Gli scorridori del mare/20. Alla roccia

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20. Alla roccia

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19. A Borneo 21. La vendetta di Banes

20.

ALLA ROCCIA


La Garonna, trascinata in mezzo alle onde spumanti sollevate dalle raffiche del nord, si allontanava rapidamente dall'isola di Borneo. Il mare era agitatissimo, il vento impetuoso ed un acquazzone diluviale si rovesciava scrosciando ad intervalli e inondando la coperta della nave. Il capitano, sul ponte di comando, in mezzo alle raffiche ed agli sprazzi d'acqua, comandava la manovra con voce calma e sonora.

– Brutta notte – disse il secondo avvicinandosi a Parry. – Prima i selvaggi ed ora la tempesta.

– Infatti avete ragione; questo maledetto viaggio non poteva essere peggiore. Mi sembra quasi un sogno l'essere sfuggito sano e salvo da tanti pericoli – disse Parry.

– I cinque marinai che abbiamo lasciati nella fortezza saranno inquieti per la nostra tardanza.

– Se non ci hanno giuocato invece qualche brutto tiro. L'altra notte ho sognato di loro, e mi parve vederli fuggirsene in una delle lance colla cassa dell'oro.

– Oh! Il brutto sogno! – esclamò il secondo.

– Da far venire la pelle d'oca.

– Diavolo! Ci vorrebbe anche questa nuova per colmare la misura delle nostre sventure. Questa malaugurata spedizione ci ha già rovinati a metà.

– Speriamo però di giungere presto al forte.

– Guardate, pare che la burrasca si voglia calmare. Il vento del nord comincia a stancarsi. È un peccato poiché ci trascinava con velocità sorprendente verso il sud.

Infatti il vento tendeva a scemare, ed anche le onde a rallentare la loro foga. Tuttavia durante l'intera giornata la Garonna fu vivamente sballottata.

Alla mezzanotte essa giungeva però felicemente allo stretto di Macassor aperto fra l'isola di Borneo e le Celebe. Durante il passaggio dello stretto ebbe a soffrire ancora non poco in causa della violenza del vento e del mare, ma alla fine la traversata fu compiuta senza disgrazie.

Per dieci giorni la Garonna veleggiò al sud, senza incontrare alcuna terra e all'undicesimo avvistava l'isola di Sumba. Ventisei giorni dopo raggiungeva il capo d'Entrecosteax.

In quei paraggi il vento soffiava fortemente, sicché la Garonna raddoppiò la corsa. Otto giorni più tardi, un uomo posto in vedetta sulle crocette, segnalava il forte a meno di quindici miglia sottovento.

– Finalmente! – esclamò il capitano respirando.

– Io comincio a tremare, comandante – disse il secondo. – Non ho dimenticato il vostro sogno. Attento che non si avveri.

– Baie – rispose Parry. – Ai sogni non bisogna badare.

Due ore dopo la nave giungeva a soli ottocento metri dal forte, e per ordine del capitano, un cannone carico di polvere venne scaricato in direzione dell'isolotto. Il rimbombo per alcuni istanti rumoreggiò sul mare, poi andò a spegnersi contro le rocce.

Per alcuni minuti i marinai attesero una risposta, ma invano. Nessun uomo pareva abitasse al forte, non essendosi scorto alcun segnale sulla roccia.

– Dannazione! Che il mio sogno si sia avverato? – si chiese il capitano, tergendosi il freddo sudore che gli inondava la fronte.

– Che cosa significa questo silenzio? – chiesero parecchi marinai, che cominciavano a inasprirsi.

– Bisogna prendere le nostre precauzioni – disse un mastro. – Il forte può esser stato preso ed i vincitori possono tenderci un agguato.

– Che sieno morti adunque i camerati? – chiesero alcuni.

– Scaricate un secondo cannone – comandò Parry.

Lo sparo tenne dietro al comando, ma anche questa volta nessun segnale comparve sulle mura del forte.

Il capitano allora fece caricare tutti i cannoni, fece armare tutti i marinai e diresse la Garonna verso la roccia. Giunta all'imboccatura del canale, una delle ancore venne gettata.

