Gli Argonauti/Apollonio Rodio

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Vigilio Inama

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Apollonio Rodio - Gli Argonauti (III secolo a.C.)
Traduzione dal greco antico di Felice Bellotti (1873)
Apollonio Rodio
Libro I
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APOLLONIO RODIO.






Pochi popoli furono più fecondi dei Greci antichi nell’epica poesia, ma delle molte loro epopee non sono a noi pervenute che l’Iliade e l’Odissea, attribuite ad Omero, e gli Argonauti di Apollonio Rodio. Omero in sul primo limitare della storia letteraria della Grecia canta gli Dei e gli eroi nazionali, i miti e le glorie del popolo, di cui ritrae con ingenua fedeltà le condizioni al tempo suo. Con versi armoniosi e spontanei, con lingua limpidissima e tersa, con ricchezza d’imagini e colori, ei ci trasporta in un mondo assai diverso dal nostro, ma che ci diventa subito famigliarissimo; perchè l’arte del poeta dà vita ed anima a tutto quanto narra e descrive. La Grecia ne’ suoi versi ci si para dinanzi colle fiorite sue valli, con gli ombrosi suoi monti, col limpido cielo che azzurro si stende sulle commosse onde dell’Egeo, nel quale si specchiano le vaghe sue isole. Gli eroi d’Omero sono persone vive, sentono, parlano, si muovono innanzi a noi, e noi, rapiti dall’onda di quei versi divini, sentiamo e viviamo con loro. Apollonio Rodio sta invece [p. ii modifica]quasi in sull’ultimo limitare della storia delle lettere greche. Egli appartiene all’età alessandrina, nella quale la poesia aveva cessato d’essere popolare nel vero senso della parola. Coll’allargarsi della coltura e della civiltà greca, dopo il tempo di Alessandro, oltre i confini naturali del paese, sovra popoli di stirpi diverse, le lettere aveano perduto la natìa spontaneità e freschezza. La fantasia del popolo, dalla quale era prima sgorgata così abbondante vena di poesia sempre varia e sempre nuova, parve ora esaurita. Il pensiero greco, giunto al suo più alto e pieno sviluppo, stanco quasi della lunga via così rapidamente percorsa, sazio di quell’ansia giovanile, colla quale aveva già tutte tentate e côlte le forme dell’arte della parola, si ripiegava ora sovra sè medesimo, e si riposava con compiacenza nella contemplazione delle opere sue. L’attività intellettuale della nazione si metteva per nuove vie.

Il senso critico subentra all’impulso creatore, l’amore delle scienze esatte e positive si sostituisce all’amore puro dell’arte, il sentimento del vero comincia a prevalere sul sentimento del bello. I modelli di perfetta poesia creati dalle generazioni precedenti, sorti in mezzo, al popolo e pel popolo, sotto l’impulso spontaneo del genio, per un bisogno prepotente del pensiero, formano in questa età l’ammirazione di tutti, e sono oggetto di meditazione e di studio per ogni colta persona della Grecia. L’età alessandrina è l’età degli eruditi, dei filologi, dei grammatici. La dottrina svariata e l’erudizione d’ogni specie restringe sempre più il campo della poesia. I poeti [p. iii modifica]stessi di questo tempo sono anche grammatici; l’erudizione soffoca in loro o frena gl’impeti liberi del genio; non si ispirano più direttamente alle vergini e candide impressioni della natura; ma ciascuno sceglie fra gli antichi poeti il suo modello, e con ogni cura, con ogni sforzo tenta copiarlo e riprodurlo.

