I cacciatori di foche della baia di Baffin/4. La baia di Baffin

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4. La baia di Baffin

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4.

LA BAIA DI BAFFIN


Mastro Tyndhall aveva troppa pratica di quelle regioni per ingannarsi.

La baia di Baffin stava per diventare assai pericolosa e si preparava una vera cattiva notte. Il denso nebbione, che fino dal mattino si era addensato all'uscita dello stretto di Smith e di quello di Jones, s'avanzava rapidamente verso le regioni meridionali, oscurando la pallida luce del sole.

Scendeva a ondate, alzandosi ed abbassandosi burrascosamente come un immenso telone grigiastro sbattuto dal vento, ma che ora si lacerava ed ora si riuniva con fantastica rapidità. Le cupe acque della baia, che parevano fossero diventate più oscure fra le linee scintillanti dei ghiacci, si alzavano in lunghe ondate sotto i primi soffi della gelida tramontana, scuotendo gli ice-bergs, gli streams, i packs e gli hummoks, i quali si urtavano confusamente con sorde detonazioni e con mille scricchiolìi.

Si vedevano delle montagne candide perdere bruscamente l'equilibrio e strapiombare nelle onde con muggiti spaventevoli, sollevando numerosi sprazzi di spuma e poi risorgere bruscamente, con un salto repentino, mostrando altre creste ed altre punte; poi delle colonne di dimensioni enormi, delle torri colossali cappeggiare un istante e quindi capitombolare, con mille boati, sui vicini campi di ghiaccio che s'aprivano sotto quegli urti irresistibili; o frantumare delle intere bottiglie di ghiacci minori o dei ghiaccioni che avevano l'apparenza di castelli smantellati irti di bastioni strani, di cupole, di arcate, di punte, di guglie, sfasciarsi improvvisamente come sotto una brusca, potente, irresistibile scossa di terremoto.

Mastro Tyndhall ed i suoi sei marinai si erano affrettati ad assicurare la Shannon, al grande banco con due altre gomene, le cui ancore erano state profondamente infisse nelle spaccature del ghiaccio.

Trovandosi in una specie di piccolo fiord difeso da due bastioni di ghiaccio, formati da colossali ice-bergs, solidamente cementati fra di loro e completamente al riparo dai furiosi soffi della gelida tramontana, pel momento non correvano pericolo alcuno, ma vi era da temere che il vento cangiasse bruscamente, girando al sud e che accumulandosi i ghiacci galleggianti dinanzi a quella specie di porticino, restasse imprigionata la barca.

Alle sette il nebbione era piombato sulla baia, avvolgendo il mare, i ghiacci, la Shannon ed il banco che la proteggeva. Era così fitto, che dalla poppa della grossa barca, non si potevano distinguere gli uomini che si trovavano a prua.

– Brutta notte se agli orsi bianchi saltasse il ticchio di arrampicarsi sulla Shannon – disse il mastro. – Ragazzi miei, bisogna vegliare attentamente.

– Terremo gli occhi ben aperti, mastro – rispose Mac-Chanty.

– A chi tocca il primo quarto?

– A me ed a Grinnell.

– Allora buona notte e buona guardia e se succede qualche cosa, venite ad avvertirmi senza perdere tempo. Non dimenticate di caricare i fucili.

I due marinai, rimasti soli, si collocarono uno a prora e l'altro a poppa della piccola nave, tendendo gli orecchi ai fragori delle onde ed ai tonfi ed alle detonazioni dei ghiacci e fissando gli sguardi sul vicino banco per non venire sorpresi dagli orsi bianchi.

Sapendo che l'orsacchiotto era fuggito, temevano che si fosse unito ad altri compagni e non ignorando che quegli animalacci, che sono sempre affamati, approfittano sovente dei fitti nebbioni per assalire non solo le scialuppe, ma perfino le navi ancorate presso i banchi, si tenevano in guardia.

Fortunatamente il loro quarto passò senza che nulla di grave accadesse, né che i loro timori si avverassero. Alle undici, quando era maggiore l'oscurità e più acuto il freddo, furono surrogati da Charchot e dal marinaio Thorn.

– Nulla? – chiesero questi, stringendosi addosso i pesanti capotti di pelle di foca.

– No: buona guardia – risposero Mac-Chanty e Grinnell, scomparendo frettolosamente nella camera di prora, dove già ardeva una stufa di ferro.

Charchot ed il suo compagno esaminarono come meglio poterono il piccolo fiord e trovatolo ancora sgombro di ghiacci, si accoccolarono intorno all'albero maestro, al riparo dalla grande antenna che era stata ammainata in coperta.

Era già trascorsa un'ora, quando fra i sibili del vento e fra le detonazioni e gli scroscii dei ghiacci, credettero di udire, in direzione del banco, una specie di ruggito.

– Oh! – esclamò Charchot, alzandosi sollecitamente e afferrando il fucile che teneva appoggiato all'albero. – Hai udito, Thorn?

