Il Quadriregio/Libro secondo/IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
IV. Dove trattasi del limbo e del peccato originale

../III ../V IncludiIntestazione 31 marzo 2021 25% Da definire

Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
IV. Dove trattasi del limbo e del peccato originale
Libro secondo - III Libro secondo - V
[p. 113 modifica]

CAPITOLO IV

Dove trattasi del limbo e del peccato originale.

     Uscito er’io della cittá del foco
dietro a mia scorta, ch’andai seguitando;
e, poi che insú andato fui un poco,
     la domandai e dissi:— Dimmi quando
5noi perverremo ove Satán dimora,
che dica questo inferno al suo comando.—
     Ed ella a me:— Insú andando ancora,
convien che noi passiam duo altri cerchi,
’nanzi che d’esto inferno usciamo fòra.
     10Il limbo è ’l primo che convien che cerchi;
un altro poi convien che ne trapassi,
’nanzi che su nel mondo tu soverchi.—
     Ben sette miglia insú movemmo i passi,
e trovammo una porta, ov’era scritto
15nell’arco suo, ch’avea di smorti sassi:
     «In questo limbo, ovvero in questo Egitto,
è pena privativa e sol di danno,
e nullo senso in questo loco è afflitto.
     Dentro è la gran prigion di quel tiranno,
20che tenne giá gli amici da Dio eletti
e vinse Adamo a tradimento e inganno».
     Per legger questi detti io mi ristetti
presso alla porta lí, ch’era serrata;
e, poich’io gli ebbi intesi e tutti letti,
     25Minerva con la man chiese l’entrata.
Non so chi fusse il portinar cortese,
che ratto aprio e diedene l’andata.

[p. 114 modifica]

     Quand’io fui dentro, vidi un bel paese,
di fiori e d’arboscelli e d’erbe adorno,
30sí come Tauro fa nel suo bel mese.
     Ma qual è luce al cominciar del giorno,
tal era quivi; e per mezzo la valle
eran fantini ed anche intorno intorno,
     che su per le viol vermiglie e gialle
35givano a spasso, e alcuni dietro ai grilli,
dietro agli uccelli e dietro alle farfalle.
     Ed una schiera, ch’eran piú di milli,
vedendo noi, insieme si ristâro
ed ammirârno timidi e tranquilli.
     40— O fanciulletti, a cui ritorna amaro
il peccato d’Adamo, ed a cui costa
il non aver baptismo tanto caro,
     al mio domando fatemi risposta:
perché iustizia per altrui offesa
45vostra innocenzia in questo loco ha posta?—
     Quando questa parola ebbono intesa,
suspiron tutti con dolor, che viene
di mezzo il cor, che gran doglia appalesa.
     Poi un di loro a me:— Se noti bene,
50io ti dichiarerò, sí come estimo,
perché giustizia qui chiusi ne tiene.
     Quando Dio fece il nostro padre primo,
gl’impeti rei ovver concupiscenza
non volle fusse in suo corporal limo.
     55E questo grande dono ed eccellenza
ebbe per grazia e non giá per natura,
e sol tenendo a Dio obbedienza.
     E cosí l’alma sua splendente e pura
Egli creò e di iustizia santa,
60formata alla sua immago e sua figura;
     ma di questa eccellenza e grazia tanta,
il Creator iustamente privollo,
quando la vile e testé nata pianta

[p. 115 modifica]

     incontra al suo Fattor alzò lo collo,
65ed a subgestion del mal serpente
volle saper quanto sa il primo Apollo.
     E, perché non fu a Dio obbediente,
a lui la carne diventò rubella
contra lo spirto e legge della mente.
     70Benché sia l’alma da sé pura e bella,
niente meno quand’ella il corpo avviva,
per due cagion diventa brutta e fella.
     Prima è che nasce di iustizia priva;
l’altra è che quand’ell’è al corpo unita,
75nella bruttezza sua si fa cattiva;
     ché vorrebbe ire al bene ed è impedita
dal corpo, collo qual ella sta insieme,
ed al mal far la tira ed anche invita.
     Questa bruttura va di seme in seme
80in tutti quelli che nascon d’Adamo,
ch’ogni uman corpo da quel primo geme.
     Per questo infetti in questo loco stiamo
dannati pel peccato originale,
ché ’l mal della radice è in ogni ramo.
     85Oh lassi noi, ché l’acqua baptismale,
per la qual l’uomo a Dio figliol rinasce,
sanati arebbe noi da questo male!
     Se non che noi dal ventre e dalle fasce
di nostre mamme la morte ne tolse
90e menonne quaggiú tra queste ambasce.—
     Ciascun di loro al ciel la faccia volse,
al suon d’este parol, con sí gran pianti,
che facean pianger me: sí me ne dolse.
     Addomandato arei di loro alquanti
95di quai parenti stati eran figlioli,
se non che ratto mi sparîr dinanti.
     Parecchie miglia poi andammo soli,
sinché trovammo grandissima rupe,
alta vieppiú che nullo uccello voli,

[p. 116 modifica]

     100ch’avea le sue caverne oscure e cupe,
sí come quando è sí buia la notte,
che par che gli occhi riguardando occúpe.
     Trovammo lí sette gran porte rotte,
tutte di rame, e di ferro il verchione,
105le qua’ serravan giá quelle gran grotte.
     Palla mi disse:— Qui ’n questa pregione
il drago Satanasso giá ritenne
l’anime circumcise, elette e buone,
     sinché ’l Figliol di Dio su dal ciel venne
110e per la colpa delli suoi amici
pagò il bando e la morte sostenne.
     Allor ardito e con splendor felici
venne quaggiú vittorioso e forte
contra Satán e gli altri suoi nemici,
     115e disse a lor:— Levate via le porte:
traete fuor la mia turba fedele,
che menar voglio alla celeste corte.—
     Allor Satán, omicida crudele,
a lui s’oppose e cominciò la guerra,
120come giá fece contra san Michele.
     Puse le rene lá dove se serra;
ma Cristo lui e ’l catarcion d’acciaio
e queste porte allor gettò a terra.
     Quando in la grotta entrò ’l lucido raio,
125Adamo disse:— Questo è lo splendore,
che mi spirò in faccia da primaio.
     Venuto se’, aspettato Signore:
dal petto, dalle mani e dalle piante
il sangue hai dato in prezzo del mio errore.—
     130L’anime a lui amiche tutte quante
trasse del limbo l’alto Emanuél,
vittorioso lieto e triunfante.
     Adamo ed Eva e ’l lor figliolo Abél,
Seth e Noè, che fece la santa arca,
135Abraám, Isac e ancora Israél

[p. 117 modifica]

     e Moisés e ciascun patriarca
e David re e tutti li profeti
menò al cielo, ov’è ’l primo Monarca.—
     Ed io a lei:— Li saggi e li poeti
140sonno egli qui? e gli antichi romani?
o sonno in lochi piú felici e lieti?—
     Ella rispose:— In questi prati vani
non son cotesti, che lor alti ingegni,
come giá dissi, han lochi piú soprani.
     145Virtú e fama loro ha fatti degni
a star con Marte ed a star con le muse
e con Apollo in piú splendenti regni.—
     Poscia la man deritta alla mia puse,
trassemi per la porta, onde mi mise;
150e, ratto ch’io fui fuora, ella si chiuse.
     Cosí dal tristo limbo mi divise.