Il bimetallismo a Venezia nel Medio Evo

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Niccolò Papadopoli

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Il bimetallismo a Venezia nel Medio Evo Intestazione 5 novembre 2012 75% Numismatica

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IL BIMETALLISMO A VENEZIA


NEL MEDIO EVO




Alcuni fenomeni economici i quali ci sembrano nuovi, perchè in questo momento si dibattono sotto i nostri occhi e ci fanno sentire le loro dolorose conseguenze, non datano da jeri, ma anzi in tutti i tempi hanno agitato e tormentato l’umanità, perchè traggono le loro origini dalle leggi di natura, le quali sono immutabili, tanto nel campo fisico che nel morale e, date lo stesse circostanze, producono analoghi effetti. Per esempio, l’oro e l’argento furono adottati da tempo immemorabile per servire alla rappresentazione del valore ed alla circolazione del denaro, ed i governanti tutti cercarono di stabilire un rapporto fisso e perpetuo fra i due metalli. Siccome però non vi può essere proporzione stabile nella produzione di tali preziose materie, ora l’una, ora l’altra fa difetto ed aumenta il pregio della più rara a pregiudizio dell’altra, alterando il rapporto prestabilito con danno degli interessi pubblici e privati, tanto più sensibile quanto l’epoca e la nazione ove il fenomeno avviene sono più prospere e quanto più numerose sono le transazioni commerciali ed il movimento del numerario.

In tutti i tempi, di cui ci rimangono memorie scritte, troviamo le traccie di simili perturbazioni ed [p. 200 modifica]è interessante per la storia ed anche per la scienza studiare le vicende ed esaminare i provvedimenti messi in opera dai governi a seconda dei tempi e dei criteri ritenuti più saggi ed opportuni in quel momento. Perciò mi proposi di far conoscere quali furono i sistemi coi quali nel medio-evo si cercò di porre rimedio ad alcuni, se non a tutti gli inconvenienti della circolazione dei due metalli in Venezia, città che divenne potente e prosperosa solo per il commercio. Gli uomini che dirigevano la cosa pubblica erano nati e cresciuti in mezzo agli affari della mercanzia e della navigazione, onde recavano in tutte le loro deliberazioni un grande senso pratico ed una conoscenza profonda dello cose commerciali e delle vicende della circolazione. Vediamo adunque come storicamente procedessero gli avvenimenti, come man mano che si presentavano gli inconvenienti e si facevan sentire gli effetti perniciosi dello squilibrio del valore dei duo metalli, i mercanti trovassero provvedimenti atti a tutelare i loro interessi ed impedirò maggiori danni, e come il governo approvasse queste misure dopo averne constatato la equità ed il pratico funzionamento.

Venezia, posta fra l’occidente e l’oriente, ebbe dal primo il sistema monetario, fondato da Carlo Magno, ma nei suoi frequenti contatti coll’oriente compisse lo necessità del commercio e della circolazione del numerario, per cui introdusse nella moneta alcuni miglioramenti, che penetrarono più tardi nel rimanente d’Europa. Il progresso più antico ed importante fu la coniazione del grosso d’argento (1202), con cui essa offrì una moneta più pesante e più fina in sostituzione dei denari assai deteriorati dall’originario valore, differenti di peso o di bontà, incomodi a maneggiarsi. La varietà e l’incertezza del valore, aggravate da molte falsificazioni, recavano non poco danno al [p. 201 modifica]commercio, per cui la istituzione di una nuova moneta più comoda, dove la zecca si mantenne fedele al titolo ed al peso stabilito, fu un vero progresso nel quale Venezia ebbe il vanto di precedere gli altri stati. La conquista di Costantinopoli (1204), che mise nelle mani dei Veneziani una considerevole massa di argento, favorì in modo straordinario la diffusione del grosso, tanto in Italia che in Oriente, in modo tale ch’esso era divenuto la moneta comune con cui si faceva la massima parte delle transazioni commerciali. Questo ci è provato dalle numerose imitazioni dell’idea ed anche del tipo e dalla memoria del nome che vive ancora oggi, dopo tanti secoli dacché il grosso è scomparso.

