Il romanzo della fortuna/XIII

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Ciarle, pettegolezzi lacrime

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XII XIV

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XIII.

Ciarle, pettegolezzi, lagrime.

— Indovina un po’ chi ci sta nelle due camere a secondo piano.

— A secondo piano?

— Sì, vicino a quella famiglia di donne che tengono il pigionale lungo, magro. sempre vestito di nero, l’anarchico.

— Chi ci sta?

— Indovina, indovina.

Questo dialogo avveniva tra fratello e sorella, una sera, mentre cenavano. Ma siccome Chiarina non sembrava disposta a indovinare, Giovanni, che rideva sotto ai baffi, soggiunse ancora una volta:

— Te lo do in mille! [p. 178 modifica]

Peggio che andar di notte. Chiarina non conosceva certo mille persone. Ella disse tranquillamente:

— Non saprei.

Giovanni spezzò il pane con un colpo secco, quasi la singolare notizia non potesse presentarsi senza un po’ di rumore.

— La Virginia!

— Quale Virginia?... quella del Vitello bianco?

— Appunto.

— Che combinazione!

— La combinazione non sarebbe nulla. È lei che bisogna vedere. Ha un cappello colle piume, le calze traforate... bisogna vedere, bisogna vedere.

— Le hai parlato?

— Mai più. Scendeva le scale adesso, quando io le salivo, e lo facesse apposta o per caso, tenne sempre la testa bassa. Io però l’ho riconosciuta subito. Abbiamo bucate tante siepi insieme e fatti tanti salti sui mucchi di fieno che non potrei dimenticarla.

— Che sia diventata ricca?

Hum! — fece Giovanni allungando la faccia. — Il mio consiglio e che ce ne stiamo [p. 179 modifica]alla larga. Ha lasciato sulla scala un odore di biscia...

La stessa sera avvenne un putiferio giù dalla portinaia, appunto in causa della Virginia. Fin dal terzo piano si sentiva la voce della signora Ersilia a lagnarsi della condotta scandalosa di certa gente che per non nominare descriveva così a puntino da provocare nella Virgina, che la colse alle spalle, un rigurgito di contumelie.

Chiarina, accostando i vetri della finestra, non potè a meno dallo stabilire nella sua mente un confronto colla tranquilla e signorile casa di via Gesù verso cui andavano tutti i suoi sospiri; e la mattina dopo rimase alquanto sorpresa e più ancora imbarazzata delle confidenze che la portinaia si credette in obbligo di farle a proposito della signora sola del secondo piano (la Virginia).

— Certo (si era piantata dinanzi a Chiarina sbarrandole il passo) è una poco di buono. Lo si sapeva tutti e nessuno ci badava — si starebbe freschi a voler ficcare il naso nelle famiglie! Del resto, cosa importa a noi se oggi viene a casa con uno e domani con un altro e alcuni giorni non rincasa affatto? Sono affari nostri? [p. 180 modifica]

— Appunto — interruppe Chiarina tentando di procacciarsi un varco tra le spalle della portinaia e lo stipite dell’uscio — non sono affari nostri.

Ma la portinaia che non aveva finito di vuotare il sacco tenne duro coi gomiti appoggiati al muro:

— E quell’altra cosa crede che sia? Ridono tutti delle sue arie di dama e del titolo nobilesco che si dà e della sua pretesa vedovanza. Lei è ben venuta a stare in questo quartiere lontano colla speranza che nes-suno sapesse mai nulla del suo passato, ma il diavolo che fa le pignatte dimentica qualche volta i coperchi. Le dico che è una commedia a starla a sentire quando narra di essere nata con cavalli e carrozze, e questo è vero perché suo padre faceva il vetturale; ma si conosce benissimo la sua storia che non è proprio storia sacra, e se trovò il babbeo da spelacchiare fortunata lei...

