Il piacere/VII

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Capitolo VII

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VI VIII


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VII.



Schifanoja sorgeva su la collina, nel punto in cui la catena, dopo aver seguito il litorale ed abbracciato il mare come in un anfiteatro, piegava verso l’interno e declinava alla pianura. Sebbene edificata dal cardinale Alfonso Carafa d’Ateleta, nella seconda metà del XVIII secolo, la villa aveva nella sua architettura una certa purezza di stile. Formava un quadrilatero, alto di due piani, ove i portici si alternavano con gli appartamenti; e le aperture de’ portici appunto davano all’edificio agilità ed eleganza, poichè le colonne e i pilastri ionici parevano disegnati e armonizzati dal Vignola. Era veramente un palazzo d’estate, aperto ai venti del mare. Dalla parte dei giardini, sul pendio, un vestibolo metteva su una bella scala a due rami discendente in un ripiano limitato da balaustri di pietra come un vasto terrazzo e ornato di due fontane. Altre scale dalle estremità del [p. 187 modifica]terrazzo si prolungavano giù per il pendio arrestandosi ad altri ripiani sinchè terminavano quasi sul mare e da questa inferiore area presentavano alla vista una specie di settemplice serpeggiamento tra la verdura superba e tra i foltissimi rosai. Le meraviglie di Schifanoja erano le rose e i cipressi. Le rose, di tutte le qualità, di tutte le stagioni, erano a bastanza pour en tirer neuf ou dix muytz d’eaue rose, come avrebbe detto il poeta del Vergier d’honneur. I cipressi, acuti ed oscuri, più ieratici delle piramidi, più enigmatici degli obelischi, non cedevano nè a quelli della Villa d’Este nè a quelli della Villa Mondragone nè a quanti altri simili giganti grandeggiano nelle gloriate ville di Roma.

La marchesa d’Ateleta soleva passare a Schifanoja l’estate e parte dell’autunno; poichè ella, pur essendo tra le dame una delle più mondane, amava la campagna e la libertà campestre ed ospitare amici. Ella aveva usato ad Andrea infinite cure e premure, durante la malattia, come una sorella maggiore, quasi come una madre, senza stancarsi. Una profonda affezione la legava al cugino. Ella era per lui piena d’indulgenze e di perdoni; era un’amica buona e franca, capace di comprendere molte cose, pronta, sempre gaia, sempre arguta, a un tempo spiritosa e spirituale. Pur avendo varcata da circa un anno la trentina, conservava una mirabile vivacità giovenile e una grande piacenza, poichè possedeva il segreto della signora di Pompadour, quella beauté sans traits che può avvivarsi d’inaspettate grazie. Anche possedeva una virtù rara, quella che comunemente si [p. 188 modifica]chiama “il tatto„. Un delicato genio feminile erale di guida infallibile. Nelle sue relazioni con innumerevoli conoscenti d’ambo i sessi, ella sapeva sempre, in ogni circostanza, come contenersi; e non commetteva mai errori, non pesava mai su la vita altrui, non veniva mai inopportuna nè diveniva mai importuna, faceva sempre a tempo ogni suo atto e diceva a tempo ogni sua parola. Il suo contegno verso Andrea, in questo periodo di convalescenza un po’ strano e ineguale, non poteva essere, in verità, più squisito. Ella cercava in tutti i modi di non disturbarlo e di ottenere che nessuno lo disturbasse; gli lasciava pienissima libertà; mostrava di non accorgersi delle bizzarrie e delle malinconie; non l’infastidiva mai con domande indiscrete; faceva sì che la sua compagnia gli fosse leggera nelle ore obbligatorie; rinunziava perfino ai motti, in presenza di lui, per evitargli la fatica d’un sorriso forzato.

Andrea, che comprendeva quella finezza, era riconoscente.

Il 12 di settembre, dopo i sonetti dell’Erma, egli tornò a Schifanoja con una insolita letizia; incontrò Donna Francesca su la scala e le baciò le mani, dicendole con un tono di gioco:

― Cugina, ho trovato la Verità e la Via.

