Il mio diario di guerra/I/Come si vive e come si muore nelle linee del fuoco

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Come si vive e come si muore nelle linee del fuoco

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Come si vive e come si muore nelle linee del fuoco
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Come si vive e come si muore nelle linee del fuoco



27 Settembre.


Da ieri mattina non abbiamo in corpo che un sorso freddo di caffè. Piove sempre. Da due giorni, ininterrottamente. Stanotte non ho chiuso occhio. Mi trovavo sotto la tenda con un tal Jannazzone, un contadino del Beneventano, il quale, inzuppato fradicio, come me, e un po’ febbricitante, gemeva:

— Madonna mia bella! Madonna mia bella!

— Basta, basta, Jannazzone! — gli ho detto.

— Non credete in Dio, voi? —

Non ho risposto.

Io, invece, ingannavo il tempo, le dodici ore interminabili della notte, rimemorando le poesie imparate nel bel tempo felice e lontano della mia giovinezza. Effetto delle circostanze climateriche, la poesia che mi è tornata alla memoria, è La caduta del Parini. Strofa a strofa sono giunto sino ai versi:

«Ed il cappello e il vano
«Baston dispersi nella via, raccoglie».

[p. 42 modifica]Poi non mi sono ricordato più.

Cambiamo posizione. Andiamo in fondo valle alle sorgenti dello Slatenik, un torrente che sbocca nell’Isonzo, nella conca di Plezzo. Nei ripari che gli austriaci hanno abbandonato, troviamo un po’ più di comfort. In questa zona sono ancora visibili i segni della travolgente avanzata degli italiani.

Sul terreno tormentato e sconvolto sono disseminati, in disordine, bossoli di proiettili d’ogni calibro, giberne, scarpe, zaini, pacchi di cartuccie, fucili, cassette di legno sventrate, tronchi d’alberi abbattuti, reticolati di ferro travolti, scatolette di carne vuote con diciture tedesche e ungheresi, fazzoletti, teli da tenda. Qua e là sono degli austriaci morti e malamente sepolti. Tra gli altri un ufficiale.

Qui furono distrutti due reggimenti di bosniaci e erzegovinesi.

La posta: pacchi e lettere, ma per me e per tutti i richiamati dell’84, niente ancora. Soffia un vento impetuoso e freddo. Distendiamo sui cespugli, al sole, le nostre mantelline e coperte, inzuppate di acqua.


29 Settembre.


Due giorni e due notti di pioggia. Tempesta.

Veniva dal Monte Nero. Sono, siamo fradici sino alle ossa. I bersaglieri preferiscono il fuoco all’acqua. Fuoco di piombo, si capisce. Ma stamani, [p. 43 modifica] tepido fa dimenticare le giornate piovose. Lo Slaienik — ingrossato — urla in fondo al vallone. Si distribuisce la posta. Finalmente, dopo quindici giorni, c’è qualche cosa anche per me. Nel trincerone che occupiamo si può accendere il fuoco. Ogni tenda ha il suo. Qui, l’unico pericolo — oltre a quello delle cannonate e delle pallottole vagabonde — è dato dai macigni che rotolano dall’Vrsig. Di quando in quando si sente gridare:

— Sasso! Sasso! —

Guai a chi non lo evita a tempo!

L’11° bersaglieri è stato rudemente provato, ma il «morale» dei soldati è eccellente. Anche i poilus dell’84 stanno cambiando psicologia. Diventano soldati. Sembrano già lontanissimi i primi giorni, quando bastava il rombo del cannone, il fischio di una pallottola o la vista di qualche cadavere per emozionarli. Distribuzione di alcuni indumenti invernali. Sono ottimi.