È tutta una poesia di riflessione, di seconda imitazione, che cerca l’effetto con artificii vani, or più or meno felici. Le condizioni politiche e civili del popolo greco nel tempo posteriore ad Alessandro sono profondamente diverse da quelle che erano innanzi. Spente le Repubbliche, e distrutti i piccoli Stati che tenevano desta una vita rigogliosa e molteplice in varie parti della penisola, si levarono sulle loro rovine vasti regni, con reggimento assoluto, e, per maggior danno ed onta, fiacco e corrotto. Poche grandi città, sorte sopra suolo non greco, concentrarono in sè tutta la vita politica, letteraria ed artistica della nazione. In tal modo il popolo, che era stato il vero autore dell’antica civiltà e grandezza della patria, si ritraeva sempre più dal prendere parte attiva al movimento politico, e diventava sempre più estraneo alla vita intellettuale della nazione. Occupato de’ soli interessi materiali ed economici, perdeva il sentimento dell’ideale; e ogni aspirazione alle gioje del pensiero veniva illanguidendo e spegnendosi nell’animo suo. La popolazione di Alessandria, di Pergamo, di Antiochia, centri fiorenti dell’ellenismo, era mista d’elementi diversi, sui quali prevaleva bensì di gran lunga il greco, ma non così da poter serbare intatta la purità del carattere nazionale. I commerci, le industrie, [p. iv modifica]il lusso e gli agi della vita assorbivano tutte le attività di queste nuove cittadinanze. Solo una classe relativamente ristretta di studiosi rimase fedele al culto del bello e del vero; ma rari e poco intimi erano i suoi rapporti col popolo, nè sapeva ritrarre da esso gli impulsi e le forze, che soli valgono a conservare florida e continua la vita alle lettere belle e alle arti.

La poesia staccata in tal modo dal popolo, creata da letterati ed eruditi, per solo svago e diletto di pochi, perdette ogni spontanea ispirazione, ogni vivacità e freschezza. L’erudizione, carattere predominante negli studii di questa età, filtrò essa pure nei componimenti poetici; e ne formò presso i contemporanei il pregio principale. La poesia didascalica, che da Esiodo in poi non si era quasi più coltivata nella Grecia, passa ora al primo posto. L’Astronomia, la Fisica, la Medicina, le scienze tutte, che costituivano allora l’albero del sapere greco, furono trattate in versi eleganti, armoniosi, da tutti ammirati, ma ai quali ogni vena di sana poesia, ogni impeto di passione sincera facevano difetto. Delle vecchie forme dell’arte la commedia sola può dirsi veramente viva ancora e popolare; ma specchio di una società floscia e corrotta, doveva in sè contrarre i difetti tutti del modello che ritraeva. L’elegia e l’epigramma godettero pure molto favore presso gji Alessandrini; ma non era più il semplice e solenne epigramma d’altra volta, non era la robusta elegia di Callino e di Tirteo, non la prudente di Solone e di Teognide. L’epigramma acquista ora appunto quel carattere arguto, artificioso, satirico che oggidì si considera come es[p. v modifica]senziale a componimenti di tal fatta, e l’elegia diventa elegante bensì, linda, armoniosa nella sua forma, ma senza movimento di passione, fredda, sopraccarica di erudizione mitologica, ohe opprime il lettore. Properzio presso i Romani ci mostra quale fosse l’elegia greca di questa età.

Sulla mancanza quasi assoluta di idealità poetica nei Greci dell’epoca alessandrina non si facevano punto illusione essi medesimi. I dotti di questo tempo ben sapevano che la fecondità d’altra volta era ormai cessata, che le nuove generazioni erano disadatte alle forme dell’arte antica, che nuove esigenze erano sorte, nuove vie si erano aperte al pensiero. Per questo appunto ogni loro diligenza era volta alla ricerca e allo studio degli antichi poeti; le opere loro erano amorosamente raccolte e commentate; se ne illustrava ogni parola e ogni frase, se ne dichiarava ogni concetto, se ne mostrava ogni lato. Non otteneva stima e considerazione chi non fosse addentro in questi studii; e il poeta che eccitato dalle Muse scioglieva un nuovo canto, imitava in esso gli antichi modelli, e quasi il facesse per semplice esercizio, e per vanità individuale, era più ambizioso di mostrare come avesse famigliari gli antichi, che desioso di gareggiare con loro. Più che della sua ispirazione, il poeta alessandrino andava superbo della sua coltura e dottrina, e a questa più ancor che a’ suoi versi chiedeva la fama che ambiva. Callimaco, il più elegante e armonioso poeta elegiaco di questa età, era nello stesso tempo il più grande erudito di Alessandria. Creato Direttore circa l’Olimpiade 130 (all’an. 260 avanti Gesù Cristo) [p. vi modifica]della celebre Biblioteca pur allora fondata da Tolomeo Filadelfo, egli discorse in una serie di quadri, ossia di cataloghi ragionati, di tutti i tesori letterarii quivi radunati, e pose il primo fondamento alla storia della letteratura greca. La vastissima erudizione, la fina coltura, il gusto delicato e squisito lo innalzarono a capo di una scuola numerosa di discepoli, della quale uscirono parecchi de’ più celebri grammatici e letterati di cotesta età. Egli insegnava che la poesia e l’arte a grande stile, che erano altra volta fiorite, erano ormai disadatte a’ nuovi tempi; che gl’immortali poemi d’Omero, che le inspirate canzoni di Pindaro, che i drammi sublimi di Eschilo e di Sofocle dovevano bensì essere studiati e meditati da ognuno che sull’ardua via degli studii tentasse progredire, ma che sarebbe stato inutile od assurdo il volerli imitare, o il voler rivaleggiare con quelli. Brevi componimenti, quali appunto l’elegia, l’inno, l’epigramma, leggieri e delicati concetti, erano il cibo delle nuove generazioni; l’arte antica maschia e grandiosa dai fiacchi contemporanei non poteva più essere raggiunta.