― Alleluja! ― fece Donna Francesca, levando le belle braccia rotonde. ― Alleluja!

Ed ella discese nei giardini e Andrea salì alle sue stanze, col cuor sollevato.

Dopo poco, egli udì battere leggermente all’uscio e la voce di Donna Francesca chiedere:

― Posso entrare? [p. 189 modifica]Ella entrò portando nella sopravveste e tra le braccia un gran fascio di rose rosee, bianche, gialle, vermiglie, brune. Alcune larghe e chiare, come quelle della Villa Pamphily, freschissime e tutte imperlate, avevano non so che di vitreo tra foglia e foglia; altre avevano petali densi e una dovizia di colore che faceva pensare alla celebrata magnificenza delle porpore d’Elisa e di Tiro; altre parevano pezzi di neve odorante e facevano venire una strana voglia di morderle e d’ingoiarle; altre erano di carne, veramente di carne, voluttuose come le più voluttuose forme d’un corpo di donna, con qualche sottile venatura. Le infinite gradazioni del rosso, dal cremisi violento al color disfatto della fragola matura, si mescevano alle più fini e quasi insensibili variazioni del bianco, dal candore della neve immacolata al colore indefinibile del latte appena munto, dell’ostia, della midolla d’una canna, dell’argento opaco, dell’alabastro, dell’opale.

― Oggi è festa ― ella disse, ridendo; e i fiori le coprivano il petto fin quasi alla gola.

― Grazie! Grazie! Grazie! ― ripeteva Andrea aiutandola a deporre il fascio sul tavolo, su i libri, su gli albi, su le custodie de’ disegni. ― Rosa rosarum!

Ella, poi che fu libera, adunò tutti i vasi sparsi per le stanze e si mise a riempirli di rose, componendo tanti singoli mazzi con una scelta che rivelava in lei un gusto raro, il gusto della gran convitatrice. Scegliendo e componendo, parlava di mille cose con quella sua gaja volubilità, quasi volesse compensarsi della parsimonia di [p. 190 modifica]parole e di risa usata fin allora con Andrea per riguardo alla malinconia taciturna di lui.

Tra le altre cose, disse:

― Il 15 avremo una bella ospite: Donna Maria Ferres y Capdevila, la moglie del ministro plenipotenziario di Guatemala. La Conosci?

― Non mi pare.

― Infatti, non la puoi conoscere. È tornata in Italia da pochi mesi; ma passerà l’inverno prossimo a Roma, perchè il marito è destinato a quel posto. È una mia amica d’infanzia, molto cara. Siamo state insieme a Firenze, tre anni, all’Annunziata; ma è più giovine di me.

― Americana?

― No; italiana e di Siena, per giunta. Nasce di casa Bandinelli, battezzata con l’acqua della Fonte Gaja. Ma è piuttosto malinconica, di natura; e tanto dolce. La storia del suo matrimonio, anche, è poco allegra. Quel Ferres non è simpatico punto. Hanno però una bambina ch’è un amore. Vedrai; pallida pallida con tanti capelli, con due occhi smisurati. Somiglia molto alla madre... Guarda, Andrea, questa rosa, se non pare di velluto! E quest’altra? Me la mangerei. Ma guarda, proprio, se non pare una crema ideale. Che delizia!

Ella seguitava a scegliere le rose e a parlare amabilmente. Un profumo pieno, inebriante come un vino di cent’anni, saliva dal mucchio; alcune corolle si sfogliavano e si fermavano tra le pieghe della gonna di Donna Francesca; innanzi alla finestra, nel sole biondissimo, la punta cupa d’un cipresso accennava a pena. E nella memoria di Andrea cantava con [p. 191 modifica]insistenza, come una frase musicale, un verso del Petrarca:


“Così partìa le rose e le parole.„


Due mattine dopo, egli offerì in compenso alla marchesa d’Ateleta un sonetto curiosamente foggiato all’antica e manoscritto in una pergamena ornata con fregi in sul gusto di quelli che ridono nei messali d’Attavante e di Liberale da Verona.

