Il crepuscolo degli idoli/Il problema di Socrate

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Il problema di Socrate

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Friedrich Nietzsche - Il crepuscolo degli idoli (1889)
Traduzione dal tedesco di Anonimo (1924)
Il problema di Socrate
Massime e arguzie La ragione nella filosofia
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IL PROBLEMA DI SOCRATE.


1.


In ogni tempo i saggi han dato lo stesso giudizio sulla vita: essa non vale niente... Sempre e dovunque si è inteso uscire dalla loro bocca la stessa parola, — una parola piena di dubbio, piena di malinconia, piena di stanchezza della vita, piena di resistenza contro la vita. Lo stesso Socrate morendo ha detto: «Vivere — vuol dire essere per lungo tempo malato: io devo dare un gallo ad Esculapio liberatore». Lo stesso Socrate ne aveva abbastanza. — Cosa dimostra questo? Cosa mostra questo? — Altra volta si sarebbe detto (è stato detto, ed altamente!, dai nostri pessimisti specialmente): «Bisogna bene che là dentro vi sia qualcosa di vero! Il consensus sapientium dimostra la verità». — Parliamo noi così ancor oggi? lo possiamo noi? «In tutti i casi bisogna che vi sia qui qualche cosa di malato», — ecco la nostra risposta: quei saggi tra i saggi di tutti i tempi, bisognerebbe prima vederli davvicino! Forse non erano più, tutti quanti, ben fermi sulle loro gambe, forse erano in ritardo, brancolanti, decadenti forse? La saggezza [p. 55 modifica]appariva forse sulla terra come un corvo, che un tenue odore di carogna entusiasma?...


2.


Questa irriverenza di considerare i grandi saggi come dei tipi di decadenza nacque in me precisamente in un caso in cui il pregiudizio letterato e illetterato vi si oppone con la più grande forza: ho riconosciuto in Socrate e in Platone dei sintomi di decadenza, degli strumenti della decomposizione greca, dei pseudo-greci, degli antigreci (L’origine della Tragedia, 1872). Questo consensus sapientium — io l’ho sempre meglio compreso — non prova per niente al mondo ch’essi avessero ragione, là dove essi si accordavano: prova piuttosto ch’essi stessi, quei saggi tra i saggi, avevano tra di loro qualche accordo fisiologico per prendere verso la vita quella stessa attitudine negativa, — per essere tenuti a prenderla. Dei giudizi, degli apprezzamenti della vita, in favore o contro, non possono in ultima istanza esser mai veri: essi non hanno altro valore che quello di sintomi, essi non entrano in linea di conto che come sintomi — e per sè stessi tali giudizi sono delle stupidità. Bisogna dunque distendere le dita per procurare di cogliere questa finesse straordinaria che il valore della vita non può essere apprezzato. Nè da un vivente, perchè esso è parte, anche oggetto di litigio, e non giudice: nè da un [p. 56 modifica]morto, per un’altra ragione. — Da parte di un filosofo, vedere un problema nel valore della vita, rimane una obbiezione contro di lui, un punto interrogativo verso la sua saggezza, una mancanza di saggezza. — Come? e tutti questi grandi saggi — non solamente sarebbero stati dei decadenti, ma non sarebbero neanche stati dei saggi? — Ma io ritorno al problema di Socrate.


3.


Per la sua origine, Socrate apparteneva al più basso popolo: Socrate era della popolaglia. Si sa, si vede anche ancora quanto era brutto. Ma la laidezza, obbiezione in sè, è quasi una confutazione presso i Greci. In fin dei conti Socrate era egli un Greco? La bruttezza è assai spesso l’espressione di una evoluzione incrociata, ostacolata dall’incrocio. Altrimenti essa apparisce come il segno di una evoluzione discendente. Gli antropologisti che si occupano di criminologia ci dicono che il criminale-tipo è brutto: monstrum in fronte, monstrum in animo. Ma il criminale è un decadente. Socrate era un criminale-tipo? — Questo almeno non sarebbe contraddetto da quel famoso giudizio fisionomico che urtava tutti gli amici di Socrate. Passando per Atene, uno straniero che si intendeva di fisionomie, disse, proprio in faccia a Socrate, ch’egli era un mostro e che nascondeva in sè tutti i cattivi vizi e desiderî. E Socrate rispose semplicemente: «Voi mi conoscete bene!». [p. 57 modifica]


4.


