppa fioraia - Le chiavi delle porte - Citazioni direttissime - Le frodi della gabella. XXV. - Com'era Firenze 383 L'aspetto della città - Il birro Chiappini - La pulizia delle strade e i forzati - Sorveglianza dei pompieri - Inconvenienti - L' illuminazione pubblica - Polizia mortuaria - Il palazzo Borghese - L' architetto Gaetano Baccani - Un concorso - La prima festa nel palazzo Borghese - La granduchessa Baciocchi e tre giovani artisti - Don Camillo Borghese patrizio fiorentino -La demolizione dell'arco di Santa Trinità - Gli architetti Cacialli e Bac- cani - Il Cinci pontaio - Bontà d'animo di Ferdinando III - La lumi- nara alla Sardigna - Allargamento della Piazza del Duomo - Apertura di nuove strade. XXVI. - Piazza del Granduca 401 La Dogana in Palazzo Vecchio - Facchini e ragazzi - Il tetto dei pisani - I ciarlatani nei giorni di mercato - Il Niccolai, il Billi e Trentuno - Colossi della scienza - Cavadenti e contadini - Orologiari di ventura - Mercurio - Castelli di burattini - I maccheroni freddi di Martino - La ritirata - Ln- gehis Domini - I cartelli de' teatri - Il Canto dell'acquavite. XXVII. - Mercato Vecchio - Il Ghetto 413 Le rovine della civiltà romana - Il palazzo dell' Arte della Lana - La Colonna di mercato - L' osteria della Cervia - La spezìeria del Giglio - Il Barba vinaio - Un cuoco di baldacchino - La beccheria - La fila - La spezieria dello Spirito Santo - Il palazzo della Cavolaia - Il palazzo Vecchietti [p. 711 modifica] San Pier Buonconsiglio - Il Mercato Vecchio nelle solennità - L’Arte in Mercato Vecchio - Il Gran Postribolo - Gli ebrei prima del Ghetto Quando e come fu edificato il Ghetto - L’interno - Sono levati i portoni - Cosa divenne il Ghetto - A toccaferro con la polizia - Le cose a posto.

XXVIII. - Le Stinche - Il Bargello - La campana della Misericordia ||
 Pag. 441
L’edifizio delle Stinche: sua storia - Ubicazione delle Stinche - Debitori celebri in prigione - Inquilini stranieri - J arbitrio - Si castri! - Il lavatoio - A soffialo e a cappelletto - Ragazzi renitenti - Le tintorie fiorentine Abolizione delle Stinche - Il professor Girolamo Pagliano - Il palazzo del Bargello - Carceri e carcerati - Birri - Prodezze sbirresche - Picchiero celebre furfante - La gogna e la bollatura a fuoco - La campana della Misericordia - A caso e a morto - Ansie domestiche - Come finiva?
XXIX. - Vita fiorentina ||
 455
Vecchia impronta - Rimpianti inutili - La livrea della miseria - Pane fatto in casa - Giambattista Niccolini e la cameriera - Colazione, desinare e cena - Quanto costava il vino - Preghiere - Santa Maria delle Grazie - Le veglie invernali - I ciechi - Venditori ambulanti - In strada - Botteghe - Caffè - Il basso popolo, il mezzo ceto, la nobiltà e la corte - Il sarto Piacenti - Persone di servizio - Le «cene notturne all’aria aperta» - La carità del marchese Pietro Torrigiani - I biacchi del boia - Il beato Ippolito Galantini - Il buzzurro di Piazza Pitti - Una forma di cacio sbrinze - Le vetture di piazza - I viaggi del conte Galli - Il cocchiere Cicalino - Il «Gobbo vinaio» - Carità regale - Il sale ai malati dello spedale - Il prato del Monte alle Croci - Tipi originali.
XXX. - Bagni e Teatri ||
 473

A Livorno - La roba a buon mercato - Bagni d’Arno - La Vagaloggia Furti e improntitudini - La «Buca del Cento» e il bagno del Fischialo Il padre di un artista - Donne e ragazzi - Le ciane al bagno - Il Pons, francese, riscalda l’acqua d’Arno - Il barone di Poallys e il principe Anatolio Demidoff - La più bella donna di Firenze - Il bagno delle Molina di San Niccolò - I Matton rossi - L’oste Dottore alla Piagentina - Nuotatori temerari - Il premio di dieci scudi - Amore per il teatro - Gli Stenterelli - Amato Ricci alla Piazza Vecchia - Lorenzo Cannelli al Borgognissanti - Il Cannelli e il Granduca - 11 teatro Leopoldo o della Quarconia - La maschera del teatro - Palleggio d’improperi! - Il gobbo Masoni - La parte del pubblico - Teatro Goldoni - I veglioncini - Questioni e disordini abituali - Il tenente Saccardi - Attaccabrighe puniti - Il teatro Alfieri e gli esordienti - Il teatro Nuovo e gli Spedalini - Il Cocomero oggi [p. 712 modifica] «Niccolini» - La Pergola - Le prime rappresentazioni - La modestia del maestro - Esecuzioni d’opere e di balli - Spettacoli di quaresima - Cantanti di grido.

