Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte III/Capitolo II

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Capitolo II

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CAPITOLO II.


Nel 1167 il pontefice Alessandro III, reduce da Anagni in Roma, non parendogli quivi essere del tutto sicuro dopo lo scisma e i rivolgimenti politici, che tennero dietro all’elezione dell’antipapa Vittorio, prescelse a sua dimora la città di Benevento; ove resse placidamente la sede apostolica sino all’anno 1170.

Nelle cronache dei minori osservanti di Benevento, che si conservarono in quell’archivio sino a pochi anni or sono, ma che poi andarono miseramente smarrite, si leggeva che intorno al 1222 passò per Benevento il celebre Francesco d’Assisi e che vi operò qualche prodigio. Ma checchè vi sia di vero in questo, egli è indubitato che per il corso di poco più di mezzo secolo non ebbero a notare i cronisti alcuno avvenimento di qualche rilievo.

Ma quando ai sovrani di origine normanna sottentrarono nel regno di Napoli gli Svevi per il matrimonio di Costanza con Arrigo VI re di Germania, anche Benevento, che si tenea nell’ubbidienza della sede pontificia, soggiacque a gravi disastri.

Nel principio del secolo XIII era al governo di Napoli e della Germania l’illustre Federico II, una delle più sublimi e colossali figure del medio evo, un uomo di cui l’Italia e la Germania si disputano la gloria di noverarlo tra i loro più illustri uomini, come narrasi che al tempo antico più nazioni dell’Asia e della Grecia si pregiavano di aver dato i natali ad Omero. Questo gran monarca

«. . . . . . . . a cui
Fu in vita e in morte il Vatican nemico.»


e che deve reputarsi come uno degli uomini più benemeriti dell’attuale civiltà, si propose coll’altezza della sua mente di [p. 110 modifica]sciorre il nodo – intorno al quale si affaticano le generazioni di dieci secoli — che intrecciossi in quel tempo tra la potestà civile ed ecclesiastica, e intese sempre a tal fine in tutte le vicende sì svariate della gloriosa sua vita (Mestica, Vita di Federico II di Svevia) e da ciò nacque la guerra assidua tra le due supreme potestà, il Papa e l’Imperadore.

Nel 1227 il pontefice Gregorio IX prese in tutti i modi ad incitare Federico II a imprendere celeramente la disegnata conquista di Palestina; e siccome l’imperadore coglieva ora un pretesto, ora un altro per protrarre a lungo quella impresa, da cui non impromettevasi alcun vantaggio; così l’irato pontefice nel settembre del medesimo anno lo dichiarò incorso nella scomunica.

Federico II, trovandosi allora a mal partito, deputò alla Corte pontificia il rinomato giureconsulto Roffredo Epifanio di Benevento, il quale non valse a indurre Gregorio IX a rivocare l’anatema che scioglieva i popoli dall’ubbidienza dell’imperadore, per cui questi si appigliò all’unico spediente che gli avanzava, cioè di sommuovere contro di esso il Senato e il popolo romano, e poscia fece vela per Terra Santa, lasciando al governo del regno Rinaldo Duca I di Spoleto.

Costui, abborrendo il papa, prese a devastare le terre pontificie, sicché Gregorio IX, dopo aver tentato inutilmente di rimuoverlo dal suo proponimento con la scomunica, gli spedì contro il cardinale Giovanni della Colonna e Giovanni re, di Gerusalemme con buona mano di armati. E per tal modo Gregorio riacquistò buona parte dell’antico dominio della chiesa con varie terre in Puglia e nelle adiacenze di Benevento.

I beneventani che in quelle ostinate lotte tra la Chiesa e lo Stato tennero sempre per i papi, all’annunzio dei prosperi successi delle truppe pontificie, usciti dalla città, assalirono audacemente i nemici, e ne passarono molti a filo di spada, e fu per questo appunto che poco dopo ebbero a sopportare tutto il peso della vendetta di Federico. Questi nel 1229 fece ritorno in Italia, e volgendo [p. 111 modifica]nell’animo di riordinare le cose del regno, non appena ebbe notizia che i beneventani aveano efficacemente contribuito ai favorevoli fatti d’armi dell’armata pontificia, ordinò che fosse bloccata strettamente la città di Benevento, arrecando in tal modo indicibili danni a tutti i suoi dintorni. E quel blocco non fu tolto che allorquando nel 9 luglio del 1230 successe in S. Germano la pace tra il papa e il potente imperadore.