Tosto una lancia fu messa in mare; il secondo e otto marinai armati sino ai denti vi presero posto e remarono verso l'interno della baia. Giunti colà il secondo guardò all'intorno, e vide che una delle tre lance mancava. Del resto tutto era quieto; pareva che il forte fosse stato abbandonato volontariamente.

La lancia virò di bordo e tornò alla nave ove il capitano aspettava il secondo in preda ad una esasperazione indicibile.

– Devono essere fuggiti – disse. – Temo signore che il sogno si sia avverato.

– Miserabili! – gridò Parry con collera violenta. – Guai a loro se fosse vero!... Non isfuggirebbero certo alla mia vendetta!...

– Cosa avete capitano? – chiesero i marinai, avvicinandosi. – Cos'è avvenuto?

– Non lo comprendete adunque?

– Niente affatto signore – dissero i marinai.

– Temo che i miserabili siano fuggiti portando con loro le nostre ricchezze.

– Possibile!

– Vedrete!

La Garonna, rimorchiata da quattro imbarcazioni, entrò nel canale e andò ad ancorarsi in mezzo alla baia. Tutti allora poterono accertarsi che una delle imbarcazioni mancava.

Il capitano fece imbarcare sessanta uomini e assieme al secondo si recò a terra.

In pochi minuti il drappello armato giungeva alla gradinata e quindi dinanzi la cinta del forte. Essendo la porta aperta, tutti i marinai si precipitarono nell'interno, gettando alte grida.

Le stanze l'una dopo l'altra furono visitate senza però trovare anima viva. Dinanzi la porta d'uno de' magazzini, il capitano, che precedeva i marinai si arrestò bruscamente.

Un puzzo nauseante, come di carne putrida, veniva da quella parte.

– È odor di morto – mormorò egli.

– Avanti, comandante – dissero i marinai.

Sfondata la porta, i marinai si slanciarono nel magazzino, ma retrocedettero turandosi il naso.

Un marinaio, crivellato di ferite, giaceva in mezzo a una larga pozza di sangue.

Accanto ad esso vi era un fucile rotto a metà ed un foglio di carta sul quale eranvi scritte delle parole.

Il capitano s'impadronì di quel foglio, gettandovi sopra uno sguardo:

«I miserabili mi hanno gravemente ferito e sono fuggiti rubando l'oro».

– Infami! – urlò Parry, con voce vibrante.

– Alla cassa! Alla cassa! – gridarono i marinai.

Il capitano uscì precipitosamente assieme ai suoi uomini, entrò in una stanza attigua, nella quale trovavasi la cassa di ferro che rinchiudeva l'oro.

– Vuota! Vuota! – esclamò egli.

Infatti, la cassa spezzata a colpi di mazza, giaceva infranta al suolo e perfettamente vuota. Alcune monete soltanto erano sparse qua e là, sfuggite forse ai ladroni.

– Vendetta! Capitano, vendetta! – gridarono i marinai, con furore.

– Sì, amici, miei, i miserabili che hanno preso la fuga portando con loro il milione in oro, non sfuggiranno alla punizione. Fortunatamente devono aver abbandonato il forte solamente da pochi giorni.

– A morte! Inseguiamoli! – gridarono in coro i marinai.

Dieci minuti dopo tutti si trovavano sul ponte della Garonna, e un quarto d'ora più tardi la nave usciva dal canale, veleggiando verso l'Australia.

Si voleva a qualunque rischio raggiungere i fuggitivi, per riprendere soprattutto il milione. Il capitano Parry, reso furente pel colossale furto e volendo dare un salutare esempio, aveva giurato di massacrare i cinque fuggitivi a colpi di mitraglia.

Il suo equipaggio d'altronde lo assecondava; solo Banes e Bonga parevano contenti dei continui rovesci che travagliavano da qualche tempo gli assassini del povero Solilach.

– Comandante, verso quale punto dovremo inseguirli? – chiese il secondo, che stava per dare ai timonieri la rotta.

– Verso lo stretto di Torres – rispose Parry.

– Che siano già molto lontani?

– Non lo credo. Vedrete che non tarderemo molto a trovarli.