XXXI. - Befane e Carnevale ||
 Pag. 493

La vigilia dell’Epifania - La Befana a spasso - Befanate famose - La Befana e il poeta Fagiuoli - Genealogia della Befana - La calza al ferro del paiuolo - Notte di baldoria - La benedizione dell’acqua santa - Il corso della Befana - Giove in Arno - Non più befane! - Il carnevale al tempo de’ Medici - Pallonate e fango - Odio fra gli Strozzi e i Medici - Il carnevale si trasforma - I corsi delle carrozze - Un tremendo mistero - Il capitano Serrati - Le gesta di Battifalde - Il passeggio delle maschere sotto gli Uffizi - Botteghe improvvisate - Feste a Corte - In casa del principe Borghese - Nel giardino del marchese Torrigiani - La campana della carne I veglioni alla Pergola.

XXXII. - Quaresima ||
 515

La quaresima al tempo dei Medici - Le ceneri - Le prediche - Profumi acuti - Il Granduca in Duomo - Cherico sacrilego - La Via crucis - La predica del lunedi di passione - Comunione solenne in San Lorenzo - Busse che finiscono in bòtte - La quaresima in tempi più moderni - Pastorale arcivescovile - L’indulto quadragesimale - Fiere - Il Granduca alla fiera Nocciuole e brigidini - La «Madonna della Tosse» - Pierin dai Mori I contratti - Sposi all’erta del Poggio Imperiale - Questioni per un rinforzo di guardie - La scala - Una cicalata di Michelangiolo Buonarroti il giovine - Monelli veri e legittimi - Il giovedì santo a Corte - La lavanda - La visita delle sette chiese - La storia dello «Scoppio del carro» - La colombina - Montagnoli e contadini - Ragazze e giovinotti cuciti insieme - Bucature di spillo - Una pillola d’Arno - Badate agli stinchi! - Uno spavento - I bovi - I pompieri - Un desinare in Casa Pazzi - Pasqua - L’offerta dell’olio alla Santissima Annunziata - L’Angiolino.

XXXIII. - L’Ascensione e il «Corpus Domini» ||
 543

La «festa del grillo» - Fra’ boschetti - Allegre brigate - Il latte di Aeri L’agnello co’ piselli - Da Porta al Prato al Palazzo - Colazione sull’erba - Tutta la Corte al Palazzo — La benedizione - Effetto novissimo - Nelle ore pomeridiane - Il festino del Granduca - La processione del Corpus Domini prima del Concilio di Vienna - Controversie - La Bolla di Pio II - La processione sotto la Repubblica; sotto il principato; sotto i Lorenesi - Trombini e cìambelloni - Il giro - Il baldacchino - In Santa Maria Novella - La fiorita - Una bianca - Il gobbo Martelloni - La settimana dell’Ottavario - A San Giuseppe - Le ire del Santo Re David - Il Lachera — Le lonze - In Boboli - L’addobbo delle botteghe. [p. 713 modifica]

XXXIV. - Le feste di San Giovanni ||
 Pag. 561

Antica fama delle feste - Bandi ed omaggi - La Signoria in ringhiera - L’offerta - Antichi palli - I carri di San Giovanni - Bufere terribili - Le feste sotto il principato Mediceo - Il Marzocco incoronato - Corsa de’ cocchi — Offerte e luminarie - Una cicalata inedita del poeta Fagioli - Le feste nel secolo decimonono - L’annunzio ufficiale - Il carro di Brindellone — Indulto papale - La processione de’ sette baldacchini - Il palio de’ cocchi - Le bighe di Pisa - Una censura all’ingegner Veraci - Il corso in Piazza Santa Maria Novella - Il Granduca vestito da colonnello austriaco - La corsa - I fuochi d’artifizio sulla Torre di Palazzo Vecchio - Nuova macchina de’ fuochi - Un programma di concorso - Concorso annullato - La proposta dell’ingegner Del Rosso - Un biglietto obbligante — Sdegnoso rifiuto - I fuochi sul Ponte alla Carraia - Feste in Arno - Offerta a San Giovanni - Le carrozze di gala - La messa cantata - Lo sparo - Nel salone de’ Cinquecento - Corse de’ barberi - Il Granduca al terrazzino di Borgognissanti - Cataletti pronti - Fazio milanese — Il cavallo vincitore - La messa — Fine della giornata.

