Inferno monacale/Libro secondo

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Libro secondo

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Inganno è un de’ più horridi mostri che concorrano ad infettar la quiette e felicità de’ miseri mortali, cagionando loro gl’infortunij, sotto falso pretesto e finta apparenza di bene servire, aportar mali tanto più tormentosi quanto meno aspettati. Ben il provarono quegl’infelici Hebrei a’ quali, nel condurli seco, Nabucdonosor comisse che al partire non arrecassero con esso loro altro che gli strumenti musicali: organi, timpani, flauti et cetre. Et ciò per persuader loro innganevolmente che in Babilonia erano per godere fra gli agi e che altro che conviti e suoni e canti non eran per esser i loro essercicij e vitta; ma miseramente restaro delusi et aggravati da durissimo giogo di servitù. Anzi, sovente motteggiatti e derisi, serviano di scherzo (come asserise il Testo) a chi gli haveva inganati: «Qua illic interogaverunt qui captivos duxerunt nos verba cantionum, cantate nobis de canticis Sion». Rispondevano i misserabili: «Quomodo cantabimus canticum Domini in terra aliena?».

Lo stesso aviene all’infelici monache, quando si sono lasciate condur nella carcere d’un chiostro infernale per loro, dalle falacci promesse e da gl’astutti inganni de’ tiranni parenti, non dalla voce dello Spirito Santo. All’hora che la speranza è inaridita, s’avveggono esser prese alla rete, onde, con falsità di pretesti, deluse e derisse, son fatte perpetue servitrici di mille obligationi. Gli arnesi od passatempi e gusti proposti loro nell’ingresso dalla vecchia e da i malvaggi padri restano, come quelli del popolo eletto, per sempre pendenti da’ muri. «In salicibus in medio eius» dicevan essi «suspendimus organa nostra super flumina Babillonis, illic sedimus et flevimus cum reccordemur Sion». L’istesso diccono le sfortunate poi ché, in raccordandosi il lasciato mondo, né vedendosi spirar né pur un’aura di salutifera speranza, piangon di continuo. Nell’udirsi commetter che suonino, cioè che stian liette in servir Dio come tenute ad abnegar la propria volontà per ben amare il loro Sposo, rispondono:

«Quomodo cantabimus canticum Domini in terra aliena?» Come potiam noi lodar il Sommo et Omnipotente Motore, mentre ci ritroviam in terra altrui? Questa non è sua casa, se è habbitata da donne imprigionate con violenza. È impossibile che noi esprimiamo canto che ben risuoni e riesca grato, mentre piangiamo la servitù in che ci rittroviamo e gemiamo della perduta libertà!

Il cor loro, che si considera tradito, non può acconsentir ad allegrezze e così, fra sue inquietudini, ritruova modo d’offender, non di placar il suo Dio. L’ettà tenera e nattural loro inclinatione faccilmente lascia che elle si pieghin al bene, ma, per ché sono a forza rinchiuse, volentier s’appiglian al male e, per esser formate di questa massa comune di carne, non son meno tormentate di S. Paolo, che diceva: «Datus est michi stimulus carnis».

Ma per ché nel’antecedente libro non stimai bene il dilattarmi tanto che perfectionass’il racconto della partial maniera che usano i padri fra le figliole destinate a gli abbracciamenti di sposo terreno od a i sponsali di Cristo, sentasi hora con che differenza d’affetto e de operationi siano da loro trattate: alla mondana non è lusso, diletto o delitia negata anticipatamente allo sposalitio; ogni giorno ella si cuopre d’habiti variamente nuovi; le mascherate, i giochi de carte, le comedie et ogni altro piacere le sono di continuo preparati; in somma, sovrabonda di tutto ciò che può possedere nel suo stato qual ci siasi. Ma la novizza spirituale, sino che con tal tittolo si va disponendo per sostentar alla ponderosa carica della proffessione, è ricca d’ogni mancanza: sia pur di sangue serenissimo ed hillustrissimo, nulla di rispetto le vien portato, anzi è impiegata nelle maggiori fattiche. Le più immonde schifeze, fugitte dalle più vili serve nelle case private, ad essa son risservate per esercitio. L’abassamento di capo, anco verso cui non conviene, l’assistenza e prontezza nell’obedienze e l’assiduità nel coro continua, se da queste tali non sono pontualmente osservate, si sentono con rimproveri cruciare con non dissimili voci da quelle che, come esse, furono sposate a Cristo con violenza:

«Sei novizza: a te, a te s’appartengono i dissagi».

«Tu, come ultima entrata in monastero, devi suplir per l’altre, ché così habbiam fatto ancora noi a’ nostri tempi».

«Non è decente che tu prettenda di voler star al paragone con le professe e sacratte...»

O scandalo essecrabile, quando, con l’essempio, doverebbono esser loro sprone per eccitarle al corso della religiosa carriera! Servono più tosto loro di freno, scoprendo il proprio modo di vivere non religioso nell’opere...

Oh Dio, se queste tali sapessero quanto è meglio l’insegniar con gli esempi di vitta santa che con rimproveri inoportuni, mutarebbero modo di costumi e di precetti! Se non da altri, si può imparar da Seneca, che, scrivendo al suo Lucilio, diceva: «Longum iter per preceptum, breve et efficax per exemplar».

La novella religiosa, però, pura e semplice, non comprende che questi rimbrotti siano a lei con parcialità fuor di proposito e di tempo, ma crede che ’l tutto sia indrizzato a buon fine, acciò che ella s’assuefaccia al ben opperare, dove, con tratti d’ingenuità, profferendo illa apertamente il suo senso tutto puro, vien interpretato dalle scaltre vecchie della corte infernale con sentimenti diversi.

Ah, che per corrisponder alla doppiezza di chi qual Gano tradisce, sarebbe a proposito un Giuda che, sepor quegli tradì Carlo, questi assasinò Christo!

