I cacciatori di foche della baia di Baffin/1. Attraverso i ghiacci della baia di Baffin

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1. Attraverso i ghiacci della baia di Baffin

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2. Gli orsi bianchi


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CAPITOLO I.

Attraverso i ghiacci della baia di Baffin


La grande baia di Baffin da parecchi giorni aveva ripreso il suo triste e pauroso aspetto invernale. Il sole, già senza calore, scolorito come se fosse ammalato, penava assai a lanciare i suoi ultimi raggi su quelle terre perdute al di là del circolo polare, sulle quali stava per piombare la lunga e cupa notte.

Pesanti nebbioni coprivano le coste della lontana Groenlandia, della terra di Baffin, della penisola di Cumberland, di Devon e di Lincoln, scendendo attraverso lo stretto di Smith e ingolfandosi verso quelli di Davis, di Lancaster e di Jones.

Enormi ice-bergs, le cui punte aguzze raccoglievano un po’ di luce solare, tingendosi di riflessi purpurei o giallastri, erravano a capriccio su quelle acque azzurro-cupe, serpeggiando lentamente sotto i soffi della gelida tramontana, sospinti dai grandi banchi, dagli ice-fields mai contaminati da alcuna orma umana, immacolati come nel primo giorno della loro creazione e da miriadi di ghiacciuoli, di palks e di streams splendidi come diamanti o [p. 130 modifica] venati o incrostati di tinte indefinibili che avevano i bagliori degli zaffiri e degli smeraldi.

Fuggivano verso le regioni del sud i gabbiani dalle candide ali, i piedi neri ed il becco giallo, frettolosi di guadagnare climi più miti; volteggiavano sopra le flottiglie gelide i grandi albatros, gettando le loro rauche grida che suonavano come un addio a quelle tristi regioni dalle nevi eterne; poi sfilavano grandi bande di gazze marine facendo un baccano indiavolato, le grosse oche bernide, le urie dalle penne nere ma colle ali bianche, le rapide strolaghe pure nere ma colle ali picchiettate di bianco e le procellarie fulmar, quelle assidue compagne delle terribili bufere.

Tutti fuggivano, tutti abbandonavano quella grande baia che stava per coprirsi di ghiacci, di nevi e di nebbie; che stava per tramutarsi in un immenso deserto di gelo, assolutamente inabitabile sia per gli uccelli marini, sia per gli animali e tanto meno per gli uomini; pure vi erano ancora alcuni che non retrocedevano dinanzi alla terribile discesa dei ghiacci polari.

Una grande barca, una di quelle grosse barche da pesca dal ventre assai rigonfio, di forme massicce, munita di due soli alberi, sostenenti due vele latine di dimensioni enormi che vengono usate dai pescatori canadesi, s’avanzava intrepidamente incontro al nebbione ed ai ghiacci.

Sei uomini di forme robuste, coperti di vesti di pelle di foca, col cappuccio calato sul viso, con pesanti stivali da mare pure di pelle di foca e grossi guanti, stavano a prora intenti a respingere, con accanimento febbrile, i ghiacci che minacciavano di sfondare le costole della loro barca, adoperando dei lunghi buttafuori muniti di grosse punte di ferro. [p. 131 modifica]

Erano tutti giovani, poichè non superavano i trenta anni, ma si capiva, anche a prima vista e dal modo con cui adoperavano le aste e dalla loro abilità nel rovesciare od allontanare i ghiacci con dei colpi robusti e ben assestati, che dovevano aver percorso ancora quelle regioni del gelo e che ben altre lotte dovevano aver impegnate cogli ostacoli dei mari polari.

A poppa invece, ritto dinanzi al timone, stava un uomo di statura imponente, un vero gigante, poichè doveva misurar quasi sei piedi, ossia poco meno di due metri.

Era il più attempato di tutti, anzi doveva aver varcato la cinquantina da qualche anno, poichè la sua barba ed i suoi capelli erano ormai grigiastri. Aveva un petto da atleta, le spalle larghissime, le braccia muscolose, formidabili ancora malgrado l’età, poichè maneggiavano la pesante ribolla del timone come fosse un semplice fuscello di paglia.

Il suo viso, seminascosto da un grande cappuccio di grosso panno azzurro-cupo, era solcato di rughe ben marcate e la sua pelle era assai abbronzata, ma i suoi occhi, di un nero profondo, avevano ancora qualche cosa di giovanile e di tratto in tratto mandavano vivi lampi.

Quantunque il freddo fosse assai pungente, quel colosso non aveva, come i suoi compagni, ancora indossate le pesanti vesti d’inverno. Aveva calzati bensì i guanti di pelle di foca, ma portava ancora una casacca di grossa tela da vele come usano i pescatori di merluzzi di Terranuova e quelli del Labrador, i calzoni di panno e uose di tela strette attorno ai muscolosi polpacci e alle pesanti scarpe ferrate.

