Il libro dei morti/Capitolo II

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Capitolo II

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CAPITOLO II.


G. Giacomo era nato in sul principio di questo secolo in una di quelle antiche città del Regno Pontificio, ove l’accidia e l’ortica crescono rigogliose anche oggidì, benchè la vaporiera vi passi da presso tutta sonora col suo gran cimiero di fumo: città che, poste su la via Flaminia, ebbero un’importanza militare e politica ai tempi di Roma; ed anche ne l’età di mezzo vantarono gloriosi ricordi ne la storia de le libertà municipali.

Anzi quella che fu patria di G. Giacomo era ricca di molte leggende amorose ed eroiche; ed aveva, oltre ad un arco eretto in onore del divo [p. 16 modifica]Augusto con metope e capitelli dorici di squisita fattura, anche un tempio rettangolare, mirabile opera de la metà del secolo XV.

Lo avea ideato un giovine e selvaggio guerriero, signore di quella terra, il quale era così ebbro de la primavera del rinascimento pagano, che si diceva del sangue de gli Scipioni, ed ereggendo quel tempio, lo volle costrutto secondo il più puro ordine dell’architettura romana e dentro vi facea scolpire simboli e deità pagane, e chiamava poeti ed architetti a la sua corte. Fra un delitto e una battaglia, trovava tempo di poetare ne lo stile del Petrarca, ed avea fatto inalzare un gran castello di cui oggi rimangono solo due torrioni ad uso di carcere. Allora dunque, in quello scorcio di medio evo, la città dovea risonare di canti d’amore, di cavalcate di gente d’armi, di tornei, di belle e forti opere, mentre il tempio si cingeva di candidi marmi. Ma poi quando la città fu congiunta a gli Stati de la Chiesa, anche quest’ultimo rigoglio di vita ebbe fine.

Il tempio, in certe sue arche di travertino, rinchiuse i poeti, gli scultori, i guerrieri, le belle donne [p. 17 modifica]che furono a la corte di quel principe; e le teste de gli imperatori romani, sporgenti fuori da le metope dell’arco d’Augusto, per lungo volgere di anni si cinsero di parietarie e invano attesero che per la via Flaminia giungessero clangori di tube e di litui o apparissero insegne di guerra.

Una grand’aura di morte si stese su quella città, ed i marmi dei monumenti aveano un bel durare contro il cancro del tempo, che da essi spirava solo tristezza di memorie ed oblio; anzi, ricordando un passato glorioso, facevano maggiormente sentire il tedio dell’inutile ora presente. Ma per buona sorte fuori da le mura si stendevano ubertosi piani e colli e il mare luceva davanti: buone cose de la natura da cui spira primavera eterna.

Che il governo pontificio fosse in parte cagione di quello stato torpido di coscienze e di cose è fuori di dubbio: vero è però che gli animi, o affaticati ed esausti da la antica operosità, o per altre cagioni che, sfuggendo all’analisi si sogliono denotare sotto il mistico nome di fatalità storica, fatti proclivi ad una certa immobilità, ritrovavano inconsciamente in quel governo qualche cosa [p. 18 modifica]di confacente ed affine a la loro superstiziosa inerzia.

Io poi penso anche che troppe erano le memorie e le tradizioni del passato, le quali impedivano di andare spediti per nuova via; troppa la gloria antica perchè i più eletti non se ne innamorassero così da sembrare vana qualunque altra gloria conquistata per altro mezzo, troppi infine i monumenti che sembravano stare lì a testimoniare la fragilità di ogni impresa umana, tal che valga la pena d’incominciare la vita con rinato vigore.

E così fuggivano gli anni, e avveniva che di tutto il rinnovarsi scientifico e filosofico di queste ultime età, appena qualche eco giungeva ai confini di quelle antiche mura; ed anche il progresso materiale ne gli usi de la vita vi si infiltrava a stento, impedito come era, oltre che da le dette cause, da inveterate costumanze le quali non erano però prive di quella certa dolcezza che dà l’abitudine, specie a chi non sente nè l’intenzione nè il bisogno di novità. Vi era passato, è vero, folgorando il genio di Napoleone; ma poi tutto era tornato come prima, non altrimenti che le acque si [p. 19 modifica]rinchiudono quando la nave da la furia del vento e de le vele fu trasportata oltre.



Dette queste cose, non sarà diffìcile avere sottocchio l’aspetto di questa città, poco dopo la restaurazione, quando G. Giacomo era giovinetto.