Ma ogni malle nasce dalla cecità del padre che, privo d’ogni vero lume di raggione, pur ché imprigioni la figlia, non riccerca con quella dilligenza che doverebbe a cui la consegnia in governo; sì ché tal uno la dà in mano di soggetto discolo che, dovendole di raggione servir di maestra nel viver cattolico e pio, le serve di norma per tener una vitta poco religiosa. In vecce di salterij e libri spirituali, non mai escono da quelle mani libri amorosi di cavalleria, con altre simili vanne et oscene letture, con le falsità et inganni che da questi derivano. Non tralascian, questi Diavoli incarnati, di fomentar la parente a cuoprirsi d’habbiti lascivi per ché, havendole poste nell’Inferno, non vogliono che le manchi i tentattori. Le promettono il suo aiutto nel male con esserle precipitosa scorta per sommergerle in un mare di negligenze religiose, con trattenerle ne’ parlattori con discorsi profani, in vece di lasciarli andar in coro et in vece di essercitar l’offitio di buon christiano, con esserle freno a correr le vie del senso, con persuaderla all’astinenza e purità di costumi. L’è un acutissimo sprone, se bene il nostro genio è sempre proclino al male, più è inclinato a seguir il proprio gusto e recalcitrar allo spirito. Non dimeno, la schietezza di animo della govenitta e l’innocente suo talento, appreso dall’educatione, va pur schermendosi coll’armi del proprio honore e rittirandosi dall’essecutione de’ vanni precetti. Ma ché, non basta questa honorata inclinatione: bisognia finalmente che lei ceda alle raggioni addotte da chi, con l’esperienza alla mano, le giura il viver così esser delitia di Paradiso e, come ciò fosse verità autenticha, l’approva con esempi delle presenti religiose - la maggior parte delle quali in molti monasterij così vive - e l’asserisce esser accion da pazza non seguir il maggior numero, sugerendole esser cosa divina il trattar e discorrer con ogn’uno. In summa, tal predicator falso predica alla novella monacha nello stesso modo che facevan coloro appresso Salomone: «Venite, fruamur bonis que sunt et utamur creatura tanquam in iuventute celerius vino pretioso et unguentis nos impleamus et ne pretereat nostri flos temporis».

O che raccordi diabollici, che però non ponno penetrar in cor di donna virtuosa et honorata: se in questa tale resta seminata così trista zizania, non pullula e si disperde per ché è arido quel tereno per così esosa semenza!

Colei che è tentata da tante può ben cader in qualche legerezza, ma non perfettamente errare; si dà qualche puoco in preda alla vanità, ma non inciampa nelle trappole nelle quali, quando cadesse, sola cagion ne sarebbero stati i suoi genitori, prima, e poi i proprij parenti. E se la prudenza non regesse questa tale, si farebbe legge di quello che sente dirsi da questi esploratori della falsa legge: la parte fragile del senso la persuaderebbe a non star in forse d’essequir i doccumenti del vano congiunto; la concupiscibile si compiacerebbe di ciò che gusta alla carne e così, impensatamente, quasi si può dir senza colpa della fanciulla, se l’aiuto divino non le sovrestasse, quell’animo cominciarebbe a ruminar i discorsi amorosi et a farsi lecito quello che nella vera casa di Dio doveva esser abborito, facendo scherno a suoi falli con quel detto:

«Per ché l’erar con molti è minor fallo».

Se per gratia però sovranaturale, questa si serve di quel detto di Cristo, «Secundum opera eorum nolite facere», cent’altre cadono negl’abbissi degli errori e quei detti, soggeriti et inventati dal Principe delle Tenebre, paiono loro precetti da seguirsi. E così, imitando elle et accettando i consigli di questi ministri del Diavolo, vanno poi operando secondo l’acutezza del proprio ingegnio e fanno che si verifichino le parole lamentevoli di chi non può mentire quando disse: «Populus meus in domo mea fecit scelera eorum». Il missero Baldassare, solo per haver proffanato il tempio e beuto ne’ vasi che adroperava il sacerdote, meritò di veder una mano che scrivendo nel muro l’avisasse dell’iminente sua morte per rendergliela più tormentosa. Hor a questi sceleratissimi mostri, che non solo profanano la casa di Dio, ma, nel condanar i corpi alla prigion d’un monastero, commettono col’eccidio del’anima, e propria e d’altri, anche il deicidio, sì come anche a gli inventori di cusì tiranna crudeltà al sicuro è riserbato maggior castigo di quello dato al re poi ché il loro fallo eccede di gran lunga quel di lui.

Ah, che io non ho ingegnio sì scaltro o inteletto sì sagacce che vaglia a spiegar in tutto tante intrecciate malitie di questi serpi che, sotto spoglia di religiose, cuoprono il veleno, hanno parole d’amore, effetti d’odio, apparenza di dolcezza o begninità, ma lacci orditi, inganni tessi: portano humile il volto, ma superbo il core. E chi pottrà descriver queste finte religiose?!

E se i loro pensieri sono imperscruabili fuor che a Dio, abominatore di così fieri mostri generati dagl’huomeni, i quali non hanno albergo più cari de’ monasterij, dove trovano più largo campo da essercitar le loro dopiezze?!

Queste sono chiamate da Isidoro «amfessibeni», specie di serpi ch’ha un raspo in ambo l’estremità, et a ragione son così dette poi ché, apunto come s’havessero due menti, hanno due intentioni: con una fingano, con l’altra ingannano. Sì come furono inganate esse, si vanno, apunto a guisa di serpente, aggirando intorno alla semplice giovanetta ignara di lor falsità e, fingendo d’amarla, vorreber potter avelenarla col respiro; ma in fine loro aviene che «Redentor et Dominus malitiam cor sum super caput suum». Sono mostri non dessimili da’ genitori che portano il core lontanissimo dal volto o sono simili alle Sirene che, col canto, insidiano agli incauti naviganti.

O come cantan con voci e concetti proprij per farsi creder affetuosissime contro quelli che non amano!

La mansuetudine, le parole inzucerate e i titoli di disonestissime voci sono il sale che condisse la lor simulatione, sì ché, parlando di gente tale, il segretario di Dio disse: «Verba eius iniquitas et dolus». Da bocche così sacrilege non s’odono apunto altro che inganni occulti et inventar astutamente ciancie contro le sorelle con lingua peggio che di Momo, poi ché quello biasmava e lacerava tutti in presentia, ma queste, che meritarebbero d’haver così bipartita la lingua come hanno finte le parole, portan il miele sopra le labra et il tosco in seno. Quando s’offerisce loro occasione d’insidiare ad un’amica, pur all’hora trattano da nemiche per ché ogni simile occorre tal’hora che due fanciulle, simili nella fortuna e non dissimili nell’esser, ambi due state gabate da’ parenti, coetanee, concordi di volere e di pensieri, che haveranno in un medemo tempo fatta la funtione di vestir habito religioso, si piglian vicendevole affetto et a vicenda l’una dell’altra si confida, scuoprendosi i più interni voleri e comunicandosi i più segretti pensieri, onde sono apunto sorelle in amore e di continuo compartono fra loro le cure, dandosi con ogni sicurezza le chiavi del cor in mano. E se Salamon disse: «Beatus vir qui invenit amicum verum», queste infelice vanno in questa guisa sollevandosi da tante gravi tribulationi che patono nell’Inferno monachale; e non rimanendo loro altro conforto, tengono simil metodo per mittigar la fierezza de’ loro dolori. Queste non s’ingeriscono ne’ fatti altrui, non si risentono de’ biasmi et inventioni machinate lor contro, non ambiscono vana lode, ma vivono ingenuamente non entrando ne’ conventicoli delle mormoratrici. Ma eccoti che, a turbar la quiete di questa coppia, entrano altre, simili d’habito, non di costumi, e, sotto fintioni d’amicitia, adopran ogni arte possibile per disunir quegli animi così caramente legati. Queste, tutte per invidia livide, per curiosità ansiose, per fraude inganevoli, anzi ché fraudolenti paiono apunto la stessa Fraude con faccia humana, poi ché sotto habito di mansoetudine e begninità portan ascoso il cortello della malitia. Così descrisse questa inganevol chimera il gentilissimo poeta ferrarese, dicendo ch’ella haveva:

«Un humil volger d’occhi, un andar grave,
un parlar sì begnino e sì modesto,
che pareva Gabriel che dicess’Ave,
era brutta e difforme in tutto ’l resto,
ma nascondea le sue fatezze prave
con lungh’habito e largo, e sotto quello,
attosicato havea sempre il coltello».