Poco discosto da lui, accovacciato su di un rotolo di cordami, stava uno di quei grossi cani di Terranuova, [p. 132 modifica] dal folto pelame, dalla lunga coda villosa, valenti animali da caccia e abilissimi nuotatori.

Il grosso collare di ferro, irto di punte assai aguzze, indicava chiaramente come venisse impiegato nelle pericolose cacce contro i formidabili orsi bianchi delle regioni nordiche.

Il colosso, quantunque non abbandonasse la ribolla del timone per non compromettere la sicurezza della barca, non stava però un istante fermo. Si curvava a destra ed a sinistra per guardare i ghiacci e la sua voce poderosa echeggiava senza posa.

– Forza, ragazzi! Attento a babordo Grinnell!... Bada al tuo buttafuori, Charchot!... Giù un buon colpo, mio bravo Tylson! Credi d’aver in mano il fucile tu? Non sono nè alci, nè buoi muschiati, ma ghiacciai che ci assalgono!... Ohe!... Guardate a babordo, voi altri!... Vi dico che passeremo, parola di Tyndhall!...

– Ma per centomila corna di caribou!... tuonò colui che si chiamava Charchot. Non la finiremo più, mastro Tyndhall?... Ne ho abbastanza dei ghiacci e della vostra baia di Baffin!... Fulmini dell’equatore!... Sono tre giorni che si continua questa dannata manovra e vi dico che...

– Taci!... Bada a quello stream che sta per guastarci la prora.

– All’inferno tutti i ghiacci!

– Se potessi mandarveli non esiterei a farlo, Charchot, certo che a casa di messer Belzebù si liquefarebbero ben presto.

– Mastro... basta!... dissero i marinai. Non ne possiamo più.

– Un ultimo sforzo, ragazzi.

– Siamo affranti, padrone Tyndhall. [p. 133 modifica]

– Pochi colpi ancora, fino a quel pack, poi vi accorderò mezz’ora di riposo. Il vento ci spinge e può girare al nord da un momento all’altro e ricacciarci nello stretto di Davis.

Il piccolo veliero, che s’avanzava stentatamente attraverso i ghiacci della baia di Baffin, correva allora il pericolo di venire imprigionato da una vera flottiglia di streams, di palks e di hummoks che gli ice-bergs spingevano verso il sud-est.

Ve n’erano di tutte le forme e di tutte le dimensioni: delle montagnole che rizzavano le loro punte aguzze come lame; dei blocchi perfettamente circolari che roteavano su di loro stessi, come si agitassero in mezzo a dei gorghi; delle zattere di forma allungata, ma con certi speroni così acuti, da temere che sfondassero le coste del veliero e finalmente dei piccoli banchi sormontati da un caos di obelischi, di colonne bizzarre, alcune alte assai ed altre spezzate, e arcate, e cupole semidiroccate e accatastamenti di blocchi enormi che parevano si mantenessero ritti per un miracolo d’equilibrio.

Dietro a quei piccoli ghiacci s’avanzavano gli ice-bergs, le montagne giganti che le correnti trascinavano verso lo stretto di Davis e verso le lontane coste della Groenlandia.

Quei colossi che ondeggiavano lievemente, ma che si urtavano fra di loro con un fracasso formidabile producendo delle detonazioni paragonabili allo scoppio dei pezzi d’artiglieria, facevano veramente paura.

Guai se uno fosse andato a urtare il piccolo veliero! Per quanto fosse robusto, sarebbe stato schiacciato come una semplice barca.

L’equipaggio aveva ripresa la lotta contro le flottiglie che si stringevano attorno alla barca. Respingevano con [p. 134 modifica] furore gli streams, i palks e gli hummoks, allontanando or questi ed or quelli con poderosi colpi di sbarra, frantumando i meno solidi a colpi di punta, rovesciando con spinte irresistibili quelli che colle loro punte toccavano la bordatura o che minacciavano le trinche dell’albero di bompresso, ma si capiva che erano gli ultimi sforzi e che proprio non ne potevano più.

Malgrado il freddo acuto, i marinai cominciavano a sudare ed erano stati costretti a lasciar ricadere i cappucci che ormai erano diventati troppo pesanti ed insopportabili.

Fortunatamente il pack, segnalato da mastro Tyndhall, non era lontano che poche gomene. Era un grande banco di ghiaccio, coperto da un alto strato di neve perfettamente liscia e senza dubbio mai calcata da piede umano, contornato da un gran numero di piccoli ice-bergs che si erano cementati ai suoi margini.

Solamente dinanzi a quel banco i naviganti potevano sperare di trovare un po’ di riposo, poichè colla sua massa poteva riparare la piccola nave dagli urti di tutti gli altri.