Oltre ai monumenti su ricordati, v’erano molti bei palazzi quadrati e neri, con grosse porte di quercia ferrate; e vi abitava una nobiltà, parte di antico casato, parte creata dai pontefici, tutta del resto untuosa ed austera ne le pratiche esteriori de la religione e ligia al governo.

Il più del tempo lo trascorrevano in quei loro palazzi; d’autunno in villa sino a S. Catterina, ed ora molto se qualcuno si moveva per andare qualche mese a Firenze od a Roma.

Poi veniva una classe numerosa, che oggi va scomparendo, di famiglie che possedevano due o tre piccoli fondi tutt’al più: vivevano, del reddito [p. 20 modifica]di quelli, una vita modesta e monotona, ma libera da la schiavitù del lusso e de gli impieghi, cui oggi è soggetta la piccola borghesia. Abitavano vecchie case che si tramandavano di padre in figlio, dove i mobili avevano tutto il tempo di cadere rosi dai tarli, senza che altri li rimovesse dal loro posto. La più parte di quelle case avevano un orticello, dove si piantava il prezzemolo, il rosmarino, il radicchio per l’uso giornaliero de la cucina; la lavanda a profumare i teli di lino ne le grandi arche; qualche cespo di garofani e d’erbarosa; ed in taluni di quegli orticelli v’era anche un pergolato di gelsomini o una vite d’uva moscadella o un bell’albero fruttifero. Case ben fornite di tutto ciò che è necessario a la vita: d’autunno vi si macellava un grosso porco e lo vi si conciava, tanto che le travi del celliere scomparivano sotto le file dei salami, de le vesciche di strutto, dei prosciutti e dei festoni di salsiccia. Il podere poi forniva il grano per fare il pane e le frittelle, il vino ed il vinello, l’olio che si riponeva in certe grandi olle di terra.

E non mancavano i capponi ne la stia ad [p. 21 modifica]ingrassare pel Natale, le sorbe a maturare su la paglia, la lana ed il lino a far sognare le fanciulle; che lavorando il loro corredo ne’ lunghi meriggi o a le notti d’inverno, vagheggiavano il tempo quando il babbo avesse condotto in casa un buon giovane, col timore di Dio e con qualche po’ di roba al sole, per essere lo sposo loro e così diventare padrone di casa e massaie, come la mamma e come l’ava.

Il ceto poi dei lavoratori in genere era assai esiguo, tanto quanto era richiesto dai bisogni de la vita: buona gente astretta a le classi nobili o ricche per vincolo di riconoscenza, per speranza di benefici o per timore di occulte persecuzioni; uomini e donne accostumati a far andare la coscienza su le rotaie de la vecchia morale d’uso, ed a vivere sotto la custodia dei dogmi.

Lo stesso agitarsi de le sette ed il loro diffondersi proveniva piuttosto per odio politico, per consenso dal di fuori, per bisogno di lotta ne’ più audaci che da convincimento di coscienze rinnovate e desiderose d’ideale libertà: per queste cause e per essere l’opera loro occulta o ferocemente [p. 22 modifica]repressa ben poco predominio avevano su l’universale, e, se pur di frequente turbavano o atterrivano, non valevano però a infondere nuova vita a quella morta città.

Le vie erano selciate di ciottoli a punta, radi e sconnessi, e ne gli interstizi vi prosperava la gramigna ed il vetriolo, o si coprivano di gialla lebbra. Solo il dì del mercato quelle deserte vie si popolavano alquanto de la gente che veniva dal contado: baroccini e carrettelle, pesanti barocci, gementi sotto il peso de la legna, de’ foraggi, de le biade, de le botti del vino nuovo; e li trascinavano grandi, solenni e candidi buoi, che col loro muggito destavano l’eco assopita di quelle contrade. Il resto de la settimana, anche nei giorni rosei di primavera, era molto silenzio e tristezza. Passava qualche carrozza signorile, le tendine calate, con de’ cavalli slombati, un cocchiere barocco a cassetta: era qualche gentildonna che usciva al passeggio o si recava a la chiesa. Compagnie di preti ne passavano sovente; ed i vesperi lunghi erano quasi ogni dì rotti da la nenia dei funerali o da la pompa de le processioni. Sul fare poi de la sera, [p. 23 modifica]per la benedizione, pe’ tridui all’uno o all’altro santo, le chiese erano tutte aperte, e per le tenebre crescenti si vedeva in fondo a le lunghe navate un tremolare di candele su per l’altare maggiore; e nell’aria cheta montava un profumo di turiboli acre d’incenso ed un gemito di preghiere che salivano nell’inno del rosario e si abbassavano profonde e cadenzate nell’ave-maria. Poi un prete si levava alto ne la sua stola a benedire tutta quella folla nera di popolo che rispondeva con nuovo e più accorato bisbiglio di sommesse preghiere. Uscivano dal tempio, scantonavano lungo le vie e ritornavano a le case loro.