– Infatti essi non possono correre molto con una lancia.

– Se posso prenderli, li faccio fare a brani.

– Dovreste arderli vivi! – dissero alcuni marinai, che avevano ascoltato il dialogo.

– Sia in un modo o nell'altro, essi morranno – concluse il capitano. – Ora ai vostri posti e occhi aperti!

La Garonna continuò a veleggiare verso l'Australia per quattro giorni continui, ma la lancia dei fuggitivi non fu scorta. Il capitano, dopo una lunga indecisione, diresse la nave verso il sud-ovest, sperando trovarli in quella direzione.

Una sorda rabbia invadeva ormai i cuori di tutti, prendendo proporzioni spaventevoli. Guai se la lancia fosse stata scorta in quei momenti di furore.

La mattina del 18 settembre, un marinaio che aveva volto a caso il suo cannocchiale verso il sud, segnalò un punto bianco, a dieci miglia sottovento.

– Sono i nostri uomini!... – questo fu il primo grido che sfuggì da tutti i petti.

Marinai e ufficiali salirono sugli alberi e ciascuno poté vedere il punto bianco.

– Timoniere, dirigi la nave verso quella vela! – gridò il capitano.

La Garonna virò di bordo e mosse velocemente verso il sud. Tutti i marinai, chinati sul capo di bordo, guardavano fissamente quel punto bianco, quasi volessero attirarlo coll'intensità dei loro sguardi.

Un'ora dopo la Garonna si trovava a sole due miglia dalla vela scoperta.

Un grido terribile echeggiò a bordo della nave pirata, quando il capitano annunciò ai marinai che stavano per raggiungere i cinque ladri.

Anche i fuggitivi s'erano accorti della presenza della nave ed avevano afferrati i remi, arrancando disperatamente, quantunque dovessero ormai essere convinti dell'inutilità dei loro sforzi.

La Garonna, che era favorita dal vento, diminuiva sempre più la distanza, togliendo ai fuggitivi ogni speranza di scampo.

A cinquanta metri, il capitano Parry fece imbrogliare le vele e fece mettere tre imbarcazioni in mare. Cinquanta uomini, armati sino ai denti, vi presero posto.

Le tre lance sotto la spinta dei remi volarono sulle acque, cercando di tagliare la ritirata ai fuggitivi.

Questi perdevano sempre più terreno; si vedevano fare sforzi disperati, tendendo i muscoli delle braccia fino al punto da farli quasi scoppiare e si udivano a imprecare. Per mezz'ora i fuggitivi poterono conservar la distanza, poi gl'inseguitori guadagnarono rapidamente, stringendoli da vicino.

La lancia fu subito circondata ed i marinai si slanciarono all'abbordaggio da tutte le parti.

I fuggitivi opposero una resistenza disperata, ma alla fine furono rovesciati, legati, e trascinati nelle tre lance. La loro imbarcazione fu visitata e con grande stupore di tutti l'oro non fu trovato.

I pirati tornarono a bordo furibondi, trascinando e percuotendo i cinque traditori.

Il capitano, con gli occhi accesi dalla collera, e la mano sul calcio della pistola, si avvicinò ai fuggiaschi e rivolgendosi verso il più anziano che potea avere forse trent'anni, gli chiese con voce strozzata pel furore:

– Dov'è l'oro?

Questi sbarrò due occhi spaventati, strinse i denti con rabbia, ma non rispose.

– Morte e dannazione, non mi si vuol rispondere? – proruppe il capitano con violenza. – Credi forse che io sia un uomo da accontentarsi con una scrollata di spalle? Parla o ti strappo la lingua.

Invece di rispondere, i fuggitivi guardarono ferocemente il capitano e i marinai; lampi d'ira ed insieme di terrore balenavano nei loro sguardi. Nondimeno parevano decisi a non rispondere.

Un mormorìo minaccioso sorse dalle file dei marinai e si videro balenare qua e là dei coltelli.

Il capitano Parry con un cenno arrestò i suoi uomini che parevano pronti a scagliarsi, dicendo:

– Ai vostri posti: tocca a me, non a voi.