Fra i discepoli di Callimaco v’avea pure Apollonio. Nacque egli in Alessandria, ma l’anno della sua nascita come quello della sua morte sono incerti. Visse e fiorì sotto i regni di Tolomeo Evergete (247-221 avanti Gesù Cristo) e di Tolomeo Filopatore (221-204 avanti Gesù Cristo). D’ingegno pronto e svegliato, d’animo aperto e sensibile alle seduzioni del bello, diventò entusiasta, fino dai primi suoi anni, di Omero e degli antichi epici; e male acquietandosi alle dottrine del maestro, credette di poter far rifiorire l’an[p. vii modifica]tica epopea ne’ tempi suoi. Compose giovanissimo gli Argonauti, poema in 4 libri o canti, di 5835 versi e ne fece, come era costume di quel tempo, pubblica lettura. Ma fossero difetti del componimento, fossero avversioni e pregiudizi di scuola, fossero bassi intrighi d’invidiosi letterati, chè tutte queste cause si sono dai moderni filologi supposte, fatto è che il nuovo poema non piacque, e che il giovine Apollonio avvilito o sdegnato lasciò Alessandria, e venne in Rodi (circa l’Olimpiade 131), ove le lettere erano coltivate con amore da una scuola numerosa di studiosi. Quivi si dice che rifacesse o correggesse il suo poema, e che in breve v’acquistasse celebrità, e godesse stima universale, e ottenesse, oltre a cariche ed onori, il diritto di cittadinanza; per il che egli in attestato di gratitudine volle d’allora in poi essere detto Rodio anziché Alessandrino. I rapporti d’amicizia che dapprima vi avevano fra il giovane poeta e il vecchio maestro si raffreddarono assai da questo momento, probabilmente per la divergenza de’ principii circa alla forma e allo scopo della nuova poesia; ed in breve anzi, per cause a noi ignote, si mutarono in aperta inimicizia, che si fece via via più aspra e inconciliabile, e della quale furono poco nobile espressione per parte di Callimaco l’Ibis, poemetto che noi conosciamo per l’imitazione che ne fece Ovidio, e per parte di Apollonio un mordace e fiero epigramma, che ancor si conserva, se pure non fu falsamente attribuito a lui.1 Anche negli ultimi versi dell’Inno ad [p. viii modifica]Apollo si crede che Callimaco volesse fare una allusione poco benevola ad Apollonio;2 ma che questi alludesse al suo inimico nei versi 932 e seguenti del Libro III del suo poema, ci pare più acuta che probabile congettura di un dotto filologo moderno.3 In Rodi Apollonio insegnò retorica, e compose alcuni scritti di cose grammaticali, fra i quali se ne cita uno diretto al grammatico Zenodoto ([testo greco]πρὁς Ζηνόδοτον), ed un altro, ma meno sicuro, intorno ad Esiodo. Qualche anno più tardi, e probabilmente dopo la morte di Callimaco, avvenuta circa l’Olimpiade 139 (all’an. 224 avanti Gesù Cristo), egli ritornò in Alessandria, e vi godette molto credito, e vi fu assai onorato, probabilmente più per la sua erudizione e coltura che pei suoi poemi; e negli ultimi anni della sua vita fu messo anche alla direzione della Biblioteca insieme col celebre Eratostene. Morì in età molto avanzata sotto il regno di Tolomeo Epifane. Cantò in versi la fondazione [p. ix modifica](χτισις) di parecchie città, quali Alessandria, Cauno, Cnido, Canopo, Naucrati e Rodi, argomenti a lui prediletti, perchè gli offrivano libero campo di far mostra della sua vasta erudizione storica e mitologica. Non possiamo oggidì giudicare se questi poemi fossero tutti staccati e indipendenti fra loro, o se fossero parti di un poema solo più grandioso; poiché tutti andarono perduti, meno pochi e brevi frammenti di quello riguardante la fondazione di Rodi.

