Il Quadriregio/Libro quarto/XII

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XII. Trattasi delle parti della giustizia

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XII. Trattasi delle parti della giustizia
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CAPITOLO XII

Trattasi delle parti della giustizia.

     Mentr’i’ a quegli uomin iusti stava atteso,
subitamente mi percosse un tuono,
che mi stordí e fe’ cader disteso.
     E, come quei che a forza desti sono,
5poi mi levai e vidi star Astrea
come reina posta in alto trono,
     splendente e triunfal quanto una dea:
mai tanta maestá mostrò Iunone,
quando con Iove tra li dèi sedea.
     10Le dame sue con splendide corone
aveva innanzi a sé e gran diletti
di belli fior, di suoni e di canzone.
     Poi drizzò a me, parlando, questi detti:
— O tu, ch’io scorsi, omai la mente attenda,
15se del collegio mio saper aspetti.
     Iustizia vuol che ’l debito si renda
a chiunque el merta, e quando si conviene,
e senza colpa mai nessun si offenda,
     e sol da quello, a cui punir pertiene.
20Da queste due radici son li frutti,
che la iustizia produce e contiene.
     L’uomo a tre cose è debitore a tutti:
ad usar vero e fede e buon amore,
sí che rancore o froda non l’imbrutti.
     25Tre debiti si debbono al minore:
dottrina al figlio e farlo virtuoso,
e soldo al fante ovver al servidore;

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     il terzo è sovvenire al bisognoso,
ché ogn’ardua indigenzia può dir «mio»
30di quel che crudeltá gli tien nascoso.
     Tre debiti a colui, il qual è rio:
cioè correzion, quando si spera
ch’egli si mendi e si converta a Dio.
     E, nel mal far se indura e persevéra,
35tagli col ferro e con la spada nuda
il membro infetto la Vertú severa.
     Né per questo si debbe chiamar cruda,
mozzando il morbo ch’alla morte mena:
convien che la piatá gli occhi vi chiuda.
     40Severitá adunque a dar la pena
prima conviensi, e poi ch’anco sia mista
colla compassion, ch’ira raffrena.
     E tre al buon, il qual virtú acquista,
ché chiunque può, tenuto è dargli aiuto,
45ch’addietro non ritorni o non desista;
     ché spesse volte l’arbor ho veduto
crescere ratto e far frutto tantosto
per buon conforto e cólto, ch’egli ha avuto;
     e forse un altro, presso a quello posto,
50perch’è negletto o che ha terreno asciutto,
sta senza frutto ed a mancar disposto;
     e, benché paia smorto e giá distrutto,
il cólto e buon letame alle radici
el fan fiorire e fanli far buon frutto.
     55Quanti sarían per la vertú felici,
che, desviati, ovver per mancamento,
son pervenuti a bassi e vili offici!
     Alla vertú, venuta a compimento,
debito solve chiunque onor gli rende
60d’atti e parol, di loco e reggimento.
     Non mai vertú, che di splendor s’accende,
si debbe por a basso o sotto scanno,
ma suso in alto, ov’ella piú risplende.

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     Tre a’ benefattor, che ben ne fanno:
65prima, che chi riceve, non si scorde
del benefizio, né di quei che ’l dánno;
     e poscia ch’el ringrazi almeno in corde,
s’egli non pò coll’opera, e in aperto
sovente con la lingua lo ricorde.
     70Ma ora il mondo è sí rio e diserto,
che, quando il benefizio molto eccede,
sí che non può o non vuol render merto,
     si duol, se scontra ovver presente vede
il suo benefattor e china il volto;
75ed alcun altro in piú error procede,
     ché, quando il benefizio è grande molto,
al suo benefattor opta la morte,
che dall’obligo suo ne sia disciolto.
     Non però ’l liberal chiuda le porte
80per l’altrui vizio alla sua cortesia,
né lassi, a dar, tener le mani sporte;
     ché chiunque dá ch’a lui donato sia
per ricompenso, non è liberale,
ma mercatante ch’usa mercanzia.
     85Tre cose debbi a chiunque tu se’ eguale:
prima, equitá d’una bilancia ritta,
sí che la sua non saglia e la tua cale.
     L’altra è la legge nel Vangelio scritta:
ch’altrui non facci cosa, che vorresti
90che a te non fusse fatta, né anco ditta.
     Concordia vien la terza dopo questi
tra l’arti, tra i compagni e dentro al tetto,
dove dimori, e i vicin non molesti.
     Ed al superior, cui se’ subietto,
95due cose debbi; e, prima, obbedienza,
poi onorarlo con fatto e con detto.
     Tre cose al padre, di cui se’ semenza,
ed alla madre tua ed a’ primi avi,
e prima sopra tutto riverenza.

