Il Marchese di Roccaverdina/Capitolo XXIV

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Capitolo XXIII Capitolo XXV
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XXIV.


Mamma Grazia, portandogli il caffè, gli diede la buona notizia:

— Figlio mio, sta’ tranquillo; tuo cugino è fuori pericolo. Ha mandato a dirtelo la signora. La gola gli è scoppiata tutt’a un tratto, verso mezzanotte. Ha potuto mangiare una minestrina. San Biagio e il Cristo alla Colonna gli hanno fatto il miracolo.

— In due, mamma Grazia? Ci voleva tanto?

Tentò di ridere, ma il riso gli si ghiacciò su le labbra.

Più tardi, lanciando a tutta corsa le mule della carrozza per la discesa dello stradone, il marchese si sentiva riprendere da una sorda inquietudine, da un'inattesa tristezza che gli facevano tornare in mente le terribili ansietà della nottata. Le mule sbuffando, scotendo le teste sotto i frequenti colpi di frusta, infilata la carraia di Margitello, passarono, [p. 263 modifica]come un fulmine, tra le siepi di fichi d’India, entrarono rumorosamente nella corte; e il massaio, uscito incontro al padrone dal ripostiglio a pian terreno, non potè trattenersi dall’esclamare sotto voce: — Povere bestie!

Il marchese saltò giù dalla carrozza, fosco, con le sopracciglia corrugate e rispose appena con un cenno della testa al saluto del massaio. Andò difilato allo stabile dell’Agricola, fece spalancare tutte le finestre, e si aggirò lentamente per quegli stanzoni, osservando le macchine, i coppi, le botti; provando un senso di malinconia davanti a quegli strettoi, a quei pigiatoi, a quelle macchine, ancora non adoprate e che in quel punto gli pareva non sarebbero mai arrivate ad essere adoprate; davanti a quelle botti, a quei coppi vuoti e che gli pareva egualmente non sarebbero mai arrivati ad essere riempiti.... Perchè questo scorato presentimento? Non sapeva spiegarselo.

Uscì fuori, oltre la cinta degli eucalitti, su la linea dei seminati che già incominciavano a ingiallire. Mai egli non aveva visto tale meraviglioso spettacolo di sano rigoglio. Le spighe si piegavano in cima dei pedali del grano così alti da nascondere un uomo a cavallo che si fosse inoltrato in mezzo ad essi; e i seminati si stendevano, a perdita d’occhio, da ogni parte della pianura, ondeggiando dolcemente fino a piè delle colline attorno a Ràbbato. Là i [p. 264 modifica]vigneti nereggiavano in grandi scacchi, col fitto fogliame, e gli ulivi arrampicati per l’erta, macchinosi, protendevano i rami in basso, quasi volessero toccare il terreno. Ma quelle vigne ch’egli sapeva cariche di piccoli grappoli che tra qualche mese si sarebbero ingrossati e anneriti o ambrati sotto il benefico calore del sole; ma quegli uliveti che, avuta una felicissima fioritura, erano già onusti di frutti inverdicanti lietamente per la maturazione, non gli producevano, quel giorno, nessuna impressione di gioia; quasi vigne ed uliveti non avessero poi dovuto dar lavoro alle macine, agli strettoi, ai pigiatoi, e riempire i coppi e le botti.

Perchè questo scorato presentimento? Non sapeva spiegarselo.

Era scontento di sè, de’ suoi progetti, di quel che aveva fatto, di quel che avrebbe voluto fare in séguito, di tutto. Gli pareva che ogni sua cosa dovesse risolversi in vanità, in inanità, e che la stessa sua esistenza fosse intanto un’inanità e una vanità maggiore delle altre. E cominciava a ripensare:

— Non v’è certezza di niente!

E tornava a domandarsi:

— Ma dunque?... Ma dunque?

Sempre daccapo! Quando s’immaginava di aver domato o vinto quel tormentoso nemico interiore, lo vedeva insorgere, tornare all’assalto più vigoroso e più insistente di prima. Ogni tregua riusciva [p. 265 modifica]illusoria; ogni mezzo messo in opera, un palliativo che lo calmava per qualche tempo ma non guariva radicalmente.

