I naufraghi dello Spitzberg/11. L'urto del wacke

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
11. L'urto del wacke

../10. Trascinati al sud ../12. Le pressioni dei ghiacci IncludiIntestazione 13 febbraio 2018 75% Da definire

10. Trascinati al sud 12. Le pressioni dei ghiacci


[p. 86 modifica]

CAPITOLO XI.

L’urto del wacke


Il 21 ottobre il wacke, che aveva continuata la sua marcia verso il sud-sud-est si trovava a sole quaranta miglia dall’isola degli Orsi. Tompson con un buon cannocchiale, dall’alto dell’osservatorio dell’ice-master, aveva potuto scorgere le vette nevose delle montagne.

Se la corrente non cambiava direzione o qualche tempesta non spingeva il wacke fuori dalla retta fino allora seguita, la Torpa doveva passare all’est dell’isola, ad una breve distanza.

Era però probabile che il campo di ghiaccio dovesse interrompere per qualche tempo la sua marcia, poichè verso il sud si scorgevano delle vere flotte di ice-bergs e di packs estesissimi, le quali formavano una specie di semicircolo, le cui estremità si dirigevano l’una verso l’est e l’altra verso il nord-ovest.

– Chissà disse Tompson, che osservava quei ghiacci in compagnia di Oscar. Spero che succeda qualche grave avvenimento, ma che ci dia il mezzo di poter lasciare questo bacino. [p. 87 modifica]

– Contate su qualche urto formidabile?

– Sì, professore. Quella barriera a poco a poco andrà ad appoggiarsi contro i banchi che si sono formati attorno all’isola e terrà testa al nostro wacke senza retrocedere.

– Ma la nostra nave, nello sconquasso che subirà il wacke, non verrà schiacciata?

– Non credo, poichè il ghiaccio del bacino non è ancora tanto grosso da poter resistere ad una improvvisa compressione. Si spezzerà subito e la Torpa tornerà a galleggiare.

– E potremo poi uscire, fra tanti ghiacci spezzati?

– Lo tenteremo, professore. Forzeremo il passo a gran colpi di sperone, ed il nostro equipaggio, che è così numeroso, aiuterà la Torpa colle seghe, coi picconi e colle mine.

– Che bella sorpresa pel signor Foyn, se fra un paio di settimane ci vedesse ritornare a Vadsò!

– Lo credo. Toh... cosa vedo laggiù?

– Dove?

– Sui banchi dell’isola degli Orsi disse Tompson, che aveva puntato il cannocchiale.

– Qualche nave forse?

– No, un grande numero di punti neri. O io m’inganno di molto o quei punti neri sono trichechi o foche.

– Sono molti?

– Moltissimi, professore. Ah!...

– Cosa avete?

– Guardate!... Guardate fra quegli ice-bergs, professore! esclamò Tompson, che erasi alzato sulla punta dei piedi per meglio vedere. Mille boccaporti!... Ed essere qui imprigionati, mentre laggiù ci sarebbe da guadagnare una fortuna!... [p. 88 modifica]

Oscar guardò nella direzione che il baleniere indicava e, con suo grande stupore, vide degli enormi cetacei nuotare maestosamente fra i ghiacci.

Erano sei capidogli grandi come le balene e fors’anche di più, poichè alcuni misuravano perfino venti o ventidue metri di lunghezza, con una circonferenza che non doveva essere inferiore ai quindici o sedici metri. Questi colossi del mare appartengono all’ordine dei cetacei, come le balene, ma sono diversi nella conformazione e differiscono un po’ anche dai capidogli comuni o fiseteri micropi che abitano gli altri mari. Quelli che si trovano nell’Oceano Polare sono per lo più maggiormente sviluppati; possiedono una spina dorsale diritta e acuta e la loro testa non è un terzo del corpo, ma la metà!

Figuratevi che bocca quando si apre, e quando si pensi che è armata di denti conici che pesano ognuno un paio di chilogrammi!

Questi mostri sono più vivaci delle balene, più pericolosi, più brutali, più battaglieri. Si scagliano indistintamente contro tutti gli abitanti del mare e assalgono specialmente le balene, le quali cadono sotto i terribili morsi di quelle bocche enormi.

– Che masse! esclamò Oscar, che non si stancava di guardarli. Io non so comprendere come l’uomo osi assalire, con dei semplici ramponi, simili colossi.

– Eppure, professore, si uccidono, disse Tompson.

– Ne avete catturati molti?

– Una dozzina almeno. Quando si ha la fortuna d’incontrarli non si lasciano fuggire, perchè i capidogli dànno maggior profitto delle balene.

– Non lo credevo, capitano.

