Il crepuscolo degli idoli/La ragione nella filosofia

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La ragione nella filosofia

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Friedrich Nietzsche - Il crepuscolo degli idoli (1889)
Traduzione dal tedesco di Anonimo (1924)
La ragione nella filosofia
Il problema di Socrate Come il Mondo-verità divenne infine una favola
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LA «RAGIONE» NELLA FILOSOFIA.


1.


Mi chiedete di dirvi tutto ciò che è idiosincrasia nei filosofi?... Per esempio la loro mancanza di senso storico, il loro odio contro l’ideale del divenire, il loro egitticismo. Essi credono di fare onore ad una cosa spogliandola del loro lato storico, sub specie aeterni, — quando essi ne fanno una mummia. Tutto ciò che i filosofi hanno maneggiato da migliaia d’anni era delle idee-mummie, e niente di reale usciva vivente dalle loro mani. Essi uccidono, impagliano quando adorano, i signori idolatri delle idee, — essi pongono tutto in pericolo di morte quando adorano. La morte, l’evoluzione, l’età, sono altrettante obbiezioni come la nascita e la crescita, — ed anche delle confutazioni. Ciò che è non diviene; ciò che diviene non è... Ora credono tutti disperatamente all’essere. Ma siccome non possono impadronirsene, essi cercano delle ragioni per sapere perchè non si abbandona loro: «Bisogna che vi sia in ciò una apparenza, un inganno il quale fa che noi non si possa percepire l’essere: dov’è l’impostore?» «— Noi lo [p. 64 modifica]teniamo, esclamano essi gioiosamente, è la sensualità! I sensi, i quali d’altra parte sono talmente immorali... i sensi ci ingannano sul vero mondo. Morale: staccarsi dall’illusione dei sensi, dal divenire, dalla storia, dalla menzogna, — la storia non è che la fede nei sensi, la fede nella menzogna. Morale: negare tutto ciò che aggiunge fede ai sensi, tutto il resto dell’umanità: tutto ciò fa parte del «popolo». Essere filosofo, essere mummia, rappresentare il monotono-teismo con una mimica da becchini! — E perisca innanzitutto il corpo, questa pietosa idée fixe dei sensi! il corpo raggiunto da tutti i difetti della logica, confutato, impossibile anche, benchè sia assai impertinente per comportarsi come se fosse reale!»...


2.


Io metto in disparte con profondo rispetto il nome di Eraclito. Se la folla degli altri filosofi rifiutava la testimonianza dei sensi perchè i sensi sono molteplici e variabili, egli ne rifiutava la testimonianza perchè essi presentano le cose come se esse avessero durata ed unità. — Eraclito, lui pure, fece torto ai sensi. Questi ultimi non mentono nè alla maniera che immaginano gli Eleati, nè come se lo figurava lui, — in generale essi non mentono. È ciò che noi facciamo della loro testimonianza che vi mette la menzogna, per esempio la menzogna dell’unità, la menzogna della realtà, della sostanza, della durata... Se noi falsiamo la testimonianza dei sensi, è la [p. 65 modifica]«ragione» che ne è la causa. I sensi non mentono in quanto che essi mostrano il divenire, la sparizione, il cambiamento... Ma nella sua affermazione che l’essere è una finzione Eraclito avrà eternamente ragione. Il «mondo delle apparenze» è il solo mondo reale: il «mondo-verità» è solamente aggiunto dalla menzogna.


3.


— E quali fini strumenti d’osservazione sono per noi i nostri sensi! Il naso, per esempio, di cui nessun filosofo ha mai parlato con venerazione e riconoscenza, il naso è, sia pure provvisoriamente, lo strumento più delicato che noi abbiamo al nostro servizio: questo istrumento è capace di registrare le minime differenze nel movimento, differenze che neanche lo spettroscopio registra. Oggigiorno noi possediamo una scienza in quanto che ci siamo decisi ad accettare la testimonianza dei sensi, — in quanto che noi armiamo ed appuntiamo i nostri sensi, insegnando loro a pensare fino in fondo. Il resto non è che aborto e non ancora scienza: voglio dire che è metafisica, teologia, psicologia, o teoria della conoscenza. Oppure ancora, scienza della forma, teoria dei segni: come la logica, oppure quella logica applicata, la matematica. Qui la realtà non appare affatto, neanche come problema; tutto così poco quanto la questione di sapere quale valore ha in generale una convenzione di segni, come è la logica. [p. 66 modifica]

4.


L’altra idiosincrasia dei filosofi non è meno pericolosa: essa consiste nel confondere le cose ultime con le cose prime. Essi pongono al principio ciò che viene alla fine — disgraziatamente! giacche ciò non dovrebbe avvenire affatto! — le «concezioni le più alte», cioè le concezioni più generali e più vuote, l’ultima ebbrezza della realtà che svapora, essi le pongono al principio e ne fanno il principio. In ciò di nuovo c’è soltanto l’espressione della maniera di venerare: ciò che vi è di più alto non può venire da ciò che vi è di più basso, non può in generale esser venuto... La morale è che tutto ciò che è di primo ordine deve essere causa sui. Un’altra origine è considerata come obbiezione, come contestazione di valore. Tutti i valori superiori sono di primo ordine, tutte le concezioni superiori, l’essere, l’assoluto, il bene, il vero, il perfetto — tutto ciò non può essere «divenuto», occorre dunque che ciò sia causa sui. Tutto ciò pertanto non può neanche essere ineguale in se stesso, non può essere in contraddizione con sè... È così che essi arrivano alla loro concezione di «Dio»... L’ultima cosa, la più lieve, la più vuota è messa al primo posto, come causa in sè, come ens realissimum... È stato necessario che l’umanità prendesse sul serio i mali immaginarii di quei malati tessitori di tele di ragno! — Ed ha anche dovuto pagar caro tutto ciò!.... [p. 67 modifica]

5.