Forse la colpa era sua. Egli non opponeva alle circostanze e alle impressioni sufficiente energia di resistenza. Non era dunque un Roccaverdina?... Ah! Voleva essere un Maluomo come i suoi d’una volta. Non vi era certezza di niente? Ebbene.... egli doveva agire come se vi fosse piena certezza!

Con le mani dietro la schiena, le gambe allargate e piantate solidamente sul ciglione sotto cui i seminati ondeggiavano, con lo sguardo che errava attorno, lontano, su quella vigorosa esplosione di vita, egli stette un pezzo quasi senza pensare, radunando con intenso sforzo le riposte energie del suo corpo d’atleta e del suo spirito rude; e quando sentì corrersi ribollente nei polsi e nelle tempie il sangue spinto in su dal cuore che palpitava rapidissimo; quando sentì diventar saldi nella mente quei proponimenti di ribelle resistenza contro tutto quel che si opponeva alla sua tranquillità, alla sua felicità, alzò le mani con un secco gesto di affermazione e di sfida.... E si sentì un altro! Quello di anni fa, quando legge e norma di sua vita era per lui il personale interesse, e anche il capriccio. Tutti i suoi guai presenti originavano dall’unica debolezza di aver dato marito alla Solmo! E aveva creduto di fare atto di forza quel giorno! [p. 266 modifica]

Il passato? Bisognava annullarlo dentro di sè, poichè non si poteva più fare che quel che era avvenuto non fosse avvenuto. Riparare, fin dove era possibile, sì; ma non scoraggiarsi, non avvilirsi, non disperare; e, sopratutto, prendere il mondo qual' è, fare come gli altri.

— Dio.... se c’è.... C’è!... Dev’esservi!... — soggiunse — Dio sarà certamente più misericordioso degli uomini. Egli solo può valutare con esattezza le nostre azioni, egli che può leggerci nell’intimo anche meglio di noi stessi. Sappiamo forse, spesso, perchè ci siamo risoluti ad agire in una maniera piuttosto che in un’altra? Siamo fragili steli che il vento fa piegare di qua o di là secondo la parte da cui soffia....

E guardava attorno, e stendeva le mani ad accarezzare il seminato, che si piegava sotto la lieve pressione e si rialzava sùbito, quasi egli volesse attingere con quel contatto, e direttamente, dalla operosa natura nuovi e freschi elementi di vigoria fisica e intellettuale. Si sentiva un altro, quello di anni fa. E il massaio, che lo vide tornare con l’aspetto schiarito, gli disse:

Voscenza si è rifatto il cuore con la vista dei seminati!

— È vero, massaio — rispose sorridendo.

La baronessa di Lagomorto era andata a letto [p. 267 modifica]da un quarto d’ora quando il marchese picchiava al portone.

— Mi hai messo una gran paura, nepote mio!...

— Se avessi potuto supporre! non è tardi, zia!

La baronessa, in cuffia, sotto il padiglione che circondava il letto, spariva tra le coperte; e le magre mani sporgenti fuori dalle maniche della camicia da notte, e che tentavano di nascondere i diavolini con cui ella aveva ancora la debolezza di arricciarsi i capelli, sembravano più scheletrite e più scure tra tanto bianco attorno.

— Dunque? — ella riprese vedendo che il nepote rimaneva zitto, in piedi, e accennandogli di sedersi.

— Sono venuto per pregarvi di avvisare la signora Mugnos, per domani....

— Ah! Finalmente!

— E per sentire, avanti, quel che voi mi consigliate. Io non so....

— Zòsima desidererebbe che le si risparmiasse di andare al Municipio. Le due cerimonie, insieme. C’è la cappella in casa tua, privilegio ottenuto dal nonno. Io mi sono sposata là. Allora un prete veniva a dirvi la messa ogni domenica. La nonna non andava in chiesa neppure pel precetto pasquale. Altri tempi!