XXXV. - Fiere, Rificolone e Ceppo ||
 601

Le due fiere principali — Tessitore pistoiesi - Compre e vendite - Risparmio - Com’era filato il lino — Una passeggiata alla fiera - La fiera degli uccelli — La fiera delle giuggiole — La fiera de’ marroni per San Simone — Ballotte e vin nuovo — Continua la fiera di San Simone— La fiera de’ trabiccoli di là d’Arno - Le monache di San Pier Maggiore e la «Madonna gravida > — La festa della Natività di Maria - Una notte ne’ chiostri dell’Annunziata — In chiesa e fuori — Fischi a tutto spiano — Le ììrificolone — Cronaca più moderna - Un delitto di sangue -Lìè più bella la miaìì - Il Ceppo in antico - La messa di notte — La mattina di Natale - Un tiro a sei e la compagnia delle Corazze — I Buonomini al Bargello — La comunione dei cavalieri di Santo Stefano - Una serie di sacrilegi! - <; Ln aghetto per un galletto» - Venditori di capponi e ragazzi screanzati - La mostra delle botteghe - La stiacciat’unta - A tavola! - Il giuoco dell’Oca.

XXXVI. - Il primo parto della Granduchessa - La nascita del Principe ereditario ||
 617

L’animo e la cultura della Granduchessa - L’annunzio officiale di un prossimo parto - Adunanza del Magistrato civico - La Regina di Napoli a Firenze - I reali piedi di Sua Maestà - Ritratto della Regina - Servitori napoletani - Un triduo - La morte di una figlia del Granduca - Dolori di parto - Nasce una femmina! - Battesimo della real prole - Solenne Te Deum, - Le spese per l’illuminazione - La partenza della Regina La purificazione dopo il parto - Voti esauditi - La nascita del Principe ereditario — Il compare e la comare - L’intervento del Sovrano - Dispensa di spese - Un’altra illuminazione — Un discorso fatto bene. [p. 714 modifica]

XXXVII. - La città si abbellisce ||
 Pag. 627

Riforma della polizia urbana - Il carrettone della pubblica nettezza - La paura del Cholera — Capitolato d’appalto - Grascieri aggiunti - Deputati parrocchiali - Perito grasciere sanitario - Le sollecitazioni del Presidente del Buon Governo - Dispensa dalle vigilie - Una questione di cimiteri - Il Comune rivendica il fabbricato di Candeli - Ampliamento delle Scuole Pie - L’ammazzatoio presso il torrino di Santa Rosa — Dietro le Logge di Mercato Nuovo - Il Bazar Buonaiuti - Case da poveri - Il quartiere di Barbano - Il trasloco della Dogana - Acque piovane - Le statue delle Logge degli Uffizi - Tombole - Una madiella del Ponte Vecchio - La piena del 1844 - Un emissario per lo scolo delle acque - Il Municipio cambia di residenza - Dono gradito - Allargamento della Via Calzaioli - Il nuovo Lungarno - Il gas e la luna - L’orario del gas - Calcoli necessari - Inaugurazione del gas - Il Granduca sotto un lampione - Strade ferrate - Il mercato dell’erbaggio.

XXXVIII. - I nuovi tempi ||
 649
Il Ciantelli è sostituito dal Bologna - Una dimostrazione - Arresti in Toscana - La soppressione dell'Antologia - Contro i liberali - Nuovi governanti I gesuiti rialzano la testa - Il papa Gregorio XVI: sua morte - Pio IX: suo slancio di liberalismo - Intrighi dell’Austria - Due petizioni al Granduca - Incertezze di Leopoldo II - Annunzio di riforme - Dimostrazioni a Livorno - La spada d’onore a Giuseppe Garibaldi - La Guardia civica nel Granducato - Entusiasmo nei cittadini - Diffidenze - Arruolamenti per la Guardia civica - A’ Pitti - La bandiera dello Stato - Il Te Deum in Duomo - I preparativi per la festa del 12 settembre - Le deputazioni delle Comunità della Toscana al Granduca - Un proclama - Speculazione andata male - Nota stridente.
XXXIX. - Alba novella ||
 671

I fiorentini e le cinque giornate di Milano - Neil’imminenza della guerra Vincenzo Gioberti cittadino di Firenze - La guerra - Curtatone e Montanara - Le medaglie del Granduca - Indirizzo delle donne milanesi - Inaugurazione del Parlamento Toscano - Le catene de’ Pisani - Il Granduca parte - Governo repubblicano - Livornesi a Firenze — Fucilate! - Contrasto fra Comune e Governo - Il Magistrato di Firenze assume le redini dello Stato - Il nuovo Ministero - La Commissione governativa - Il conte Serristori commissario del Granduca — Una nobile protesta - Il proclama del general D’Aspre - Gli austriaci a Firenze - Angherie, soprusi, scherni e bastonate - Un indirizzo vibrato - Leopoldo II torna a Firenze - Grettezza municipale - Rivista militare alle Cascine - Un epigramma - Un consiglio al Principe ereditario - Il 27 aprile 1859 - Il Granduca lascia a sé la Toscana. [p. 715 modifica]


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