Allora Parry, volgendosi verso quest'ultimi, con voce che stentava a render ferma per la collera, disse:

– Ah!... Voi vi siete accordati per non rispondere: sta bene! Vi avverto però che il capitano Parry vi sottoporrà a dei tormenti orribili che vi strapperanno per forza le confessioni. Per ora sarete trascinati in una cabina e guardati a vista. Domani vi mostrerò di cosa io sia capace.

Alcuni marinai afferrarono i fuggitivi e li trascinarono in una cabina fra gl'insulti e le maledizioni dei loro camerati, e senza che costoro opponessero la minima resistenza. All'indomani tutti i marinai erano in coperta, impazienti di assistere all'esecuzione dei cinque traditori, giacché erano certi che essi non avrebbero parlato e che il capitano non li avrebbe risparmiati.

Alcuni istanti dopo compariva il capitano seguìto dall'inseparabile secondo.

Egli diede subito l'ordine di condurre il più vecchio dei fuggitivi.

Subito quattro marinai trascinarono sul ponte uno dei traditori. Questi, quando fu dinanzi al capitano, incrociò tranquillamente le braccia sul petto, guardando alteramente i suoi camerati.

Il capitano gli si avvicinò, e afferrandolo pel braccio, gli disse:

– Persisti ancora nel tuo silenzio? Guarda che l'equipaggio della Garonna non ti perdonerà l'infame azione che tu hai commessa. Cento coltelli sono pronti a strapparti la carne dalle ossa.

L'interrogato impallidì e non rispose.

Il capitano preso da un accesso di rabbia, lo rovesciò sul tavolato, gridando:

– Dove sono i denari? Parla canaglia o non rivedrai più il forte.

Il fuggitivo, pallido ma calmo, volse lo sguardo all'ingiro e parve che facesse a qualcuno un cenno. Parry vide tutto: i suoi occhi lanciavano fiamme e con un balzo si precipitò fra i marinai strappandosi le pistole dalla cintola e armandole. Un sospetto gli era balenato nella mente.

– Che vi siano dei traditori a bordo? – gridò. – Che quest'uomo abbia dei complici fra noi?... Badate, perché io non sono il capitano Solilach.

Nessun si mosse. Tutti parevano meravigliati, ignorando che i cinque fuggiaschi potessero aver avuto dei complici a bordo.

Parry girò uno sguardo infuocato all'intorno, poi calmatosi, si avvicinò al fuggitivo che cercava guadagnare la prora e togliendolo freddamente di mira, gli disse con calma glaciale:

– Vuoi parlare?

– No – mormorò il prigioniero.

– È l'ultima tua parola?

Il fuggitivo volse un altro sguardo all'intorno.

Il capitano Parry lo spinse contro la murata di babordo, e togliendolo di mira fece fuoco, spezzandogli un braccio.

Sei o sette marinai si avventarono subito, coi coltelli in pugno, sul ferito e lo crivellarono.

Il disgraziato rotolò al suolo, e rimase immobile in mezzo ad una larga pozza di sangue.

– Si conducano gli altri sul ponte – continuò l'implacabile capitano.

Una ventina di marinai scesero nel quadro e trascinarono sul ponte gli altri quattro, fra grida, bestemmie e maledizioni.

Vedendo il loro compagno cadavere e temendo la stessa sorte, i prigionieri impallidirono, tremando verga a verga.

– Parlate se non volete raggiungere il vostro camerata – disse Parry.

– Sì, no... sì, parleremo – balbettarono quei disgraziati.

– Dove sono i denari adunque?

– Al forte! – risposero i prigionieri.

– Al forte? – gridarono i marinai meravigliati e guardando con diffidenza i quattro uomini.

– Sì, nascosti nel forte – ripeterono i prigionieri.

Il capitano Parry fece cenno ai suoi marinai di tacere, poi avvicinandosi ai traditori, disse con voce minacciosa:

– Guardate bene quello che dite; qui non si tratta d'ingannare. Se voi mentite, pagherete colle più orribili torture il vostro infame tradimento. Ora sarete rinchiusi in una cabina e guardati a vista sino all'arrivo al forte.

– E se abbiamo detta la verità, ci lascerete la vita?