30 Settembre.


Ho portato — poiché li desiderava — alcuni numeri arretrati del Popolo al mio capitano Mozzoni. Era aiutante in prima; ha preferito riassumere il comando della compagnia. Uomo che conosce gli uomini, soldato che conosce i soldati. I bersaglieri gli vogliono molto bene. Non ha bisogno di ricorrere a misure disciplinari per ottenere che ognuno adempia il proprio dovere. Mi offre biscotti e tre [p. 44 modifica] pacchetti di sigarette. E’ con lui il tenente Morrigoni, romano, simpaticissimo e fortunato. E’ giunto, dal 12°, un cadetto destinato al comando del primo plotone della nostra compagnia: Fanelli, di Bari. Giornata tranquilla.


1° Ottobre.


Piove. Il mio capitano, in un rapporto indirizzato al colonnello, fa vivi elogi del mio spirito militare e della mia resistenza alle prime e più gravi fatiche della guerra.

Verso sera, intenso fuoco di fucileria e di mitragliatrici alle falde dell’Jaworcek. Che gli altri battaglioni abbiano impegnato un combattimento?


2 Ottobre.


Sono giunti altri ufficiali. I cadetti Barbieri e Raggi. Ora i quadri della nostra compagnia sono al completo.

Gli austriaci bombardano con granate incendiarie il villaggio di Cezzoga.


3 Ottobre.


Il piantone della fureria, Lamberti, mi reca un biglietto del capitano, che dice:

«Sarebbe mio desiderio che ai bersaglieri della [p. 45 modifica] compagnia fosse espresso nel modo più sentito alla loro anima semplice e buona, il mio vivo compiacimento per la fusione già stabilitasi fra i vecchi e i giovani bersaglieri; ciò che dimostra quale spirito di cameratismo animi il loro cuore. La serena giocondità, il sentimento di disciplina, la disinvolta resistenza ai disagi cui sono sottoposti, vengono da me così apprezzati, tanto da sentirmene fieramente orgoglioso. Tutto ciò è indice di alto sentimento del dovere e dà affidamento della più salda compagine qualora a nuovi cimenti si possa essere chiamati. Al bersagliere Mussolini affido l’incarico di scrivere un ordine del giorno di compagnia che in una sintesi concettosa e bersaglieresca esprima tali miei apprezzamenti, con l’esortazione a perseverare, e con la visione di quegli ideali fulgidissimi di Patria e di famiglia, che costituiranno a suo tempo il premio più sensibile per il sacrosanto dovere compiuto».

Io mi domando: «Ma non è già questo un ordine del giorno bellissimo? Che cosa posso dire, io, di meglio e di più?». Tuttavia, obbedisco. Fra anziani e richiamati, si cominciano a stabilire rapporti di amicizia. Nel primo plotone, di richiamati non ci sono che io. Tutti gli altri sono anziani che si trovano al reggimento dal principio della guerra. Spesso mi raccontano episodi interessantissimi. L’avanzata su Plezzo, le azioni sul Vrsig. I caporali hanno riunito le squadre e leggono l’ordine del giorno. [p. 46 modifica]


4 Ottobre.


Cielo stellato sino a mezzanotte. Stamane nevica. Ci esercitiamo al lancio di bombe.


5 Ottobre.


Stanotte sono stato quattro ore di vedetta. Pioveva.


6 Ottobre.


— Zaino in spalla! — E’ giunto l’ordine di raggiungere sullo Jaworcek gli altri battaglioni. Ci mettiamo in marcia. Il capitano ci precede. Porta lo zaino e la caramella. Sosta al Comando del reggimento. Discorso del colonnello, seguito dalla lettura di un lungo elenco di bersaglieri della 7ª proposti per una ricompensa al valor militare.

— Bersaglieri della settima, al colonnello dell’11°, hurrà!

— Hurrà! —

Pulizia al fucile. Distribuzione di scarpe. Durante queste operazioni, faccio la conoscenza di un sergente degli alpini, di Monza, ferventissimo interventista, entusiasta della nostra guerra.

