Il Marchese di Roccaverdina/Capitolo XXIII

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Capitolo XXII Capitolo XXIV
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XXIII.


Uscendo dal vicoletto, dov’era rintanata la casa del cavalier Pergola, il marchese di Roccaverdina aveva incontrato don Aquilante con un fascio di carte sotto braccio e la grossa canna d’India impugnata, quasi dovesse servirgli di sostegno, quantunque egli andasse ben diritto, scotendo di tratto in tratto la testa sul collo circondato dall’ampio fazzoletto nero da lui usato per cravatta. Tornava dalla Pretura.

— Oh! Buon giorno, marchese! Da queste parti? Capisco! Il cavaliere sta dunque proprio male?

— Malissimo!... Non lo crederete: si è confessato!

Il marchese, che non rinveniva ancora dallo stupore e dal turbamento prodottigli dalla scena a cui aveva assistito, fu meravigliato di sentirsi rispondere:

— È naturale; doveva accadere così.

— Perchè? [p. 252 modifica]

— Perchè tutte le convinzioni superficiali vengono spazzate facilmente via dal primo vento che vi soffia su. Il povero cavaliere aveva letto qualche mezza dozzina di pretesi libri scientifici — me l’ha buttati in viso parecchie volte, disputando — e materialista ed ateo in pelle, in faccia al mistero della morte è subito ridiventato quel che era una volta: credente, cattolico; bestia prima e più bestia ora!... Vi accompagno....

— Spiegatevi.

— In due parole. Voi siete tranquillo, avete fede nella Chiesa, credete alla Trinità, all’inferno, al paradiso, al purgatorio, alla Madonna, agli angeli, ai santi.... È comodo. Non sospettate neppure che ci possa essere una verità più vera di quella che insegnano i preti....

Il marchese, abbassando la testa, vergognoso di non avere mai avuto il coraggio di manifestare sinceramente le sue convinzioni mutate, domandò:

— Quale?

— Quella che è stata rivelata al mondo dallo Swedenborg, dall’apostolo della Nuova Gerusalemme....

— Ah! Intendo — esclamò amaramente il marchese. — Ma dunque non abbiamo certezza di nulla! Ci è da perdere la testa!

— Assoluta certezza, marchese.

— Insomma, secondo voi, esiste Dio? sì o no?

— Esiste; non quello però di cui ci parlano i preti. [p. 253 modifica]

— E il paradiso? l’inferno? il purgatorio?

— Certamente, ma non nel modo che spacciano la Chiesa e i suoi teologi, con le loro fantasie pagane, con le loro leggende da donnicciuole! Fuoco materiale, supplizio eterno, visione beatifica... Vi paiono cose serie?

— C’è da perdere la testa! — replicò il marchese.

— Al contrario. Niente è più consolante della nuova dottrina. Noi siamo arbitri della propria sorte. Il bene e il male che facciamo influiscono su le nostre esistenze future. Passiamo di prova in prova, purificandoci, elevandoci... se siamo stati capaci di emendarci, di spiritualizzarci...

— Intendo... me lo avete già detto tant’altre volte... Ma la certezza? La certezza, domando io?

— Picchiate e vi sarà aperto, ha detto Gesù. La verità vuol esser ricercata insistentemente, con animo puro e disinteressato. Voi e tutti coloro che sono nella vostra condizione non ve ne date pensiero. Siete immersi nella materia. Fate il bene con l’unico intento di guadagnarvi un posticino in paradiso; non fate il male, quando non lo fate, per paura dell’inferno e del purgatorio... La certezza? Primieramente sta nella logica. Voi credete all’assurdo. Che certezza avete? Perchè vi hanno affermato: È così? E noi proviamo che non è così. Proviamo, badate bene!... Quel povero cavaliere... [p. 254 modifica]

— C’è da perdere la testa!

