Il mio diario di guerra/I/Guerra in montagna, tra la neve e il fango

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Guerra in montagna, tra la neve e il fango

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Guerra in montagna, tra la neve e il fango
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Guerra in montagna, tra la neve e il fango



14 Ottobre.


Stamane, solito passaggio di feriti non gravi. Le vedette austriache, implacabili, non cessano un minuto solo di sparare.

Ore quindici. L’artiglieria austriaca, dal Lipnik, io credo, comincia a bombardare la nostra posizione. Venti colpi da 280 che scoppiano in fondo valle. Quattro non scoppiano. Grida di gioia e di scherno partono dai nostri ripari.

Cessa il 280 e comincia il cannoncino. Lo chiamiamo così, col vezzeggiativo, perchè, sparando quotidianamente ci è diventato ormai familiare; ma si tratta di un cannone da montagna da 75. E credo che ce ne sia più d’uno. Quasi tutti gli shrapnels battono la zona occupata dal nostro battaglione. Ci mettiamo in quattro, testa a testa, contro un grosso tronco d’albero che ci ripara magnificamente. È con noi un alpino sorpreso dalla raffica mentre andava a prendere acqua. Scrosciano le pallette, cadono le ramaglie, turbinano le foglie. È finita. Troviamo qualche palletta, qualche [p. 56 modifica]scheggia ancora calda. Adesso sono i nostri cannoni che cominciano a sparare.

Gli austriaci tacciono. Allegria, per noi. Passano tre feriti, di cui uno solo relativamente grave, perchè ha una gamba spezzata. In fondo valle, il 280 ha fatto qualche vittima. Ci sono alcuni morti — fantaccini e bersaglieri — dei «posti di collegamento». Serata di calma. Qua e là si levano delle voci che cantano. Ma non sono canzoni del repertorio patriottico. Sono del repertorio soldatesco e popolare. Bisogna distinguere. Salvo una che ha un ritornello che dice:

Trento e Trieste
Ti renderò

le altre canzoni sono ben lontane dagli avvenimenti attuali. L’immortale Violetta tiene ancora il primo posto.

E la Violetta
La va, la va...

Alcuni, che devono essere reduci dalla Libia, cantano invece:

Da Tripoli a Gargaresch
Si marcia in ferrovia...

E non manca la canzonetta scollacciata, anzi oscena:

All’osteria del numero uno...
.   .   .   .   .   .   .   .   .   .
Dammela ben, biondina
Dammela ben, biondaaaa...

[p. 57 modifica]Il soldato italiano è allegro, particolarmente quando non piove. E anche quando piove, accetta la bagnura con molta filosofia.


15 Ottobre.


Notte di burrasca. Il vento mugghiava dal Monte Nero alla Conca di Plezzo e andava a schiantarsi contro la parete altissima e già bianca del Rombon.

Mattinata grigia, incerta. Passano due bersaglieri morti. Devono essere caduti stanotte ai piccoli posti. Noi li vediamo passare, portati dai portaferiti e seguiti dagli zappatori che devono scavare la fossa. Nessuno di noi domanda chi siano. Si preferisce ignorare. Alcune ore di lavoro per riaccomodare il nostro il riparo, sconquassato dalla tempesta di stanotte. Fuoco stracco di fucileria tra le vedette. Uno dei nostri spara con un fucile austriaco.

· · · · · · · · · · · · · ·

Tutte le mattine, al momento della distribuzione del caffè, sorgono discussioni e battibecchi fra bersaglieri e bersaglieri e soprattutto fra bersaglieri e caporali. Strano! Sono uomini che potrebbero morire da un momento all’altro e si bisticciano per un sorso di caffè. Ma il fatto si spiega: anzitutto il caffè è l’unico liquido che il soldato desideri e beva con piacere e vantaggio; poi, nessuno crede di dover morire e infine per un senso profondo di [p. 58 modifica]giustizia distributiva. Quando le razioni non sono uguali per tutti, si grida:

— Camorra! Non fare camorra! —

Purtroppo la camorra, nel senso soldatesco della parola, c’è. Al soldato che sta nelle prime linee, e dovrebbe essere «sacro», non giunge che la minima parte di ciò che gli spetta, giusta il regolamento di guerra. Caffè, cioccolata, vino, grappa passano per troppe mani di conducenti, caporali, piantoni. La «camorra» sembra essere un fatto normale, ma irrita grandemente i soldati, specie in guerra. C’è il caso di sentirli dire: «Governo ladro!». La camorra finisce per esercitare influenza deprimente su quello che si chiama il «morale» delle truppe. Io penso che se, per rendere contenti questi soldati, occorre eliminare gli abusi della piccola camorra e distribuire razioni abbondanti e giuste di caffè, il problema è di facile soluzione. Importate, se occorre, tutto il caffè del Brasile...