Giunge l’8ª compagnia. Qualcuno mi annuncia che il caporale Buscema è rimasto ferito da una [p. 47 modifica] cannonata, il 26 settembre. Il colonnello ripete il discorso ai bersaglieri dell’8ª Crepuscolo. Si parte.


7 Ottobre.


La marcia di stanotte fra tenebre fittissime, per una mulattiera scoscesa e fangosa, entro un bosco, è stata dura.

Parecchie volte i plotoni hanno perduto il collegamento. Alcuni bersaglieri sono caduti e non hanno potuto proseguire. Anch’io — come tutti — sono caduto varie volte, ma l’unico danneggiato è l’orologio che porto al polso. Non va più.

Dieci ore di marcia. Siamo giunti alle due del mattino. Per fortuna, non pioveva e c’erano le stelle. Ci siamo rintanati fra i macigni, nell’attesa dell’alba.


8 Ottobre.


Sveglia alle cinque. Ci spostiamo verso l’alto di un altro centinaio di metri. Ci troviamo sotto una delle «pareti» ripidissime dell’Jaworcek. Dalla cima le vedette austriache sparano continuamente. Mi metto a lavorare accanitamente di vanghetta e piccone, per farmi un buon riparo. Petrella mi aiuta. Ritrovo il tenente Fava, che mi presenta al capitano della sua compagnia, Jannone. Gli amici degli altri battaglioni — appena saputo del nostro arrivo — mi vengono a cercare. [p. 48 modifica] Rivedo il caporal maggiore Bocconi, barbuto e un po’ dimagrito, il caporal maggiore Strada, ex vigile milanese, sempre pieno d’entusiasmo; il caporale Corradini che mi racconta la straordinaria avventura toccatagli. Doveva andare di guardia, con una squadra, al quarto boschetto. Giunto a un passaggio obbligato e scoperto, sul quale gli austriaci rotolavano continuamente sassi e macigni, il Corradini, volendo appunto evitare un macigno, mise un piede in fallo e rotolò giù, in fondo al burrone. Una notte intera rimase laggiù, nel fango, sotto la pioggia, ritenendosi ormai perduto.

— Fu il pensiero della mia piccina, che mi diede il coraggio — egli mi dice. — A giorno fatto, risalii il pendìo del monte. Nella caduta avevo perduto tutto: zaino, fucile, mantellina. Giunsi a un piccolo posto di fanteria. La vedetta mi intimò l’alt. Quando il caporale del piccolo posto mi ebbe riconosciuto come appartenente all’esercito italiano, mi lasciò passare. Potei riguadagnare — sano e salvo — la mia compagnia. —

Ecco Rampoldi, ex cuoco del Restaurant Casanova. Lo chiamavamo Rampoldo, Rampoldino...

Ritrovo ancora vivi e in gamba i milanesi Spada, Frigerio, Sandri. Viene anche a trovarmi, per conoscermi, il caporale Giustino Sciarra, di Isernia. Ha una curiosa barbetta a punta, rossigna. Cordialità, simpatia, auguri. Si parla di un’avanzata imminente. [p. 49 modifica]

9 Ottobre.


Dormito profondamente tredici ore. La stanchezza è passata. C’è un ferito dell’8ª compagnia che viene portato in barella. Una pallottola lo ha colpito mentre si scaldava al fuoco. Canticchia e urna. Gli scelti tiratori austriaci sparano sempre. Un forte gruppo di ferraresi viene alla mia tenda e mi prega di porgere un saluto collettivo da mandarsi a un giornale di Bologna. Fatto.

Corvée di riattamento alla mulattiera. Il caporale milanese Bascialla, ch’è stato stanotte di guardia ai posti più avanzati, mi narra un episodio singolare. Si è trovato — in un riparo — accanto a un bersagliere che pareva dormisse. Egli ha provato a chiamarlo. A richiamarlo. A scuoterlo. Non rispondeva. Non si moveva. Era morto. Il Bascialla ha passata tutta la notte accanto al cadavere.