 
Schifanoja in Ferrara (oh gloria d’Este!),
ove il Cossa emulò Cosimo Tura
in trionfi d’iddii su per le mura,
4non vide mai tanto gioconde feste.
 
Tante rose portò ne la sua veste
Monna Francesca all’ospite in pastura
quante mai n’ebbe il Ciel per avventura,
8bianche angelelle, a cingervi le teste.
 
Ella parlava ed iscegliea que’ fiori
con tal vaghezza ch’io pensai: ― Non forse
11venne una Grazia per le vie del Sole? ―
 
Travidi, inebriato dalli odori.
Un verso del Petrarca a l’aria sorse:
14“ Così partìa le rose e le parole.„


Così Andrea cominciava a riavvicinarsi all’Arte, curiosamente esperimentandosi in piccoli esercizii e in piccoli giuochi, ma ben meditando opere meno lievi. Molte ambizioni, che già un tempo l’avevano incitato, tornarono ad incitarlo; molti progetti d’un tempo gli si riaffacciarono nello spirito modificati o completi; [p. 192 modifica]molte antiche idee gli si ripresentarono sotto una luce nuova o più giusta; molte imagini, una volta appena intraviste, gli brillarono chiare e nitide, senza ch’egli potesse rendersi conto di quel loro svolgimento. Pensieri subitanei insorgevano dalle profondità misteriose della conscienza e lo sorprendevano. Pareva che tutti i confusi elementi accumulati in fondo a lui, ora combinati con la disposizion particolare della volontà, si transformassero in pensieri con lo stesso processo per cui la digestione stomacale elabora i cibi e li cangia in sostanza del corpo.

Egli intendeva trovare una forma di Poema moderno, questo inarrivabile sogno di molti poeti; e intendeva fare una lirica veramente moderna nel contenuto ma vestita di tutte le antiche eleganze, profonda e limpida, appassionata e pura, forte e composta. Inoltre vagheggiava un libro d’arte sui Primitivi, su gli artisti che precorrono la Rinascenza, e un libro d’analisi psicologica e letteraria su i poeti del Dugento in gran parte ignorati. Un terzo libro avrebbe egli voluto scrivere sul Bernini, un grande studio di decadenza, aggruppando intorno a quest’uomo straordinario che fu il favorito di sei papi non soltanto tutta l’arte ma anche tutta la vita del suo secolo. Per ognuna di tali opere bisognavano naturalmente, molti mesi, molte ricerche, molte fatiche, un alto calore d’ingegno, una vasta capacità di coordinazione.

In materia di disegno, egli intendeva illustrare con acque forti la terza e la quarta giornata del Decamerone, prendendo ad esempio quella [p. 193 modifica]Istoria di Nastagio delli Onesti ove Sandro Botticelli rivela tanta raffinatezza di gusto nella scienza del gruppo e dell’espressione. Inoltre vagheggiava una serie di Sogni, di Capricci, di Grotteschi, di Costumi, di Favole, di Allegorie, di Fantasie, alla maniera volante del Callot ma con un ben diverso sentimento e un ben diverso stile, per potersi liberamente abbandonare a tutte le sue predilezioni, a tutte le sue imaginazioni, a tutte le sue più acute curiosità e più sfrenate temerità di disegnatore.

Il 15 settembre, un mercoledì, giunse l’ospite nuova.

La marchesa andò, insieme con il suo primogenito Ferdinando e con Andrea, ad incontrar l’amica nella prossima stazione di Rovigliano. Mentre il phæton discendeva per la strada ombreggiata di alti pioppi, la marchesa parlava dell’amica ad Andrea con molta benevolenza.

― Credo che ti piacerà ― ella concluse.

Poi si mise a ridere, come per un pensiero che le attraversasse lo spirito improvvisamente.

― Perchè ridi? ― le chiese Andrea.

― Per un’analogia.

― Quale?

― Indovina.

― Non so.

― Ecco: pensavo a un altro annunzio di presentazione e a un’altra presentazione ch’io ti feci, son quasi due anni, accompagnandola con una profezia allegra. Ti ricordi?