– In media si ricavano dal loro grasso circa cento tonnellate d’olio, le quali rappresentano un valore di [p. V modifica]Tutte le mattine bande di cacciatori cacciavano urie.... (Pag. 84) [p. - modifica] [p. 89 modifica] 25,000 lire, vendendosi a circa 250 lire la tonnellata. Aggiungete poi lo spermaceti, ossia quell’olio bianco, brillante, perlaceo che si trova nella testa dei capidogli, racchiuso in un canale allungato che formano le ossa del cranio nella loro unione con quelle del muso e che si paga assai caro, adoperandosi nella fabbricazione delle candele di lusso e dei saponi finissimi.

– Se ne trova molto di quell’olio?

– Circa tremila chilogrammi.

– E l’ambra grigia?...

– Non sempre i capidogli ne hanno, professore. Una volta però, in uno ne ho trovato un pezzo che pesava dieci chilogrammi.

– Ditemi, signor Tompson, dove si trova quell’ambra grigia?

– Nel canale intestinale dei capidogli e per lo più in forma di quattro o cinque pallottole o di pezzetti irregolari che pesano ordinariamente quattro o cinquecento grammi. Si paga bene, quella materia, molto bene.

– Lo credo.

– Io vorrei però sapere come quella materia così preziosa si trova in quei colossi.

– Non lo sapete?

– No, davvero, professore.

– Allora vi dirò, caro capitano, che quell’ambra non è altro che un escremento alterato, modificato e solidificato, una parte infine di alimento digerito incompletamente.

– Oh diavolo!... E acquista un profumo così delicato!... Mille boccaporti!... I capidogli se ne vanno verso il sud!... Quale sarà però il fortunato baleniere che li incontrerà?... Se non mi trovassi prigioniero fra questi dannati ghiacci, a quest’ora qualcuno sarebbe caduto sotto il mio rampone. [p. 90 modifica]

– Un pericolo evitato, capitano.

– Non dico di no, perchè quei giganti son ben più temibili delle balene. Quando sono feriti non fuggono; invece si avventano contro le scialuppe baleniere e talvolta perfino contro le navi.

– Anche contro le navi?...

– Più d’una è stata mandata a picco da un furioso colpo di testa e mi ricordo che...

– Che cosa? chiese Oscar, non udendo più la voce di Tompson.

Non ricevendo risposta, si volse verso il compagno e lo vide curvo sul bordo della nave, colla fronte aggrottata, gli sguardi fissi verso l’isola degli Orsi, che ormai era perfettamente visibile senza l’aiuto del cannocchiale.

– Cosa avete, signor Tompson? chiese.

– Ho... che stiamo per urtare!...

Poi senza aggiungere altro si slanciò sul ponte, gridando:

– Tutti in coperta!...

Il wacke infatti, stava per cozzare contro la grande flottiglia di ghiacci che si appoggiava contro i banchi formatisi intorno all’isola degli Orsi.

La corrente lo portava ed il vento, che soffiava sempre dal nord con una certa violenza, lo spingeva in quella direzione. Il cozzo doveva essere tremendo.

Il capitano Jansey e tutti i marinai erano saliti in coperta per tenersi pronti a qualsiasi evento. I due comandanti si consigliarono brevemente sul da farsi, onde la Torpa, nell’urto, non subisse delle gravi avarie.

– Non vi è che una sola cosa da fare disse Tompson.

– Sì, fare spezzare il ghiaccio attorno alla Torpa rispose Jansey.

– È vero, soggiunse il baleniere. [p. 91 modifica]

– Non perdiamo tempo, signor Tompson.

Trenta marinai, guidati dall’ice-master e armati di seghe da ghiaccio, di picconi e di scuri scesero precipitosamente sulla superficie gelata del bacino e si misero febbrilmente all’opera, picchiando e segando. Tompson e Jansey, dall’alto della botte dell’ice-master, seguivano attentamente l’avanzarsi del wacke, pronti a richiamare a bordo i loro marinai prima che l’urto avvenisse.

Il banco era lontano un miglio dalla barriera degli ice-bergs e si dirigeva verso la costa occidentale dell’isola degli Orsi. Se si manteneva su quella rotta, era probabile che scivolasse lungo le spiagge senza arrestarsi, nel caso che fosse riuscito ad aprirsi il passo attraverso a tutti quegli ostacoli.

A mezzogiorno il wacke non si trovava che a dieci miglia dall’isola ed a soli duecento passi dagli ice-bergs.

Pareva che presso quelle coste la corrente si facesse sentire più forte, poichè la distanza scemava con una certa rapidità. Fra dieci minuti doveva avvenire il cozzo.

– A bordo! gridò Tompson ai marinai che si trovavano sul banco.

I marinai abbandonarono il banco e s’arrampicarono lestamente sulla Torpa.

In mezz’ora avevano già fatto un lavoro straordinario: la nave era stata liberata dai ghiacci che la stringevano e galleggiava in un bacino che aveva una circonferenza di trecento metri.