Ore quindici. Raffica di artiglieria austriaca. Crepitio di proiettili. Schianto di rami. Turbine di schegge. Un grosso ramo, stroncato da una granata, si è abbattuto sul mio riparo. Ci sono due feriti nella mia compagnia. Passa un morto del 39° battaglione. Un altro morto degli Alpini II bombardamento è finito. E’ durato un’ora. I bersaglieri escono dai ripari. Si canta. Lunga conversazione col capitano Bono della 4ª compagnia. Argomento: i colpi di scena balcanici..

Il capitano Bono è un ingegno versatile e di vasta coltura.

Non dimenticherò il tremito della sua voce quando - me presente - essendogli giunto uno [p. 50 modifica] di quei moduli speciali coi quali si chiedono ai Reparti notizie di militari, dovette scrivere la parola: morto!

Sera di calma. Qualche fucilata solitaria delle vedette fischia di quando in quando nella boscaglia.


10 Ottobre.


Mattinata meravigliosa di sole. Orizzonte limpidissimo. Si ordina la statistica dei caricatori. Ogni soldato deve averne 28. Ore dieci. Uno shrapnel è passato fischiando sulle nostre teste. In alto. Non trascorrono cinque minuti, che un secondo shrapnel scoppia con immenso fragore a tre metri di distanza del mio «ricovero», a un metro appena dalla tenda del mio capitano. Ero in piedi. Ho sentito una ventata violenta, seguita da un grandinare di schegge. Esco. Qualcuno rantola. Si grida:

— Portaferiti! Portaferiti! —

Sotto al mio ricovero ci sono due feriti che sembrano gravissimi. Un grosso macigno è letteralmente inaffiato di sangue. Gli ufficiali sono in piedi che impartiscono ordini.

— Le barelle! Le barelle! —

I feriti sono molti e bisogna chiedere le barelle alle altre compagnie del battaglione. Ci sono anche dei morti: due. Uno è Janarelli, l’attendente del tenente Morrigoni. Una palletta di shrapnel gli è entrata dal petto e gli è uscita dalla schiena. [p. 51 modifica]Gliel’hanno trovata fra la pelle e il farsetto a maglia.

— Tenente, mi abbracci! — ha detto Janarelli. — Per me è finita! —

Vedo il tenente Morrigoni, cogli occhi luccicanti di lacrime.

— Era tanto bravo e tanto buono! —

Lo Janarelli sembra dormire. Solo attorno alla bocca c’è una grossa rosa di sangue. L’altro è un richiamato dell’84. Una scheggia gli ha spezzato il cranio.

Una riga rossa gli divide a metà la faccia. I feriti sono nove, dei quali tre gravissimi e due disperati.

— Zappatori, in rango colle vanghette. —

Gli zappatori si riuniscono coi loro strumenti. Adagiano i morti su barelle fatte con rami d’albero e sacchi e se ne vanno. Qui non si può fare un cimitero. Bisogna seppellire i caduti qua e là, nelle posizioni più riparate. L’emozione della compagnia è stata fugacissima. Ora si riprende il chiacchierio. Si fischierella. Si canta.

Quando lo spettacolo della morte diventa abitudinario, non fa più impressione. Oggi, per la prima volta, ho corso pericolo di vita. Non ci penso.

· · · · · · · · · · · · · ·

Dopo un mese mi lavo e mi pettino. Schampoing al marsala.

· · · · · · · · · · · · · ·

Passa il tenente Francisco della 15a compagnia quale mi racconta:

«Ieri sera gli austriaci hanno inscenato una [p. 52 modifica]dimostrazione antitaliana. Hanno cantato in coro il loro inno nazionale. Poi hanno gridato:

— Kicchirichi, kicchirichi! —

«Hanno aggiunto:

— Bersaglieri dell’11°, vi aspettiamo! —

«Alla fine, una voce di ufficiale ha urlato al megafono:

— Italiani farabutti, lasciateci le nostre terre!».