Sono giunti gli elmetti per gli shrapnels. Sei, per compagnia, finora. Recano sul davanti queste due iniziali R. F.: Republique Française.

L’11° bersaglieri è il reggimento italiano per eccellenza. Tutti o quasi i distretti d’Italia vi sono rappresentati. C’è qualche sardo, ci sono dei siciliani di Cefalù, dei calabresi, dei pugliesi di Bari e Lecce, degli abruzzesi di tutte e quattro le provincie, dei napoletani di Napoli e Caserta, dei romani, dei toscani di Siena, Firenze, [p. 59 modifica] Massa-Carrara, dei marchigiani di Ancona, Ascoìi-Piceno, Pesaro, degli emiliani di Ferrara, dei lombardi di Milano, Brescia, Cremona, Bergamo, Lecco. Sondrio, Mantova; dei veneti di tutte le provincie, ad eccezione di Udine e Belluno.

In guerra, si disprezza il denaro. Chi ne ha, lo manda a casa. Non si sa nemmeno come spendere la cinquina. C’è il vivandiere, ma sta molto lontano e non ha che delle scatole di sardine. Giunge di notte e di giorno se ne va. Il valentuomo ha paura delle granate e degli shrapnels. Se io fossi nel colonnello, lo costringerei a rimanere — con noi — in prima linea.


16 Ottobre.


Notte eccezionalmente calma. Anche la vedetta austriaca ha riposato. Niente ta-pum. Stamani, sole. Passano sulle nostre teste — in alto, molto in alto — dei proiettili d’artiglieria, ma non si capisce di dove vengano, nè dove siano diretti. Il tenente Morrigoni, di complemento, mi annuncia la sua promozione a capitano, di complemento. Lascierà la compagnia. Il tenente Fanelli se ne va all’infermeria. Ha i piedi rovinati dal freddo e dall’umidità. Due feriti di pallottole. Distribuzione di cioccolato, mandato da un ignoto amico.

— C’è qualcuno che si ricorda di noi! —

La Libera Stampa di Locarno mi giunge con un articolo dedicato alla memoria di Giulio Barai, caduto sul campo di battaglia. Povero ed eroico amico! I superstiti, fra noi, ti ricorderanno sempre! [p. 60 modifica]

Cader prigionieri in mano agli austriaci: ecco un’eventualità che spaventa i miei commilitoni.

— Piuttosto morire! — dicono tutti.

Questo spiega il numero esiguo di prigionieri italiani fatti dall’esercito austriaco. Quelli del nostro reggimento non arrivano alle decina e sono stati sempre colti di sorpresa.

Qui, nessuno dice: «Torno al mio paese!». Si dice: «Tornare in Italia». L’Italia appare così, forse per la prima volta, nella coscienza di tanti suoi figli, come una realtà una e vivente, come la Patria comune, insomma.


17 Ottobre.


Domenica. La mattinata si annuncia calma. C’è in alto un sole meraviglioso. Ma, improvvisamente, verso le nove, un proiettile da 280 austriaco, passa sulle nostre teste, col suo sibilo feroce. Scoppia lontano, giù, verso lo Slatenik. Di lì a poco, un secondo colpo, accorciato. Un terzo, 200 metri più giù dal posto che occupiamo. Un quarto, dietro a noi. Gli austriaci tirano a caso. Battono la zona. «Tiro di sfottimento» come lo chiamiamo noi. Ecco il sibilo del sesto colpo. Lo sento sopra di me. Vicino, vicino, vicino, a sessanta centimetri [p. 61 modifica]passa sopra le nostre teste. Io e Petrella siamo immobili, a terra. Il minuto d’attesa ci è parso lunghissimo. Il proiettile è scoppiato a meno di tre metri dal punto in cui ci troviamo. Con la sola corrente d’aria ha scoperchiato tutto il nostro riparo. Detonazione formidabile. Grandinare di schegge enormi e di sassi. Un albero è stato sradicato. Alcuni macigni frantumati. Ci troviamo letteralmente coperti dalla testa ai piedi di terriccio, sassi e ramaglie.

— Sei vivo?