Il marchese non sapeva dir altro. A chi doveva dar retta? Avrebbe voluto, con una gran scrollata di spalle, tornare almeno allo stato di una volta, quando pensava soltanto ai suoi affari e viveva a modo suo, da bruto, sia pure, ma in pace e affidandosi al caso che lo aveva servito bene fin allora. Ah! Il cugino Pergola gli aveva fatto un gran tradimento con quella conversione. Ma don Aquilante poi che cosa conchiudeva con le sue nuove dottrine? Parole! Parole! Parole!... Eppure i libri prestatigli dal cugino gli erano sembrati così convincenti! Perchè non doveva fidarsi della propria ragione?

E passò la intera nottata a rileggerli nei punti che più lo interessavano. Ahimè! L’effetto era assai diverso da quello ottenuto altra volta. Ora gli sembrava che quei libri affermassero troppo sbrigativamente, che gli sgusciassero di mano quando egli avrebbe voluto meglio stringerli in pugno. Interrompeva la lettura, rifletteva, ragionava a voce alta, quasi avesse là davanti una persona con cui discutesse, passeggiando su e giù per la camera, tentando invano di combattere i terrori che gli insorgevano attorno da ogni parte, e non soltanto a spaventarlo ma a irriderlo.

Un’inesorabile lucidità di coscienza lo faceva irrompere contro sè stesso:

— Eh? Ti sarebbe piaciuto che Dio non esistesse! [p. 255 modifica]Ti sarebbe piaciuto che l’anima non fosse immortale! Hai tolto la vita a una creatura umana, hai fatto morire in carcere un innocente, e volevi goderti in pace la vita quasi non avessi operato niente di male! Ma lo hai visto: c’è stato sempre qualcuno che ha tenuto sveglio in fondo al tuo cuore il rimorso, non ostante tutto quel che tu hai fatto per turarti gli orecchi e non sentirne la voce. E questo qualcuno non si arresterà, non si stancherà, finchè tu non abbia pagato il tuo debito, finchè tu non abbia espiato anche quaggiù!...

Parlava e aveva paura della sua voce, che gli sembrava la voce di un altro; parlava e abbassava la testa, quasi quel qualcuno gli giganteggiasse di fronte, senza forma, senza nome, simile a un terribile misterioso fantasma, facendogli sentire la stessa prepotente forza da cui, la notte che il vento urlava per le vie, era stato trascinato in casa di don Silvio per confessarsi e sgravarsi la coscienza dell’orrido incubo che l’opprimeva. Ed ora, che doveva egli fare? Accusarsi, come gli aveva imposto don Silvio? Gli sembrava inutile ormai. Neli Casaccio era morto in carcere. Nessuno, all’infuori di lui, pensava più a Rocco Criscione! Che doveva egli fare? Andare a buttarsi ai piè del papa per ottenere l’assoluzione, per farsi imporre una penitenza? Oh! Non poteva più vivere così....

E tornava ad irrompere contro sè stesso: [p. 256 modifica]

— L’orgoglio ti acceca!... Non vuoi macchiare il nome dei Roccaverdina!... Dei Maluomini! Ah! Ah! E vorresti continuare ad ingannare il mondo, come hai ingannato la giustizia umana!... Hai scacciato di casa tua il Cristo, che t’importunava col rimprovero della sua presenza!... Ed ecco dove ora ti trovi! Egli, sì, egli ti è stato addosso, non ti ha dato tregua... E ti perseguiterà, fino all’estremo, e smaschererà la tua ipocrisia, inesorabilmente!... Che potrai tu contro di lui?

Con un manrovescio fece volar via dal tavolino quei libri che più non riuscivano a convincerlo, e già gli sembravano balorda mistificazione; e stette a lungo, con la testa tra le mani, con gli occhi sbarrati, guardando verso il letto, dov’egli aveva dormito, facendo brutti sogni, la notte avanti e dove non avrebbe più potuto trovar sonno fino a che non avesse ottenuto, espiando, la divina grazia del perdono! Si stupiva di vedersi ridotto in questo stato, come travolto da un turbine improvviso. Gli sembrava che il tempo fosse trascorso con incredibile celerità, e ch’egli fosse, in poche ore, invecchiato di vent’anni. Eppure niente era mutato attorno a lui. Ogni oggetto della sua stanza era al posto di prima; li scorreva con gli occhi, li numerava.... No, niente era mutato. Egli soltanto era diventato un altro. Perchè? Perchè suo cugino, sentendosi in pericolo di morte, aveva rinnegato le sue [p. 257 modifica]convinzioni? Che doveva importargli di lui? E non poteva essere stata una debolezza piuttosto fisica che intellettuale?