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     Se in la vecchiezza elli han costumi gravi,
che li sopporti, e loro etá antica
aiuti lieto e con parol soavi.
     Ricòrdite l’angoscia e la fatica,
ch’ebbe la madre in te, e degli affanni,
105che porta il padre, che ’l figliol notríca.
     L’aquila, quando è giunta agli antichi anni,
s’attosca e spenna; e nel nido da’ figli
nutrita è, insin che rinnovella i vanni.
     Ed alla patria, da cui l’esser pigli
110debitor se’, che l’ami e la defensi,
e ’l comun cresci, aiuti e che ’l consigli.
     Se’ debitor a Dio, se tu ben pensi,
che conosci suoi doni e che tu l’ami
con tutto il core e con tutti li sensi.
     115E questo amor produce molti rami:
religion, che solo Dio adori,
devoto orando, e genuflesso el chiami,
     e che lui servi come padre, onori
le chiese e le sue cose, e li dí santi,
120vacando a lui, per l’anima lavori.
     E questi detti io posso tutti quanti,
abbreviando, recarli a sei modi:
però sei son le dame, ch’io ho innanti.
     Latría è prima, e vien a dir che lodi,
125ami ed adori Dio e che ’n Lui fondi
ogni altro amor terren, del qual tu godi.
     Pietá è l’altra, e due amor secondi
delli parenti, e prima che sia tanto,
che alli bisogni lor non ti nascondi.
     130La terza è Observanzia, l’onor santo
fatto agli antichi e virtuosi e buoni,
ed a chi porta di dignitá il manto.
     La quarta è Gratitudin delli doni.
Equitá è la quinta ed usar vero
135in apparenzia, in fatti ed in sermoni.

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     Sesta è Vendetta e l’animo severo
con la compassione al cor unita,
tardo al tormento e non troppo austero;
     ché chiunque vuol che colpa sia punita,
140se non ha emenda, molto offende ed erra,
ché Dio non vuol la morte, ma la vita.
     Però ’l divino fòro a niuno serra
la porta di piatá, s’egli si pente
con umiltá inginocchiato a terra.
     145Ma, perché ’l malfattore spesso mente,
dicendo:— Io son pentito—, l’altro fòro,
cioè ’l civile, adopera altramente;
     ch’ogni scienza ed arte ovver lavoro
prendon diversitá dalli lor fini,
150alli quai prima elli ordinati fôro.
     Il civil fòro ha ’l fin che medicini,
governi e purghi il corpo del comune,
che per li viziosi non ruini.
     Per questo egli usa spada, fuoco e fune,
155sbandisce e taglia e mai non dá speranza
che chi è reo possa andare impune.
     E, benché pianga e chiegga perdonanza,
non vuol udir; ché chi è predon o fura,
s’è liberato, e’ torna a prima usanza.
     160In questo modo la legge assecura
el viver lieto e i buoni e vertuosi,
e li cattivi scaccia ed impaura.
     Se questi detti miei tu ben li chiosi,
concluderai che la legge fu fatta
165pe’ trasgressor al buon viver noiosi,
     e fu da’ virtuosi in prima tratta.—