― Ah!

― Rido perchè anche questa volta si tratta [p. 194 modifica]di una incognita e anche questa volta io sarei... l’auspice involontaria.

― Ohibò.

― Ma il caso è diverso, ossia è diverso il personaggio del possibile dramma.

― Cioè?

― Maria è una turris eburnea.

― Io sono ora un vas spirituale.

― Guarda! Dimenticavo che tu hai finalmente trovato la Verità e la Via. “L’anima ride li amor suoi lontani...„

― Tu citi i miei versi?

― Li so a memoria.

― Che amabilità!

― Del resto, caro cugino, quell’“assai bianca donna„ con l’Ostia in mano m’è sospetta. M’ha tutta l’aria d’una forma fittizia, d’una stola senza corpo, che sia alla mercede di quella qualunque anima d’angelo o di demonio intenzionata d’entrarci, di amministrarti la comunione e di farti “il gesto che consente„.

― Sacrilegio! Sacrilegio!

― Bada a te e fa ben la guardia alla stola e fa molti esorcismi... Ricasco nelle profezie! Proprio, le profezie sono una delle mie debolezze.

― Siamo giunti, cugina.

Ridevano ambedue. Entravano nella stazione, mancando pochi minuti all’arrivo del treno. Il dodicenne Ferdinando, un fanciullo malaticcio, portava un mazzo di rose per offerirlo a Donna Maria. Andrea, dopo quel dialogo, si sentiva allegro, leggero, vivacissimo, quasi che d’un tratto fosse rientrato nella primiera vita di frivolezza e di fatuità: era una sensazione inesplicabile. Gli [p. 195 modifica]pareva che qualche cosa come un soffio femineo, come una tentazione indefinita, gli attraversasse lo spirito. Scelse dal mazzo di Ferdinando una rosa thea e se la mise all’occhiello; diede un’occhiata rapida al suo abbigliamento estivo; si guardò con compiacenza le mani bene curate ch’eran divenute più sottili e più bianche nella malattia. Fece tutto questo senza riflessione, quasi per un istinto di vanità risvegliatosi in lui d’un tratto.

― Ecco il treno ― disse Ferdinando.

La marchesa si avanzò incontro alla ben venuta; ch’era già allo sportello e salutava con la mano e accennava con la testa tutt’avvolta d’un gran velo color di perla coprente a metà il cappello di paglia nera.

― Francesca! Francesca! ― ella chiamava, con una effusione tenera di gioja.

Quella voce fece su Andrea un’impression singolare; gli ricordò vagamente una voce conosciuta. Quale?

Donna Maria discese con un atto rapido ed agile; e con un gesto pieno di grazia sollevò il velo fitto scoprendosi la bocca per baciare l’amica. Subito, per Andrea quella signora alta e ondulante sotto il mantello di viaggio e velata, di cui egli non vedeva che la bocca e il mento, ebbe una profonda seduzione. Tutto il suo essere, illuso in quei giorni da una parvenza di liberazione, era disposto ad accogliere il fascino dell’“eterno feminino„. Appena smosse da un soffio di donna, le ceneri davano faville.

― Maria, ti presento mio cugino, il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta. [p. 196 modifica]

Andrea s’inchinò. La bocca della signora si aperse ad un sorriso, che sembrò misterioso poichè la lucentezza del velo nascondeva il resto della faccia.

Quindi la marchesa presentò Andrea a Don Manuel Ferres y Capdevila. Poi disse, accarezzando i capelli della bimba che guardava il giovine con due dolci occhi attoniti:

― Ecco Delfina.

Nel phæton Andrea sedeva di fronte a Donna Maria e a fianco del marito. Ella non aveva ancor svolto il velo; teneva su le ginocchia il mazzo di Ferdinando e di tratto in tratto lo portava alle nari, mentre rispondeva alle domande della marchesa. Andrea non s’era ingannato: nella voce di lei sonavano alcuni accenti della voce di Elena Muti, perfetti. Una curiosità impaziente l’invase, di vedere il volto nascosto, l’espressione, il colore.