Un avventore che poneva la mano nel cesto della cicoria fece rimuovere l’ostacolo che barricava a Chiarina l’uscita. Ella giunse in negozio turbata da tutte quelle ciarle. La sua immaginazione casta. rinchiusa in un piccolo [p. 181 modifica]cerchio di idee, sempre le stesse, rifuggiva dai misteri turpi. Provava per essi una istintiva ripugnanza più ancora che una ragionata riprovazione, e senza nessuna curiosità di conoscerli era sempre riuscita a tenerli lontani.

Fu proprio per un caso indipendente dalla sua volontà che alcuni giorni dopo si imbattè sulla scala colla Virginia in persona e l’incontro fu così improvviso che nessuna delle due riuscì a schivarlo. Audace e pronta costei tentò subito di volgere le circostanze in suo profitto e facendo all’amica una chiassosa dimostrazione di gioia si mostrò felice di rivederla.

— Ma stai qui anche tu?

— Sì.

— E che cosa fai?

— Abbiamo un negozio, Giovanni ed io...

— Giovanni? Ah! è dunque lui che ho incontrato ma che finse di non vedermi. È diventato aristocratico il tuo caro fratello. Meglio Giuseppe!

— Giuseppe? — fece Chiarina con una certa ansietà. — Lo vedi tu?

— Da quando è tornato dal servizio militare no, ma prima si faceva vita insieme.

— Insieme? [p. 182 modifica]

— Lavoravamo nella stessa fabbrica.

— Ha cambiato tanti padroni Giuseppe!

— Anch’io.

Questo dialogo breve, serrato, avveniva quasi sull’uscio dove stava la Virginia.

— Entra — disse costei improvvisamente circondando con un braccio la vita di Chiarina.

— No, no — affrettossi a dichiarare Chiarina svincolandosi. — Non ho tempo.

— Un momento solo.

— Non ho tempo.

— Ah! capisco. Sei anche tu come Giovanni, non vi degnate più delle vecchie amicizie.

Chiarina nella sua bontà ingenua volle protestare.

— No, credi...

— Sì, sì, sono state le ciarle di quella pettegola del primo piano. Cosa pensi che io faccia diverso da ciò che fan tutti? Ma padronissima di metterti in sussiego. Va al diavolo tu e tuo fratello!

Entrò in casa sua sbattendo l’uscio con violenza e lasciando Chiarina mortificata e confusa.

Chiarina ora temeva più che altro al mondo di tornare ad incontrarla, divisa fra il disgusto di doverla salutare e il rimorso di infliggerle una umiliazione, [p. 183 modifica]per cui uscendo o rientrando si guardava in giro come un malfattore; attitudine che faceva ridere Giovanni.

— Vedi un po’ che bel mondo alla rovescia! — diceva il giovinotto: — tu che non hai nulla a rimproverarti fai tante cerimonie e lei discende le scale cantando in aria di sfida.

Tant’è. Chiarina innanzi di abbandonare il terzo piano prese l’abitudine di starsene in ascolto per qualche minuto, finche fosse persuasa che la scala era libera. Così ella venne ad osservare per la prima volta due grandi occhioni dolorosi affacciati alla finestruola della ringhiera che confinava colle sue camere. Solo gli occhi vide la prima volta; ma il giorno appresso le apparve una misera creaturina seduta su uno sgabello nel vano della finestra: e i giorni seguenti trovandola sempre immobile a quel posto e sempre sola incominciò a sorriderle, poi a domandarle come si chiamava; infine perchè fosse così sola.

La Gigia con un filo di voce narrò che la mamma andava a lavorare, che lei era ammalata, non però sola. Additò in così dire un lettuccio posto dietro alle sue spalle, dove due altri occhioni si spalancavano nella penombra. [p. 184 modifica]Un mucchietto di pezzuole d’ogni colore stavano sul davanzale della finestra e la mano diafana della bimba le andava ora sparpagliando, ora radunando. Erano — spiegò ancora la bimba — pezzetti di nastri che la mamma portava dalla fabbrica per farla divertire.

— E stai qui tutto il giorno?