Delle opere di Apollonio non giunsero intatti fino a noi che gli Argonauti, nei quali il poeta canta la conquista del Vello d’oro. Frisso, fuggito di Grecia insieme colla sorella Elle dalle persecuzioni della matrigna, venne nella Colchide, alla foce del fiume Fasi, e quivi accolto ospitalmente dal re Eeta, sacrificò il portentoso montone, sul quale aveva attraversato l’Egeo ed il Ponto. Appese la pelle, che era d’oro, in un bosco consacrato a Marte, e un mostruoso serpente, che non chiudeva mai gli occhi al sonno, gelosamente la custodiva. Giasone venne a chiedere al re la restituzione del Vello d’oro, e il re promise che glielo avrebbe dato a patto che fosse riuscito ad aggiogare due tori selvaggi dal piè di bronzo, spiranti fuoco dalle narici, e ad arare con essi un campo, nel quale dai denti seminati di un serpente sarebbe sorta un’orrida mèsse di giganti, ch’egli doveva uccidere. Gl’incantesimi di Medea, figlia del re, la quale si era perdutamente innamorata di Giasone, resero a lui facile l’impresa; ma poiché Eeta si rifiutava tuttavia alla restituzione del Vello d’oro, Medea con [p. x modifica]nuove arti magiche addormentò il serpente che lo custodiva, e rapitolo fuggi con Giasone, il quale attraverso a mille e strane avventure ritornò felicemente in Grecia. Tale è il mito cantato negli Argonauti di Apollonio, mito che era già stato più volte argomento di poema, e che già Omero dice noto e decantato da tutti (Odiss., 12, 66: πασιμέλουσα). Quali ragioni abbiano indotto Apollonio a scegliere a soggetto del suo poema questo mito, difficilmente può oggidì indovinarsi; forse l’interesse che le tradizioni mitologiche ed eroiche destavano allora vivissimo in tutta la Grecia, intenta come era a ricostruire minuziosamente il suo passato, determinò la scelta del poeta. La natura stessa della favola, la quantità dei paesi percorsi dall’Eroe, la varietà delle vicende incontrate, le difficoltà d’ogni genere opposte dai luoghi, dagli uomini e dagli Dei all’impresa, la grandiosità tradizionale dei caratteri dei molti eroi che vi presero parte, rendevano questo mito assai adatto ad essere argomento di epico poema. Se non che Apollonio non seppe forse trarre dall’argomento tutto quel profitto, che un poeta dotato di più vivace e fervida fantasia, e meno preoccupato dell’esattezza d’ogni particolare nelle tradizioni mitiche avrebbe saputo ricavarne. Negli Argonauti di Apollonio la vera azione epica, se non manca del tutto, vi è certo assai poco sviluppata. Manca al poema ogni intreccio. Apollonio non rapit auditorem in medias res non secus ac notas, come più tardi prescrisse Orazio, ma orditur ab ovo. I fatti sono distribuiti in ordine cronologico, ed è questo spesso l’unico vincolo che li leghi e li faccia far parte [p. xi modifica]di un tutto. La descrizione dei luoghi percorsi dagli Argonauti aveva certo maggiore interesse per gli antichi, di quello che essa abbia per noi, ai quali pare spesso monotona e prolissa. Gli episodi che, divertendo l’attenzione del lettore dall’argomento principale, ricreano l’animo, e servono anche a dare luce maggiore e risalto alle altre parti del poema, e v’aggiungono varietà e colore, sono rari in questa epopea e poco interessanti. I caratteri degli eroi sono tratteggiati qua e là con qualche tocco giusto ed efficace, ma in complesso sono assai lontani dal plastico rilievo dei caratteri omerici. Gli eroi d’Apollonio al confronto di quelli d’Omero sono ombre che si muovono silenziose nel vuoto; l’intervento continuo e inopportuno di Giunone o di altri Dei toglie ogni grandezza al carattere di Giasone, che dovrebbe essere l’eroe principale. La figura meglio dipinta e colorita è quella di Medea, come è pur quella che spicca maggiormente fra tutte nel quadro; ma la Medea degli Argonauti non è la Medea, donna e demone insieme, di Euripide; è una fanciulla innamorata, affettuosa, sentimentale, come le fanciulle di tutti i tempi e di tutti i paesi; è più amabile che terribile, più donna che eroina. Nella composizione della materia e nei caratteri dei personaggi il poema d’Apollonio, se non ha gravi difetti, non ha certamente alcun pregio particolare; e noi, posti giudici fra il vecchio Callimaco, che credeva avversi i tempi al rifiorire dell’epopea eroica, e Apollonio, che con giovanile baldanza ne tenta la prova, dovremmo dare ragione all’assennatezza del primo, o riconoscere per lo meno [p. xii modifica]che il tentativo richiedeva l’opera di un genio più potente e inventivo.