― Manuel ― dicea ella, discorrendo ― partirà venerdì. Poi verrà a riprendermi, più tardi.

― Molto tardi, speriamo ― s’augurò cordialmente Donna Francesca. ― Al meno fra un mese; è vero, Don Manuel? Anzi la miglior cosa sarebbe d’andar via tutti in un giorno. Noi resteremo a Schifanoja sino al primo di novembre, non più oltre.

― Se la mamma non m’aspettasse, resterei volentieri con te. Ma ho promesso di trovarmi in tutti i modi a Siena pel 17 d’ottobre, ch’è il natalizio di Delfina.

― Peccato! Il 20 d’ottobre c’è la festa delle donazioni a Rovigliano, tanto bella e strana.

― Come fare? S’io mancassi, la mamma [p. 197 modifica]n’avrebbe certo un gran dolore. Delfina è l’adorata...

Il marito taceva: doveva essere di natura taciturno. Di mezza taglia, un poco obeso, un po’ calvo, aveva la pelle d’un color singolare, d’un pallore tra verdognolo e violaceo, su cui il bianco dell’occhio nei movimenti dello sguardo spiccava come quel d’un occhio di smalto in certe teste di bronzo antiche. I baffi, neri, duri ed egualmente tagliati come i peli d’una spazzola, ombravano una cruda bocca sardonica. Egli pareva un uomo tutto irrigato di bile. Poteva aver quarant’anni o poco più. Nella sua persona era qualche cosa di ibrido e di subdolo, che non isfuggiva a un osservatore; era quell’indefinibile aspetto di viziosità che portano in loro le generazioni provenienti da un miscuglio di razze imbastardite, crescenti nella turbolenza.

― Guarda, Delfina, gli aranci tutti fioriti! ― esclamò Donna Maria stendendo la mano al passaggio per cogliere un rametto.

La strada infatti saliva tra due boschi d’agrumi, in vicinanza di Schifanoja. Le piante eran così alte che facevano ombra. Un vento marino alitava e sospirava nell’ombra, carico d’un profumo che si poteva quasi bevere a sorsi come un’acqua refrigerante.

Delfina aveva posate le ginocchia sul sedile e si sporgeva fuor della carrozza per afferrare i rami. La madre la cingeva con un braccio per reggerla.

― Bada! Bada! Puoi cadere. Aspetta un poco ch’io mi tolga il velo ― ella disse. ― Scusa, Francesca; aiutami. [p. 198 modifica]E chinò la testa verso l’amica per farsi districare il velo dal cappello. In quell’atto il mazzo di rose le cadde a’ piedi. Andrea fu pronto a raccoglierlo; e nel rialzarsi a porgerlo, vide alfine l’intero volto della signora scoperto.

― Grazie ― ella disse.

Aveva un volto ovale, forse un poco troppo allungato, ma appena appena un poco, di quell’aristocratico allungamento che nel XV secolo gli artisti ricercatori d’eleganza esageravano. Ne’ lineamenti delicati era quell’espressione tenue di sofferenza e di stanchezza, che forma l’umano incanto delle Vergini ne’ tondi fiorentini del tempo di Cosimo. Un’ombra morbida, tenera, simile alla fusione di due tinte diafane, d’un violetto e d’un azzurro ideali, le circondava gli occhi che volgevan l’iride lionata delli angeli bruni. I capelli le ingombravano la fronte e le tempie, come una corona pesante; si accumulavano e si attortigliavano su la nuca. Le ciocche, d’innanzi, avevan la densità e la forma di quelle che coprono a guisa d’un casco la testa dell’Antinoo Farnese. Nulla superava la grazia della finissima testa che pareva esser travagliata dalla profonda massa, come da un divino castigo.

― Dio mio! ― esclamò ella, provando a sollevare con le mani il peso delle trecce constrette insieme sotto la paglia. ― Ho tutta quanta la testa addolorata come se fossi rimasta sospesa pe’ capelli un’ora. Non posso stare molto tempo senza scioglierli; mi affaticano troppo. È una schiavitù.

