Geografia (Strabone) - Volume 3/Libro VI/Capitolo VI

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Capitolo VI

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Strabone - Geografia - Volume 3 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
Capitolo VI
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CAPO VI.

Considerazioni susta grandezza dei Romani.


Uopo aver dette già molte cose intorno all’Italia, ora verremo indicando le principali cagioni da cui i Romani furono sollevati a cotanta altezza.

Una di queste cagioni è che l’Italia a somiglianza di un’isola è sicuramente custodita dai mari all’intorno, tranne alcune piccole parti, le quali sono anch’esse fortificate da monti di malagevole accesso. Una seconda cagione è riposta nell’essere quasi tutta importuosa, ma dove ha porti sono grandi e mirabili; sicchè da una parte è sicua dalle esterne invasioni, dall’altra può premunirsi contro queste invasioui e provvedere all’abbondanza delle mercatenzie. L’avere poi una grande varietà di temperature e di climi, d’onde le viene una varia moltitudine di animali, di piante e di tutte insomma le cose utili alla vita, tutte l’una migliore dell’altra, può annoverarsi come una terza cagione della [p. 159 modifica]sua felicità. Perocchè si distende nella sua lunghezza dalle parti settentrionali verso il mezzogiorno, e v’è aggiunta la Sicilia, isola così grande, e quasi parte dell’Italia stessa. Nessuno poi ignora che il clima si dice buono o cattivo secondo che v’ha l’eccesso di freddo o di caldo ovvero mezzanità d’amendue; e però anche per questo è di necessità che il paese ora denominato Italia; trovandosi collocato nel mezzo di questi eccessi, in tutta la sua grande lunghezza, abbia un buon clima e sotto moltissimi rispetti felice. E questa avviene all'Italia anche per un’altra cagione: perciocchè distendendosi per tutta la sua lunghezza i monti Apennini con pianure e con colli fruttiferi dall’uno e dall’altro lato, non v’ha parte alcuna d’Italia la quale non partecipi dei vantaggi che danno i monti e di quelli che vengono dalla pianura. A tutto questo s’aggiunga la grandezza e la moltitudine dei fiumi e dei laghi, e le fontane di acque calde e fredde che vi si trovano in più luoghi apparecchiate in servigio della buona salute. Nè sarebbe possibile a dire tutto ciò che dovrebbesi intorno all’abbondanza dei metalli d’ogni maniera, e delle cose opportune a nutrire gli uomini ed il bestiame; e così nè anche intorno all’eccellenza delle sue produsioni. Oltrechè per trovarsi l’Italia in mezzo alle più grandi nazioni1 pare, guardando alla prevalente sna estensione e forza, che la [p. 160 modifica]natura l’abbia fatta per esercitare una maggioranza sovr’esse; e chi ne consideri la vicinanza vede ch’essa può facilmente costringerle colla forza all’ubbidienza.

Se poi a quanto abbiam detto fin qui dell’Italia dobbiamo aggiungere qualche altra considerazione anche intorno ai Romani che ne sono padroni, e che si apparecchiarono con essa il ponte all’universale signoria, soggiungeremo quanto segue.

I Romani dopo la fondazione di Roma vissero prudentemente governati da re per molte generazioni; ma poi signoreggiando malvagiamente l’ultimo dei Tarquinii, lo discacciarono, e formarono un governo misto di monarchia e di aristocrazia2. Avevano allora a socii i Sabini e i Latini; ma non trovando nè costoro nè gli altri popoli circonvicini d’animo costantemente benevolo, furono in certo modo necessitati a procurare colla costoro distruzione il proprio ingrandimento. Essendosi poi così a poco a poco ampliati, accadde loro che perdettero in un subito la città contro l’opinione di tutti, e contro l’opinione di tutti la riacquistarono; e questo avvenne, come dice Polibio, nel diciannovesimo anno dopo la battaglia navale di Egos Polamos, verso quel tempo in cui fu conchiusa la pace di Antalcida. Ma dopo che i Romani ebbero respinti i Galli3, da prima si fecero soggetti tutti i Latini, poscia i Tirreni ed i [p. 161 modifica]Celti abitanti nelle vicinanze del Po, e li fecero cessare dalla soverchia loro licenza; quindi i Sanniti, e dopo costoro debellarono i Tarentini e Pirro. Appresso poi conquistarono il restante di quel paese che ora dicesi Italia, fuor solamente la parte lungo il Po. E mentre quivi durava tuttora la guerra, passarono nella Sicilia; e tolta quell’isola ai Cartaginesi4 si volsero di bel nuovo contro i popoli situati sul Po. Ma continuando ancora quella lotta discese Annibale in Italia; e così avvenne la seconda guerra contro i Cartaginesi, e non molto dopo di questa la terza; nella quale Cartagine fu distrutta5; e così i Romani ebbero a un tempo stesso la Libia e quella parte d’Iberia che tolsero ai Cartaginesi. Insieme con questi eransi uniti anche gli Elleni e i Macedoni e quei popoli dell’ Asia che sono al di qua del fiume Ali e dei Tauro; d’onde i Romani furono condotti a soggiogare anche costoro dei quali erano re Antioco, Filippo e Perseo6. Allora quegl’Illirii e quei Traci ch’eran vicini agli Elleni ed ai Macedoni cominciarono anch’essi a far guerra contro i Romani; la quale poi non fini, se non quando furono soggiogati quanti popoli stavano al di qua dell’Istro e dell’Ali. A questa medesima sorte soggiacquero anche gl’Iberi ed i Celti e quanti altri ubbidiscono ora ai Romani. Perciocchè questi non [p. 162 modifica]cessarono mai dall’infestare l’Iberìa coll’armi finchè non l’ebbero soggiogata tutta, distruggendo i Numantini, Viriato e poi anche Sertorio, ed all’ultimo i Cantabri debellati da Cesare Augusto. Così pure la Celtica, al di qua e al di là delle Alpi, e con essa anche la Ligustica da prima furono conquistate a parte a parte; ma il Divo Cesare poi, e dopo di lui Augusto con una guerra generale, la ridussero tutta intiera nella loro obbedienza. Ed ora fanno guerra ai Germani, movendo dai paesi predetti, come da luoghi acconcissimi a cotal fine; e sopra que’popoli hauno ornala già la patria di alcuni trionfi.

