I cacciatori di foche della baia di Baffin/3. La scomparsa del Polaris

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3. La scomparsa del Polaris

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CAPITOLO III.

La scomparsa del “Polaris„


Quando giunsero sull’orlo del pack, trovarono i loro compagni a bordo della Shannon, occupati ad arrostire un zampone d’orso, il quale spandeva all’intorno un profumo appetitoso.

I due animalacci erano stati già fatti a pezzi ed i loro quarti sanguinanti, appesi alle griselle, cominciavano già a gelare sotto i soffi freddissimi del vento polare, mentre le loro grandi pellicce, bagnate e salate, ornavano la murata di tribordo.

Mastro Tyndhall accertatosi che la gomena era stata legata solidamente e che il piccolo veliero non correva alcun pericolo, essendo riparato da ambe le parti da due lunghi promontori di ghiaccio, salì a bordo dicendo:

– Siamo pronti?

– L’arrosto è cucinato a puntino, rispose Grinnell. Non si aspettava che voi.

– Allora, Charchot, puoi scendere nella dispensa e prendere un paio di bottiglie di gin. Un buon sorso farà bene, con questo freddo cane. [p. 146 modifica]

– Che lusso, mastro Tyndhall! esclamarono i marinai, messi in buon umore da quell’ordine.

– Ve le siete meritate quelle due bottiglie, ragazzi miei, e poi abbiamo da discorrere e quando si chiacchiera bisogna bagnare la lingua.

– Ben detto, mastro. Si parla meglio e la lingua si sgela.

I sei marinai ed il mastro, senza occuparsi dei ghiacci che si fracassavano vicendevolmente con interminabili fragori, con cupi boati o con mille scricchiolìi, nè del vento polare che tagliava gli orecchi, nè del freddo acuto, s’accomodarono sul cassero dinanzi al fumante arrosto, divorando con una voracità da pescicani e come uomini che non sono certi di poter fare all’indomani un nuovo pasto.

Mastro Tyndhall dava l’esempio, ma pur lavorando di mascelle, non perdeva di vista i ghiacci e soprattutto il nebbione che si avanzava nel mezzo della baia di Baffin, oscurando la pallida luce del sole ed i riflessi scintillanti dell’ice-blink. Pareva anzi che le sue inquietudini aumentassero, poichè crollava di quando in quando il capo e tra un boccone e l’altro borbottava.

Sturate le due bottiglie, ingollò tutto d’un fiato una grande tazza, come se quell’ardente liquore fosse semplice acqua, poi caricò flemmaticamente una grande pipa annerita, l’accese e accomodandosi meglio che potè fra un mucchio di cordami, disse:

– Con questo nebbione non potremo lasciare questo pack protettore: possiamo quindi chiacchierare a nostro agio.

– Stavo per invitarvi ad aprire il becco, mastro disse Charchot. La lingua è bagnata e comincia a scaldarsi.

– Ditemi, nessuno di voi ha indovinato lo scopo della spedizione? [p. 147 modifica]

– No, mastro Tyndhall risposero tutti.

– Nessuno vi ha detto nulla a Discko?

– Nulla.

– Avete udito parlare del Polaris?

– Comandato dal capitano Hall? chiese Mac-Chanty. Io so che è partito l’anno scorso per le regioni polari, ma niente di più.

– Anch’io ho udito parlare di quella spedizione, disse Grinnell. A Terranuova, sul grande banco, si diceva che quella nave era andata al nord della Groenlandia.

– Ma cosa c’entra il Polaris con noi cacciatori di foche della baia di Baffin? chiese Charchot.

– Ora lo saprai disse Tyndhall.

Vuotò un altro bicchiere, gettò in aria un buffo di fumo, poi riprese:

– Giacchè non sapete dove andava il Polaris e cosa sia accaduto dei superstiti ed il motivo per cui noi siamo venuti qui, vi racconterò tutto.

Sappiate adunque che il Polaris, comandato dal capitano Hall, uno dei più valenti marinai, già pratico delle regioni polari, era salpato da Brooklyn l’anno scorso verso la fine del giugno.

Hall voleva tentare di giungere al polo seguendo la costa occidentale della Groenlandia, passando per lo stretto di Smith.

La fortuna arrideva a quei valenti marinai, poichè si seppe più tardi che il Polaris era riuscito a superare, di cinquanta leghe, le più alte latitudini fino allora toccate dalle navi che lo avevano preceduto in quelle deserte regioni del gelo.