Tali sono queste che, copiose d’inventioni, alle semplici che le stimano sinciere e l’amano al par di se stesse, vanno, con intrecciamenti di discorsi e con suppositioni false, adosando le proprie colpe altrui con stuzzicar la bontà loro in odio contro le mala dicenti per ché ciò che vedono e sanno per la confidenza, il riferiscono come rapportato da qualche altra et asseriscono con giuramento d’haver udito di proprio orecchio da bocca d’altre ciò di che elle sole son state fatte confidentamente consapevoli dal’ingenuità di queste pure colombe che, senza pensar più oltre, il tutto credono. Onde le scelerate tirano la rete de’ lor tradimenti in tal modo, per potter a suo tempo far che dentro v’inciampino quelle povere sciocarelle che, più tosto che supponer inganni nell’iniqua tristitia di queste, si persuadono che in monastero vi siano delle spiritate che possin penetrar gli altrui pensieri. Ed elle scaltramente fingano di lodarle, ma con tal lode che ha faccia di lode ed è biassimo a chi ben el comprende, sì ché a loro s’agiustano benissimo quei versi del Tasso:

«Gran fabro di calunie adorne in modi
novi che sono accuse e paion lodi».

Ma passiamo dal noviziato alla professione, che poi anche non è per mancarci occassione di tornar alla malvagità di queste Sfingi diaboliche, così divenute per la tirania de’ genitori.

Spirato il tempo della probatione, si comincia il funesto trattato d’ordir un nodo così tenacce e forte che non possa esser disciolto da forza humana: dico la proffessione, che è un legame indissolubile, anzi un sepolcro della libertà di quelle che dentro v’inciampano. Sino a questo termine si può dir che la novizza habbia vissuto fra delitie e contenti, si è ben dolsutta sin hora della sua prigionia, ma non per anche s’è accorta dell’iminente ruina che, dall’altrui inganno orditale, le sovrasta: era troppo tenera d’età per penetrar l’astutie! Colui, che dal sententioso Tasso fu indotto a dire:

«E ben ché fossi guardian degl’horti,
viddi e conobbi pur l’inique corti»,

era vecchio, et il tempo e la pratica son quelle che rendono sagacci le più pure menti...

Giunte vicino a questo estremo punto, che è l’ultima sentenza irrevocabile del’etternità del suo carcere, padri, frattelli et altri congiunti fingano, con fraquenza di visite e con liberalità di doni, d’amarle sviseratamente e, con piacevoleza imparegiabile, fanno fra loro questa attione acciò, con una quietatione stringata fatta per man di nodaro, rinuntino né più prettendin in nulla di casa, promettendole in tanto un legato di gran rilievo con altre gentilezze che mai vi giungono. Ma ché: sigilata che è in monastero, e sigillata con sacramenti e promesse che van congionte alla professione, cesan le visite né più si vedono presenti che gli avanzi di quella mensa al sposalitio della sorella che, sin dalla servitù rigetatti, gli vengan presentati anche il dì seguente. Onde, in tante figlie d’havarissimi huomeni che apunto per l’avaritia han tradito il loro sangue, non è meraviglia che molti imitino il genio del genitore.

A questo proposito mi ricchiamano i contrasti che occoron tra padri e monache per le necessarie spese di novo banchetto, della messa solene, dell’apparato della chiesa, del vestir annuale et altre circostanze che tormentan la borsa al tenacissimo vecchio.

La sorella di questa misera che fu congionta in matrimonio mondano, doppo haver dalla monacha riceuto un presente sopra al quale haverà l’infelice giorno e notte lavorato con asiduità et impiegate l’amiche tutte, termina il festoso suo novizziato con hillustrissimo sposalitio, anesso a tanti dispendij che trapassan tutto il valor della dotte della monechata, la qual, forse, resta con debiti et in miseria per regalar quella novizza che la deride. Esce quella a farsi veder a tutto il mondo in habito biancho guarnito d’oro, accresciuta alla natia chioma posticia capigliatura tutta tempestata di gioie e carica di ricchissimi adornamenti che tutto le cuoprono il corpo. Questa, rivolta a quel usigolo di cuoio che, come schiava, dee tenerla legata, mestissimamente cantando proferisse: «Recingat Dominis lumbis corporis mei» con ciò che segue. Quella, quasi lasciva Venere o dea delle ricchezze, pomposamente abelita, non cede la suntuosità de’ pasti di queste nozze mondane a quelle di Comodo imperatore o di Caligula, che dispensò la maggior parte di tesori in crapule. Vi mancan solo i nettari e l’ambrosie di Giove, essendovi senza numero i Ganimedi.

Poveri insensati! Non si piange di queste spese, ma tutto ciò che per uso di questa meschina s’adopra è superfluo: risolvetevi almeno, se ben contro vostra voglia, o avarissimi, di levar di scrigno quel poco danaro che ha da servir ai funerali di questa meschina e, se tanti ne profondete nelle musiche, suoni, balli e lascivie che accompagnan la maritata - e non per altro che per nutrir la vostra ambitione appresso genti del mondo! - da voi se ne sborsi poca quantità per sepilir nel’Inferno de’ viventi la sfortunata, che pur da voi è stata generata della medessima matteria di colei per cui scialaquate tanti tesori.

Arriva il destinato giorno all’oscura cerimonia che non ha par nelle tenebre. Ogni cosa all’infelice somministra matteria di pianto. Vedesi costretta ad avezzar l’animo al nome di serva, essendo tal hor d’hillustrissimo o serenissimo sangue, e ’l forza sogetarsi all’obidienza. Ciò cagiona in essa il consumarsi in lacrime che poscia, fra le mestitie dell’animo, s’asciugan all’ardente foco de’ sospiri.

O crudo horrore!

Ogni una delle destinate a questa funtione, alla presentia del sacerdotte, de’ parenti e spettatori di sì funesto spettacolo, è necessitata chiamar per testimonio di sue forzate e non volontarie promesse Iddio e tutti i santi le cui reliquie in quel tempio o monastero si trovano. Vestita a bruno e tal’una anche di scotto bianco o rosa o griso - per ché, disperate, s’ellegon le più strette regole - e, conforme gli ordeni di sua religione, comincia con tristo augurio sopra consecrata pietra a dar fuori queste, non profferite da ’l core ma sol dalla bocca, mestissime voci:

«Ego, soror Cristi, promitto stabilitatem meam».

