Il Filostrato/Ai Lettori

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Ai Lettori

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Frontespizio II Proemio
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AI LETTORI

L’EDITORE




Fra le opere minori del Boccaccio che si leggevano in stampe alterate e scorrette, nessuna se ne trova che fosse stata tanto maltrattata e guasta quanto il poema intitolato il Filostrato. Non intendo di parlare delle poche e rarissime edizioni del Sec. XV., ma della più recente e comune, che fu eseguita in Parigi da Didot il maggiore nel 1789, per opera e cura di un tal fra Luigi Baroni servita, che l’indirizzò con sua dedica al duca Sigismondo di Montmorency-Luxemburgo. L’editore nel suo breve discorso preliminare si annunzia subito imperito bibliografo, asserendo che egli dà alla luce la prima volta il Filostrato del Boccaccio, quando è notissimo che ne esistono più edizioni del primo secolo della stampa. Parla inoltre delle lodi prodigate a questo poema da Anton Maria Salvini e da Apostolo Zeno, ed aggiunge che questi due dotti opinavano che per due ragioni il Filostrato sia restato inedito e abbandonato, e son queste: «La prima, dicono essi, si è stata la riputazione grandissima che hanno data all’autore le opere scritte in [p. vi modifica]prosa, per cui ne andarono trascurate le rime, benchè anche in queste si dovesse ammirare la bella proprietà del dire, e quella virtù di porre i differenti oggetti sotto l’occhio, da renderne proprio una parlante pittura: la seconda ragione si è che tanto scorretti, e fra loro discordanti trovarono i manoscritti, che in quasi tutte le librerie d’Italia si conservano, che non ebbero tempo que’ letterati, o più tosto non osarono tentare la difficile impresa di farne diligente confronto, e, ben purgato e corretto, ridurlo al suo primiero splendore.» Non v’è dubbio su le verità della prima ragione, ma non concordo su la seconda, perchè il fatto mi ha dimostrato, che non esiste questa asserita discordanza fra le lezioni dei MSS., non trovandovisi altra differenza fra loro che quella prodotta dalla maggiore o minore intelligenza dei copisti: onde se i letterati passati trascurarono questa intrapresa, convien credere che non venisse loro in mente, e ancora è da attribuirsi a quella tendenza di scansar la fatica, che vien preferita da tanti, giacchè sì fatti lavori non si compiscono senza lungo ed assiduo studio.

Dice inoltre l’editore Baroni d’essersi servito di un codice del Filostrato scritto nel 1393, appartenuto a Belisario Bulgarini, a cui si potrebbe attribuire il cattivo resultato dell’edizione da esso procurata; ma egli aggiugne di averlo confrontato con «i diversi manoscritti che in Firenze si ritrovano, e specialmente con i quattro più antichi e preziosi, che nella Laurenziana biblioteca si custodiscono:» i quali per altro essendo tutti di diversissima lezione [p. vii modifica]da quella da esso prodotta, è forza convenire che non furono mai consultati, e che il codice Bulgarini era un guazzabuglio di errori. Questa ultima considerazione però svanisce interamente, quando si esamini con diligente confronto l’edizione parigina con qualsivoglia antico codice del Filostrato, e nasce la convinzione, che il frate Baroni con una sfacciataggine senza pari rifuse e guastò a suo talento tutto il poema. Difatto le differenze, che possono essere da ciascuno osservate, fra l’edizione di Parigi e i codici antichi, ossia con la presente edizione, che è conforme ai MSS:, sono tante e tali, che non si può ammettere che procedano da antica sorgente. Non contento il Baroni di mutilare capricciosamente il bellissimo Proemio in prosa del Boccaccio, che egli intitola Argomento, dà una diversa disposizione alle parti, o sia canti, di cui si compone il poema; cangia a capriccio le ottave tutte, in modo che rarissimi sono i versi che casualmente rispettò, muta spesso le rime, ponendone altre a capriccio; e in fine toglie affatto dal poema trentanove ottave. Questa brevemente è la strana, ma vera descrizione dell’edizione del Filostrato del 1789. Fosse stato almeno il frate Baroni valente poeta, ed una scusa poteva almeno addurre al suo plagio; ma i frequenti saggi che inserì nel suo Filostrato, nelle ottave da esso composte, non che superare l’originale che pretendeva emendare, mostrano l’insufficienza della sua poetica vena.

Non è mio scopo di far conoscere i pregi pei quali si raccomanda il Filostrato ad ogni cultore di nostra lingua, nè a me spetta a darne un giudizio; mi [p. viii modifica]limiterò soltanto ad accennare una mia opinione, ed è, che io reputo la Teseide inferiore al Filostrato, sia per merito di poesia che di lingua. Benchè verso la fine del poema il Filostrato illanguidisca, e mostri la fretta avuta dall’autore nel condurlo al termine, in tutto il resto parmi che possa sostenere la superiorità su gli altri suoi scritti poetici. Sembrerà a taluno che abbia l’orecchio assuefatto a più sonora poesia, che languidi e cascanti siano spesso i versi del Boccaccio, ma nessuno potrà negare la facilità con la quale sembra che siano stati dettati. Gioverà in ultimo avvertire, che lo stesso autore nel proemio del Filostrato dice di aver composto il Filostrato in leggere rima, e nel suo fiorentino idioma.

Sette codici riccardiani, e quattro laurenziani mi hanno fornito larghi mezzi per l’emendazione del Filostrato, e il lungo lavoro che ho fatto sopra i medesimi mi dà la speranza che la mia fatica possa ottenere l’approvazione degli studiosi di nostra lingua, potendo ora esser certi di leggere questo poema del Boccaccio nella sua primitiva purezza.