— Pel Municipio sarà difficile. Parlerò con l’assessore che funziona da sindaco. Ho sentito dire che non vogliono fare eccezioni. [p. 268 modifica]

— Le dita della mano non sono tutte uguali! Non sei il marchese di Roccaverdina per niente! Vorrei vedere che ti dicessero di no.

— È probabilissimo. Quei signori della Giunta ce l’hanno un po’ con me, per la lotta di mesi fa.

— Vorrò vederla!

— In ogni caso, al Municipio andremo di sera, tardi...

— Festa di famiglia, hai detto l’altra volta. Ora che quel disgraziato ha celebrato anche il matrimonio religioso, Tindaro non vorrà più tener duro con sua figlia.

— È in rottura anche con me, per gli scavi che non gli ho permesso di fare a Casalicchio.

— È in rottura con tutti quel matto! Suo figlio già ritorna da Firenze ammalato, pare, di tisi. Povero giovane! Chi sa che stravizi ha fatto!... Basta: non dovremo far ridere la gente. Questo matrimonio sarà una bella occasione per riconciliare tutti.

— Lo pensavo anch’io, zia. In quanto ai vestiti e al corredo per Zòsima....

— Lascia fare a me. Mi metterò d’accordo io con la signora Mugnos. Eccellente persona, ma un po’ orgogliosa, o meglio, di troppo delicato pensare. So io come prenderla, per non offendere il suo amor proprio.

— Sì, zia. Verrò qui domani; a che ora?

— Ti manderò a chiamare io. [p. 269 modifica]

Egli non si era accorto dei canini che dormivano sul letto, dappiè, coperti da una piccola coltre imbottita. Svegliati dalla voce del marchese, sollevate le teste fuori dai lembi della coltre, si erano messi a ringhiare.

— Come? Dormono con voi, zia! — egli esclamò.

— Per tenermi caldi i piedi. Hanno freddo anch’essi, poverini!

Uscendo dal palazzetto della baronessa, il marchese esitò un momento, poi si diresse verso la casa del cugino Pergola. Si sentiva a bastanza forte contro le impressioni che vi avrebbe potuto ricevere. Era risoluto ormai.

— Prenderò il mondo com’è; farò come gli altri!

Non intendeva di voler essere un santo.

Il cavalier Pergola stava ancora a letto, ma senza berretto bianco calcato fin su le orecchie, senza empiastri attorno al collo riparato soltanto con un fazzoletto di seta. Di sul tavolino e di sul cassettone erano spariti i candelabri di legno dorato, le teche delle reliquie, il cordone di argento del Cristo alla colonna; e la sua parola suonava spedita quantunque la voce fosse un po’ rauca. Seduto sul letto, appoggiato al mucchio dei guanciali, egli raccontava in quel momento una fiaba ai suoi bambini, che si mostrarono molto malcontenti dell’interruzione prodotta da quella visita. Infatti, appena il cavaliere ebbe finito di raccontare come le tonsille gonfie [p. 270 modifica]erano scoppiate tutt’a un tratto quando egli già si sentiva soffocare — aveva visto proprio la morte con gli occhi! — il maggiore dei bambini, impaziente, disse:

— E allora, babbo, l’Orco che fece?

— Ve lo dirò domani; ora andate a letto.

— No, vogliamo saperlo ora! — soggiunse la sorellina quasi piagnucolando.

— Che fece? — riprese il cavaliere. — Prima di mangiarsi viva viva la fanciulla, afferrò la capra che era con lei e ne fece un boccone. Ma, nella fretta d’inghiottire, un osso gli si mise per traverso nella gola, e morì soffocato. E la fanciulla tornò libera a casa sua. Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra, che ho detto la mia. Siete contenti? Andate a letto.