Gli sregolamenti ch’egli confessa e l’anarchia negli istinti non sono i soli indici della decadenza in Socrate: ne è un indizio pure la superfetazione del logico e quella cattiveria di rachitico che lo distingue. Non dimentichiamo neanche quelle allucinazioni dell'udito che sotto il nome di «demone di Socrate» hanno ricevuto una interpretazione religiosa. Tutto in lui è esagerato, buffonesco, caricaturale; e nello stesso tempo tutto è pieno di sotterfugi, di sottintesi, di sotterranei. — Io procuro di comprendere da quale idiosincrasia ha potuto nascere questa equazione socratica: ragione=virtu=felicità; la più bizzarra equazione che vi sia e che contro di sè ha, particolarmente, tutti gli istinti degli antichi Elleni.


5.


Con Socrate il gusto greco si altera in favore della dialettica. Ma cosa avviene esattamente? Prima di tutto è un gusto distinto che è vinto; con la dialettica il popolo arriva ad avere il sopravvento. Prima di Socrate nella buona società si scartavano le maniere dialettiche: si consideravano come maniere cattive, compromettenti. La gioventù si metteva in guardia contro di esse; e si diffidava di tutti coloro che presentavano in tal modo le loro ragioni. Le cose oneste e le [p. 58 modifica]persone oneste non servono così i loro principi con le mani. È d’altronde indecente servirsi delle sue cinque dita. Ciò che ha bisogno di essere dimostrato per essere creduto, non vale molto. Dovunque ove l’autorità è ancora di moda, dappertutto dove non si «ragiona», ma dove si comanda, il dialettico è una specie di pulcinella: si ride di lui, non si prende sul serio. Socrate fu il pulcinella che si fece prendere sul serio: ma cosa avvenne realmente?


6.


Non si sceglie la dialettica che allorquando non si ha altro mezzo. Si sa che con essa si sveglia la diffidenza, ch’essa persuade poco. Niente è più facile a cancellarsi che un effetto di dialettico: la pratica di quelle riunioni dove si parla lo dimostra. Non è che a malincuore, con riluttanza, che impiegano la dialettica quelli che non hanno più altra arma. Bisogna che si abbia da strappare il proprio diritto, altrimenti non ci se ne serve. È per questo che gli ebrei erano dei dialettici; Padron Renard lo era: come? Socrate pure è stato?


7.


L’ironia di Socrate era essa una espressione di rivolta? Assapora egli, come oppresso, la sua propria ferocia nella coltellata del sillogismo? si vendica [p. 59 modifica]dei grandi che affascina? — Come dialettico si ha in mano uno strumento senza pietà; con lui si può fare il tiranno; si compromette riportandone la vittoria. Il dialettico lascia al suo antagonista la cura di fare la prova ch’egli non è un idiota: rende furiosi e nello stesso tempo priva di ogni soccorso. Il dialettico degrada l’intelligenza del suo antagonista. Cosa? la dialettica non è che una forma della vendetta in Socrate?

8.

Ho fatto intendere come Socrate ha potuto allontanare: resta da spiegare come egli abbia potuto affascinare. — Eccone la prima ragione: egli ha scoperto una nuova specie di lotta, egli fu il primo maestro di scherma per le alte sfere di Atene. Egli affascinava toccando l’istinto combattivo degli Elleni, — ha apportato una variante nella palestra tra gli uomini giovani e i giovinetti. Socrate era pure un grande erotico.

9.