A quanto si è potuto sapere dai superstiti della spedizione, aveva raggiunta una vasta baia che fu poi [p. 148 modifica] chiamata Polaris e più oltre un canale chiamato di Robeson, in direzione diretta del polo.

L’inverno polare costrinse quei valorosi a retrocedere, per svernare nella baia prima scoperta. Sembra che non soffrissero molto durante la lunga notte polare, ma ai primi sgeli il capitano Hall, in causa dei lunghi disagi sopportati durante le esplorazioni in slitta, cessava di vivere.

Nell’agosto dei 1872 il Polaris, liberato dai ghiacci che lo stringevano, tenta il ritorno, ma aveva già sofferto gravi avarie. Il 15 ottobre una montagna di ghiaccio lo urta, la carena cede e l’acqua entra invadendo le cabine.

Si tenta il salvataggio prima che la nave affondi. Il luogotenente Tyson sbarca su di un campo di ghiaccio assieme a otto marinai e nove esquimesi, fra i quali due donne e cinque fanciulli.

Mentre cercano di mettere in salvo i viveri, la nave, che le onde investivano, spezza le funi e si allontana trascinata dall’uragano, prima ancora che i marinai rimasti a bordo potessero mettersi in salvo.

Il Polaris, spinto dal vento e dalle ondate, fuggiva verso il nord-ovest.

– Ma non affondava ancora? chiesero i marinai, che ascoltavano con viva curiosità, senza perdere una sillaba.

– Pare che l’avaria fosse meno grave di quello che si credeva, poichè il Polaris fu riveduto a navigare.

Ma lasciamo ora la nave e occupiamoci del luogotenente Tyson e dei suoi compagni.

Come vi dissi erano in diciotto; vi erano due donne e cinque fanciulli, anzi uno era lattante, poichè era nato a bordo del Polaris durante lo svernamento.

«Avevano salvate due scialuppe, ma che erano ridotte in cattivo stato, undici sacchi di pane, quattordici [p. 149 modifica] scatole di pemmican, dodici scatole di carne conservata, quattordici prosciutti, venti libbre di zucchero mescolato con cioccolato e alcuni pomi di terra.

Tyson non si perde d’animo. Rincuora i suoi compagni di sventura e cerca di mettere in acqua le scialuppe per raggiungere un campo di ghiaccio più grande, ma non vi riesce in causa del mare che era assai cattivo.

L’indomani riappare il Polaris: navigava a vele spiegate verso il nord-ovest. Tyson ed i suoi compagni, in preda ad una gioia indescrivibile, mandano grida di gioia, sparano colpi di fucile, fanno segnali, ma invano. L’equipaggio della nave non li aveva scorti, nè uditi, ed il Polaris per la seconda volta scomparve agli occhi di quei disgraziati. Ahimè!... Non dovevano più rivederlo!

Ed ecco che comincia l’odissea di quei diciotto uomini, perduti fra i ghiacci della baia di Baffin.

Le correnti trascinavano il banco verso il sud, allontanandolo però sempre più dalle coste groenlandesi. Incontrando acque meno fredde, a poco a poco si scioglieva, minacciando di subissare coloro che lo montavano.

Per maggior sventura i viveri scemavano rapidamente ed i marinai più non obbedivano a Tyson. Parlavano nientemeno che di mangiare gli esquimesi e prima di tutti il bambino nato a bordo del Polaris.

– Corna di caribou!... esclamò Charchot, rabbrividendo. Ecco una storia che fa venire la pelle d’oca!

– Gli esquimesi invece, proseguì mastro Tyndhall, si facevano in venti per aiutare gli uomini bianchi e cacciavano giorno e notte, spiando le foche e assalendo gli orsi bianchi con coraggio disperato.

Un giorno, i naufraghi, vedendo il loro banco impicciolire sempre più, riuscirono a passare su di un altro, [p. 150 modifica] ma perdendo parte delle loro provviste e perfino le armi da fuoco. Su quel nuovo banco continuarono la discesa verso il sud, fra mille sofferenze e sempre alle prese colla fame.

Il 29 aprile una nave fu scorta. Fecero segnali, gridarono, ma non furono veduti.

Ormai avevano perduto ogni speranza e si erano rassegnati a morire, quando ne videro un’altra.

Era la Tigresse, comandata dal capitano Bartlett e quei poveri marinai, dopo essere rimasti centonovantasette giorni prigionieri sui due banchi, vennero salvati e condotti a San Giovanni di Terranuova.