— Stabiliamo invece in quale maniera differente noi (— dico noi per garbatezza — ) concepiamo il problema dell’errore e dell’apparenza. Una volta si consideravano il cambiamento, la variazione, il divenire in generale, come delle prove dell’apparenza, come un segno che doveva esservi qualche cosa che ci turba. Oggi, al contrario, vediamo esattamente tanto lontano che il pregiudizio della ragione ci forza a fissare l’unità, l’identità, la durata, la sostanza, la causa, la realtà, l’essere, che ci incastra in qualche modo nell’errore, che ci necessita l’errore; malgrado che, in seguito ad una severa verifica, noi siamo certi che l’errore si trova là. Non altrimenti avviene per il movimento degli astri: là sono i nostri occhi i continui difensori dell’errore, mentre che qui è il nostro linguaggio che pérora incessantemente per esso. Il linguaggio appartiene, per la sua origine, all’epoca delle forme più rudimentali della psicologia: noi entriamo in un grossolano feticismo se prendiamo coscienza delle prime condizioni della metafisica del linguaggio, cioè della ragione. Noi vediamo allora dovunque delle azioni e delle cose agenti: noi crediamo alla volontà in tanto che causa in generale: noi crediamo all’«io», all’io in tanto che essere, all’io in tanto che sostanza, e noi proiettiamo la credenza, la sostanza dell’io su tutte le cose — con ciò noi creiamo la concezione delle «cose»... Dappertutto l’essere è immaginato come causa, sostituito alla causa; dalla [p. 68 modifica]concezione dell’«io» segue solamente, come derivazione, la nozione dell’«essere»... Al principio vi era questo grande errore nefasto che considera la volontà come qualche cosa che agisce, — che voleva che la volontà fosse una facoltà... Oggi noi sappiamo che ciò non è che una vana parola... Molto più tardi, in un mondo mille volte più illuminato, la sicurezza, la certezza soggettiva nel maneggiamento delle categorie della ragione, venne, con sorpresa, alla coscienza dei filosofi: essi conclusero che quelle categorie non potevano venire empiricamente, — tutto l’empirismo è con esse in contraddizione. Dunque da dove vengono? — Nell’India come in Grecia si è commesso lo stesso errore: «Bisogna che noi un tempo abbiamo dimorato in un mondo superiore (invece di dire in un mondo ben inferiore, ciò che sarebbe stata la verità!), bisogna che noi si sia stati divini, giacchè abbiamo la ragione!»... Infatti, niente fino ad ora ha avuto una forza di persuasione più innocente che l’errore dell’essere, com’esso è stato formulato, per esempio, dagli Eleati: giacchè esso ha per sè ogni parola, ogni frase che noi pronunciamo! — Gli avversari degli Eleati, essi pure, soccombero alla seduzione della loro concezione dell’essere: Democrito, tra gli altri, allorchè inventò il suo atomo... La «ragione» nel linguaggio: ah! quale vecchia donna ingannatrice! Io temo molto che noi non ci sbarazzeremo mai di Dio, poichè crediamo ancora alla grammatica... [p. 69 modifica]

6.


Mi si sarà riconoscente di condensare in quattro tesi un’idea così importante e così nuova: facìlito così la comprensione, provoco così la comprensione.


Prima proposizione. Le ragioni che fecero chiamare «questo» mondo un mondo di apparenza, al contrario provano la sua realtà, — un’altra realtà è assolutamente indimostrabile.


Seconda proposizione. I segni distintivi che si son dati della vera «essenza delle cose» sono i segni caratteristici del non essere, del nulla; da questa contraddizione si è edificato il «mondo-verità» in vero mondo: ed è infatti il mondo delle apparenze, in tanto che illusione di ottica morale.


Terza proposizione. Parlare di un «altro» mondo che non sia questo qui, non ha alcun senso, ammettendo che noi non abbiamo in noi un istinto dominante di calunnia, di rimpicciolimento, di messa in suspicione della vita: in quest’ultimo caso noi ci vendichiamo della vita con la fantasmagoria di un’«altra» vita, di una vita «migliore».


Quarta proposizione. — Separare il mondo in un mondo «reale» ed in un mondo delle «apparenze», sia alla maniera del cristianesimo, sia alla [p. 70 modifica]maniera di Kant (un fervido cristiano, in fin dei conti), non è che una suggestione della decadenza, un sintomo della vita declinante... Il fatto che l’artista stima più alta l’apparenza che la realtà non è una obbiezione contro questa preposizione. Giacché qui «l’apparenza» significa la realtà ripetuta, ancora una volta, ma sotto forma di selezione, di raddoppiamento, di correzione... L’artista tragico non è un pessimista, egli dice a tutto ciò che è problematico e terribile, egli è dionisiaco....