Aggionge altre parole di gran ponderatione che tutte tendono ad attestare et obligarla a gran cose. Per sigillo, poscia, del giuramento segna una croce su biancha cartella, qual rimane in perpetuo per etterna memoria di sue indissolubili promesse.

Qui, oltre alla mia debil penna, ci vorebbero tutte, di cattolici e proffani scrittori, quelle de’ moderne et antichi, de’ fedeli et eretici per descriver a pieno la pazzia solenissima de gli huomeni: sarian bisogniosi, gl’insensati, d’un novo Astolfo che andasse a cercar il lor senno! Ma però non eran a caso, anzi maliciosamente, l’ingegnio smarrito. In ogni lor scritto predican l’incostanza e poca fermezza feminile, sia o negli amori o in qual si sia altro affare, e, sprezzandole, appican loro come suo vero atributto, se ben mentito, l’instabilità. Portan in comprobation della lor falsità ciò che, da qualche d’un di loro a ragion maltratato, sarà stato detto. Così Tibillo, meritatamente da una donna burlato, dicea:

«Omnia persolui, fruitur nunc alter amore».

Anche l’Ariosto, detestando questa mutabilità, inducce Rodomonte a lamentarsene e prudentemente il fa mentre pone in bocca ad un Saracino bestialissimo, senza raggione e senza legge e sempre nemico alla verità, tali parole:

«O feminil ingenio, egli dicea,
come ti volgi e muti facilmente!»

Ovidio, anch’egli forse appassionato della sua Corrina, cantò:

«Non sic incerto mutante flamine Syrtes
nec foglia hiberno tam tremefacta Noto
quam cito feminea non constat fedus in ira
sive et ea gravis sive et causa levis».

Propertio, anch’egli per non dissentir dall’altrui falsità, diceva:

«Nulla diu femina pondus habet».

Altri malignamente dissero che le donne sono simili alla Fortuna, volendo dinotar nel’instabilità di questa dea la loro incostanza. Così il sudetto inviperito e sprezzato Rodomonte sogiunge:

«Né so trovar cagione a casi miei
se non quest’una: che Fortuna sei».

Ma se questi tali penetrassero a fondo, conoscerebber tal applicatione non risultar in dano e biasmo delle femine rispetto che, se ben la Fortuna è volubile, niente di meno produce et è d’ogni ben motrice dove che essi medemi vengano ad in ferire e confesar che da una rotta, posta in man di donna, dipenda ogni loro felicità; oltre che, da questa ruota derivando ogni cosa, conseguirà per necessità che in loro sian influiti incostantissimi pensieri.

Io però non aprovo queste enormi propositioni, ma con S. Agostino dico la fortuna non esser altro che una secretta volontà di Dio et altro non è mio fine che far intender la sciocchezza degli huomeni ch’è eccesiva, mentre voglion attribuir alle femine, non men con la voce che con la penna, i lor proprij vittij che in se stessi, tutto di con opere palesi, a tutto il mondo oprano.

Non mancan però scrittori veridici e dissapassionati che han lasciato autentiche testimonianze della virile instabilità in amore. Il divinissimo Petrarca ne’ suoi Trionfi, parlando in favor di Tamar contro il di lei fratello Amone, hor inamorato, hor ad essa nemico, lasciò scritto:

«Vedi quel che in un punto ama e disama!»

In ogni maniera, o perfidi, vi dicchiarate maligni per ché scientemente ne’ vostri scritti spiegate il falso e con l’operationi volete opporvi a quel genio che ditte esser comunemente inserito in tutte le donne. Si può sentir pazzia più esorbitante? Dite mille volte però mentite che fra il numero tutto del sesso donnesco pur sol una non se ne trova di mattura fermezza, e poi arrogantamente tentate superar lor nattura col prettender del stabilir in perpetuo obligati i loro volubili desiderij! Per ché donque volete con un impronto di croce siggillino una scrittura fatta conforme alle vostre, non alle lor, voglie? E se sono instabili nei proprij pensieri, starano elle costanti in quelle determinationi fatte per adderire alla vostra tiranica volontà? E per ché legarle con violenza alla multiplicità di tante leggi e nella quantità di tanti ordeni, abacinate e confuse che restano, perplesse ed iniqui, etcetera?

O quanto meglio fora il persuaderle alla santità e religione con gli esempi che con le parole e con la forza! Ma bisognia che le sfortunate, perdendo la luce di questo mondo, entrino nel miserabil numero di coloro di cui fu detto: «Super cecidit ignis et non viderunt solem», rimangan apunto da inimmitabil crudeltà sin prive de’ raggi solari! O infelicità senza comparatione restar prive di luce! Quanto compasionevolmente doleasene quel povero vecchio del cieco Tobia: «Quare michi gaudium erit, quia in tenebris sedeo et lumen celi non video?», quasi dir volesse: «Che cosa di peggio potteva mandarmi Iddio?!». Così queste tradite, sedendo nell’oscuro carcere, chiaman di continuo vendetta contro chi l’imprigionò: «Vindica sanguinem meum»!

«Già che vedi - dicon elle -, o Monacha de’ Celi con occhio perspicacissimo l’ingiustitie fatte contro di noi col haverne gli huomeni celebrate le essequie e consignati i nostri cadaveri spiranti ad un sepolcro. Questa, o Signore, non è opera del Vostro santo volere poi chè non voi ne chiamaste, ma forza tiranna degli interessi altrui qui ci rinchiuse. Concedetene il Vostro aiuto».

Niuna di loro, nel far il stretissimo passaggio della professione, suppone, non concorrendo con la propria volontà et elettione a quegl’oblighi, non esser astretta ad osservanza alcuna e così al tutto si sottopone per non potter far altro.

Ma torniamo alle funebri cerimonie che in poco o nulla differiscono dai funerali che a’ diffunti si celebrano. Alle secrette della messa, gittata boccone a terra, vien coperta di negro drappo, postale a’ piedi una candela et una al capo, sopra sé le cantan le littanie: tutti segni che la dinottano estinta. Ella stessa sente i suoi proprij funerali e sotto quella bara gl’accompagna con lacrime e singulti, sacraficando tutti i sensi alla passion e dolore. Ma, per ché il racchiuso fuoco - e che non può svaporare - opera con maggior forza, i di lei desiderij, che stanno oppressi sotto verecondia, maggiormente l’affligono. Misera, adolorata, sa che non può terminar il corso a’ suoi infortunij, poi ché son irremediabili i suoi mali. Vede l’impossibiltà del rimedio e conosce che i suoi lamenti non son per impietosir i rigori del Celo. Va perciò con aspra risolutione ingannando i sentimenti del dolore e così, con labra da disperatione fioche, s’induce a properir la sentenza della propria sepoltura. La superiora le dà poscia tre ponti ad un velo di camorada - che chiamasi sorazzetto e serve per coprirle il capo -; vien con ciò significato che i tre seguenti giorni ell’è tenuta ad osservar un silentio così rigoroso che nepur l’è concesso chiederle apartinenti al necessario vivere. Per ché il deplorar le miserie sue con lamenti e conferir le sue calamità, dependendo i suoi secretti pensieri, riesce di gran consolatione a gli afflitti, a perfecionar le misserie di queste mal arivate s’agiunge il condimento che elle non ponno sfogar le lor pene.