11 Ottobre.


Meravigliosa mattinata di sole. Il secondo, il terzo, il quarto plotone defila mia compagnia, levano te tende e si spostano per essere defilati dai tiri degli shrapnels. Noi restiamo al nostro posto. Passa un morto della 13a compagnia. Bombardamento di un’ora a shrapnel. Conversazione col capitano Bono.

· · · · · · · · · · · · · ·

La vita in trincea è la vita naturale, primitiva. Un po’ monotona. Ecco l’orario delle mie giornate. Alla mattina non c’è sveglia. Ognuno dorme quanto vuole. Di giorno non si fa nulla. Si può andare — con rischio e pericolo di essere colpiti dall’implacabile «Cecchino» — a trovare gli amici delle altre compagnie; si gioca a sette e mezzo o, in mancanza di carte, a testa e croce; quando; tuona il cannone, si contano i colpi. La distribuzione dei viveri è l’unica variazione della giornata: di liquido, ci dànno una tazza di caffè, una di vino e un poco di grappa; di solido, un pezzo di formaggio che può valere venti centesimi e mezza [p. 53 modifica] scatoletta di carne. Pane buono e quasi a volontà. Di rancio caldo, non è questione. Gli austriaci — tempo fa — hanno bombardato coi 305 le cucine e hanno fatto saltar per aria muli, marmitte e cucinieri.

C’è un’ora nella giornata, che i bersaglieri attendono sempre con impazienza e con ansia: l’ora della posta che comincia a giungere regolarmente. Ci pensa Jacobone, per il Reggimento. Nostro «postino» è il calabrese Suraci. Quando si grida «posta!», tutti escono dai ripari e si affollano attorno al distributore. Nessuno pensa più alle fucilate e agli shrapnels.

Ho scritto una lettera per Jannazzone e una per Marcanico. Non si negano questi favori a uomini che possono morire da un momento all’altro. La fidanzata di Marcanico si chiama Genoveffa Paris. Questo nome mi riporta, chissà perchè, al tempo dei «Reali di Francia».


12 Ottobre.


Pulizia al fucile. Sole pallido. Poi, non c’è nulla da fare. Passano i soliti feriti. C’è il bersagliere Donadonibus che si spidocchia al sole.

— Cavalleria, a destra! Cavalleria, a sinistra! — grida e ride, di un riso che sembra quello di un uomo completamente felice.

Pioggia e pidocchi, ecco i veri nemici del soldato italiano. Il cannone vien dopo.

Uno dei feriti dello shrapnel è morto prima di arrivare all’infermeria reggimentale. [p. 54 modifica]Altra notizia triste: la fucilata di una vedetta ha colpito a morte tal Mambrini, mantovano, mentre stava lavorando a fortificare il suo riparo.

La guerra di posizione esige una forza e una resistenza morale e fisica grandissime: si muore senza combattere!


13 Ottobre.


Stanotte, sulle 23, improvviso e intensissimo fuoco di fucileria e di mitragliatrici ai nostri avamposti. Siamo balzati dai nostri ripari. Un quarto d’ora di fuoco e poi quiete sino all’alba. Mattinata grigia. Vado di corvée colla mia squadra e mi carico di un sacco di pane. Passa un morto del 39° battaglione, colpito da fucilata e da sassata. Si diffonde, tra le squadre, la notizia che presto ci sarà l’«azione». La notizia non deprime, ma solleva gli animi. E’ la prolungata inazione che snerva il soldato italiano. Meglio, infinitamente meglio, al fuoco, che sotto al fuoco. I bersaglieri sono desiderosi di vendicare i compagni caduti a tradimento.

Vicino a me si canta. E’ un inno bersaglieresco:

Piume, baciatemi
Le guance ardenti.
. . . . . . .
Piume, riditemi
Di gioia e canti;
E ripetetemi:
Avanti! Avanti!