In quanto alla Libia, da prima ne consegnaron tutta quella parte che non era de’Cartaginesi7 ad alcuni re dipendenti da loro 5 i quali col tempo essendosi ribellati, essi li distrussero. Ora poi la Manrosia e molte altre parti di Libia vennero in potere di Juba per la sua benevolenza e amicizia verso i Romani. Lo stesso accadde anche dell’Asia; perocchè da principio la governarono re dipendenti da Roma: ma essendo poi questi venuti meno, come successe dei re Attalici, e di quelli di Siria, di Paflagonia, di Cappadocia e d’Egitto; od avendoli invece distrutti i Romani stessi per averli provali ribelli, siccome accadde a Mitridate Eupatore ed all’egizia Cleopatra, ne conseguitò che tutti i paesi al di qua del Fasi e dell’Eufrate, fuor solamente [p. 163 modifica]alcuni Arabi, si trovino ora sotto i Romani o sotto princìpi che hanno ricevuti da quelli.

Gli Armeni, ed i popoli situati al di là della Colchide, gli Albani e gl’Iberi, non hanno d’uopo oggimai se non di chi sia mandato a governarli, e facilmente si possono contenere nell1 obbedienza, sebbene vedendo i Romani intenti a tutt’altre imprese si mostrino vaghi di novità. Lo stesso avviene anche di coloro che al di là dell’Istro abitano intorno all’Eussino, eccetto quelli del Bosforo e i Nomadi; perciocchè i primi di costoro ubbidiscono; e contro gli altri, come gente da nulla e insociabile, occorre soltanto un presidio.

Le altre nazioni sono per la maggior parte Sceniti e Nomadi8, e stanno molto da lungi. Ben è il vero che i Parti sono confinanti coll’imperio e di grandissima potenza; ma nondimeno cedettero ai Romani ed alla superiorità dei principi onde sono governati ai dì nostri, tanto che non solamente inviarono a Roma i trofei innalzati una volta contro i Romani, ma Fraate re loro commise a Cesare Augusto i proprii figli e nipoti pei guadagnarsene con tali ostaggi l’amicizia. Oggidì poi i Parti sogliono commettere ai Romani l’elezione di chi li dee governare; e per poco non sottopongono ai Romani stessi ogni loro cosa9. Del resto la bontà del governo e dei governanti impedì che l’ [p. 164 modifica]Italia (agitata più volte da civili dissensioni anche dopo essere divenuta soggetta ai Romani) e Roma stessa procedessero più oltre nel disordine e nella rovina. Difficilmente potrebbe sussistere un imperio si vasto , se non lo avessero confidato ad uno solo, siccome a padre10: nè mai ai Romani ed ai loro alleati venne fatto di godere tanta pace e tanta abbondanza di beni, quanta ne somministrò loro Cesare Angusto, dacchè egli tirò a sè solo tutto quanto il potere. E la conserva anche Tiberio suo figlio e successore, proponendosi nella sua amministrazione e ne’ suoi editti gli esempi del padre: e così fanno anche i figli di lui, Germanico e Druso, che governano in suo nome.

  1. Il testo aggiunge:[testo greco], cioè: In mezzo fra l’Ellade e le parti migliori dell’Asia. Ma queste parale pajono un’interpolazione.
  2. L’anno 509 prima dell’E. V.
  3. Il testo dice: costoro ([testo greco]) i d’onde pare che v’abbia lacuna del nome proprio dei nemici. — I Galli incendiarono Roma l’anno 389 prima dell’E. V.
  4. L’anno 241 prima dell’E. V.
  5. L’anno 146 prima dell’E. V.
  6. Antioco cedette l’Asia minore nell’anno 189 prima dell’E. V. Perseo fu fatto prigioniero nel 167, e per questa vittoria la Macedonia divenne provincia romana.
  7. [testo greco] Pare che gli Edit. franc. leggessero invece [testo greco], giacchè traducono tout ce qui dépendait de Cartage.
  8. I Nomadi, com’è noto, sono i popoli erranti; e Sceniti dicevansi quelli che abitavano sotto tende.
  9. Il Silandro e il Casaubono notano: Locus est miseri mutilatus: Deest aliquid.
  10. Tacito ripete questa sentenza dicendo: Non aliud discordantis patriae remedium fuisse, quam ut ab uno regerentur. Rispetto poi a Tiberio, è noto ch’egli diceva di voler seguitare gli esempj e le istituzioni d’Augusto (qui omnia facta dictaque ejus, vice legis observem), ma poi nel fatto se ne dilungò, nè si astenne sempre nemmanco dal censurarle. (Edit. fran.)