Batteva quindi l’ora di notte; ai crocicchi s’accendevano alcune lampade ad olio e sino all’alba era silenzio, rotto di quando in quando dal passo cadenzato dei gendarmi pontifici o dall’andar frettoloso di qualche borghese che ritornava da una veglia preceduto dal famiglio con la lanterna.

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A quel tempo G. Giacomo era un buon abatonzolo nel seminario arcivescovile e vi studiava filosofia e un po’ di teologia. Alto, tarchiato, con un faccione tutto a bitorzoli e peluria nascente fine fra certi peli già irti e maturi, senza una fisonomia decisa, anzi con una fisonomia apertamente brutta, come sogliono avere in gran parte i giovani di quell’età, in cui l’adolescente muta pelle e diventa uomo. Aveva certe gambe polpacciute che si vedevano i muscoli guizzare sotto le calze di bavella nera; due piedacci che andavano qua e là senza garbo ne le loro scarpe basse e scalcagnate con la fibbia d’argento. Una sua zia (la mamma gli era morta da un pezzo) gli teneva a sesto il corredo e gli faceva per l’inverno certi manichini di grossa lana nera ed oleosa, da cui saltavano fuori due manacce nocchierute ed ispide, e parevano più atte a reggere la vanga che il torchietto in coro. [p. 25 modifica]Del resto nessuno più di lui era valente a cantar salmi ai vesperi o a la messa cantata, con la sua bella cotta crespa ed inamidata.

Bei giorni de la giovinezza! pieni di fede nel Signore Iddio, e di opere forse inutili, ma sane e semplici e che non producono poi il tormento de lo spirito e la lebbre de le ansiose ricerche! Da la cupola di quel tempio che ho ricordato, piovevano i raggi del tramonto, che s’incendiavano attraverso i cortinaggi scarlatti ed i vetri istoriati; i ceri fiammeggiavano alti fra le spire dell’incenso; i canonici pingui ne gli stalli del coro intonavano i salmi con certe voci che parevano gemiti di contrabassi o miagolii di gatti in amore, e vi rispondevano gli adolescenti seminaristi con più vivo e lieto canto. E quando cessavano le preghiere, ne la raccolta adorazione del Sacramento, si udivano scoppi e trilli di rondini che nidificavano sotto i cornicioni del tempio solitario.

Dopo cantato vespero, si ponevano in capo il tricorno, si cingevano con una bella fascia vermiglia ed uscivano a spasso fuori de la porta che guarda il monte. Andavano in un bel prato, e lì [p. 26 modifica]giocavano a rincorrersi, a nascondersi dietro i cespugli, o a finte battaglie fra i Romani ed i Cartaginesi; e che pugni fissi menava allora G. Giacomo, e come i Mauri ed i Numidi si ritraevano in isconfitta sotto l’impeto giovanile dei militi romani!

La sua coltura era povera cosa: quella che s’imparava ne’ seminari d’allora; ed egli attendeva con passiva e volonterosa obbedienza a quello che gli insegnavano i maestri, senza stare a discutere seco stesso o con altri se fosse utile, vero o completo quello studio.

Era anzi divenuto un buon scolaro di retorica e scriveva i suoi latini con una certa rotondezza di frasi che pretendevano d’imitare la fine euritmia ciceroniana. Le sue argomentazioni, basate su vecchi sillogismi e che si reggevano più per il legame dei periodi che de le idee, le interrogazioni infarcite di utrum, di ne, di quid, i giri dell’orazione che terminavano con un bel esse videatur in fondo, riscotevano il plauso de’ condiscepoli e la lode dei maestri. E si leggeva molto latino in quelle lunghe ore di scuola: scuole vecchie e [p. 27 modifica]silenziose, anch’esse piene di santi e con un certo lezzo ascetico di sacrestia, di libri antichi e di fiori avvizziti.