Eppure gli Argonauti piacquero agli antichi, e ancora oggidì si leggono con piacere. Egli è che il poeta possiede l’arte difficilissima del narrare e del descrivere con verità ed evidenza, come ne può essere esempio la descrizione del modo con cui fu varata la nave Argo (Libro I, versi 519-558, della traduzione 651 e seg.); e la celebre descrizione della notte nel Libro III (versi 743-749, della traduzione 974-985), citata da tutti gli antichi retori, e felicemente imitata da Virgilio; e la narrazione del soggiorno degli Argonauti presso Fineo nel II Libro. L’accendersi della passione amorosa nel cuore di Medea per l’Eroe greco venuto fra tanti rischi a ricuperare il Vello d’oro, è descritto con molta arte, e con finezza e verità d’osservazione psicologica; e il racconto tutto, se non è variato vagamente da episodi, procede tuttavia sempre lesto e misurato, con giuste proporzioni, senza nojose lungaggini. Ove poi la poesia scenda dall’altezza dell’epopea per accostarsi all’idillio o all’elegia, essa acquista espressione migliore, e maggior calore; si sente che questa era la vera forma poetica di quei tempi, e che anche Apollonio, benchè si fosse messo deliberatamente per altra via, ne subiva forse senza accorgersi l’influenza; e si indovina che, se egli avesse preferito questo genere di componimenti dal maestro consigliato, avrebbe forse potuto riuscire fortunato rivale di lui; forse meno elegante nella forma, meno terso nella lingua, ma certo più affettuoso e appassionato; poichè, ove gli cade opportuno, egli sa toc[p. xiii modifica]care le fibre più sensibili del cuore, e sa muovere efficacemente gli affetti, come ne sono prova i bei versi, coi quali Giasone si congeda dalla madre, o quelli, coi quali gli Argonauti si allontanano dalle donne di Lenno. Gli Argonauti furono molto letti e studiati dagli antichi, e principalmente presso i Romani godettero fama e favore, tanto che Varrone Atacino li tradusse nella lingua del Lazio, e Valerio Flacco (circa 80 anni avanti Gesù Cristo) li imitò largamente nel suo poema d’egual titolo, dopo che Virgilio stesso non aveva sdegnato trarne qualche partito pel quarto Libro della sua Eneide, che è fra tutti il più affettuoso. Presso i Greci l’interesse destato dal poema di Apollonio piuttosto provenne dalla qualità della materia trattata, che dalla forma o dall’arte. Gli scolii che di lui ci rimangono, considerano più il mitografo che il poeta; e apprezzano in lui la copia e l’esattezza delle notizie mitologiche che egli aveva con accurata erudizione raccolte dai poeti e mitografi antecedenti, piuttosto che l’arte dell’esposizione, o la dipintura de’ caratteri. Questa importanza del soggetto derivava per gli antichi da semplice curiosità, e da quella credula avidità di conoscere fatti ed aneddoti che contraddistingue codesti tempi; perchè nessuno pensava allora che il mito adombrasse in sè stesso i lenti e successivi progressi delle scoperte, dei viaggi e della colonizzazione delle spiagge dell’Eusino fatta dai Mini e da altre greche genti della penisola.