Ma in seguito, riardendo più sieri gli odii tra essi, Federico II trasse nella Puglia a preparare un numeroso esercito per combattere il suo implacabile nemico.

Le vicende della guerra avverse al pontefice, le conquiste di Federico e di Enzo suo figlio, e l’essere la città di Benevento d’ogni intorno circondata da terre nemiche, non furono ragioni bastanti a scemare nei cittadini l’antica fede ai Pontefici di Roma. E però si accinsero a mettere in opera tutti i loro sforzi per contendere il passo all’imperadore, il quale dalla Puglia muoveva alla volta della città di Benevento.

Federico II nutriva speranza che la città gli si sarebbe data senza colpo ferire, e per questo vedendo l’inattesa resistenza, montato in ira, ne guastò il territorio, ma i cittadini in ricambio, quasi volessero compiere una rappresaglia, gli uccisero non pochi soldati. (Cronaca di Riccardo da S. Germano).

Federico allora pose gagliardissimo assedio a Benevento, ma disperando di poterla espugnare in breve tempo per la I eroica difesa dei cittadini, cercò toglierle ogni mezzo a fornirsi di viveri, per conseguirne a lungo andare la resa. Nè al papa Gregorio, posto in dure condizioni, riuscì di dare ai beneventani altro conforto che di lettere.

Intanto, perdurando l’assedio, vi furono alcuni cittadini assai pochi in numero, che, anteponendo le ragioni dell’impero a quelle della chiesa, tramavano di consegnare Benevento a Federico. Ma adunatisi tosto in consiglio gli ottimati della città e i più autorevoli popolani, si procedette alla confisca delle possessioni dei ribelli che eransi dati alla [p. 112 modifica]fuga, e furono condannati a perpetuo bando essi e i loro eredi.

E dopo questo fatto i cittadini, istigati dal pontefice, con indomato coraggio tennero forte contro le numerose ed agguerrite milizie di Federico sino al febbraio dell’anno seguente 1241. Ma infine dopo un sì lungo e penoso assedio, venendo meno ogni speranza di esterni aiuti, e difettando la città di viveri e di difensori, fu forza di soccombere all’esuberante numero dei nemici.

Ma anche in sugli ultimi momenti dell’assedio la virtù cittadina rifulse più che mai luminosa per un fatto degnissimo degli eroici tempi, il quale ci fu tramandato dagli storici contemporanei, e anche da qualche moderno scrittore.

Cadevano atterrate dalle tedesche vittoriose armi di Federico II le mura di Benevento, e il vincitore furibondo apprestavasi a desolar col ferro e col fuoco la misera città. Ma sopravvenne di presente una mano di valorosi cittadini, deliberati di salvar la patria o di morire. Colle spade ignude diedero addosso al nemico, avventandosegli con indicibile furore, e combattendo con si ostinata fermezza, che, fattane grandissima strage, dubbia divenne l’omai secura vittoria. Tirò a lungo per più ore la zuffa, e, stettero sospese le sorti, sinchè stanchi i nostri e abbattuti di forze non d’animo, e soverchiati di numero, e da tutte le parti urtati, percossi e feriti, in mezzo ai mucchi di trucidati alemanni caddero sanguinosi e trucidati anch’essi. Fine onorata e da prodi. Morì con loro ogni speranza dell’afflitta patria, e rimase ai miseri cittadini unico scampo la fuga, unica gloria l’esempio. Così i sacri ed illustri nomi di quei guerrieri conservato ci avesse meno ingrata la fama. Appena sappiamo di due, scarso compenso a tanto danno se si riguardi il numero, non così se alla pietà del caso, perchè padre e figlio pugnavano entrambi l’uno a lato dell’altro, si accendevano entrambi l’uno nell’ardore dell’altro, e furono entrambi l’uno su l’altro trafitti e morti. Guglielmo e Vesone Pacca. Sfortunati e gloriosi! Di loro tiene memoria la patria che li generò, e, insegnandoli ai più tardi avvenire [p. 113 modifica]non tacerà ad immortal suo vanto che non pochi suoi figli pugnarono da eroi con essi, e con essi morirono da eroi. (Gazola).