— Vivo! —

La cinghia del mio fucile è stata tagliata nettamente da una scheggia. Gavetta e tascapane sono crivellati di proiettili. Il fucile di Petrella ha la cassa spezzata. Tutti gli alberi vicini presentano la corteccia lacerata.

Noi siamo miracolosamente incolumi.

Passa di corsa da un riparo all’altro l’attendente del maggiore Cassola, il milanese podista Terzi, il quale grida:

— Bersaglieri del 33°! Ordine del maggiore, ritirarsi armati sotto al costone!

— Obbediamo. Tutto il battaglione è, ora, riunito sotto una roccia al riparo dei colpi del 280. Passo dinanzi al comando del battaglione. C’è il maggiore, il capitano Mozzoni, il capitano Vestrini. Ho la faccia nera di terriccio.

— Che cosa ti succede, Mussolini? — mi domandano.

L’ultimo 280 mi è scoppiato vicino.

— L’hai scampata bella... — [p. 62 modifica]Per la seconda volta, a distanza di sette giorni, ho corso serio e immediato pericolo di vita. Bastava che il proiettile fosse scoppiato soltanto un passo indietro, per ridurmi a brandelli.

Jannazzone mi dice:

Si fussi in voi, porterei un cero a Monteverginel

Il bombardamento non è continuato. Il mio, è stato l’ultimo colpo. Ritorniamo ai nostri ripari. Nel pomeriggio calmo, molti si fermano ad osservare la buca enorme, prodotta dallo scoppio del 280. Io trovo una scheggia ancora tepida che peserà un paio di chilogrammi. La metto fra i miei cimeli di guerra. L’artiglieria di grosso calibro fa meno vittime, forse, di quella di medio e piccolo calibro, ma esercita una influenza deprimente sullo spirito dei soldati. Il soldato di fanteria si sente disarmato, impotente contro il cannone. Quando l’artiglieria batte le nostre posizioni, ognuno di noi è come un condannato a morte. Il sibilo annuncia il proiettile e ogni soldato si domanda: «Dove scoppierà?». Contro il cannone non c’è alcuna difesa possibile, all’infuori di quella costituita dai «ripari» che sono poco profondi e pochissimo consistenti. Si tratta di sassi ammucchiati insieme con zolle di terra. Bisogna restare immobili, contare i colpi e attendere che il bombardamento finisca. Per un’altra ragione il cannone impressiona il soldato, ed è il genere di ferite ch’esso produce. Le pallottole di fucile o di mitragliatrice non straziano, come un proiettile di cannone.

C’è un solo morto: un caporal maggiore degli [p. 63 modifica]zappatori del 27° battaglione. Un milanese, a quanto mi dicono. E’ stato decapitato da una scheggia del 280. Verso sera vado a cercar dell’acqua e passo accanto al luogo dove l’hanno sepolto. E’ in un angolo, sotto una roccia, vicino a un tourniquet della mulattiera. Sulla croce, sotto al nome e cognome, c’è un’epigrafe breve e affettuosa. Era un valoroso. A piè della croce ci sono alcune cartoline illustrate. Sulla terra fresca, qualcuno ha sparso delle foglie. Alla Casette — si tratta di due capanne di legno — ritrovo il caporal maggiore milanese Garbagnati. E’ addetto ai viveri. Mi offre da bere. C’è una colonna di muli che arrivano. Si sentono da lontano, per il batter dei ferri sui ciottoli del sentiero. Serata tranquilla.


18 Ottobre.


Notte calma. Mattinata di sole. Nel pomeriggio comincia la sinfonia dei nostri cannoni. Sparano da tutte le cime. Noi ignoravamo l’esistenza di tante batterie. Ecco i 75 nostri. Hanno un sibilo e uno scoppio secco e rabbioso.

I 149 sono imponenti. La detonazione dei loro proiettili è quasi gioviale, nella sua profondità. I 210 hanno un boato breve e sordo. Poi, c’è il nostro simpaticissimo 305. Vien di lontano, di là dai monti, come un pellegrino. Passa sulle nostre teste lento e solenne. Lo si può seguire coll’udito lungo il tragitto. Il colpo di partenza non si sente, tanto è lontano, ma sentiamo quello d’arrivo. Lo [p. 64 modifica]scoppio di un 305 italiano fa tremare la montagna. Se l’artiglieria nemica deprime, l’artiglieria nostra solleva. Quando i nostri cannoni sono in funzione, i bersaglieri si dànno alla pazza gioia. Girano da riparo a riparo, fischiano, cantano. Accompagnano i proiettili con grida, con auguri.