― Ti ricordi, ― chiese Donna Francesca ― [p. 199 modifica]in conservatorio, quando eravamo in tante a volerti pettinare? Succedevano gran liti, ogni giorno. Figurati, Andrea, che corse perfino il sangue! Ah, non dimenticherò mai la scena tra Carlotta Fiordelise e Gabriella Vanni. Era una mania. Pettinar Maria Bandinelli era l’aspirazione di tutte le educande, maggiori e minori. Il contagio si sparse per tutto il conservatorio; ne vennero proibizioni, ammonizioni, rigori, minacce perfin di tonsura. Ti ricordi, Maria? Tutte le nostre anime erano allacciate da quel bel serpente nero che ti pendeva fino ai calcagni. Che pianti di passione, la notte! E quando Gabriella Vanni, per gelosia, ti diede a tradimento una forbiciata? Proprio, Gabriella aveva perduta la testa. Ti ricordi?

Donna Maria sorrideva, d’un certo sorriso malinconico e quasi direi incantato come quel d’una persona che sogni. Nella sua bocca socchiusa il labbro di sopra avanzava un poco quel di sotto, ma così poco che appena pareva, e gli angoli si chinavano in giù dolenti e nel loro incavo lieve accoglievano un’ombra. Queste cose creavano un’espressione di tristezza e di bontà, ma temperata da quella fierezza che rivela l’elevazion morale di chi ha molto sofferto e saputo soffrire.

Andrea pensò che in nessuna delle sue amiche egli aveva posseduta una tal capigliatura, una così vasta selva e così tenebrosa, ove smarrirsi. La storia di tutte quelle fanciulle innamorate d’una treccia, accese di passione e di gelosia, smanianti di mettere il pettine e le dita nel vivo tesoro, gli parve un gentile e poetico [p. 200 modifica]episodio di vita claustrale; e la chiomata nell’imaginazione gli s’illuminò vagamente come l’eroina d’una favola, come l’eroina d’una leggenda cristiana in cui fosse descritta la puerizia d’una santa destinata a un martirio e a una glorificazione futura. Nel tempo medesimo, gli sorgeva nello spirito una finzione d’arte. Quanta ricchezza e varietà di linee avrebbe potuto dare al disegno d’una figura muliebre quella volubile e divisibile massa di capelli neri!

Non erano, veramente, neri. Egli li guardava, il giorno dopo, a mensa, nel punto in cui il riverbero del sole li feriva. Avevano riflessi di viola cupi, di que’ riflessi che ha la tinta del campeggio o anche talvolta l’acciajo provato alla fiamma o anche certa specie di palissandro polito; e parevano aridi, per modo che pur nella lor compattezza i capelli rimanevan distaccati l’uno dall’altro, penetrati d’aria, quasi direi respiranti. I tre luminosi e melodiosi epiteti d’Alceo andavano a Donna Maria naturalmente. “'Iόπλoχ’ ἄγνα μειλιχόμειδε...„ ― Ella parlava con finezza, mostrando uno spirito delicato e inchino alle cose dell’intelligenza, alle rarità del gusto, al piacere estetico. Possedeva la coltura abondante e varia, l’imaginazione sviluppata, la parola colorita di chi ha veduto molti paesi, ha vissuto in diversi climi, ha conosciuto genti diverse. E Andrea sentiva un’aura esotica involgere la persona di lei, sentiva da lei partire una strana seduzione, un incanto composto dai fantasmi vaghi delle cose lontane ch’ella aveva guardate, delli spettacoli ch’ella ancora serbava negli occhi, dei ricordi che le empivano l’anima. [p. 201 modifica]Ed era un incanto indefinibile, inesprimibile; era come s’ella portasse nella sua persona una traccia della luce in cui erasi immersa, de’ profumi ch’ella aveva respirati, delli idiomi ch’ella aveva uditi; era come s’ella portasse in sè confuse, svanite, indistinte tutte le magie di que’ paesi del Sole.

La sera, nella gran sala che dava sul vestibolo, ella s’accostò al pianoforte e l’aperse per provarlo, dicendo:

― Suoni ancora, tu, Francesca?

