Il libro dei morti/Capitolo I

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Capitolo I

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Capitolo II

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CAPITOLO I.

Prologo.


Una sentenza di Pitagora, riferita da gli antichi filosofi, dice che — nessuno, senza comando del duce, che vuol dir di Dio, si deve partire da la sua stazione ne la vita — ; significando con ciò come, anche per i credenti, essa sia triste e non valga la pena d’essere vissuta.

Ora, ai nostri tempi, vi fu un uomo credente che avea nome G. Giacomo il quale, non a malincuore, ma lietamente fece la sua scolta in questo breve periodo de la vigilia dei sensi, ed amò la vita e gli piacque di vivere.

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Egli era cresciuto secondo certe massime semplici, che sono il fondamento dell’Evangelo, perdurando in quelle per più di settant’anni; ed inconsciamente le aveva contemperate con le leggi de la natura, senza che queste si trovassero in disaccordo con quelle; anzi le une si avvalorarono per virtù de le altre con felice armonia.

Ma ciò forse avvenne perchè egli fu un uomo semplice e non un filosofo; e la sua fede era troppo viva per venire a contrasto con la ragione; la quale era molto rimessa e più intenta a le piccole cose de la vita che a speculare di metafisica.

Queste, forse, furono le cause perchè egli amò di vivere; che anzi quando giunse il tempo di partirsi dal suo posto e di avviarsi al bel regno di Dio, pur gli rincrebbe di lasciare le cose che amava: la moglie, un figliuolo non ancora ben formato da gli anni e dall’esperienza, i bei campi solatii dove maturava la spica e l’ulivo e dove egli visse la sua lunga vita.

Vero è che la fede cristiana per bocca di Sant’Agostino lo ammoniva che, — misero è ogni animo [p. 7 modifica]vinto dall’amore de le cose terrene ed è dilaniato quando le perde. —

Ma G. Giacomo non aveva letto, io credo, nè Sant’Agostino, nè Lattanzio, nè Tommaso da Kempis; d’altra parte ebbe rallegrata la vita da molto sole e da molta bontà e da molto amore, così che mai non provò il bisogno di confortare lo spirito in quelle sottili letture.

Ora, quand’egli era in vita, passando presso il cimitero, diceva tra se molto piamente: — Anche questo povero corpo deve riposare bene qui! —

Il cimitero era tutto quadrato da un muricciuolo su l’alto d’un colle e davanti si apriva una valle grande; ed il mare, non molto lontano saliva ne la conca de la valle alto ed azzurro.

Aggrondati, immoti erano i cipressi che si scagliavano al cielo con le punte nere. Ma, fuori, recingendo il muricciuolo, salivano i pioppi snelli ed aerei; e dentro erano viali di mortella, cespi di crisantemi e di rosette selvagge e nidi di rondini molte che garrivano nei lunghi e silenziosi meriggi, sui pioppi, sui cipressi e su le pietre funerarie. Ci si doveva pure stare bene lì in cimitero!

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Da tre anni G. Giacomo giaceva in un cantuccio di quel cimitero, quando in una notte lunata e gelida d’inverno, ottenne di levarsi dal suo sepolcro: sorse e si avviò verso quella che fu la sua casa.

I morti camminano in fretta, come dice una ballata tedesca, ed egli non molto andò fuggendo per il silenzio de la serena notte, che fu giunto presso un viale di alberi dietro i quali biancheggiava una villa per la luna che vi battea in piena luce.

Quella era la buona casa antica di sua gente. Non la circondava nessun parco all’inglese, piantato a cedri ed a pini e digradante fra cupe edere e stagni; ma pel declive del colle s’arrampicavano i tronchi de gli ulivi — gentile pianta latina — e, al buon tempo, frondeggiavano col loro fine fogliame argenteo e v’erano filari di viti e campi [p. 9 modifica]di grano. Non serre di piante rare o stranie rose; ma i veroni erano il maggio fioriti di garofani che sanno profumo caldo d’estate, di basilico e di gerani fiammanti. Presso la porta crescevano due cespi di rosmarino, un tempo pianta sacra ai buoni dei Lari, ora usata solo a condire i capponi casalinghi che si rosolano a lo spiedo: ma gli antichi Lari, se aleggiano ancora, erranti spiriti, su le dimore, non isdegnano, io penso, il nuovo uso de la sacra pianta, pur che la famiglia fiorisca e il focolare risplenda.

In quella casa, dunque, i morti volentieri vi ritornavano perchè volentieri vi erano in vita vissuti? Ahimè! gli altri morti se potessero ancora ritornare in vita, sarebbero assai tristi ed amerebbero meglio rimanersene dove erano, perchè la casa che fu di loro, e dovea essere tempio ai figliuoli ed ai nepoti, troverebbero abitata da altra gente; i campi che essi coltivavano, venduti; i corridoi dove ridevano i bimbi ed il sole, desolati o rifatti a nuovo; le stanze de le buone nonne, un dì tutte serene di Madonne e di preghiere, profanate; ed anche i letti, la mensa, le stoviglie [p. 10 modifica]furono, per avventura, messe all’incanto e poi divise fra genti ignote.

