Idilli (Teocrito - Romagnoli)/XVI - Le Grazie o Ierone

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XVI - Le Grazie o Ierone

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Teocrito - Idilli (315 a.C. – 260 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1925)
XVI - Le Grazie o Ierone
XV - Le siracusane XVII - Encomio di Tolomeo

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LE GRAZIE O IERONE [p. 116 modifica] [p. 117 modifica]

Questo pensiero han sempre le figlie di Giove e i poeti:
cantar gl’Iddìi, cantare le gesta degli uomini prodi.
Dive sono le Muse, le Dive cantano i Numi;
ma noi mortali siamo: mortali, cantiamo i mortali.
Or, chi di quanti sotto la cerula Aurora han le case,
vorrà le Grazie nostre accogliere sotto il suo tetto
amabilmente, né via vorrà senza doni mandarle?
Ché sempre a piedi scalzi ritornano a casa, e col broncio,
e mi rampognano, quando la strada hanno fatto per nulla,
e accidiose di nuovo si seggono in fondo alla madia
vuota, chinando giù tra le fredde ginocchia la testa:
ché qui, se a mani vuote mai tornano, è il loro soggiorno.
Oggi, chi tale è mai che sappia pregiar chi lo esalti?
Non so: perché la gente proclive non è, come un tempo,
l’opere belle a lodare; ché brama di lucro la vince.
Guarda ciascuno, in grembo tenendo le man, dove arraffi,
nulla regala a nessuno, neppure se intride veleno;
ma pronto è sempre a dire: «Lo stinco è più là del ginocchio

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TEOCRITO

Dio ci provveda! — Ai poeti ci pensano i Numi del cielo. —
Udire altri poeti? C’è Omero che basta per tutti. —
Quello è il miglior dei poeti che meno mi leva di tasca».
Oh benedetta gente, che giova tenere nascosti
quattrini a iosa? A questo non deve servir la ricchezza.
Cavati invece una voglia, soccorri chi vive in miseria:
poi benefica tanti parenti, benefica estrani:
sempre su Tare immola dei Numi le vittime sacre,
non essere spilorcio con gli ospiti, e sempre da mensa
mandali via contenti, ché vogliano ancora tornarci:
e de le Muse i sacri profeti anzitutto rispetta,
si che pur quando tu sia ne l’Orco, abbia fama di buono,
né pianger debba, scordato da tutti, sul freddo Acheronte,
come se fossi un pezzente, le mani incallite a la marra,
che nudo bruco piange miseria dai padri dei padri.
Molti famigli già nella casa d’Antioco sovrano
e nella casa d’Alèva mangiavano il pane del servo:
molti vitelli certo muggiano agli Scòpadi, quando
con le cornute vitelle spinti erano verso il recinto;
a mille a mille greggi guidarono elette i pastori
per gli ospitali Creondi, sui paschi di Crànnone aprichi;
ma niuna gioia avrebber di ciò, poi che l’anima cara
vuotata ebbero sopra la barca del vecchio odioso,
se non li avesse resi famosi fra gli uomini egregi
l’armonioso di Ceo cantore, esaltandoli sopra
la multicorde lira: onore ebbero anche i corsieri
che dagli agoni sacri recavano ad essi corone.
Chi conosciuto avrebbe dei Liei i più prodi, o i chiomati
figli di Priamo, o Cigno, che donna pareva all’aspetto,
se non avessero prima cantate lor zuffe i poeti?
Ulisse anch’ei, che andò centoventi mesi errabondo

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presso le genti tutte, che vivo discese nell’Orco,
che via dalla spelonca fuggi del funesto Ciclope,
avrebbe avuta breve la fama: nessun parlerebbe
d’Eumèo porcaro, né di Filesio custode dei bovi,
ignoto anche sarebbe Laerte magnanimo cuore,
se non li avesser nel canto soccorsi i poeti di Acaia.
Origine ha la fama degli uomini sol da le Muse;
ché le ricchezze, chi muore le lascia a godersele i vivi.
Ma vuol tanta fatica contare del pelago 1 flutti,
quanti ne spinge il vento coi glauchi marosi alla spiaggia
o con la limpida acqua detergon la zolla fangosa,
quanta accostarsi ad un uomo che sia d’avarizia malato
Buon prò’; se questo è il tuo sentimento: quattrini a palate
t’auguro, e voglia sempre più grande d’averne. Ma io.
per conto mio, la stima goder, l’amicizia di tutti
m’importa più che avere gran copia di muli e cavalli;
e vo’ cercando l’uomo che lieto m’accolga, s io giunga
mai con le Muse; perché scabrosa ai poeti è la via,
quando non sono ad essi vicine le figlie di Giove.
Il cielo ancora stanco non è di guidar mesi ed anni:
molti cavalli, ancora le ruote del sol volgeranno:
un uom sarà per cui converrà ch’io disciolga. il mio canto,
che gesta compierà quante Achille o il terribile Aiace,
nei campi del Simèto. ov’è d’ilo frigio il sepolcro.
Già del terrore il gelo pervade i Fenici, che sede
han dove il sole tramonta, vicino al malleolo di Libia.
Di Siracusa già gl’indigeni, onuste le braccia
sotto gli scudi di giunco, impugnano a mezzo la lancia.
E, pari ai prischi eroi, fra loro Ierone s’appresta,
e le gran chiome equine de l’elmo gli ombreggiano il capo.
Deh Giove, eccelso padre, deh L tu. pura vergine, Atena,

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TEOCRITO

e tu, che con tua madre, fanciulla, dei ricchi Efirèi
la gran città proteggi su l’acque di Lisimelèa,
deh!, che una mala sorte da l’isola scacci i nemici,
per la marina sarda, che annuncino ai figli e a le spose,
dei cari lor la strage: sian pochi, da tanti, a contarli;
e i cittadini di nuovo ritornino a star fra le mura
delle città, quante n’ebbe distrutte la furia nemica.
Sian culti i pingui campi; sui pascoli belino i greggi,
pasciuti d’erbe, tante migliaia che niuno le conti;
il viandante che muove ne l’ora del vespero, affretti
il passo innanzi ai buoi che tornano a torme ai presepi;
s apprestino pei semi novali, allorché la cicala
dai rami effonde il canto; il ragno le reti sue lievi
tessa ne 1 armi; e la guerra neppur nominare più s’oda.
Ed a Cerone eccelsa procaccino gloria i poeti,
ed oltre il mar di Scizia, e dove I’ampissime mura
d asfalto circondò Semiramide, e resse l’impero.
Uno sono io: molti altri pure aman le figlie di Giove,
che tutti avranno a cuore la sicula fonte Aretusa,
e le sue genti negli inni esaltano e il prode Gerone.
O Grazie, a Etèocle prima dilette, che Orcòmeno minio
amate, la città che un giorno fu l’odio di Tebe,
esser potrà che niuno mi chiami. Però, di gran cuore
andrò da chi mi chiama insiem con le Muse a voi care.
Mai non vi lascerò. Per gli uomini, senza le Grazie,
che v’è di caro? Oh, sempre compagne mi sieno le Grazie!