– Sì, Charchot – rispose il marinaio.

– Che vi siano degli orsi sul banco?

– Andiamo a vedere. Non bisogna lasciarli salire a bordo.

Afferrati i fucili, si accostarono silenziosamente alla murata di tribordo che prospettava sul pack e guardarono giù. L'oscurità era profonda, pure attraverso alla nebbia che il vento talora diradava, scorsero a pochi metri dal margine esterno, una massa informe che pareva cercasse di avvicinarsi alla Shannon.

– Corna di caribou! – esclamò Charchot. – Che sia proprio un orso o qualche altro animale, io non lo so, ma penso che sarà prudenza mandargli una palla.

– È vero, Charchot – rispose Thorn. – Tanto più che quell'animale è grosso assai, e che manovra in modo da accostare la Shannon.

– Mira giusto!... Fuoco!...

I due spari rimbombarono, formando una sola detonazione. L'animale, colpito di certo, fu veduto alzarsi bruscamente, poi ricadere, quindi rimettersi in equilibrio, poi stramazzare di nuovo e scomparire fra la nebbia che tornava ad addensarsi sul banco.

– Cosa succede?... – chiese una voce che usciva dalla camera di prua.

– Abbiamo ammazzato un animale che si accostava alla barca, mastro – rispose Charchot. – Tornate nella vostra camera e dormite tranquillo.

– Era un orso?

– La nebbia è troppo fitta per saperlo. Andremo a cercarlo domani.

Mastro Tyndhall non ne volle sapere di più pel momento e sapendo che i suoi uomini erano più che coraggiosi e tali da non lasciarsi sorprendere, riguadagnò la sua amaca, riaddormentandosi tranquillamente.

Nessun altro animale comparve sui margini del pack durante il resto della notte, e gli uomini di guardia poterono tenersi rannicchiati dietro le murate, al riparo dai soffi freddissimi del vento polare.

Al mattino, verso le nove, essendosi un po' diradata la nebbia, mastro Tyndhall ed i suoi uomini scesero sul pack per vedere quale animale era stato ucciso durante la notte ed a trenta passi dalla barca, coricato fra la neve, trovarono un grosso tricheco immerso in un lago di sangue.

Le palle di Charchot e di Thorn l'avevano colpito nel cranio, attraversandogli la materia cerebrale.

Quell'animale era di dimensioni non comuni, poiché aveva una circonferenza di tre metri e una lunghezza di quattro. Aveva la forma di una foca, ma era più massiccio, più robusto. Il corpo di questi abitanti delle regioni polari è coperto d'un pelo corto, di colore rossiccio, piuttosto scarso; il loro muso è sporgente nella parte superiore ed armato di due denti che scendono verticalmente, lunghi sessanta e persino settanta centimetri, solidissimi, essendo d'avorio più duro e più compatto di quello degli elefanti e anche molto più bianco e che mai ingiallisce.

Sono abilissimi nuotatori, ma a terra si trascinano penosamente, essendo provvisti solamente di pinne informi, che male servono come gambe.

Non lasciano mai le regioni fredde, trovando anche là numerosi granchi e molluschi che servono a loro di cibo; essi sono ordinariamente di temperamento tranquillo, ma assaliti diventano furiosi e non di rado rovesciarono le scialuppe dei cacciatori uccidendo, a colpi di zanne, i loro persecutori.

Anni addietro erano numerosissimi, anzi si narra che un baleniere inglese riuscì ad ammazzarne ben ottocento in sole sei ore ed un altro novecento in sette ore, ma ora cominciano a scarseggiare in causa delle cacce accanite che fanno a loro i cacciatori ed i pescatori, per impadronirsi delle zanne che hanno molto valore e per ricavare l'olio che è migliore di quello che si ottiene colla fusione del grasso delle balene.

Mastro Tyndhall fu molto lieto di quella cattura, poiché era certo di ricavare una notevole quantità di olio per le lampade di bordo e anche per la stufa.

Lasciò i suoi uomini occupati a fare a pezzi il tricheco per impadronirsi della grascia, dei denti e del fegato, la sola parte mangiabile essendo la carne oleosa e di cattivo sapore, e si spinse verso l'uscita del fiord per osservare lo stato dei ghiacci.

L'estremità formata dalle barriere degli ice-bergs era sgombra, ma al di là si vedevano navigare ghiaccioni di tutte le dimensioni, che il vento del nord spingeva verso lo stretto di Davis.

– Bah!... Passeremo lavorando a colpi di sperone – mormorò il mastro.

Essendosi, verso l'ovest, alzata la nebbia, prese il cannocchiale che portava a bandoliera e lo puntò in quella direzione, guardando a lungo e con estrema cura. Quantunque l'orizzonte non fosse ancora perfettamente limpido, gli sembrò di scorgere un profilo, leggero come una sfumatura.