– Tutti? chiesero i marinai.

– Tutti, rispose mastro Tyndhall.

– Ecco degli uomini fortunati disse Grinnell.

– Ma il Polaris? chiese Charchot. Si è salvato od è andato a picco?...

– Ecco quello che noi cercheremo di chiarire, rispose Tyndhall.

– Noi! esclamarono i marinai, con stupore.

– Noi, ragazzi miei. Il governo dell’Unione, impressionato della mancanza di notizie del Polaris, appena fu informato dell’odissea del luogotenente Tyson e dei suoi compagni, ha fatto appello ai cacciatori di foche della baia di Baffin per fare delle ricerche verso le coste di Baffin, la penisola di Cumberland e nello stretto di Lancaster, non badando a spese.

Il governatore danese di Discko ci ha chiamati tutti per cercare d’indurci a partire, ma nessun mastro ha voluto accettare, essendo ormai la stagione troppo avanzata per avventurarsi attraverso i banchi di ghiaccio della baia.

– E voi invece avete accettato? chiesero i marinai. [p. 151 modifica]

– Sì, ma temendo di non trovare dei compagni per un viaggio così pericoloso, ho creduto bene di tacervi fino ad oggi lo scopo della nostra corsa attraverso la baia. Scommetterei che non mi avreste seguìto.

– È probabile, disse Charchot, quantunque vi fosse triplice paga. Questa è una stagione tutt’altro che propizia per tentare delle ricerche.

– Ma spero che ora non avrete l’intenzione di far ritorno a Discko.

– Sarebbe troppo tardi ormai, risposero i marinai.

– E poi, aggiunse Mac-Chanty, abbiamo promesso di seguirvi e vi terremo compagnia fin dove vorrete condurci. Se gli altri hanno avuto paura, noi mostreremo al governo dell’Unione che vi sono dei cacciatori di foche che non temono di affrontare, anche in pieno inverno, i ghiacci della baia di Baffin.

– Bravo, Mac-Chanty! esclamarono in coro i marinai.

– Grazie, miei valorosi disse mastro Tyndhall. Noi mostreremo come i cacciatori della baia di Baffin abbiano del buon sangue nelle vene e del buon cuore. Con voi sono certo dell’impresa.

– Una parola, mastro disse Charchot.

– Parla.

– Ma si sa dove abbia naufragato il Polaris?

– Ecco: il governatore di Discko mi ha detto che si crede sia andato a naufragare nello stretto di Lancaster o sulle coste settentrionali della Terra di Baffin o su quelle del Devon settentrionale.

– Ma da cosa lo si arguisce? Ne sapeva nulla il luogotenente Tyson?

– No, ma un baleniere che ha approdato a Upernawick, ventisei giorni or sono, ha avvertito di aver incontrato, durante una furiosa bufera, una nave disalberata [p. 152 modifica] dinanzi allo stretto di Lancaster e che rassomigliava al Polaris. Dunque noi dirigeremo le nostre ricerche verso quel canale.

– Avete speranza di raccogliere i naufraghi?

– Se non i superstiti, almeno delle reliquie della nave. A me bastano per guadagnare il premio vistoso promesso dal governo dell’Unione, ma faremo delle attive ricerche, nè lasceremo quelle terre senza aver prima la certezza della morte dell’intero equipaggio.

La stagione è molto avanzata, poichè siamo ormai alla metà di settembre e fra non molto tutta la baia sarà gelata, ma spero di giungere allo stretto prima della discesa dei grandi banchi e di trovare un luogo acconcio per svernare.

La nostra barca non è grande, ma non manca di nulla; i viveri sono abbondanti, il carbone per le stufe occupa buona parte della stiva, non mancano nemmeno delle slitte per le esplorazioni, adatte al nostro cane. Ho pensato a tutto e non avremo da soffrire durante la lunga notte polare.

– Quanto credete che distiamo dalla Terra di Baffin? chiese Charchot.

– Domani spero di avvistarla.

– Ripartiamo?

– Non vale la pena di abbandonare ora questo banco, che ci protegge così bene. Il nebbione si avanza di galoppo e fra un’ora avrà coperta tutta la baia ed il vento cresce di violenza minacciando di sconvolgere i ghiacci. La notte si prepara brutta e faremo bene a legare solidamente la Shannon.

Se domani il tempo sarà buono, ci apriremo il passo attraverso la baia ed i ghiacci. Orsù, amici miei, prepariamo altre gomene e le àncore.