Il sigillo d'amore/Il nome del fiume

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Il nome del fiume

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IL NOME DEL FIUME.


Quell’anno cominciò a nevicare in novembre, e non la smise più: e poichè noi si abitava un po’ fuori del paese, per essere ancora in comunicazione col prossimo si dovette aprire un sentieruolo fra la neve come in una foresta vergine. Una povera servetta mocciosa di natura, e che il freddo rendeva ebete, andava e veniva per questo filo di strada, portando i viveri e la posta; e mai personaggio potente e grandioso rappresentò per me la forza della vita come questa legnosa ragazzina avvolta di stracci e assiderata.

Con ciò si capisce che oltre i giornali col tumulto del mondo dei vivi, e le prime comunicazioni con l’Editore, che è come dire col pianeta Marte, ella mi portava le lettere del fidanzato. [p. 110 modifica]


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Anche questo fidanzato viveva ad una rispettabile distanza che di giorno in giorno minacciava di farsi sempre più misteriosa e terribile.

Era un esploratore; e si preparava ad una spedizione di grande stile, cioè verso una regione assolutamente sconosciuta. Lui di me non conosceva che una poesia, io di lui non conoscevo che il nome: eppure eravamo fidanzati.

Bisogna dire che, oltre tutto il resto, mi lusingava in lui una qualità senza la quale il coraggio, la fantasia, la tenacia, la bellezza morale e la forza fisica di un personaggio di tal genere contano come zeri senza il numero avanti: l’essere egli ricco.

E bisogna essere fanciulli, soli, poeti e poveri, per intendere il vero significato di queste parole.


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Si è peggio che poveri e soli in una famiglia numerosa della quale da poco è morto il padre, la madre è debole e malata, i fratelli e le sorelle piccole si stringono intorno alla maggiore [p. 111 modifica]che è l’unica responsabile di tutto e deve provvedere a pagare, con le scarse rendite di un vasto patrimonio incolto, la tassa di successione del padre, le imposte e tutti gli altri obblighi.

Le tasse e tutto il resto pagato, pochi denari rimangono in casa; si deve vivere quindi con le provviste casalinghe che danno un ottimo ma preistorico pasto, a cominciare dal pane biscotto e le carni salate del maiale e terminare col formaggio pecorino rosso come la cera vergine, e le olive violette e amarognole come il fiore del radicchio. Chi si accorge di tutto questo? Inquietudini, privazioni, disagi del tempo cattivo, sono coperti dal velo iridescente della speranza: ogni settimana è segnata da una tacca sullo spigolo dell’anta del camino e questa misteriosa scaletta sale e sale verso il punto ove batte, nelle belle giornate, un occhio di sole.

Ma le belle giornate sono rade e accompagnate dalla tramontana che coi denti di lupo morde i muri; ed ecco ricade la neve e il suo peso fa scricchiolare il tetto: bisogna puntellarlo, il tetto, e si vive così, come gli abitanti delle palafitte nei primi albori dell’umanità in consorzio.

Ad accrescere l’impressione di questa vita sull’acqua corrente, una vena si apre davvero nella cantina e la inonda, e ci travolgerebbe come le lepri dei boschi fiumani se non si provvedesse a un tubo di zinco che fa scolare [p. 112 modifica]l’acqua fuori. E il tubo di zinco si porta via con l’acqua anche il vino della cantina che viene venduto a vile prezzo per pagare le spese del disastro.


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Di notte, quando tutti dormivano, io leggevo. Leggevo accanto al camino della cucina, perchè era il posto più caldo: la tenue luce del lume ad olio si mangiava i miei occhi: che importava? Quando si è ricchi di una cosa non si esita a scambiarla con un’altra che sembra egualmente preziosa: e sono invece scambi di perle vere con perle false.

Dei libracci letti in quel tempo non ne ricordo uno; eppure non li rinnego perchè la loro prosa era come il libretto scempio di un’opera musicale grandiosa. L’orchestra dei venti, del torrente ingrossato, dei boschi sul Monte contorti dal dolore dell’inverno, rombava intorno alla casa minacciata dalla rovina: e pareva d’essere davvero in una imbarcazione protetta solo da Dio, che andava, andava giù per un grande fiume ignoto, verso una lontana riva di sogni.

Una notte però la barca parve arenarsi; l’impressione di un pericolo inevitabile mi fa [p. 113 modifica]sospendere la lettura: fra il chiasso del vento sentivo vaghi lamenti, richiami di soccorso: il cane cominciò a urlare, poi tacque d’improvviso: il vento spazzò via tutto. La mattina dopo ci si accorse che i ladri ci avevano rubato le galline e strangolato il cane.