— Sì, finchè viene la mamma. Quando viene mi dà la minestra e torna via.

— Non sta in casa altro che alla sera?

— Nemmeno alla sera. Va fuori con papà.

— Ma voi due chi vi cura?

La bimba restò immobile, non comprendendo il significato di queste parole.

— È un tuo fratellino che sta nel lettuccio?

— È mia sorella.

— Che età ha?

— Non lo so.

— Deve essere slattata da poco.

— Era a balia e poi venne a casa.

— Ma sta a letto tutto il giorno?

Nuovo silenzio.

— Cammina?

— Prima camminava. Adesso è ammalata anche lei. [p. 185 modifica]

Chiarina portò seco così viva l’immagine di quelle due creature abbandonate che tornando a casa verso sera le ebbe subito in mente e passando davanti alla finestra vi girò lo sguardo cercando la bimba. La bimba vi era ancora coi suoi pezzetti di nastri e la sorellina le stava accanto.

— Aspettiamo la mamma — disse Gigia.

— Tu non esci mai? — domandò Chiarina.

— La mamma dice che mi stanco.

Ella aveva veramente l’inconsistenza di una larva; prendendola amorosamente per le braccia Chiarina provò l’impressione di toccare uno scheletro sul punto di sfasciarsi. Anche la sua intelligenza sembrava arrestata nello sviluppo. Nessun desiderio, nessun rimpianto balenavano attraverso la nebbia grigia del povero cervello abituato a non vedere altro mondo che il davanzale di una finestra.

— La mamma vi vuol bene? — disse Chiarina improvvisamente, quasi suo malgrado.

Ma la bimba non rispose. Ignorava che cosa significa voler bene.

Allora Chiarina fece colle mani un gesto così disperato che i pezzettini di nastro si sollevarono a volo come uno stormo di farfalle variopinte: [p. 186 modifica]Gigia non si commosse neanche per ciò, ma la piccina al suo fianco tese istintivamente i suoi braccini e Chiarina, affrettandosi a raccoglierli per tutti i lati della ringhiera frenava a stento le lagrime.

Era per il fatto della calda stagione che quella finestra schiudendosi aveva rivelato parte del suo mistero; pure ripensandoci Chiarina si ricordava di avere udito molte volte durante l’inverno oltre la parete dÈ suoi vicini lunghi pianti infantili. Da quel giorno stette attenta.

Una buona parola, una carezza, un dolce le procacciarono ben presto la confidenza di Gigia; ma era la madre che voleva vedere e finalmente la vide. Era una donna ancor giovane con una foresta di capelli arruffati, gli occhi protervi, la bocca sensuale, che fece subito a Chiarina una pessima impressione; tuttavia, resa cauta dal suo fine intuito femminile seppe accostarla senza suscitar diffidenze.

— È ammalata questa poverina? — incominciò a dire. [p. 187 modifica]

La prima risposta fu una alzata di spalle. Poi, svogliatamente, seguì una narrazione fatalistica nella quale non si avrebbe potuto dire se primeggiasse l’ignoranza o l’indifferenza.

Chiarina, che pur cauta non era e solo poteva opporre qualche nozione appresa qua e là, ma a cui batteva il cuore pieno di misericordia osò proporre:

— Ha consultato il medico?

— Il medico dice che è spedita.

A tale barbara affermazione Chiarina si sentì mancare. Erano quelle le parole di una madre?

Intanto, poichè la compassione le cresceva e con essa il bisogno di sapere, interrogò in proposito la portinaia. Da quanto tempo era ammalata? Che cosa aveva? Non era possibile far nulla? La portinaia rispose che la Gigia da piccola era un amore, la più bella bambina del vicinato; che poi incominciò a dar giù e che ora era tisica dichiarata. Del resto — soggiunse — guardi l’altra. Sono sei mesi che la balia l’ha portata a casa: camminava ed ora non cammina più. Sono di razza grama.