– Coraggio!... tuonò un’ultima volta il vecchio Tyndhall, spostando bruscamente la ribolla del timone. Pochi colpi ancora e saremo al sicuro. Spingi, Tylson!... Urta, Mac-Chanty!... Sfonda quello stream, Charchot!... Là, così va bene, ragazzi... Su, ci siamo!... Attenti all’urto!... La Shannon ha le costole dure, ma i ghiacci sono più duri ancora!...

Il veliero era giunto addosso al banco. Mastro Tyndhall, con un vigoroso colpo di barra, lo fece virare sul trabordo, poi balzando attraverso la tolda, come fosse un giovane gabbiere, lasciò andare le scotte delle due grandi vele, mentre due dei suoi uomini saltavano sul [p. 135 modifica] pack trascinando una grossa fune legata alla murata provriera.

La Shannon, spinta dal vento, andò a urtare col tribordo contro il margine del banco e s’incrostò.

– Legate bene! gridò Tyndhall.

– Non temete, mastro risposero i due marinai.

A pochi passi da loro s’alzava un’enorme colonna di ghiaccio, spezzata a metà.

Si diressero a quella volta per legare la gomena, ma ad un tratto s’arrestarono, lasciandola cadere sul banco.

– Oh!... aveva esclamato uno dei due. Hai udito, Charchot?...

– Sì, Mac-Chanty.

– Un orso bianco?...

– Bell’incontro, dopo tante ore di lotta!...

Un urlo, che rassomigliava al nitrito d’un mulo, ma più sordo e meno prolungato, echeggiò dietro l’enorme colonna di ghiaccio.

– Alla barca! urlarono in coro i due marinai, girando rapidamente sui talloni.

– Ohe!... Pesci‐cani d’acqua dolce! tuonò mastro Tyndhall, vedendoli abbandonare precipitosamente la gomena. Per mille tempeste!... Volete far fracassare la Shannon!

– Padrone Tyndhall, disse Charchot, ch’era già giunto sull’orlo del pack. Se credete, vi è un amico che vi aspetta, ma vi avverto che pare che abbia molta fame e che possiede zanne e artigli.

– Cosa vuoi dire, cacciatore d’oche?...

– Che vi è un orso laggiù.

– Ah!... La è così?... Credevo che tu avessi avuto paura di qualche oca!... Ehi, Grinnell, lancia un rampone sul pack; per qualche minuto spero che terrà fermo. [p. 136 modifica]

Ciò detto prese un fucile a due canne che stava appoggiato alla murata di babordo, lo esaminò con attenzione per accertarsi se era carico, si passò nella larga cintura di pelle di renna, che stringevagli la casacca, uno di quei terribili coltellacci che gli americani del nord chiamano bowie-knife e balzò sul banco, dicendo con voce tranquilla:

– Attendetemi, giovanotti.

– Ma ci siamo anche noi, padron Tyndhall dissero alcuni marinai.

– Ed i cacciatori di foche della baia di Baffin non hanno mai avuto paura degli orsi bianchi aggiunse Grinnell.

– Voleva lasciarvi in riposo, amici miei. So bene che siete tutti coraggiosi e se non lo foste, parola di Tyndhall che non vi avrei arruolati per una così pericolosa spedizione. Se volete venire, non vi rifiuterò, siate certi.

– Vi accompagneremo, padrone. Gli orsi bianchi, voi lo sapete, sono formidabili.

– Non venite tutti!... La Shannon, può venire portata al largo.

Mac-Chanty, Charchot e Grinnell si precipitarono nella camera di prora e poco dopo ricomparivano armati di pesanti carabine e di ramponi, armi queste che potevano surrogare, e forse vantaggiosamente, le fiocine degli esquimesi. Il vecchio Tyndhall li aveva già preceduti e si accostava lentamente alla grossa colonna di ghiaccio, cercando di tenersi sottovento.

Già non distava che una diecina di passi, quando vide la neve del campo agitarsi, rigonfiarsi bruscamente, poi aprirsi e comparire un orso bianco di statura mostruosa.

Quell’animalaccio, che fino allora si era mantenuto nascosto sotto la neve in una tana scavatasi per dormire [p. 137 modifica] tranquillo, misurava almeno due metri e mezzo dalla punta del muso alla radice della coda. Pareva che fosse un vecchio maschio, poichè la sua pelliccia non era più bianco-argentea, ma un po’ gialliccia.

Vedendo quell’uomo che gli muoveva incontro col fucile puntato, l’orso si rizzò sulle zampe posteriori emettendo un sordo urlo e alzate le zampacce armate di formidabili artigli, lo attese a piè fermo.

Il vecchio Tyndhall, niente spaventato da quella posa aggressiva, puntò flemmaticamente il fucile e lasciò partire i due colpi, ma proprio in quel momento la neve cedette sotto i suoi piedi, e perduto l’equilibrio, cadde all’indietro gettando un grido di terrore.

L’orso, sfuggito miracolosamente alla doppia scarica, balzò innanzi per sventrare la sua vittima.