Ma Socrate divinò ancora un’altra cosa. Egli penetrava i sentimenti dei suoi nobili Ateniesi; egli comprendeva che il suo caso, l’idiosincrasia del suo caso non era già più un caso eccezionale. La stessa specie di degenerazione si preparava dovunque in secreto: gli Ateniesi della vecchia razza si spegnevano. — E Socrate comprendeva che tutti indistintamente [p. 60 modifica]avevano bisogno di lui, del suo rimedio, della sua cura, del suo metodo personale di conservazione di sè... Dappertutto gli istinti erano in anarchia; dovunque si era vicinissimi all’eccesso: il monstrum in animo era il pericolo universale. «Gli istinti vogliono giocare al tiranno: bisogna inventare un contro-tiranno che vinca»... Allorchè il fisionomista ebbe svelato a Socrate ciò ch’egli era, un rifugio di tutti i cattivi desiderî, il grande ironista azzardò ancora una parola che ci dà la chiave della sua natura. «Ciò è vero, egli disse, ma io mi sono reso padrone di tutti». Come fu che Socrate si rese padrone di se stesso? — In fondo il suo non era che il caso estremo, quello che saltava agli occhi in ciò che allora cominciava ad essere l’angoscia universale: nessuno era più padrone di se stesso, gli istinti si rivolgevano gli uni contro gli altri. Socrate affascinava se stesso essendo quel caso estremo — la sua spaventevole bruttezza lo designava a tutti gli occhi: egli affascinava, naturalmente, ancor più come risposta, come soluzione, come l’apparenza della cura necessaria in quel caso.

10.

Allorchè si è forzati a fare della ragione un tiranno, come ha fatto Socrate, deve esserci anche il pericolo che qualche altra cosa pure faccia il tiranno. Fu allora che si scoprì la ragione liberatrice; nè Socrate nè i suoi «malati» erano liberi d’essere ragionevoli, — il che fu de rigueur, fu il loro ultimo [p. 61 modifica]rimedio. Il fanatismo che costringe tutta intera la riflessione greca a gettarsi sulla ragione, tradisce una afflizione: si era in pericolo, non si aveva che da scegliere: o colare al fondo o essere assurdamente ragionevole... Il moralismo dei filosofi greci dopo Platone è determinato patologicamente; così pure il loro apprezzamento della dialettica. Ragione=virtù=felicità, ciò vuol dire soltanto: bisogna imitare Socrate e stabilire contro gli oscuri appetiti una luce del giorno in permanenza — un giorno che sarebbe la luce della ragione. Bisogna essere ad ogni costo prudente, preciso, chiaro: ogni concessione agli istinti ed all’incosciente non fa che abbassare...

11.

Ho detto in qual modo Socrate affascina: egli sembrava un medico, un salvatore. È necessario mostrare ancora l’errore che era nella sua credenza nella «ragione ad ogni costo?» — È un volersi ingannare da parte dei filosofi e dei moralisti immaginarsi di uscire dalla decadenza facendole guerra. Sfuggirle è fuori del loro potere: ciò ch’essi scelgono come rimedio, come mezzo di salvezza, non è che un’altra espressione della decadenza — essi non fanno che cambiare l’espressione, ma non la sopprimono affatto. Il caso di Socrate fu un malinteso; tutta la morale di perfezionamento, compresa la morale cristiana, fu un malinteso... La più viva luce, la ragione ad ogni costo, la vita chiara, fredda, prudente, cosciente, [p. 62 modifica]sprovvista d’istinti, in lotta contro gli istinti non fu essa stessa che una malattia, una nuova malattia — e niente affatto un ritorno alla «virtù», alla «salute», alla felicità... Essere forzato di lottare contro gli istinti — è quella la formula della decadenza: fintanto che la vita è ascendente, felicità ed istinto sono identici.


12.


— Ha capito ciò lui stesso, egli che è stato il più prudente tra coloro che si autoingannarono? Se lo è finalmente detto, nella saggezza del suo coraggio verso la morte?... Socrate voleva morire: — non fu Atene, fu egli stesso che si diede la cicuta, egli forzò Atene alla cicuta... «Socrate non è un medico, si disse egli piano: qui solo la morte guarisce... Socrate soltanto fu molto tempo malato...»