Raccolto da terra uno dei volumi, sfogliò parecchie pagine, si rimise a leggere, irritandosi di non ritrovare in quei ragionamenti l’evidenza persuasiva e convincente che lo aveva prima turbato un po’ e poi consolato e confortato, facendogli vedere il mondo e la vita sotto un aspetto positivo, affatto nuovo per lui. Forza e materia, nient’altro.... E le cose che scaturivano per propria virtù dal seno della materia cosmica, dall’atomo all’uomo, via via con lunga serie di lente evoluzioni.... E gli organismi che si perfezionavano per continuo e interminabile movimento, dalla coesione minerale alla germinazione vegetativa, dalla sensazione all’istinto e alla ragione umana.... E tutto senza soprannaturale, senza miracoli, senza Dio!... La materia che si disgregava assumeva nuove forme, sviluppava nuove forze....

Ah! Si era lasciato convincere facilmente, perchè gli accomodava di credere che le cose andassero così! E non era mai rimasto proprio convinto. No! No! Come espiare? Era inutile illudersi; doveva espiare! Gli sembrava impossibile che quella parola fosse potuta uscire dalla sua bocca. Ma si sentiva vinto; non ne poteva più! La sua volontà, il suo orgoglio, la sua fierezza erano cascati giù tutt’a un tratto, come vele abbattute da un [p. 258 modifica]tremendo colpo di vento. C’era, da un pezzo, dentro di lui qualcosa che lavorava a logorarlo, se n’era già accorto.... Aveva tentato di opporvisi, di contrastarlo.... Non era riuscito!... Bisognava espiare! Bisognava espiare!

Il silenzio gli faceva paura. Un gatto cominciò a lamentarsi nella via con voce quasi umana ora di bambino piangente, ora di uomo ferito a morte; e il lamento si allontanava, si avvicinava, elevandosi, abbassandosi di tono, prolungatamente; grido di malaugurio, sembrava al marchese, quantunque lo sapesse richiamo di amore.

Non potè fare a meno di stare in ascolto, distraendosi, o piuttosto confondendo con quel grido l’intima voce che gli si lamentava nel cuore, mentre gli sfilavano quasi davanti agli occhi a intervalli o confusamente Rocco Criscione, Agrippina Solmo, don Silvio La Ciura, Zòsima, Neli Casaccio, dolorose figure di vittime sacrificate alla sua gelosia, al suo orgoglio, alla sua impenitenza. Rocco, bruno, con neri capelli folti, con occhi nerissimi, penetranti, con impeto di virilità che scattava nella parola e nei gesti, eppure devoto a lui, altero di sentirsi chiamare Rocco del marchese, e in atto di ripetergli le parole di quel giorno: — Come vuole voscenza! — Agrippina Solmo, chiusa nella mantellina di panno scuro, che andava via singhiozzando, ma con un cupo rimprovero, quasi minaccia, nello sguardo. [p. 259 modifica]Don Silvio La Ciura, steso sul cataletto, col naso affilato, con gli occhi affondati nelle occhiaie illividite dalla morte, la bocca sigillata per sempre, come egli si era rallegrato di vederlo, davanti a la cancellata del Casino, tra la folla. Zòsima, con quella bianchezza smorta, con quel sorriso di tristezza rassegnata, che non osava ancora credere alla sua prossima felicità, con quel diffidente — Ormai! — su le labbra, che in quel punto gli sembrava profetico: — Ormai! Ormai!... —

Come avrebbe potuto avere il coraggio di associarla alla sua vita, ora che egli si sentiva alla mercè di una vindice forza, avverso alla quale non poteva nulla?... No, no! Doveva espiare, solo solo, non procurarsi un nuovo rimorso travolgendo quella buona creatura nella inevitabile ruina!