– Sciogliete le vele, continuò Tompson. In alto i gabbieri!...

In meno di cinque minuti le vele furono liberate dalle loro fodere di tela cerata e spiegate. La Torpa si trovava ormai pronta a partire ed a speronare.

Ad un tratto avvenne l’urto. La fronte meridionale del banco si era incontrata cogli ice-bergs. Parve che un [p. 92 modifica] terremoto formidabile scuotesse furiosamente il wacke. Le piramidi, le guglie, i picchi, gli ice-bergs capitombolavano con un fragore inaudito, assordante, sfondando il banco in cento luoghi. L’acqua irrompeva, spumeggiando, dai crepacci, dalle fessure, dai buchi, correndo come una immensa ondata, attraverso ai ghiacci.

Il ghiaccio del bacino, compresso da quell’urto, scoppiò come se sotto di esso fosse stata accesa una mina, lanciando in aria blocchi di dimensioni non piccole, mentre le sponde franavano, si aprivano e si rinchiudevano con orrendi scrosci.

Per alcuni istanti parve che il grande banco dovesse sminuzzarsi, polverizzarsi, ma furono solamente i suoi margini che si sfracellarono sotto la caduta degli ice-bergs squilibrati dal cozzo. La massa centrale si screpolò, si aprì in più luoghi formando qua e là dei canali ma che tosto si rinchiusero e il cerchio di ghiaccio non fu spezzato. La Torpa, scossa furiosamente dalle ondate formatesi nel bacino, fu quasi spinta addosso le sponde, ma il vento la ricacciò nel mezzo, dove si trovò quasi subito asserragliata dai pezzi di ghiaccio staccatisi dai margini del wacke.

Tompson e Jansey, avevano seguìto, cogli sguardi ansiosi, col cuore palpitante di speranza, la formidabile convulsione del banco. Quando videro che la fuga era impossibile, un urlo di rabbia irruppe dai loro petti.

– Ma è adunque di macigno, questo dannato wacke? gridò Tompson, con ira.

– È più solido di quanto credevamo disse Jansey, che si tormentava nervosamente la barba. Non potremo più lasciarlo.

– Ma se ha resistito agli urti dei ghiacci, non resisterà alle acque più tiepide delle regioni del sud. [p. 93 modifica]

– Se non si arenerà sulle coste dell’isola degli Orsi.

– Se si congiungerà ai ghiacci dell’isola, lo staccherò colle mine, Jansey. La polvere abbonda a bordo.

– Deviamo?...

– Sì, il banco tende a portarsi al largo.

– Andremo a cozzare ancora.

– È vero. Vedo laggiù altri ghiacci.

– Chissà che questi incessanti urti lo demoliscano.

Intanto il wacke continuava a scendere verso il sud, avvicinandosi sempre più all’isola degli Orsi. La grande barriera era stata sfondata dal colosso, ma altri ice-bergs di gran mole si trovavano dispersi qua e là, arrestati dai banchi.

Gli urti continuavano sulla fronte meridionale del wacke. Ad ogni istante una montagna di ghiaccio, squilibrata dal cozzo, strapiombava con fracasso assordante, sfondando i margini del colosso polare, ma la massa centrale resisteva sempre e non s’apriva per dare il passo alla Torpa.

Talora invece incontrava qualche pack o qualche floe, ma nemmeno quei banchi riuscivano a produrre un guasto grave. Diroccavano un po’ i margini, ma a loro volta si frantumavano, si disorganizzavano e lasciavano la via libera. Anzi i frammenti si univano al wacke e subito si saldavano in causa del freddo che oscillava sempre fra i -15° ed i -21° centigradi.

Alle due, il wacke si trovava a poche gomene dai banchi dell’isola, ma procedeva lentamente e non era da sperarsi che urtasse con violenza.

Alle tre toccò. Un tratto di duecento metri della fronte orientale si staccò e le piramidi e le guglie che erano ancora rimaste in piedi diroccarono, ma nient’altro. [p. 94 modifica]

Il wacke, trovandosi dinanzi all’isola, girò lentamente su se stesso, poi andò a incastrarsi fra i banchi della costa e un floe di grandi dimensioni che pareva si fosse arenato su di un bassofondo o su di una scogliera subacqua, rimanendo immobile.

Tompson guardò Jansey, dicendo:

– Cosa ne dite?...

– Che se una tempesta non ci caccia di qui, saremo costretti a svernare presso quest’isola. Mi consolo però, pensando che dalle Spitzberg siamo discesi oltre il 75° parallelo e che le coste della Norvegia non sono più tanto lontane.

– È vero Jansey, rispose il baleniere. Ma spero che non si tratti di una vera fermata, ma di una breve sosta e che riprenderemo ben presto la marcia verso il sud. Il cielo si oscura al nord, e la tempesta non tarderà a sgominare questi dannati ghiacci.