― Oh, no ― rispose la marchesa. ― Ho smesso di studiare, da parecchi anni. Penso che la semplice audizione sia una voluttà preferibile. Però mi do l’aria di proteggere l’arte; e l’inverno in casa mia presiedo sempre a un po’ di buona musica. E vero, Andrea?

― Mia cugina è assai modesta, Donna Maria. È qualche cosa più che una protettrice; e una restauratrice del buon gusto. Proprio quest’anno, nel febbrajo, in casa sua, per sua cura, sono stati eseguiti due Quintetti, un Quartetto e un Trio del Boccherini e un Quartetto del Cherubini: musica quasi in tutto dimenticata, ma ammirabile e sempre giovine. Gli Adagio e i Minuetti del Boccherini sono d’una freschezza deliziosa; i Finali soltanto mi pajono un po’ invecchiati. Voi, certo, conoscete qualche cosa di lui...

― Mi ricordo d’aver sentito un Quintetto quattro o cinque anni fa, al Conservatorio di Bruxelles; e mi parve magnifico, e poi nuovissimo, pieno d’episodii inaspettati. Mi ricordo bene che in alcune parti il Quintetto, per l’uso [p. 202 modifica]dell’unisono, si riduceva a un duo; ma gli effetti ottenuti con la differenza dei timbri erano d’una finezza straordinaria. Non ho ritrovato nulla di simile nelle altre composizioni strumentali.

Ella parlava di musica con sottilità d’intenditrice; e per rendere il sentimento, che una data composizione o l’intera arte di un dato maestro suscitava in lei, aveva espressioni ingegnose ed imagini ardite.

― Io ho eseguita ed ascoltata molta musica ― diceva ella. ― E di ogni Sinfonia, di ogni Sonata, di ogni Notturno, di ogni singolo pezzo insomma, conservo una imagine visibile, un’impressione di forma e di colore, una figura, un gruppo di figure, un paesaggio; tanto che tutti i miei pezzi prediletti portano un nome, secondo l’imagine. Io ho, per esempio, la Sonata delle quaranta nuore di Priamo, il Notturno della Bella addormentata nel bosco, la Gavotta delle dame gialle, la Giga del Mulino, il Preludio della goccia d’acqua, e così via.

Ella si mise a ridere, d’un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.

― Ti ricordi, Francesca, in collegio, di quanti commenti in margine affliggemmo la musica di quel povero Chopin, del nostro divino Federico? Tu eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti i titoli allo Schumann, con gravi discussioni; e tutti i titoli avevano una lunga nota esplicativa. Conservo ancora quelle carte, per memoria. Ora, quando risuono i Myrthen e le Albumblätter, tutte quelle significazioni misteriose mi sono incomprensibili; la commozione [p. 203 modifica]e la visione sono assai diverse; ed è un fino piacere questo, di poter paragonare il sentimento presente con il passato, la nuova imagine con l’antica. È un piacere simile a quello che si prova nel rileggere il proprio giornale; ma è forse più malinconico e più intenso. Il giornale in genere è la descrizione degli avvenimenti reali, la cronaca dei giorni felici e dei giorni tristi, la traccia grigia o rosea lasciata dalla vita che fugge; le note prese in margine d’un libro di musica, in giovinezza, sono invece i frammenti del poema segreto d’un’anima che si schiude, sono le effusioni liriche della nostra idealità intatta, sono la storia dei nostri sogni. Che linguaggio! Che parole! Ti ricordi, Francesca?

Ella parlava con piena confidenza, forse con una leggera esaltazione spirituale, come una donna che, lungamente oppressa dalla frequentazion forzata di gente inferiore o da uno spettacolo di volgarità, abbia il bisogno irresistibile di aprire il suo intelletto e il suo cuore a un soffio di vita più alta. Andrea l’ascoltava, provando per lei un sentimento dolce che somigliava alla gratitudine. Gli pareva che ella, parlando di tali cose innanzi a lui e con lui, gli desse una prova gentile di benevolenza e quasi gli permettesse di avvicinarsi. Egli credeva intravedere lembi di quel mondo interiore non tanto pe ’l significato delle parole ch’ella diceva, quanto pe’ suoni e per le modulazioni della voce. Di nuovo, egli riconosceva li accenti dell'altra.