Inevitabile!... Non sapeva da che parte, nè da parte di chi, nè come, nè quando; ma non poteva più dubitare che una parola rivelatrice sarebbe pronunciata, che un castigo gli sarebbe piombato addosso presto o tardi, se non si fosse volontariamente imposta una penitenza, un’espiazione, fino a che non si sentisse purificato e perdonato. Don Silvio gli aveva detto: — Badate! Dio è giusto, ma inesorabile! Egli saprà vendicare l’innocente. Le sue vie sono infinite! — E con l’accento di queste parole gli risuonava nell’orecchio anche il ricordo del vento che scoteva le imposte della cameretta, [p. 260 modifica]e passava e ripassava via pel vicolo, urlando e fischiando...

Non osava più alzarsi dalla seggiola, con la strana sensazione che la sua camera fosse diventata una prigione murata da ogni parte, dove lo avrebbero lasciato morire di terrore e di sfinimento, com’era morto Neli Casaccio, immeritatamente, in scambio di lui. Si era lusingato di sfuggire alla giustizia umana e alla divina, dopo che i giurati avevano emesso il loro verdetto; dopo che don Silvio era stato reso muto prima dal suo dovere di confessore, poi dalla morte; dopo ch’egli si era illuso di essersi sbarazzato di Dio, della vita futura e di avere acquistato la pace con le dottrine e con l’esempio del cugino Pergola.... E, tutt’a un tratto!... O aveva sognato?... O continuava a sognare a occhi aperti?

Sentì il primo cinguettìo dei passeri sui tetti, vide infiltrarsi a traverso gli scuri mal chiusi del balcone il chiarore dell’aurora, e gli parve di destarsi davvero da un orribile sogno. Spalancò l’imposta, respirò a larghi polmoni la frescura mattutina, e sentì invadersi da un dolce senso di benessere di mano in mano che la luce del giorno aumentava. I passeri saltellavano, si inseguivano sui tetti, cinguettando allegramente; le rondini gorgheggiavano su la grondaia, dove avevano appesi i loro nidi; pel vicolo, per le case riprendeva il rumore, l’affaccendamento della vita ordinaria. E il sole, che già dorava [p. 261 modifica]la cima dei campanili e delle cupole, scendeva lentamente, gloriosamente sui tetti, faceva venire avanti, quasi le ravvicinasse, le colline lontane, le montagne che formavano una lieta curva di orizzonte attorno alle colline che digradavano e si perdevano nella vasta pianura verde, coi seminati qua e là luccicanti di rugiada, nell’ombra.

Con la crescente luminosità del giorno, i tristi fantasmi che lo avevano contristato durante la nottata si erano già dileguati. E appena gli tornò davanti agli occhi la figura del cugino Pergola, col berretto bianco, di cotone, calcato fin su le orecchie, il collo circondato d’empiastri sorretti dalla grigia fascia di lana, seduto sul letto, appoggiato al mucchio dei guanciali, col viso congestionato e gli occhi rigonfi, quella risata che colà, nella camera, tra le candele ardenti sui candelabri di legno dorato attorno alle teche delle reliquie e al cordone di argento del Cristo alla Colonna, quella risata che gli era stata soffocata in gola, più che dal turbamento, dalla presenza dell’afflitta signora e dei bambini, gli scoppiò ora irrefrenabile in faccia al cielo azzurro, luminoso, in faccia alle cupole, ai campanili, alle case di Ràbbato, alla campagna, alle colline; e senza nessuna amarezza di delusione, quasi finalmente comprendesse di aver ecceduto, di essersi lasciato vigliaccamente impressionare anche lui! E apriva soddisfatto i polmoni a lunghi respiri di soddisfazione!