Questa nuova moneta, che aveva le due qualità più apprezzate da ognuno, la stabilità e la diffusione, fu preferita a tutte le altre nelle transazioni che dovevano avere effetto a distanza di tempo e di luogo, ma siccome il grosso non era facile a conteggiarsi colle altre monetazioni usate sin’allora, si creò una nuova lira, la quale aveva per base e per unità il grosso invece de! denaro.

Due quindi furono le lire usate a Venezia. L’una e l’altra erano divise in venti soldi, ed ogni soldo composto di dodici denari; ma mentre nella lira dei denari piccoli la prima unità era il denaro piccolo, nella nuova lira, detta Lira dei grossi, questo posto era tenuto dal grosso, che perciò era detto denaro grosso e dodici di tali monete formavano il soldo dei grossi. Cosi la Lira dei piccoli corrispondeva ad una massa d’argento eguale a quella contenuta in 240 piccoli, mentre la Lira dei grossi, era uguale ad una massa d’argento pari a quella contenuta da 240 grossi; ma siccome i denari piccoli variarono di peso di intrinseco, mentre i grossi rimasero per lunga pezza sempre uguali, questa nuova lira [p. 202 modifica]di maggior valore sempre costante, fu preferita dallo Stato, dal grande commercio od in tutte quelle contrattazioni, nelle quali era importante convenire e conservare memoria esatta dell’intrinseco determinato; invece il mercato giornaliero ed il piccolo commercio adoperavano di solito la lira di piccoli la sua suddivisione più comoda e più popolare.

Il rapporto fra la lira di grossi e la lira di piccoli, corrisponde naturalmente a quello esistente fra il denaro grosso ed il denaro piccolo, per cui originariamente la prima lira valeva 26 delle seconde, ma quando aumentarono i piccoli contenuti in un grosso, aumentarono anche le lire di piccoli equivalenti ad una lira di grossi, per cui quest’ultima salì nel 1270 a 28 e nel 1282 a 32 lire di piccoli. Era però questi un aumento solo apparente e di numero, perchè in proporzione della maggiore quantità di lire di piccoli corrispondenti alla lira di grossi, esse diminuivano il loro intrinseco valore.