La signora Pergola, all’arrivo del marchese, aveva lasciato di cucire accanto al tavolino; alzatasi da sedere e presi per mano i due bambini rimasti delusi dal troppo rapido scioglimento della fiaba, uscì con loro dalla camera. Il cavaliere, impacciato di trovarsi da solo a solo col cugino, disse:

— Questa volta l’ho vista brutta! È difficile immaginare che cosa significhi sentirsi morire nella pienezza della vita e con l’intera lucidità delle facoltà intellettuali. Il pericolo fa perdere la testa, riduce imbecilli. Nelle malattie ordinarie, le forze sono già prostrate, l’intelligenza è annebbiata; si [p. 271 modifica]muore allo stesso modo con cui ci si addormenta, senza accorgersi di niente.... Ma quando un ostacolo materiale vi stringe la gola, vi toglie il respiro, vi fa provare lentamente tutti gli orrori della morte vicina, oh, credetemi, cugino...! Non si resiste.... Io mi sarei squarciato la gola con le mie stesse mani.... Voi sorridete, capisco perchè.... Ho commesso una bestialità.... Quel vampiro del prevosto Montoro ne ha approfittato.... Mi ha strappato una ritrattazione. Dovrà rendermela. Lo afferrerò pel collo....

— Lo avete mandato a chiamare voi, mi ha detto la cugina.

— Chi si rammenta più quel che ho fatto in quei momenti? Mi sarei attaccato ai rasoi.... Mia moglie che mi stava davanti con gli occhi rossi dal pianto.... I bambini.... Non ragionavo più....

— E così San Biagio, il Cristo alla Colonna....

— Non me ne parlate, cugino!

— E voi, ve lo avverto, non mi parlate più dei vostri libri. Ve li rimando domani. Non voglio guastarmi la testa.... Ho altro a cui pensare. Tanto, il mondo andrà sempre allo stesso modo.... Brancoliamo tastoni, nel buio.... È meglio premunirsi, in ogni caso.. Che ci rimettiamo? Se di là non c’è nulla.... buona notte! Ma se c’è?

— È un rimprovero?

— No; ognuno la pensa a modo suo. E per certe cose, la miglior maniera di pensarci, secondo me.... [p. 272 modifica]è non pensarci affatto. Prendo moglie; ho i miei affari, voglio vivere tranquillo. Che avete guadagnato voi coi vostri famosi libri? Non ci dànno da mangiare essi, non ci tolgono un guaio di addosso; e ne abbiamo tanti! Dunque? Dunque stringiamoci nelle spalle, e lasciamo che le cose vadano come debbono andare. E poi, caro cugino, noi non siamo scienziati. Gli scienziati fanno tante belle scoperte; se le tengano per loro. Noi non possiamo rispondere: — È vero! Non è vero! — Che ne sappiamo? Dobbiamo stare in fede loro. Non sono infallibili. Dunque?... Me ne vado; è tardi.

— I preti non vogliono altro; contano su la nostra ignoranza.

— Voi ce l’avete coi preti. Per me, sono uomini come noi. Perchè hanno la chierica? Perchè dicono messa? Fanno il loro mestiere. Io sto a sentirli, e poi... agisco come mi persuado. Anche don Aquilante ce l’ha coi preti. E intanto egli le sballa più grosse di loro. Non voglio dar retta a nessuno da oggi in avanti. Fate come me. Ve ne troverete bene. Che male ci sarebbe stato se aveste celebrato a suo tempo il matrimonio religioso? Avete riparato ora, e vi approvo.

— Per contentare mia moglie....

— Dovevate contentarla prima, se le volevate bene. Avete avuto paura. Significa che, in fondo, non siete proprio convinto neppure voi.... [p. 273 modifica]

— Vi avrei voluto nei miei panni, con queste maledette tonsille! Ma le farò strappare. Un’operazione da nulla, senza dolore e senza sangue; le afferrano con uno strumento che taglia e caustica nello stesso tempo, e in un minuto è fatta!

— Bravo!... Ma intanto avete avuto paura!

Il marchese rideva, soddisfatto di aver potuto mortificare il cugino, e d’essersi presa la rivincita del turbamento prodottogli quella mattina con la confessione, con lo spettacolo delle reliquie e il resto. In quanto a sè, tornando a casa, era contento di ripetersi mentalmente:

— Non voglio essere un santo io!