– Lo saprete più tardi. Ditemi ora per quale motivo avete lasciato il denaro al forte invece di portarlo con voi.

– A voi non deve importare – disse l'interrogato.

– Vivaddio, voglio saperlo, poiché io sospetto che voi abbiate avuto qualche grave motivo ed anche dei complici.

– V'ingannate, capitano.

– Volete che ve lo dica io allora? – gridò il capitano Parry, con collera mal frenata. – Voi, miserabili, cercavate di giungere in Australia per venderci al governo inglese e quindi ritornare coi marinai della regina a riprendervi l'oro nascosto nel forte. Se non aveste avuto questo scopo, avreste portato con voi le nostre ricchezze.

L'equipaggio, reso furibondo per quella rivelazione, impugnò i coltelli e cento mani armate si alzarono sulle teste dei fuggitivi, ma il capitano con un cenno sciolse quell'assembramento minaccioso.

– Lasciateli vivere per ora e trascinateli nella loro cabina, sotto buona guardia – disse.

I prigionieri furono condotti via, e la Garonna, rimessasi al vento, riprese la corsa verso il nord.

Per quattro giorni la nave veleggiò rapidamente in quella direzione ed al quinto giungeva all'entrata della baia.

Quattro imbarcazioni la rimorchiarono attraverso il canale, poi le ancore furono gettate e le vele imbrogliate.

Poco dopo i marinai, trascinando con loro i quattro prigionieri, prendevano terra, impazienti di riavere le loro ricchezze.

Giunti presso la cinta esterna del forte, i prigionieri girarono attorno ad una bastionata, e dopo di aver seguìto per alcuni passi dei segni tracciati sul suolo, si volsero verso il capitano, dicendo:

– È qui che abbiamo nascosto l'oro.

Quattro uomini muniti di zappe si diedero a scavare la terra e misero allo scoperto una grande cassa bianca.

– Il vostro oro – disse uno dei prigionieri.

Il capitano, senza rispondere fece ritirare la cassa e la fece aprire. I prigionieri non avevano mentito: il milione vi si trovava e quasi intatto.

– Ora a noi, canaglie – gridò Parry, volgendosi minacciosamente verso i traditori.

– Sì, a morte!... – urlarono i marinai.

I quattro disgraziati pallidi, tremanti, guardarono con smarrimento i loro feroci camerati.

– Ma... voi... ci avevate promessa la grazia!

– La grazia! – ghignò il capitano Parry. – Ora vedrete come si puniscono i traditori.

– Grazia, capitano! Grazia! – esclamarono quei poveri diavoli, gettandosi alle sue ginocchia.

Il capitano fece un cenno; dieci marinai afferrarono i traditori e li trassero sull'orlo della roccia la quale era in quel luogo tagliata quasi a picco sul mare:

– Amici quale pena si deve infliggere ai compagni che tradiscono vilmente e derubano i loro camerati? – chiese il capitano.

– La morte – risposero i marinai.

– E la morte sia – disse freddamente Parry.

Tosto due marinai afferrarono uno dei fuggitivi e malgrado la sua disperata resistenza, lo trascinarono all'orlo della roccia. Dopo di avergli fatto contemplare, per alcuni istanti, quella ripida discesa, lo spinsero brutalmente nel vuoto, mentre il capitano scaricava le sue due pistole.

Il disgraziato colpito in mezzo al petto, si piegò su se stesso e rotolò giù, rimbalzando di roccia in roccia. Il suo corpo insanguinato e deforme giunse fino in fondo e s'inabissò negli oscuri e spumanti flutti.

I suoi tre compagni ebbero la medesima sorte, e i loro avanzi, trascinati dal riflusso, furono portati in pieno mare, a pasto dei pescicani.

Allora il capitano volgendosi verso i suoi marinai disse:

– Così avranno la medesima sorte tutti i traditori. Ora venite, amici miei, e dimentichiamo nell'orgia questo triste avvenimento.

Due ore dopo, tutto il forte era sottosopra. Nella gran sala, marinai e ufficiali si ubriacavano sconciamente, vuotando interi bariletti di rhum e facendo un fracasso infernale.