Quando fu istituito il primo ducato d’oro (1284), esso fu ragguagliato a 18 grossi, con una proporzione fra l’oro e l’argento come 1 : 10 6]10: nel 1328, quando il ducato fu equiparato a 24 grossi, questa proporzione si trovò elevata come 1 : 14, con notevole vantaggio dell’oro sull’argento. Da questo ragguaglio nacque un modo facile e pronto di conteggiare la lira di grossi, che incontrò così grande favore nel pubblico, da resistere a tutte le mutazioni successive, di guisa che la lira di grossi divenne sinonimo di 10 ducati. Difatti il ducato corrispondendo a 24 grossi, si calcolava due soldi di grossi, e così ogni soldo di grossi era mezzo ducato, e 10 ducati formavano la lira uguale a 240 grossi effettivi. Questa comodità ebbe un’influenza decisiva sulla vita della lira di grossi e sul modo di calcolarla in moneta d’oro; ne abbiamo la prova in quel libro [p. 203 modifica]prezioso per le notizie commerciali e monetario del secolo XIV che è "La pratica della mercatura del Pegolotti1;" In più capitoli di quell’opera sono ragguagliati a 24 soldi di grossi il ducato di Venezia ed il fiorino di Firenze, monete che tenute uguali per il peso e la bontà servivano comò moneta universale nei commerci coi paesi lontani. Verso la metà del secolo XIV, per rimediare ad altri inconvenienti monetari, sui quali torna inutile fermarsi, il grosso fu elevato al valore di 4 soldi, o, per esprimermi più esattamente, il valore del soldo fu diminuito sino ad un quarto del grosso. Questo mutamento portò una notevole alterazione nel modo di valutare la lira di grossi, giacché il grosso si divideva in 32 piccoli, e quindi la lira di grossi era valutata 32 lire di piccoli, mentre i 240 grossi effettivi ed i loro equivalenti 10 ducati, erano arrivati al valore di 48 lire di piccoli. Siccome la coniazione del grosso erasi in quest’epoca rallentata, poi arrestata, ne venne per conseguenza che si formarono due differenti qualità di lire di grossi, secondo che si prendeva per base il ducato ovvero il piccolo. Infatti numerando 32 piccoli per grosso, 7680 piccoli, ossia 32 lire di piccoli, formavano una lira di grossi in argento: ma se invece si prendevano i 10 ducati equivalenti alla lira di grossi, si aggiungeva a 48 lire di piccoli in oro, perchè ogni grosso era stato colla nuova disposizione valutato 16 piccoli più di prima. Ne venne quindi un singolare fenomeno: due lire di eguale origine e con eguale suddivisione, ma di differente valore, di cui una aveva ideale il grosso, di minore intrinseco del reale; l’altra aveva il piccolo maggiore dell’ [p. 204 modifica]effettivo, e quindi esso pure immaginario. Il decreto del 3 maggio 13792, che ordina nuovamente la coniazione del grosso, abbandonata da alcuni lustri, ce ne offre una chiara dimostrazione. In esso si stabilisce che ogni marca d’argento dia il reddito di 15 soldi di grossi: ora con questo ragguaglio i grossi del secondo tipo (Andrea Contarini) non dovrebbero pesare se non poco più di 25 grani, perchè da una marca si avrebbe dovuto tagliare 180 pezzi. Invece i grossi di quell’epoca pesano oltre 38 grani, e ciò vuol dire che da una marca si fabbricavano solo 120 pezzi, e quindi i grossi usati nel conteggio della parte sono ideali e corrispondono alla lira di grossi in argento del valore di 32 lire di piccoli, mentre i grossi fabbricati in zecca appartengono alla lira più pesante e cioè a quella di 48 lire di piccoli. A conforma di ciò troviamo nelle memorie di zecca che le lire di grossi valevano nel 1408, 32 lire di piccoli et a oro lire 48.

Queste due specie di lira di grossi non potevano esistere nello stesso tempo e nello stesso luogo, e così quella in argento scompariva ben presto, sostituita dall’altra lira più antica, che aveva pure come base il piccolo e che da esso si nominava, perchè nelle minute contrattazioni era più conosciuta e più comoda. Invece la lira di grossi in oro acquistava sempre più importanza e diffusione, così che nei documenti pubblici del secolo XV si parla quasi esclusivamente di lire di grossi e di ducati d’oro, anche nelle paghe dei funzionari dello Stato. Le guerre e le difficoltà finanziarie del tempo di Francesco Foscari fecero aumentare il pregio della buona moneta, cosicché il ducato salì a 100 soldi, poi a 120 e finalmente a 124.

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Questo valore si conservò stazionario per molti anni e fu considerato l’equivalente normale del ducato, onde rimase come moneta convenzionale quando la moneta d’oro effettiva, avendo aumentato di prezzo, prese il nome di zecchino.

Nel 1472 fu decretata la lira, bella moneta di ottimo argento, colla testa del doge Nicolò Tron, dal quale prese il nome; lo mutò più tardi in quello di Mocenigo allorquando fu proibito al principe di mettere il suo ritratto sulla moneta. Fu così che l’antichissima lira di piccoli, esistente solo di nome e come riunione di 20 soldi o 240 denari, fu per la prima volta rappresentata in moneta effettiva. Colla stessa bontà e con un peso proporzionalmente minore, la zecca continuò a battere i soldi, ma non i grossi, i quali però si conservarono nelle abitudini popolari, anzi il grosso fu sempre considerato equivalente a 4 soldi, per cui il ducato si ragguagliava a grossi 31 a moneta, perchè si pagava con 124 soldi d’argento effettivi.