Era una voce ambigua, direi quasi bisessuale, [p. 204 modifica]duplice, androgìnica; di due timbri. Il timbro maschile, basso e un poco velato, s’ammorbidiva, si chiariva, s’infemminiva talvolta con passaggi così armoniosi che l’orecchio dell’uditore n’aveva sorpresa e diletto a un tempo e perplessità. Come quando una musica passa dal tono minore al tono maggiore o come quando una musica trascorrendo in dissonanze dolorose torna dopo molte battute al tono fondamentale, così quella voce ad intervalli faceva il cangiamento. Il timbro feminile appunto ricordava l'altra.

E il fenomeno era tanto singolare che bastava da solo ad occupare l’animo dell’uditore, indipendentemente dal senso delle parole. Le quali quanto più da un ritmo o da una modulazione acquistano di valor musicale, tanto più pèrdono di valore simbolico. L’animo infatti, dopo qualche minuto d’attenzione, si piegava al fascino misterioso; e rimaneva sospeso aspettando e desiderando la cadenza soave, come per una melodia eseguita da uno strumento.

― Cantate? ― chiese Andrea alla signora, quasi con timidezza.

― Un poco ― ella rispose.

― Canta, un poco ― la pregò Donna Francesca.

― Sì, ― consentì ella ― ma appena accennando, perchè proprio, da più d’un anno, ho perduta ogni forza.

Nella stanza attigua, Don Manuel giocava col marchese d’Ateleta, senza romore, senza motto. Nella sala la luce si diffondeva a traverso un gran paralume giapponese, temperata e rossa. [p. 205 modifica]Tra le colonne del vestibolo passava l’aria marina e moveva di tratto in tratto le alte tende di Karamanieh recando il profumo dei giardini sottoposti. Negli intercolunnii apparivano le cime dei cipressi nere, solide, come di ebano, sopra un cielo diafano, tutto palpitante di stelle.

Donna Maria si mise al pianoforte, dicendo:

― Già che siamo nell’antico accennerò una melodia del Paisiello nella Nina pazza, una cosa divina.

Ella cantava, accompagnandosi. Nel fuoco del canto i due timbri della sua voce si fondevano come due metalli preziosi componendo un sol metallo sonoro, caldo, pieghevole, vibrante. La melodia del Paisiello, semplice, pura, spontanea, piena di soavità accorata e di alata tristezza, su un accompagnamento chiarissimo, sgorgando dalla bella bocca afflitta s’inalzava con tal fiamma di passione che il convalescente, turbato fin nel profondo, sentì passarsi per le vene le note a una a una, come se nel corpo il sangue gli si fosse arrestato ad ascoltare. Un gelo sottile gli prendeva le radici de’ capelli; ombre rapide e spesse gli cadevano su gli occhi; l’ansia gli premeva il respiro. E l’intensità della sensazione, ne’ suoi nervi acuiti, era tanta ch’egli doveva fare uno sforzo per contenere uno scoppio di lacrime.

― Oh, Maria mia! ― esclamò Donna Francesca, baciando teneramente su i capelli la cantatrice quando tacque.

Andrea non parlò; rimase seduto nella poltrona, con le spalle rivolte al lume, col viso in ombra. [p. 206 modifica]― Ancora! ― soggiunse Donna Francesca.

Ella cantò ancora un'Arietta di Antonio Salieri. Poi sonò una Toccata di Leonardo Leo, una Gavotta del Rameau e una Giga di Sebastiano Bach. Riviveva meravigliosamente sotto le sue dita la musica del XVIII secolo, così malinconica nelle arie di danza: che paion composte per esser danzate in un pomeriggio languido d’una estate di San Martino, entro un parco abbandonato, tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza statue, sopra un tappeto di rose morte, da coppie di amanti prossimi a non amar più.