Il Dio dei viventi/XXX

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Parte XXX

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XXIX XXXI

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Dopo quella notte anche Rosa cominciò a star male. Invano ricorse di nuovo alla donna che faceva «la medicina dello spavento»; lo spavento le rimaneva nel sangue, la faceva svegliare di soprassalto; e [p. 154 modifica]sobbalzava ad ogni fruscio, ad ogni soffio d’aria. Ogni giorno verso sera le veniva un po’ di febbre, e dimagriva a vista d’occhio afflitta da un male interiore indefinibile; aveva l’impressione di dover fare sempre qualche cosa che non riusciva a fare; di dover cercare una cosa smarrita o restituire una cosa rubata.

Il fazzoletto! Lo teneva ancora lei, sotto il guanciale; e sognava di vederlo ingrandire, ingrandire, diventare un lenzuolo, il lenzuolo che l’avvolgeva, che le dava tanto caldo, che la stringeva fino a soffocarla.

Alla padrona disse di aver perduto il fazzoletto nel trambusto dello svenimento; ed era una specie di vendetta contro Bellia.

Una notte i padroni furono svegliati dalle sue grida: dapprima Zebedeo credette fossero entrati i ladri in casa e balzò nudo dal letto, si armò di fucile e corse sulle scale: ma giù Bellia gridava per rassicurare i genitori:

— È quella pazza che sogna.

Anche lui s’era alzato, del resto, tutto [p. 155 modifica]in sudore coi capelli irti: poichè il rimorso di aver spaventato la ragazza e d’essere causa del suo male lo agitava, e i gridi di lei parevano l’eco del suo urlo diabolico.

E i gridi continuavano. In breve tutti di casa, anche zia Annia, furono nella camera della serva. Ella stava seduta sul suo lettuccio basso disfatto: piegata su sè stessa si tirava in giù le trecce lunghe come due corde nere.

Quando i padroni la circondarono cominciò a dondolarsi tutta esclamando:

— Che ho veduto io! Che ho veduto io! Che ho veduto io!

— Avrà sognato l’inferno, — disse Bellia deridendola; perchè aveva l’impressione ch’ella recitasse una commedia.

La ragazza cadde in ginocchio, sempre tirandosi in avanti le trecce che arrivavano fino a terra; e cominciò a piangere.

— Ho sognato che morivo, — raccontò poi, calmata dalle sue lagrime e dalle carezze che la padrona le faceva sulle spalle; — il Rettore in persona era venuto per [p. 156 modifica]confessarmi, sebbene anche lui agonizzante; s’era alzato, per venire a confessarmi: mi mostrava tre immagini e in una vedevo bene le anime del purgatorio e nell’altra il diavolo che portava sulle spalle un grappolo d’uva nera e ogni acino era un peccatore, ma la terza non riuscivo a vederla, era come un vetro toccato dal sole che non si lascia guardare e avevo paura di essa. Il Rettore mi disse: è l’immagine di Dio; se chiudi gli occhi la vedi bene. Io chiusi gli occhi, ma vidi solo i miei peccati, e cominciai a confessarmi. Ho rubato ai padroni, mi sono compiaciuta del loro male e li ho calunniati; se non potevo altro dicevo che non mi davano da mangiare o che erano avari e superbi mentre è il contrario; ero la loro nemica domestica eppure fingevo anche a me stessa di essere una buona serva. Sono andata a rubare un oggetto dalla casa di Lia per disfare la malìa da lei fatta al mio padrone piccolo. Ho rubato un fazzoletto; ma poi non l’ho dato alla mia padrona; non l’ho dato per cattiveria, per vendicarmi dello [p. 157 modifica]spavento procuratomi da Bellia: e sono contenta del male di lui perchè lui ha causato il mio male; ma anche perchè è il mio padrone. Ma non trovo pace: ho paura di morire e che il giorno del giudizio di Dio riveli ai miei padroni quello che ero io.

I padroni ascoltavano, stupiti e silenziosi come fossero davvero nella scena del giudizio universale. Bellia era un po’ beffardo sebbene turbato anche lui mentre la madre sentiva voglia di inginocchiarsi accanto alla serva e piangere con lei, e Zebedeo provava un senso confuso di paura; gli sembrava che la serva fosse pazza: solo una pazza può fare così. E zia Annia in fondo con la sua grande figura nell’ombra pareva giudicasse tutti come il fantasma del tempo.

Rosa continuava: — Il Rettore allora mi disse: i tuoi peccati non sono grandi; sono peccati comuni a tutti gli uomini; ma il tuo peccato grande è quello della finzione: farti credere quello che non sei. Spògliati della finzione e Dio [p. 158 modifica]ti perdonerà, ti aiuterà ad essere migliore, e con questo ti renderà la pace. Allora tu riuscirai a vedere l’immagine di Dio. Poi aggiunse: perchè il giudizio universale è sulla terra a tutte le ore e Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei viventi. Allora ho cominciato a strillare per farvi accorrer e dirvi tutto.

Sospirò profondamente poi si piegò sino a terra e baciò il pavimento. I suoi gesti erano composti, adesso, calmi e coscienti: si sollevò, gettò indietro sulle spalle le trecce, baciò la mano alla padrona: e poichè teneva la testa bassa e gli occhi chiusi, Bellia tentò di scherzare.

— E adesso lo vedi, Iddio?

Ma il padre lo respinse e ritirò bruscamente la mano che Rosa gli baciava.