La lira di grossi intanto conservava intatto il suo antico valore e cioè si calcolava pari a dieci ducati d’oro; ogni ducato si divideva in 24 grossi ed ogni grosso in 32 piccoli, monete queste che non esistevano materialmente e che erano dette grossi a oro, piccoli a oro, per distinguerle da quello di egual nome che si usavano nella lira di piccoli.

Questo regime monetario che conservava il principio di due monete affatto distinte, l’una in oro, l’altra in argento, si mantenne in vigore per ben lungo tempo, anche quando le oscillazioni del mercato portarono nuovi cambiamenti nel valore delle specie metalliche. Le opere di Domenico Manzoni3 [p. 206 modifica]e di Alvise Casanova4, che danno le regole e gli esempi per tenere i libri commerciali colla scrittura doppia secondo il modo di Venezia, mostrano chiaramente che entrambe queste maniere di conteggiare si usarono per tutto il secolo XVI. Questi due autori ci insegnano che la lira di piccoli era adoperata dal volgo, dai bottegai e dai piccoli negozianti costretti a registrare una grande quantità di partite di poco valore, mentre lo Stato ed il grande commercio tenevano lo scritture in lire di grossi ed in ducati d’oro. Così pure sappiamo da essi che le cifre arabiche erano usate nei conteggi comuni e di poca importanza, mentre nei libri più autorevoli si adoperavano le figure dell’abaco antico detto imperiale, ossia le cifre che noi chiamiamo romane, perchè i legami con cui si scrivevano in quel tempo erano fatti in modo da impedire i cambiamenti e le correzioni.

Così nella Venezia del medio evo si intendeva il bimetallismo e si assegnava all’oro ed all’argento un compito diverso nella circolazione monetaria. Di tempo in tempo nascevano gravi difficoltà per l’aggio e per le oscillazioni nei valori delle monete, ma il sistema veneziano aveva il vantaggio di tenere in onore e in circolazione tutta la massa metallica disponibile e di impedire che a quello dei due metalli, che diminuiva di pregio per maggiore produzione, si aggiungesse il discredito di una limitata circolazione.

Non è mia intenzione di entrare nemmeno di straforo nella vasta e complicata questione della [p. 207 modifica]circolazione monetaria, che si dibatto oggi fra gli economisti d’Europa e d’America, ma credo di fare opera non inutile, portando a cognizione degli studiosi il frutto dell’esperienza fatta durante secoli presso un popolo eminentemente commerciale il cui governo ebbe fama di accortezza e di rettitudine esemplari.

Noi possiamo trarre non pochi utili insegnamenti dalla storia delle città marinare e commerciali, come Venezia, Genova, Pisa e Firenze, che formano ima delle più splendide glorie d’Italia. Questi comuni, sorti da umili origini in tempi di desolante barbarie, riuscirono ad elevarsi alle più nobili altezze, mediante l’ardire, la perseveranza e la virtù dei loro abitatori. Qui vediamo il commercio, già disprezzato per antica tradizione e per pregiudizio del tempo, elevato agli onori del governo; qui troviamo le traccie più antiche delle moderne istituzioni commerciali come la cambiale, la banca e la scrittura doppia.

Questo pensiero mi conforta e mi dimostra che la Numismatica non deve confinarsi fra le scienze di pura speculazione archeologica o di sterile abbellimento, ma può, per mezzo della conoscenza del passato, essere feconda di insegnamenti utili per la soluzione di pratiche difficoltà, che si riproducono attraverso lo spazio ed il tempo.


Note

  1. Francesco Balducci Pegolotti, La pratica della Mercatura, Lisbona e Lucca, 1766.
  2. Misti Senato, Registro XXXVI, C. 75.
  3. Domenico Manzoni Op.Aergino. Quaderno doppio col suo giornale novamente composto et diligentissimamente ordinato secondo il costume di Venetia. Venezia, Comin da Trino 1540 e 1553; — idem, Libro mercantile ordinato col suo Giornale et alfabeto per tener conti doppi al modo di Venetia. Venezia, Comin da Trino, 1565 e 1573.
  4. Alvise Casanova Cittadin veneziano, Specchio lucidissimo, etc. Venezia, Comin da Trino 1558.