I tre tiranni/Argumento II

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Argumento II

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Prologo Atto I
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ARGUMENTO

Pilastrino parasite

Buona vita,
insieme con la pace di Marcone,
caso che vi fermiate con silenzio.
Ma io sono il bel pazzo a creder ch’ora
tante cicale e tanti cicaloni
s’acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate,
ciarlate forte, ch’io dirò cantando
il Verbum caro o ’l Chiríelleisonne
Anzi, vo’ dir, poi che non è peccato,
’O pecorar, quando anderastú al monte
o vero il Ritornando da Bologna,
La scarpa mi fa male in ponta o pure
La vedovella quando dorme sola.
Mi vien voglia di dire ad alta voce
il Mal francioso di Stracin da Siena;
ma so che tutti lo. sapete a mente
come il Pater e V Ave e Va b e.
Orsú! Farete tanto che a la fine
vi lascerò di pian come ser Zughi.
Par quasi che non sappia quel e’ ho a dire.
Son costor che da ogni ora, qua di dietro,
mi stanno a festucar ch’io mi ricordi
non so che d’argomento o serviziale
o cristeo. Madonne, e voi, messeri,
io vel farei, s’io fossi uno speziale
si come sono un bel cacapensieri

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in campo azzurro. Ma vi voglio dire
di me, se a sorte non mi cognosceste.
Io sono un uomo, come voi vedete.
E mia madre fu donna da bon tempo.
E, avendo un giorno tolto una satolla
di biroldi e di trippe, venne pregna
di me, com’ho poi inteso; ed in quel mese
mi fé’ in cucina a pie del focolare:
ond’io la maledico mille volte,
ch’ella si mori in quello ben pasciuta
ed io sto sempre per morir di fame
e so eh ’è sol per qualche suo peccato.
Ond’io volli, una volta, farmi frate
per viver lieto e non durar fatica;
e comperai i zoccoli e ’1 cordone
(la cappa me la dava un mio parente):
ma, pensando ai digiuni ch’essi fanno,
mi risolvei diventar parasito
acciò che il corpo non mi bestemmiasse
a petizion de l’anima da poca
che non mangia e non bee e non si vede v
e vuol, la sciocca, mille cacherie
per gire in paradiso a far la ninfa
o ver la sposa. Or lasciamo andar questo;
e ritorniamo al da ben Pilastrino
(che cosi mi dimando) e’ ha più fede
ne’ tordi e nel buon vino e nel pan’bianco
che i frati al campanel del refettorio.
E certo, se vivesse oggi Margutte, v
mi adoreria si come adoro lui:
massimamente s’egli mi vedesse
pelare e rassettare a la moderna
le donne, le matrone e le massare
et utriusque sexus fine ai vecchi.
Ma di che vi ridete? de’ miei fatti?
Ridiam pur tutti. Io riderò de’ vostri.

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Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata!
Oh! co! co! co! Quanti cameleonti
che si pascon di vento! altri in amore,
fiutando le duchesse e le reine
(poi van con una slandra in Fiaccalcollo
a menarsi l’agresto a tutto pasto);
altri in sperar d’aver l’entrate grandi,
mangiando in interessi il ben futuro.
Quanto fariano il meglio a provedere
di pagar tutto quello e’ hanno in dosso
a chi fatto ne l’ha credenza; e poi
rappattumarsi con la sua signora
che, per basciargli tuttavia la borsa,
gli fa gir di pecunia a la leggera!
Ma son giá di proposito si uscito
che non so a che fine io vi favello
né ciò ch’avea da fare in questo luogo.
Si, si! Me ne ricordo: l’argomento.
Assettatevi tutti ben, ch’io possa
mettervel tutto ne la fantasia,
pel buco de l’orecchio, come s’usa.
Fermi! Aspettate, ch’ora ci va dentro.
Oh! Gli è ’l gran caldo! In fin, queste borsette,
per parlare in linguaggio veniziano,
non son mia arte; e, non vi entrando tutto
il brodo d’esse, non si fa nigotta.
Quanto meglio campeggia Pilastrino
ne la santa illustrissima cucina,
dando prò tribunal sentenze giuste
del cappon lesso e del fagiano arrosto,
del mangiar bianco e di quel sapor nero
che si cava de l’uva e di quel verde
che si trae de l’erbette fiorentine!
Oh com’io son ben dotto in ordinare
le buone gattafure genovesi!
Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia!

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Cosi di queste nostre bolognesi.
Risolviamla pur qui. Celi celorum
altro non è, secondo il mio giudizio,
che ’1 mangiar bene e il ber solennemente.
Non niego già che il far quella faccenda
non mandi altrui più su che mona luna.
Tamen un pasto buon pontificale
mi dà la vita. E, se ne l’altro mondo
si facesse talvolta colazione,
la morte mi faria poca paura;
ma, quand’io penso che non vi si mangia
e non vi si bee mai, divento matto.
Oh Dio! Abbia pietà di Pilastrino!
Non dico che mi mandi in purgatorio.
Ficchimi pur ne l’inferno e nel limbo,
che, pur ch’io mangi talor duo bocconi
e bea un ciantellin di malvagia
ne incaco Ferraone e Satenasso.
E quel poltron di Lucifero porco
facciami come vuol, se ben volesse
farmi in pasticci o in brodo o in gelatina.
Ma, per parer ch’io non parlo col vino,
vorria contarvi pur di questi pazzi:
di Girifalco vecchio; e di Crisaulo;
e quello scimonito di Filocrate
ch’ai fin si mangia, in cambio di perdice,
la carne de la madre di san Luca
tutto l’anno avocata dei tinelli.
So ben ch’io sono inteso. Io già non dico
che la fante non sia una buona robba;
ma basta che li parve essere ai ferri
con Lucia ch’era stata già cagione
ch’egli aveva mandato il senno in poste.
Di Calonide taccio, e’ ho rispetto
di mentovare invano una sua pari
che digiuna l’avvento. Or la vedrete

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entrare in nozze come una donzella
(cosa da empir di risa gli orinali)
insieme con la figlia, eh ’oramai
creggio che senta tentationem carnis.
State attenti, vi prego, senza strepito;
che qui non vi si chiede né danari
né altro che vi debba dispiacere.
Un’altra volta comandate a noi.
ÌOra questa è la cena: io volli dire
la scena. E questo intorno è ’1 Coliseo
dove sedete. Chi è stato a Roma
sa quel ch’egli è... Oh come mi rodeva!
Una rogna canina! Ma tacete.
Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante.
Oh che cera d’amante! O dio Cupido,
hai pur poca faccenda a travagliarti
con simil manigoldi! Se non pare
il Testamento vecchio e l’Imprincipio!
Parla con seco istesso. Sarà forza
legarlo, inanzi agosto, a la senese.
Voglio udir ciò ch’ei dice, qui da canto.
Or di’ su, mestolon, cancar ti venga!

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