Torna quivi a ricever dalle sorelle religiose la sconsolata, non più novizza ma monacha, novi segni di pace con inviti di guerra. Dato il fine a queste esterne cerimonie, ella è introdotta al banchetto, assai più del primo semplice e penurioso, nel quale alle volti sogliono i padri e parenti più generosi distribuir a ciascheduna delle monache un scudo, com’anche è costume di farsi da tutte alla sollenità del vestire. Così, quasi mute, osservando un pontualissimo silentio, dormono le tre seguenti notti vestite, et in che sorte d’habiti! Non così aviene a quelle che, da’ padri destinate a mondane nozze, godon nella notte primiera così delitiosi riposi che l’agitta quiette è ’l minor de’ comodi e contenti che provano. O quanto son corotti i secoli moderni!

Fu già ne’ tempi remotti chi stimò crudel Portio Cattone per ché, ridotti che fossero alla vecchiezza i suoi servi, o scacciavali o come schiavi, vendevali. Et oggi non solo non son biasmati, anzi si lodano come buoni politici coloro che, non i loro servi d’età decrepita, ma le proprie figlie, nella più fiorita e tenera età scaccian dalle case, bandite da tutto il mondo e più ristrette e mal condotte che non gli stessi schiavi!

Anzi, con lor tiranide le sferzan ad esser serve del Diavolo et ad avvelenarsi da se stesse come ne’ tempi presenti ad una è sucesso.

Altre non di meno prudentissime, non si danno in preda alla disperatione per ché conoscono esser pazzia l’affligersi di quei mali che son senza rimedio, onde, con lo scudo della soferenza, va tal’una d’esse riparando i colpi del tentator Demonio che, insinuando loro ragioni potenti, procura d’indurle a disperarsi. Così, d’ necessità fatta virtù, comincian pacientamente a tolerar l’asprissimo giogo e stabiliscon di valersi di riccordi, dati già loro da colui che le sugerì il viver licencioso. E tall’uno, che ha la zia di buona consienza che li predica il viver religioso, ad ogni modo non la stima, anzi la sprezza, poi ché non si tengono elle obligate a cos’alcuna e si vaglian di quel deto:

«ogni vergognia amorza
il poter dir che le sia fatta forza».

Considerate voi qui un poco, o ministri di Satanasso, che, sforzando le vostre figliuole ad entrar ne’ monasteri, siete partecipi di tutte le loro attioni scandolose: qual riparo siate per impetrare nell’eterno e spaventevol giorno del Giudicio, quando la sonora tromba si farà con orido rimbombo sentire all’universo?’ Rammenterei qui tutte le vostre crudeltà e tirannie, ma pur troppo son notte al Paradiso e non ignotte a gli huomeni spietatissimi e senza compassion alle povere sfortunate, che pur dovria esser abondantissima e senza fine per non haver elle preso l’habito religioso d’elettion propria. Che delle volontarie e sante non mai intendo parlar se non con profonda riverenza.

Da qui nasce che non impropria parmi la similitudin che io imagino delle propalate religioni col populo già favorito dal Lettor del Mondo con tanti eccessi, quanti nel Vecchio Testamento appariscano: sino che gli Hebrei furno obidienti al lor capitano Mosè i più sublimi favori della divina mano piovero, anzi diluviaro sopra di loro; non si trovò, per così dir, benefficio che non fosse in loro impiegato. Le gratie erano illimitate. Ma, se queste fur da lor senza fine e senza numero riceute, così fu anche eccessiva l’ingratitudine de’ lor perfidi cori contro il Sommo Benefattore. Popolo eletto et amato, a me pare, anzi che quasi idolatro da Dio, furno ne’ tempi andatti i religiosi. Quai miracolosi portenti non si viddero di gratie divine in loro sin ché, sotto la condotta di Benedetto, Agostino, Basilio, Antonio, Dominico, Chiara, Catterina, Teresia e di due mostri di santità, Francesco di Paula e Francesco d'Asisi et altri, combatero contro il Demonio, Mondo e Carne! Quai vittorie non ottenero, mentre pugnaro sotto i stendardi di sì gran campioni!

Però non sia chi qui rimproveri che la comparatione di questi santi sia poco proporcionata al Duce de gli Hebrei, Moisè, che, s’egli dalla prencipessa Termut fu levato dall’acque mentr’in una cesta di giunchi spinosi andava fortunosamente ondeggiando, molti di questi heroi di Paradiso, col favor della sovrana Prencipessa de’ Celi, fur tolti dal’acque fetide di questo mondo, mentre stavan pericolosamente vacillando fra gli inganni del Diavolo! Con la guida di sì valoroso campione, com’era Mosè, gl’Hebrei a piedi asciuti varcaro il mare senza pur bagnarsi l’estremità de’ piedi. Placido e Mauro, discepoli di quel gran duce e religiosi di cui la Chiesa cantò: «Pater et dux benedicite», per obedirgli passarno intatti l’acque. S’a quegli pioveva il vitto dal Celo, a questi dall’aria un corvo imbandiva cotidianamente la povera mensa. O quante volte hanno questi capitani della militia di Dio, come già il Legislator hebreo, radolcitte l’aque amare in dolci, coll’esperimentar in se stessi et in altri quanto sia soave e dolce il pattir amaritudini di travagli e pattimenti per l’Onipotente! Più volte col segno della santa croce et un sol pane fra’ deserti di religione han reficiati gl’interi monasteri! Il glorioso Francesco di Paula con un sol fico satiò trecento persone.

Sono innumerabili le gratie e privileggi ottenuti dalla soldatesca religiosa sotto la scorta di questi santi capitani che mai combattono con le schiere de’ nemici dell’human genere, senza riportarne gloriose vittorie et immortali trofei. Fu già chi, havendo gran tempo combatuto, fu consigliato da amici a ritirarsi a quegli agi ai quali il richiamava la vecchiezza, ma loro - sovrapreso da generoso sdegnio - così respondeva: «Io voglio militare, che ad un soldato di Cesare non lice riposo sino alla morte».