Queste spiegazioni lungi dal soddisfarla [p. 188 modifica]non fecero che accrescere la pietosa curiosità di Chiarina. Incontrando altre casigliane sulla scala si provò a parlare anche con quelle della piccola ammalata, ma riscontrò dovunque una grande apatia e il desiderio evidente di lavarsene le mani. Solo una donna del quarto piano, una lavorante in maglie che aveva quattro figli robusti e indiavolati rispose ruvidamente che anche i suoi diventerebbero consunti a trattarli come erano trattate la Gigia e sua sorella.

La verità si faceva strada lentamente ma cadeva in terreno fecondo. Chiarina non ebbe più pace. Il sospetto che accanto a lei si stesse compiendo un delitto dava ardore alla sua coscienza vigile. Sostenuta dal pensiero di far del bene non si sentiva più nemmeno timida. Tutte le mattine oramai e tutte le sere si indugiava accanto alla finestra e potè così persuadersi che la madre uscendo abbandonava le due creature, la più piccina delle quali stava a macerare nel lettuccio fino a mezzogiorno passato, ora in cui rientrava per dar loro una cattiva minestra. Quando poi rincasava alla sera rarissimo si tratteneva, ma col suo uomo recavisi all'osteria lasciando di nuovo le bimbe sole. [p. 189 modifica]

Con sommo tatto, con somma prudenza, mostrando desiderio di spassarsela colle bambine nelle poche ore che si fermava , Chiarina ottenne di penetrare nella stanza dei suoi vicini. Era una stanza sola vasta e lurida. Il suo occhio esperto ne abbracciò subito i particolari ributtanti ed accostandosi al letto ove dormivano le due sorelle, dovè farsi forza per vincere la ripugnanza del lezzo. La madre spiegò freddamente che la maggiore era tutta una piaga e che alla piccina incominciava già una spina ventosa in una gamba. Concluse con inaudito cinismo:

— Il meglio che possono fare è di morire per liberare sè e gli altri.

Chiarina, come le accadeva sempre nei momenti supremi, invece di dar fuori in parole raccolse e si strinse in petto indignazione, orrore, pietà. Ma il suo piano era già formato.

Cheta, cheta, col suo passo d’ombra senza lasciarsi scorgere da nessuno, ella andò a suonare il campanello del dottore che reduce appena allora dalla sua giornata laboriosa la accolse in pantofole nel modesto studiolo, rifugio disperato dei libri e dei mobili migliori adunati là per sottrarli alla vivacità distruggitrice [p. 190 modifica]dei cinque bambini. Appena ella ebbe accennato alla piccola consunta la fronte del buon dottore si oscurò.

— Conosce quella bimba? — chiese Chiarina. – l'ha mai vista?’ — l'ho vista e l'ho visitata l’anno scorso in occasione di una angina violenta per la quale il padre venne a chiamarmi. Fin da allora dichiarai che le condizioni della fanciulla erano gravi, che aveva bisogno di buon nutrimento, di aria, di ricostituenti. Mi offersi io stesso di farle somministrare i medicinali: stesi la domanda perchè fosse accettata nella schiera dei piccoli scrofolosi che si mandano ogni anno ai bagni di mare. Hanno fatto nulla di tutto ciò?

— Che ne pensa della madre? — arrischiò Chiarina.

Il dottore si pose tutte e due le mani nei capelli:

— Penso che certe donne sono indegne di diventar madri.

— Dunque è proprio vero che la mancanza di cure, forse di nutrimento...

— Non me ne parli! Non me ne parli! Io non la vedo da un anno.

— Fa pietà, è uno scheletro. Ma non si può impedire, non si può costringere... [p. 191 modifica]

— Impedire che cosa? Costringere chi? I genitori sono soli arbitri; nessuno può violare la libertà del domicilio.

— Ma quando si uccidono delle creature innocenti?... — gridò Chiarina.

Il dottore la guardò in mezzo agli occhi e con un sorriso che il più amaro non si poteva vedere rispose:

— Allora si dice che la colpa è della [p. 192 modifica]miseria.

XIV.