Il soldato di fanteria non ha che un desiderio: quello di sentir sempre la voce dei nostri cannoni, sempre, di notte e di giorno. Quando sono i cannoni austriaci che sparano e i nostri tacciono, i bersaglieri impazienti... protestano contro la nostra artiglieria che... risparmia le munizioni. L’azione della nostra artiglieria è durata un paio d’ore.

Passano delle corvées cariche di munizioni. Ci sono delle casse di bombe sulle quali sta scritto: Haut, Bas. Eviter les chocs. L’avanzata sembra imminente. Sintomatico! I bersaglieri non dicono: combattimento, azione, battaglia; no: dicono: avanzata. Sembra, per loro, già assiomatico, intuitivo, necessario che una battaglia nostra debba risolversi in un’avanzata. Non è sempre così. Ma l’uso generale e unico di questo vocabolo è un altro sintomo dello spirito di aggressività che anima i soldati italiani e della loro certezza di vincere.

Ciò che più mi ha stupito e commosso in questo primo mese di trincea, è lo stoicismo incredibile di cui dànno prova i soldati italiani feriti. Il mio riparo è sulla mulattiera. Ho... la finestra sulla strada. Tutto passa sotto i miei occhi. Ho veduto decine e decine di feriti. I lievi, quelli colpiti a un [p. 65 modifica]braccio, per esempio, vanno all’infermeria da soli. Qualcuno, che pur aveva le carni lacerate da schegge di proiettili, fumava tranquillamente una sigaretta. Non un lamento. E’ straordinario! E’ ammirevole! Un mantovano, con un braccio quasi tagliato da una scheggia, si reca da solo al posto di medicazione. E dice al tenente che si affretta attorno a lui, per la medicazione:

— Tenente, tagli il resto! E mi faccia dare un po’ di pagnotta! —

Questo stoicismo è il prodotto dell’atmosfera in cui si vive. Nessun soldato ferito vuol mostrarsi debole e pauroso del proprio sangue, dinanzi ai compagni. Non solo. C’è una ragione più profonda. Non si geme per una ferita, quando si corre continuamente il rischio di morte. La ferita è il meno peggio. Comunque, il silenzio superbo di questi umili figli d’Italia dinanzi al dolore della carne straziata dall’acciaio rovente, è una prova della magnifica solidità della nostra stirpe.


19 Ottobre.


Notte agitata. Bombardamenti lontani e profondi. Dicono che è in direzione di Tolmino e Gorizia. L’«azione» sembra fissata per domani. Sole. Comincia il concerto maestoso, formidabile delle nostre artiglierie. Chi sta — anche per una giornata sola — sotto il bombardamento di un centinaio di cannoni che sparano simultaneamente, riporta una [p. 66 modifica]impressione indimenticabile, sbalorditiva. Alla sera, si è intontiti. I nervi non rispondono più.

Alcune voci del gergo di guerra, in voga nel mio reggimento:

scalcinato = soldato debole;
baule = cretino;
fifa = paura;
svirgola = cannonata;
omnibus = proiettile da 305;
pizzicare = ferire;
spicciarsela = trovarsi nell’imbarazzo;
pallottola intelligente = pallottola che ferisce soltanto;
pipa = rimprovero;
girare la matricola = idem;
far scrivere a casa = togliere qualcosa a un soldato;
far fesso = idem;
far camorra = farsi la parite del leone;
essere fuori uso = inabile alle fatiche di guerra;
marcar visita = recarsi dal medico;
vedere il mago = rimanere indietro;
avanzare verso le cucine = retrocedere;
tagliar la corda = fuggire;
portare a casa la ghirba = tornare a casa sano e salvo.

(La ghirba è un recipiente di tela impermeabile

che serve per portare acqua, vino, caffè). [p. 67 modifica]

E’ giunto il colonnello. Anche Padre Michele, il cappellano del reggimento, è arrivato. Ma gli scotta il terreno sotto i piedi.

Ieri sera sono stato di corvée. Mi sono successivamente caricato di cento sacchetti vuoti che dovranno poi — riempiti di terra — servirci per i nostri ripari; di una cassa di bombe e di una scudo d’acciaio che d’ora innanzi proteggerà coloro che devono tagliare i reticolati. Ma pesa molto: tredici chilogrammi e mezzo. Finito di lavorare a mezzanotte. Stanchissimo. Il fuoco di fucileria degli alpini sul Vrsig mi ha svegliato verso l’alba. Tuonano i nostri cannoni, ma l’attacco, si dice, è rinviato a domani.