Così faceva pur anche quel santo heroe di Celo, Antonio, in servigio del supremo Signore che, doppo tante vittorie haute contro gl’eserciti de’ Inferno, arrivato all’età decrepita che quasi el rendeva impotente alla battaglia, non per questo lasciò mai di combatter contro gli inimici d’Averno, sin ché non spirò l’anima alla Celeste Patria. In quei tempi che così vivevano i religiosi, corrispondeva il Monarca Supremo alle lor militare fattiche con gratie e favori sovrabondanti che, quasi manna celeste, pioeva di continuo sopra di loro; ma a questi d’hoggi che, fatti quasi simie de gli antichi fondatori, meritan più tosto nome di simulacri di demone che dirittori d’ordini claustrali, si può dir come d’altri diceva Osea: «Factus est Efraim, quasi columba seducta non habens cor».

Ah certo che, di questi, la maggior parte non ha core per ché, se si riguardano in seno, trovaran d’haverlo perso, chi nella proprietà, chi negli honori et ambitioni, chi ne’ giochi et altri in amor vani! Questi vivono molto più sregolati delle monache et haverebbero bisognio di maggior rifforma: «Audi, popule stulte, qui non habes cor», dice Geremia. E qual maggior segnio d’esser privo di core ed inteletto può darsi che per trascuragine di non gettar l’ancora, perdersi nel porto? Dante segniò:

«E legno viddi già dritto e veloce
correr il mar per tutto suo camino
perì al fin all’entrata della foce».

Avviene tal volta che, per elettion de’ supperiori, ne’ monasteri pianta alevata e frutifera ne’ giardini della Religione ha meriti per sovrastar degnamente ad ogn’altro di superiorità: non ambisce, anzi riffiuta il carrico come quello apertamente conosce che gli orrori sono arrivati all’estremo peso nelle trasgretioni della regola.

Ma, per ché è così proprio degli huomeni il pensar male, mi dicchiaro che non vorrei dassero sinistro senso e censurasser con danno delle anime loro i detti miei.

Altri, se non meritevole in quanto all’osservanza d’animo, però abastanza aggiustato e non fraudolente, conoscendo la gravezza del peso e la malignità del vivere, destramente si sottrahe dal governo. Onde apunto bisognia ad altra ceder il dominio, che, a quelle parole, «Impera nobis», si gonfia et insuperbisce dell’honor indegnamente fattole, come il fastoso pavone della ruota dell’occhiute sue piume, quando appunto, a guisa di detto animale, doverebbe dar un’occhiata ai piedi sozzi della sua basezza e viltà et humilmente gridare: «Dominus non sum digna». Non così però avviene, anzi fa che ogni una partecipi di sue frodi, semina ogni loco di discordie infernali e lasciasi guidar dalla partialità. Adimandato Solone come dovea esser colui che governa un popolo, rispose: «Costui deve saper prima dominar se stesso, altramente sarà come quegli che volesse far aparir un’ombra retta con una verga obliqua».

Veramente se un esercito fosse guidato da un inaspetato, anzi inesperto nell’arte militare, s’un imperito di musica volesse guidar un concerto canoro et una nave fosse condotta da chi non sa navigar, tutto precipitarebbe, così come un priore od abadessa che habbia vestito l’habito monachale non chiamata dal Spirito Santo, non instrutta negli ordeni e regole religiose, ma solo goda il tittolo di superiora, come fa tall’una, a null’altra cosa magiormente aplicandosi quanto che, finito il triennio della dignità, d’esser di novo in quel grado confirmata. In quel grado trascura gli errori, non provede ai falli, non coregge i difetti et in un certo modo concede libero il corso alle voglie della gioventù. Il governo, in tal uno de’ monasterij, tal hor non è concesso a chi più ’l merita, ma a chi più l’ambisce; e chi astuttamente il possiede, o per arte o per fortuna, si fa partial delle più scaltre, non movendo, si può dir, un passo senza finger di prender da loro il consiglio; e così, non solo non osservano il precetto di quel savio filosofo, ma effettivamente permettono degli abusi. Ad una parte delle più libere e scapestrate, in vece di corretioni, portano aiuto e favori e con altre, fingendosi cieche, mostran di non veder gli scandolosi diportamenti, anzi li scusano e commendan per semplici.

Ma qual maggior disunion può darsi fra’ chiostri s’ogni una vive secondo il suo appetito e ciaschuna dell’involontarie dispon della volontà propria a suo talento?

Quante saggiamente fingono di non udir gli spropositati concetti contro di lor profferiti, quali però non restano di trapassarle mortalmente l’anima!

All’insolenza di simil tratti corrisponde ogni lor attione sì ché è facil immaginarsi con che sentimenti sian questi termini sofferti da quelle a cui non manca esatezza di cognitione.

O quante, o quante effettuano sfacciatamente, in publico, tutto ciò che detestan nell’altre, apunto con publica e tall’insolente mallvagità che, con le continuattioni, basterebbe a far depponer la patienza ad ogni più flematica e rimessa mente!

E per ché la nostra depravata natura è sempre più pronta et inclinata all’immitatione del male che del bene, non sì tosto è spirato il terzo giorno de’ tremendi votti e sacramenti che vien ammessa fra le professe la novizza, e tosto facilmente apprende quallità da queste antiche e mal contente religiose, fra’ quali praticando, vien a verificar in se stessa quel detto del’Ecclesiastico: «Qui tetigerit picem, inquinabitur ab ea». Già già scordatasi il culto religioso, comparisce anch’ella immascherata e farsi partecipe de’ quegli errori che, doppo la proffessione, le vengan dall’uso liberamente concessi. Quivi la vanità comincia ad entrarle nel core, introdotta per gli occhi come quelli che, di tutte l’insidie che all’anima son poste e di tutte le retti che le sono tese, son la potissima causa. Veggiono altre abellite d’habbiti vani, onde s’imprimon nell’animo desio poc’honesto d’imitarle et anche superarle nell’inventioni del vestire, all’quale dan, col’operationi, il compimento; tanto più che lor non mancan suggestioni di molte che, per haver compagnia al mal, fingasi amiche. In questa sorte di fals’amicitia che tira l’anima al precipitio e con pessimi consigli offende il corpo, asserisse S. Agostino essersi incontrato nell’età sua fiorita, onde di lei el dice: «O nimis inimica amicitia et seductio mentis investigabilis, cum dicitur “Eamus, faciamus” pudetque non esse impudentem».

Questi sono i progressi di quel’attion tragica che, nel prencipio, m’offersi farvi veder rappresentata, i cui fini altrettanto son mesti quanto dal Celo abborriti: l’antiche rappresentationi non hanno altra mira che di tacciar ogni operatione delle novelle istrioni.

Se vedon che elle levino un occhio di terra, dicon balenar gli sguardi impudenti, anzi impudichi. Cognioscan la fersura su la paglia, anzi pupilla di loro sorella, ma nulla consideran alle travi che alla vista le s’interpongano. Tal’una di queste è sì di cognition priva che, capitandole all’orrecchie quelle voci, ad ogni uno proffitevoli - «Nosce te ipsum»! - se stiman un favoloso raccordo e perciò, senza prudenza e conoscimento, van rimproverando all’altre quei diffetti ne’ quali elle più d’ogn’altra involte si trovano, sì ché le gare della gioventù e vecchiezza, i risi e mottegiamenti sopra l’etadi sono i primi fomenti e fondamenti delle male volontà. Una che nel numero degli anni sopravanzerà ad altra in guisa che madre potrebbe esserle, con pari humori di giovane multiplica a lustri con bugiardi e stolti accenti gli anni di colei che potrebbe esserle figlia, servendosi del detto del gentilissimo Ariosto:

«Che a donna non si fa maggior dispetto
che quando brutta o vecchia le vien detto.»