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Il vento della speranza spazzava a sua volta le orme di queste piccole miserie: le tacche sull’anta del camino salivano, la neve si scioglieva e qua e là la terra faceva rivedere il suo materno viso bruno. Il carnevale scuote i suo sonagli dipinti, e fino alla casa in duolo arrivano le musiche dai ballabili lenti e sensuali.

Un giorno un uomo mascherato batte alla nostra porta. Ci si deve aprire? Noi non abbiamo nemici, nessuno può farci del male. La maschera però è, sempre, un segno di mistero, e l’uomo viene ricevuto con curiosità paurosa. È alto e smilzo, vestito con un antico costume da caccia di velluto verde. Il fucile è rassicurante, perchè tutto di legno; più rassicurante la polveriera piena di confettini colorati. Egli s’inchina di qua e di là, bacia la mano alla mamma, rivolge frasi graziose alle ragazze, [p. 114 modifica]compresa la servetta paurosa nascosta dietro l’uscio. I suoi occhi sono dolci, castanei, fatti più belli e vivi dall’immobilità della maschera di cera. Dev’essere, in realtà, un cacciatore di dote; ma in fondo io non penso così. In fondo il cuore mi batte come quello di un uccello ferito: quegli occhi che si rivolgono spesso a me, dal mistero del viso sconosciuto, e quella voce mai sentita che esce come dalla bocca di una statua, mi destano un tremito più indefinibile di quello della servetta dietro l’uscio.

Poichè l’esploratore mi aveva scritto che i preparativi per la sua spedizione erano finiti ed egli stava per partire: e il pensiero che egli fosse venuto a conoscermi così, di nascosto, nel suo bel costume del colore delle foreste vergini, mi travolgeva la mente.

È venuto; è l’annunzio squillante della primavera, è il cacciatore che prende i sogni senza colpo ferire e li butta sui capelli delle adolescenti come i coriandoli del carnevale.

Ma perchè tu, o madre, fai portare il bicchiere dell’ospitalità, e preghi l’uomo di togliersi la maschera?

Sotto la maschera tirata in su di un colpo appare il viso dell’accalappiacani del paese. [p. 115 modifica]


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La primavera arriva davvero: anche i monti si tolgono la loro maschera bianca e solo i mandorli della valle conservano ancora sui loro rami neri la neve dei loro fiori. L’esploratore è partito: mi ha scritto una lunga lettera prima d’imbarcarsi sul grande transatlantico, e chiede di chiamare col mio nome la regione che scoprirà. In fondo alla lettera è scritto con caratteri chiari l’indirizzo d’oltre oceano per la risposta. Io copio lettera per lettera l’indirizzo e mando la risposta: due mesi devono passare prima che arrivi un’altra lettera di lui. Passa aprile col fiore dello zafferano, passa maggio con le rose e le api ronzanti nel sole: arriva con giugno il primo alito della disperazione che rende oscure anche le giornate più azzurre. Scrivo ancora, con ricevuta di ritorno: passa luglio, il più bel mese, il re dei mesi dell’anno, ma il chiaro di luna è più triste del chiarore della neve, e al canto dell’usignuolo, all’invito d’amore delle serenate, alla dolcezza piccante dell’uva moscata, si contrappone con infinito rimpianto il ricordo dei venti, del freddo scricchiolare della casa, delle castagne arrostite fra la cenere.

In agosto la casa è riattata, le dispense [p. 116 modifica]rifornite: il frumento, le mandorle, il sughero, persino i fichi d’India si convertono in denaro: ma io mi sento mille volte più povera che nell’inverno passato; ogni giorno più povera, povera per l’eternità.

In settembre mi arrivarono, con la ricevuta di ritorno non firmata, le mie due lettere respinte dall’ufficio postale d’oltre oceano. Nessuno si era presentato a ritirarle: e mai più nulla ho saputo dell’esploratore, del quale, del resto, ho dimenticato anche il nome.


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Adesso, però, una persona mi dice che molti anni fa un esploratore ha chiamato col mio nome un grande fiume da lui scoperto in una regione sconosciuta. Non sa dirmi altro, non ricorda da chi la notizia gli è stata riferita: ed io non domando altro. È vero? Non è vero? È l’avventura fantastica dell’adolescenza che prende forma e nome? O è ancora la maschera verde dell’illusione che nasconde la realtà grottesca? Che importa? In queste sere di agosto, quando le stelle filanti mi ricordano le scintille del fuoco che si spegneva nel camino paterno, sento ancora quel rombo di fiume lontano, che mi porta con sè, ed è la forza della poesia, unica ricchezza della vita.