Risorti gli studii classici nell’età moderna, anche Apollonio fu letto e commentato come tutti gli altri [p. xiv modifica]scrittori greci e latini;4 ma non pare tuttavia che godesse mai molta simpatia, colpa in gran parte senza dubbio la mediocrità della sua arte, e la mancanza di quei pregi che fanno di Omero il poeta di tutti i tempi e di tutti i popoli, e che in componimenti di lunga lena sono più necessari che nei brevi canti lirici; ma colpa anche in non piccola parte la sua lingua e il suo stile. La lingua d’Apollonio è in fondo il dialetto d’Omero, ma ei v’introdusse non poco di nuovo, attinto da altre fonti o creato da lui stesso. Usa parole e frasi nuove, o dà alle vecchie nuovo ed insolito significato; la frase alle volte è troppo concisa, e perciò meno chiara; lo stile, benchè nel suo complesso assai lodabile, riesce qua e là troppo artificioso. Qui pure il confronto con Omero, che contro voglia ci si caccia sempre di mezzo parlando d’un poema epico, nuoce al nostro poeta. La frase lucida, trasparente, plastica di Omero ci fa sembrare pesante e oscuro il poeta alessandrino.

Gli Argonauti erano già stati tradotti in italiano dal cardinale Lodovico Flangini in sulla fine del secolo scorso. La versione è abbastanza fedele ed elegante, fatta sul testo di Brunck, che fu pubblicato insieme;5 tuttavia non si ebbe molti lettori, e oggidì ben pochi certamente la conoscono. Per questo con[p. xv modifica]fidiamo che la nuova traduzione che presentiamo al pubblico sarà accolta con favore. Il nome illustre dell’Autore basta da solo a raccomandarla: chi tradusse con tanta fedeltà ed eleganza i tragici greci non poteva non riuscire fedele interprete di un poeta, che non è certo fra i più chiari e limpidi dell’antica Grecia, ma che non offre tuttavia gravi difficoltà nel suo testo. D’altronde il Bellotti, conoscitore profondo della lingua greca, e dotto filologo, non trascurò mezzo alcuno, perchè la sua traduzione riproducesse con tutta esattezza l’originale. Egli si valse dell’edizione di L. A. Wellauer,6 la più corretta che al suo tempo si avesse, corredata di tutte le varianti conosciute e di molte e savie annotazioni, ancora oggidì assai pregiata, anche dopo la bella e recente edizione del Merkel.7 Il Bellotti consultò con fino accorgimento tutti i Commentatori, scelse con acume e buon gusto fra le varianti quella che a lui pareva migliore, e i passi dubbii interpretò con sano giudizio. Il verso italiano, meno qualche rara eccezione, è armonioso e scorrevole; la lingua è ricca, varia, pura; lo stile terso e limpido, più assai di quanto l’originale pareva dovesse permettere. Noi crediamo quindi di poter con ragione sperare che i cultori delle lettere classiche in Italia ci saranno grati di non aver lasciato giacere [p. xvi modifica]più a lungo inedita una traduzione, che ci presenta in così vaga veste moderna l’unico poeta epico dell’età alessandrina.


Prof. Vigilio Inama.




Avvertenza. — La stampa di questa traduzione è stata condotta su di un manoscritto che l’Autore medesimo aveva preparato a questo scopo. Le varianti che abbiamo messe in calce sarebbero di certo scomparse in una edizione fatta da lui, ma noi non abbiamo creduto di poterci arrogare il diritto di sostituire al suo il nostro giudizio.





Note

  1. Anth. Pal., XI, 275: [testo greco]Καλλίμαχος τὁ χάζαρμα, τὁ παίγνιον, ὁ ξύλινος νοὔς, Δἵτια Καλλίμαχος.

  2. (Inni di Callimaco, tradotti da Dionigi Strocchi. Nei Poeti greci minori. Firenze, Barbèra, 1869.)

  3. R. Merkel nei Prolegomena alla sua edizione di Apollonio, 1854.
  4. La prima edizione è del 1496 in-4, cogli scolii greci, pubblicata in Firenze da L. F. Alopa.
  5. L’Argonautica di Apollonio Rodio, tradotta ed illustrata dal cardinale Lodovico Flangini, Roma, per Monaldini, 1791-94, vol. 2, in-4. Il secondo volume contiene una ricca mèsse di varianti, tratte da quattro Codici vaticani.
  6. Apollonius, ad fidem mss. et edition. recensuit, integram lectionis varietatem et annotationes adjecit, Scholia aucta et inedita additit A. Wellauer. Lipsiæ, 1828.
  7. Apollonius, emendationes, apparatum criticum et prolegomena adjecit R. Merkel. Lipsiæ, 1854.