– La Terra di Baffin! – esclamò, con voce gioconda. – Se non troviamo molti ostacoli, domani sera potremo ancorarci in qualche comodo fiord o presso le isole della baia di Home. I ghiacci ordinariamente si tengono al largo dalle coste, lasciando dei canali abbastanza ampi per poter veleggiare... dunque speriamo.

Quando ritornò a bordo, i suoi compagni avevano già imbarcata la grascia del tricheco e stavano spiegando le due grandi vele ed i fiocchi del bompresso. Le ancore e le gomene erano state già ritirate.

– Partiamo, mastro? – chiesero.

– Sì, il passo è sgombro – rispose Tyndhall, mettendosi alla barra. – Quattro uomini a prora coi buttafuori per respingere i ghiacci e due alle vele.

La Shannon, spinta da un vento piuttosto forte che gonfiava le due grandi vele, si staccò dal pack e filando fra le due barriere dei ghiacci, uscì da quella specie di fiord, con una velocità di cinque nodi all'ora.

Dinanzi a quel canale si erano raggruppati parecchi hummoks e parecchi streams, ma la Shannon, che era provvista d'uno sperone ad angolo retto di vero acciaio, non ebbe difficoltà a frantumarli passandovi sopra.

Al di là di quei primi ghiacci, se ne vedevano altri di mole gigantesca, dei veri ice-bergs che cappeggiavano pericolosamente e che da un istante all'altro potevano perdere l'equilibrio e piombare sulla barca, fracassandola come una nocciuola.

– Mure a babordo!... – comandò mastro Tyndhall, cacciando la barra all'orza. – Su, voi altri, in mano i buttafuori!...

La lotta ricominciava. I quattro marinai di prora allungavano le loro aste ferrate, respingendo furiosamente quei pericolosi galleggianti che potevano guastare le costole della Shannon.

Fortunatamente fra quei ghiacci vi erano dei canali abbastanza vasti, entro i quali avrebbe potuto navigare comodamente anche un antico treponti e mastro Tyndhall ne approfittava per risparmiare le forze dei suoi uomini.

La Shannon, guidata dalle braccia di ferro del valente marinaio, si cacciava audacemente attraverso a quelle squarciature, scivolava lungo i banchi, virando agilmente di bordo per evitare le sporgenze, s'inoltrava nei canali con piena sicurezza e passava arditamente sotto i giganteschi ice-bergs quasi li volesse sfidare.

Vi erano certi momenti che i marinai rabbrividivano vedendo le estremità delle antenne quasi urtare le alte masse di ghiaccio e abbandonavano i buttafuori, credendo di vedersi precipitare addosso qualcuna di quelle montagne oscillanti, del peso di parecchie migliaia di tonnellate, ma mastro Tyndhall non batteva ciglia e lanciava sempre innanzi, con una intrepidità che rasentava la pazzia, la sua piccola sì, ma valorosa barca.

Fortunatamente il mare si era calmato e lasciava ai ghiacci una certa stabilità. Solamente di quando in quando, qualche colonna gigantesca male equilibrata o qualche montagna la cui base doveva essere stata rôsa dall'acqua che non era ancora gelida, capitombolavano bruscamente, sollevando delle gigantesche ondate che correvano ad infrangersi, con paurosi muggiti, contro i banchi e che provocavano altre cadute ben più pericolose, essendo più improvvise.

Anche la nebbia si diradava rapidamente, lasciando trapelare i primi raggi dell'astro diurno, i quali si rifrangevano su quei massi candidi, facendoli scintillare come se fossero di cristallo di rocca.

Gli uccelli polari, rinvigoriti da quei primi tiepori, si affrettavano a riprendere i loro voli. Passavano e ripassavano, in grandi bande, sopra la Shannon, salutando allegramente i marinai.

Erano stormi di labbi, uccelli dal volo potente e rapidissimo, armati d'un becco robusto, nemici accaniti dei gabbiani ai quali rubano il cibo pescato, percuotendoli a colpi d'ala fino a stordirli; lunghe file di strolaghe quasi tutte nere, di gazze marine grosse come oche, di urie, di eiders dalle soffici e preziose penne, di piccoli auk, di urie nere, borgomastri (larus glaucus) e di plectrophanes nivales.

Anche qualche foca si vedeva sdraiata sui margini dei packs, riscaldandosi ai raggi del sole, pronta però a tuffarsi al primo indizio di pericolo, mentre fra i canali si vedevano guizzare ed emergere bruscamente delle coppie di delfini gladiatori, grossi pesci che raggiungono sovente una lunghezza di otto metri, dotati di una forza prodigiosa e di una voracità incredibile.

Per tre ore la Shannon si aprì faticosamente il passo attraverso i ghiacci, ma verso le dieci si trovò dinanzi a quattro o cinque banchi che dovevano avere un'estensione di parecchie miglia.

Quasi nel medesimo istante, gli sguardi di mastro Tyndhall scoprivano le spiagge della Terra di Baffin.