Ma due cose piene di vita vi penetravano: il sole folgorante e ridente pei finestroni, ed il canto dei poemi di Livio e di Vergilio. Oggi questi e simili autori si leggono o per esercizio di critica o per intesservi dissertazioni filologiche, o piuttosto anche perchè certe viete abitudini sono dure a cadere e si trascinano morte per lungo tempo: ma allora in quelle scuole, la letteratura latina si disegnava nell’atteggiamento vivo e commosso di un canto nazionale, che giganteggia in fondo a la storia, a cui le menti ed i sogni tendono come a speglio e che si accetta quale è, ne la sua interezza epica, senza provare il bisogno di discutere o mutilare con l’arte de la critica.

In italiano si scriveva con una certa andatura un po’ boccaccevole e fiorita, avuta assai in conto da quei maestri: e come si stendevano con gusto quei compiti, come il discorso di Veturia a Coriolano, la descrizione de la battaglia di Canne, la morte di Decio, la concione del Senato romano al [p. 28 modifica]console Terenzio che vinto da Annibale, per suo errore, pur avea lodi e grazie solenni per non aver disperato de la salute de la patria!

Decrepita retorica, che fa sorridere di compassione chi ancora si occupa di retorica; eppure quanta primavera di opere eroiche sbocciò al tuo raggio, oramai tramontato per sempre!

Ma dopo la storia romana, luminosa e viva, cominciavano le tenebre.

Di tutto lo svolgimento del pensiero italiano egli non avea conoscenze che scarse e confuse: non avea in mente la storia di un popolo, ma soltanto alcuni nomi di grandi poeti ed artisti; figure colossali e solitarie che stavano a sè in un tempo morto fra un popolo morto: Dante, Petrarca, Rafaello, Michelangelo.

E di questi italiani che segnano il gran cammino de la patria ed accennano in alto, in alto ancora, egli non sapeva che il lato cristiano. Così ad esempio Dante, cui egli concepiva più come simbolo perfetto di sapienza non progressiva, piuttosto che come uomo, avea detto che l’impero di Roma era stato dall’imprescindibile volere di Dio [p. 29 modifica]stabilito — per lo loco santo, — sede al successore di Pietro. Il verso che così di sovente udiva ripetere — state contenti, umana gente, al quia, — era di Dante: Petrarca cantò la Vergine in una sua canzone, alata come un inno, commossa come una preghiera, fragrante e luminosa come l’aurora che sorge: Rafaello, nell’estasi di contemplazioni divine, avea visto come veramente si trasfigurò il Signore, e Michelangelo elevò in terra la casa di Dio.

E però le rivoluzioni dei popoli e de le coscienze, per quel po’ che ne sapeva, gli parevano come aberrazioni delittuose e ribellantisi a leggi che erano state da Dio stesso sancite. Giovanni Huss, Lutero, Bruno, Campanella erano nomi paurosi di grandi colpevoli che avevano tentato di traviare l’umanità dal sentiero de la fede; e li metteva quasi in un fascio coi giacobini e coi carbonari di cui avea un concetto anche più confuso: tutta gente fuori del grembo de la Chiesa ed inesorabilmente dannata. Che valeva occuparsi di loro? Anche il pregare sarebbe stato inutile, perchè erano in luogo di eterna perdizione.

Ma ciò che sapeva a meraviglia era tutto il [p. 30 modifica]vecchio arsenale dei dogmi e de le superstizioni, che la miseria dell’intelletto fa germogliare come lebbra su l’albero felice de la fede, cosi che questo e le sue frondi d’eterno verde più non si scorgono. Conosceva tutte le pene dell’inferno e le gioie del paradiso; per quali opere l’uno si acquista, l’altro si perde; i giorni dei tridui, de le novene, le preghiere, gli scongiuri e via dicendo.



Queste cose sapeva G. Giacomo quando fioriva la sua giovanezza fra le mura nere del seminario, e così press’a poco s’insegnava, mentre altrove, ne le settentrionali terre dei Cimeri, un risveglio immenso di nuovi studi, frementi di vero, batteva la gran diana a le coscienze torpide ed avvinte ancora al sogno del passato.

Ma di quel suono niun’eco giungeva ai confini di quelle città antiche; dove pur si leggeva serenamente di Titiro che sta seduto all’ombra del [p. 31 modifica]gran faggio e canta Amarillide, o di Cesare che varca il Rubicone; e il sole radiante pe’ bei campi e i monumenti e i luoghi, testimoni dei fatti, facevano quasi sembrare ancor vive quelle passate leggende.