Quella che volse però prettender di passar i congressi senza framischiarvi qualche paroletta mordace farebbe vanità: trapassan tal’hor con vezzoso soriso le noiose proposte che irritan l’animo per usar prudenza, ma non per ciò resta nutrirsi nell’interno fuoco sdegnioso, parendo molto stranio a chi l’occassioni fugga d’offender altre, sentirsi unger, come dir si suole, spropositatamente a sangue freddo. E troppo duro il sentirsi sovente rinproverar da una cloaca di vitij, da una infimissima, di quei mancamenti non commessi e che in ella stessa sono eccessivi. Questo è sì periglioso golfo di naufraggio che è degno di gran lode quell’inteletto che ad incessante continuation d’onde così tempestose non si lascia dal sdegnio absorbere ai precipitij.

Su quelle tragiche scene però, per esser di diversi capricci i rappresentanti, d’indegnia prosuntione, d’humori stravaganti, non manca chi inconvenientemente introducca il ridiccolo: che ben degnio riesce di riso il veder tal’una vilissima, con la sfacciatezza della lingua, oltraggiare, ignara donde traga l’origine, sostener la verga del commando, alla quale le di lei maggiori stanno soggiette - con tutto che non l’habbia ottenuta se non mediante l’astutie e la forza di quel mettalo che unisce i cori anche più pudichi e che volgie il monastero a suo modo con ingiustitie estreme e con inganni. Vene sono che appaga ogni sua volontà ed ogni sua ambitione, favorite da quella ciecca fortuna che sempre adherisse là dov’è più di vitio e di viltà e, con larga mano, dispensa sol le gratie a chi n’è immeritevole, che così riessce impossibile il mirar senza riso su questa scena gente vilissima appropriarsi titoli solo decenti a gravi sogetti e con sprezzanti parole rappresentar appunto un Zane da prencipe travestito.

Il viver d’hoggi in tal uno di questi chiostri è poco disimil dal vivere in corte, ché, se questa può dirsi raccolta d’huomeni depravati, quelli dir si ponno ricetti di donne disperate. Se ivi una moltitudine di vitiosa gente, sagacce, di corotti costumi, altro non essercita che invidiosa concorenza, qui pur anche trionfa l’astutia, regnia la superbia in chi meno duria pretenderla, volano l’altezza e la boria in ogni parte; la lassivia nel vestire in tal claustro non ha freno; là, perfida e continua, l’ira è sempre in pronto; quivi, in fine, vengan le più semplici burlate, le sincere tradite, le virtuose vilipese. Non mancan nelle corti iniquitudini fra gli ambitiosi, risse fra’ malitiosi, invention di ciarle fra’ maligni, né pur da quelli a chi vengan attribuite immaginate, frappatori che le raccontano, iniqui che l’attestano e, quall’Evangeli, le comprobano. Sono ne’ monasteri fra’ finte e forzate monache i costumi simili, onde m’è forza replicar che l’estremo giorno gl’institutori delle veracci religioni compariranno in Giuditio contro queste, non religiose ma disturbatrici degli antichi ordeni, esclamando: «Nec nos patres, nec nos filij».

«Io non istituii religioni d’hipocriti» dirà Francesco.

«Io non pretesi esser padre di superbi figli» griderà Domenico.

«Io col viver povero lasciai esempio di povertà» esclamarà Geronimo.

Tutti uniti dirano:

«Le leggi da voi osservate già non furono le nostre sante regole, ma, sforzate dall’ingiuste leggi del mondo, in mille modi che con violenza ivi vi sigillarono, l’havete e depravate e deturpate. Noi già mai non fabricassimo tempij dove il tutto è simulato, ogni cosa si concede e se ammette ogni male, dove l’irraconda trova con chi sgridare, la malignia con chi mal oprare, la golosa con chi crapulare, l’avara trova il modo d’accomulare, l’insolente cui portar noia, la pazza con chi contendere, l’arguta con chi raffinar l’inteletto; non mancha alla semplice chi l’inganni, alla vivacce chi seco di continua scherzi. Non fur queste» diranno «le nostre institutioni, né noi fossimo maestri di sì infami scolari, né padri di sì iniqui figli, che non solo non fur degni parti di religione, ma furno ributtati dal mondo come illegitimi e levati dal procelloso mar delle contentezze mondane per dover, poi, restar infelicemente absorti dal torrente, dalla disperratione, per esserne stati privi da padri tiranni».

Tali saran le voci che i gloriosi beati manderan in anzi al Tribunal della Suprema Maestà. Considerisi che sia per succeder delle loro missere anime, mentre veran rifiutate come vittime indegne d’esser oferte a Dio!

Come salmeggi nel coro, o sposa di Cristo, se ’l cuore sta di continuo vagando? Ciò volesse riferir Isaia quando degli hipocriti disse: «Populus hic labijs me honorat, cor autem eorum longe est a me»? E quando mai ti maceri la carne, o monacha solo di nome? Ove è la penitenza de’ peccati, lo sprezzo del mondo, il contentarsi di puoco?

«Ah, mio Signore» dissi, «"paverunt legem tuam"!»

Ma di novo s’introduca in scena il prencipal personaggio della monacha qual, già divenuta professa, comincia andar con più libertà alle fenestre, alle quali sente tal ministro del Diavolo che leva sentimenti talli, insinuando:

«Già havete fatta proffessione e perciò non dovvete più da nisuna temer, essendo fatta padrona di voi stessa».

Con tali sproni al fianco, la misera si scieglie di rappresentar nella scena del monastero qual parte più le aggrada o a qual più l’inclina il proprio genio. Altre, tutte si danno all’amor proprio, non ad altro applicandosi che a stisfar a se stesse negli agi del corpo. Altre, non altri che i proprij capriccij et inclinationi vogliono per superiori. Una è dedita all’avaritia, altra alla perfidia, molte alla malvagità, a gli odij; in somma, fra tutte è compartito ogni diffetto et alcuna tutti uniti li possiede. Come i comici per ordinario soglion esser vilissimi di conditione, di costumi abietti e pieni di vanità, così queste, che per rappresentanti entran nella monachal tragiedia, depongono non solo i talenti e le complessioni, ma anche l’istessa conditione e vengan a partecipar del maledetto genio degli huomeni.