E se volessero rivedere la loro discendenza, converrebbe loro molto peregrinare, perchè in questa nostra età le famiglie si dissolvono e si disperdono rapidamente, ed ormai è patria quella terra dove si vive; e pur giungendo sino a loro, troverebbero tutto così mutato; le vesti, i costumi, gli animi, la favella, che non li riconoscerebbero forse più. Ovvero avvenne che lasciassero i loro cari in prospera condizione; ora invece li ritrovano in così misero stato da domandare ai poveri morti: — Perchè siete venuti? non stavate forse bene, almeno in quiete, laggiù sotto terra? qui non v’è posto nemmeno per voi, che siete vane ombre; voi ci ricordate il passato e noi non abbiamo tempo di pensare al passato, perchè il presente c’incalza senza tregua e travolge. —

Molti risponderebbero così ai buoni morti, se i morti tornassero; ed allora il ritorno sarebbe più doloroso de la partita.

Ma G. Giacomo avea avuto buona ventura anche dopo morte; perchè se fosse rivissuto davvero, [p. 11 modifica]avrebbe tutto trovato al suo posto e non vi sarebbe stato altro da fare che mettere le lenzuola di bucato sul letto, e la posata a tavola.

La Menica, la buona donna di casa, ti avrebbe servito per il primo la scodella di minestra fumante, e la moglie ti avrebbe porta la pipa in fine del desinare. Dunque è per assiderti a la tua mensa, per rivedere la tua casa ed i tuoi che tu ritorni a mezza notte, a mezzo il verno? Avevi forse freddo, dabben uomo, ne la tua nicchia di camposanto, e sei venuto a scaldarti al tepore del grosso ceppo di Natale, che, dopo cinque dì, arde ancora sul focolare ampio, delizia di Momo, il gatto domestico, e de’ suoi savi compagni che vi sognano attorno per tutta la notte con gli occhi aperti e fosforescenti?

Inoltre le piante del suo giardino, che lo avevano conosciuto da lontano, con sommessi e lunghi fremiti lo salutavano e gli dicevano: — Oh G. Giacomo, padrone nostro buono, che tu sii il benvenuto fra noi e fra i tuoi dopo così lunga assenza! Noi ti possiamo dare buone nuove e di noi e de la tua casa e de’ tuoi campi e de la tua [p. 12 modifica]famiglia: il fulmine non ci percosse e l’uragano non ci divelse; ma stiamo aspettando che il tempo di primavera ritorni e le passere appendano i nidi a le nostre rame.

Allora noi, quando il cardo fiorisce e la cicala canta, ti porgeremo ancora molta e grata ombra e l’orto fiorirà di gigli e di maggiorana per il vaso de la Madonna, nei giorni sacri a la fede.

Perchè le nostre rame spaziano alte all’intorno, così ti possiamo dire che le opere de la villa furono compiute con ordine e secondo il loro tempo: le pecore indugiavano tutto il dì su i greppi del rio, ed i buoi rompevano i maggesi e le stoppie con solchi così diritti e fondi, che, procedendo l’aratro, si vedeva la terra farsi negra e lucente; e per l’aria vibrava l’odore acre e putre de le radici e dei bulbi scoperti al sole: come il trifoglio vi crebbe di maggio co’ suoi pennacchi rossi, e come alta fiorì la spica!

Ma quello che è più, o G. Giacomo, non abbiamo veduto giungere i cursori del fisco, come tu temevi, a sequestrare i raccolti, perchè non si poterono pagare le imposte; nè il tuo figliuolo ha venduto la [p. 13 modifica]tua villa a qualche ricco signore di latifondi, di quelli che non vengono mai a riconoscere e salutare le loro terre, ma vivono lontani da esse e le abbandonano in balìa d’un castaido qualsiasi; e nemmeno fummo occupati da quella nuova gente la quale vuole che la terra non abbia padrone nè erede, ma sia cosa sociale e di tutti: non vennero con ischiere di operai e di lavoratori ad affaticarci con macchine ed ordigni nuovi e strani, domandando, con più intensa coltivazione, che noi produciamo maggior frutto; null’altro chiedendoci che il frutto.

Ma tu, o padrone, ti accontentavi di ciò che noi ti davamo, perchè semplici erano i tuoi bisogni, e ci lasciavi in pace fremere coi venti e fiorire col sole; e noi in ricambio non solo ti fornivamo la mensa e riempivamo la cantina ed il celliere, ma ti davamo qualche cosa di più, perchè vivevi fra noi e ci amavi; ti davamo molta salute, lietezza e serenità di spirito.

No, la nuova gente non è venuta a turbarci: il bifolco e la sua famiglia si raccoglie, quando il verno è grande, ne le stalle e ragiona de le buone cose antiche; fioriscono i tetti di rondini [p. 14 modifica]in primavera, e la Madonna, nel mese di maggio, passeggia ancora pei campi, e fa alta la spiga ed odoroso il tralcio; ancora il fumo ed il fremito de le macchine non ci offesero; ma i buoi, trascinando l’aratro, empiono del loro mugghio il gran meriggio e le donne lavano presso la riviera e tornano a casa con le erbe monde per la cena.



Così e di molte altre cose ancora novellavano le piante, ma quello spirito doloroso non si fermò, ne diede ascolto a gli amorosi richiami, perchè più gravi cure lo sospingevano a quel suo novissimo viaggio.