Né per conoscer se questa sia infallibile verità, habbiam bisognio di sentenze e pareri d’huomeni savij, poi ché effettivamente si vede le saggie divenir pazze, le modeste invereconde, le pacienti iniquite, l’humili altieri, le sincere e libere maligne e doppie, le nobili vili, le miti furiose, quelle di poche parole loquaci, l’occupate ed a’ lavori avezze vagabonde, l’infocate d’amor divino fredde, accidiose e poco buone religiose. E tutti questi gravissimi disordeni nascano per la violenza fattali da’ perfido viril sesso. E per ché il lor vivacce e vagante inteletto, che di sua nattura vorebbe diffendersi in ogni parte e spatiar in ogni clima, a forza ristretto, s’applica tutto a nuttrir mali pensieri et a produr alla disperata operationi peggiori. Non può esser che sia claustrale quel core le cui membra solo a forza riposansi fra’ mura!

Così la meschina, guidata da infida scorta di tristi consiglieri, comincia ad ispogliarsi la veste dell’innocenza e, di peccorella che ell’era, divien astutissima volpe. Molte consiglian ciò che esse non essequirebbero, per ché poi lor s’apra addito maggiore di perseguitar le consigliate. Il filosofo morale in una delle sue Eppistole dice che la romana repubblica haveva altrettanto de bisognio di Cattone, acciò con suoi consigli la governasse, quanto ne havesse di Scipion Affricano, acciò con l’armi la diffendesse e conservasse.

Ben pono chiamarsi fortunati, anzi santamente felici, quei monasteri che sono da saggie e degnie vecchi habbitati, che sanno ne’ più ardui negotij con qual consigli trovar ripiego e riparo agli imminenti disordeni! Ma, per contrario, guai a quei conventi, che retti e dominati da femine, d’età matture ma di senno accerbe et indisciplinate nell’viver! Ponno chiamarsi sinagoghe, poi ché le giovani, obligate a creder essattamente alle loro superiori, senza colpa incorron ne’ medemi errori che vedono comettere alle loro maggiori, le quali, in vece di mantener come doverebero la povera Religione nel suo rigore, divengano strumenti prencipali per esterminarla affatto. Quand’elle devrebbero esser guida, specchio, esempio, norma e scuopo alla cui scorta, alla cui luce, alla cui imitatione et al cui centro tirassero tutte le linee dell’altrui operationi, si fanno inciampo al comun precipicio. Non tutte, però, sono di questa taglia per ché guai al mondo se non ve ne fosser di buone e sante!

L’essercitio di buona religiosa deve essere il lagrimare, non il chiarlare, orare, non dir male, riverire, non infamare, aiutare, non condennare, sollevar, non affligere, trattar pace, non discordie, diffendere, non tradire. Stimo che, quando Dio Benedetto disse: «Sedebit populus meus in pulchritudine pacis», per il suo populo volesse intender la gente religiosa, che a questi tempi diversamente opera dalle parole e dalla volontà divina, per ché le risse, discordie e simulationi non han de’ monasterij più sicuro ricetto. E pure son quelle qualità che levano al religioso il pottersi vantar tale! S. Paolo, a lor parlando, disse: «Cum sit inter vos zelus et contentio nonne carnales estis et secundum hominem ambulatis» Non altrov’è più livida e maligna l’invidia, poi ché tal’una s’attosica di rabbia in veder la Fortuna girar più felice la ruota per commodo della sorella, onde vien che apre il varco a quelle parole et operationi che opprimer ponno l’invidiata da essa; et è proprietà, anzi essenza, del’invidioso che tutte le altrui cose gli paian migliori e maggiori. Ciò chiaramente comprobò il mantovano poeta:

«Fertilior seges est aliorum semper in agris
vicinunque pecus grandius uber habet».

È l’invidiosa un infame mostro che, con occhi di lince, segue in ogni parte la perseguitata per potterle macchiar a sua voglia il buon concetto e sovente non le ne manca occassione, per ché la nova professa, già già in tal laberinto inviluppata, comincia dagli altrui raccordi ad apprender la scienza del mondo, ancor che ella sia quivi entratta, stante l’avaro padre per allontanarsi dal mondo, sente una Corisca che con scelerati consigli sì la persuade:

«Come gioia conserva i miei consigli:
sappi, o dilletta, che anch’io chiusa a forza
l’arte del ben amar fanciulla appresi».

In oltre quel maledetto sesso che le racchiude, che non cessa tormentarli anche ne’ chiostri, sì le dice:

«Dandoli norma d’un trattar lascivo,
l’haver quando bisognia
le lacrim’a sua voglia, il sospir pronto
e la lingua dal cor sempre diversa,
l’inanimissce a gl’amori, con dirle
che faccilmente ogni scusa s’ammette
quand’in amor la colpa si rifflette».

Ma ché, inoltrandosi a poc’a poco nelle dellicatezze di corpo, s’ingiegna, quasi non cogniosca Dio, di sattolar in certo modo il senso, dà in bando la religione seguendo l’error di quei stolti de’ qual cantò l’eruditissimo Marino:

«- Non è Dio, Dio non è privo di fede -
tacito e fra’ suo cor, dice lo stolto,
stolto cui l’inteletto alzar disciolto
ver la Prima Cagion non si concede.
Dice l’iniquo: - In su le stelle siede,
né le cose mortali Ei cura molto,
miser, né sa come qua giù rivolto
contro ogni foglia, e ’l tutto osserva e vede -
Sentenz’horende, anzi bestemmie insane!
Signor, che Tu non sappia e Tu non sia,
osano d’affermar lingue profane
per ché la Destra Tua tema non dia
pena a’ suoi falli in fra quest’ombre vane.
L’empio sognando va quel che desia».

Non s’accorgano, queste infelici, che errano di gran lunga, poi ché l’occhio perspicacissimo del Supremo Mottore non solo conosce e vede ogni atto, interno et esterno, di qual si sia de’ mortali, ma, come giudice retto et indifferente, registra le partite de’ suoi, sian amici o nimici, spose o serve, per severamente punir li eccessi e remunerar i servigi, nulla trascurando e con partialità perdonando a quelli che han tittolo di suoi più cari. Così leggesi nell’antiche historie di molti principi, che a null’altra cosa havendo riguardo che alla sola giustitia, non perdonarono la vitta a’ proprij figli caduti nelle trasgressioni delle leggi da loro ordinate. Bruto, console romano, per esser integerrimo osservante d’intatta giustitia, sofferse con gran costanza di veder i proprij figli, da lui condenati, morir misseramente ad un legno legati. L’istesso farà il Monarcha de’ Celi, sententiando indifferentamente quell’anime che se offessero con violenza corpi forzati e quelle che fur dedicate al suo culto, come innosservanti e destrutrici degli ordeni claustrali e come reprobe figliole e seguacci di Sattanasso, non de’ lor fondattori, le cancellerà dal libro della vitta, disheredando gli empi padri insieme con elle delle pretensioni che, come sue figlie, pottevano haver del Paradiso.


Fine del libro segondo del'Inferno Monacale.