Essendosi arresa la città senza patto o condizione, locchè ridonda a somma lode dei beneventani, l’oste nemica non usò con temperanza della vittoria, ma ogni cosa mandò a ruba, e di tale eccesso non pago Federico, ordinò ai suoi — allorchè gli fu riferita la resa della città — che ne abbattessero le mura, ne diroccassero le torri, e che fosse tolta ogni arma ai suoi abitanti, per aver dato sì bella prova all’Italia di essere non meno bellicosi che amanti della patria.1

In quell’occasione molti cittadini di Benevento, tra i quali alcuni assai opulenti, sia perchè aspirassero ad una vita libera e più tranquilla, sia per odio a Federico, si fuggirono dalla città, e per i monti del Sannio, andando verso i confini del regno di Napoli, si congiunsero ai fuggiaschi di altre città sannite, e specialmente agli abitanti di Cassino e di Sora, e, fermando la loro stanza nei monti che allora diceansi aquilini, edificarono ivi la città di Aquila, che erroneamente si asserì da qualche storico di essere stata sondata dallo stesso Federico II. Ma non andò molto che questi, bramoso di cattivarsi la benevolenza dei beneventani, li alleviò da molte gravezze sui beni che possedevano nel regno di Napoli, come si rileva da una pergamena che si conservava nell’archivio della città di Benevento, e conseguì sino a un certo punto il suo scopo.

[p. 114 modifica]Mancano dati certi per conoscere a chi Federico II commettesse il governo di Benevento, ma tuttavia da un documento del 1243, riportato dall’Ughelli, risulta che un tal Sichenolfo giudice fosse stato preposto da Federico a reggere la città di Benevento.

A Gregorio il giorno 26 giugno 1243 successe nel pontificato Innocenzo IV, al quale Federico, recatosi presso Benevento, spedì suoi ambasciadori a trattare di pace, e n’ebbe in risposta che niun altra cosa era più desiderata da quel papa. Ma ciò non ostante Innocenzo, che non meno dei suoi predecessori era avverso a Federico, convocò un concilio in Lione nel quale fu questi dichiarato decaduto dall’impero, e, secondo l’usanza dei tempi, furono sciolti i sudditi dal giuramento di fedeltà.

Dopo il concilio di Lione la lotta tra Federico II e la chiesa di Roma segui con maggiore accanimento, e durò quanto la vita di quell’illustre sovrano. Varii autori opinano che Federico II, nell’anno 1240, trasferitosi dalla Puglia in Benevento, volendo punire tutti i paesi che si tennero in fede della Santa Sede, ordinasse e facesse eseguire la quasi totale distruzione di Benevento. Ma di questa seconda ruina della nostra città non fecero parola nè il Sarnelli nelle memorie cronologiche dei vescovi ed arcivescovi di Benevento, nè il Nicastro nella Beneventana Pinacotheca, nè il De Vita nel Thesaurus antiquitatum Beneventanarum, nè vi aggiustò fede il Borgia nelle sue memorie storiche della città di Benevento; sicché deve ritenersi che un tal fatto sia solo caduto nella fantasia di qualche cronista ecclesiastico, acerrimo nemico di Federico, e che da esso probabilmente lo abbiano tolto alcuni storici posteriori.

Federico cessò di vivere nel dicembre del 1250, e Manfredi, suo figlio naturale, natogli da una Marchesa Lancia di Lombardia, fece trasportare il suo corpo in Sicilia, e tumularlo con gran pompa di esequie in Monreale.

In questo breve e tempestoso periodo di tempo fu Benevento illustrata da Roffredo Epifanio ed Odofredo, due sommi giureconsulti che acquistarono altissima fama nell’intera Europa.

[p. 115 modifica]Roffredo Epifanio, il più gran giureconsulto dell’età sua, nato dalla nobile famiglia Epifanio, che trae la sua origine dai principi longobardi di Benevento, venne in tanta reputazione che nella corte di Federico II, di cui era giudice generale e supremo consigliere, non gli era disputato tra i dotti il primo luogo. Egli apprese le leggi nella celebre accademia di Bologna, dove a quei tempi conveniva il fiore della gioventù italiana, e v’ebbe a maestri Odofredo, che ne fu poi l’encomiatore, il Ruggieri, uno dei primi chiosatori delle Pandette, Azone, venuto in molta nominanza per la sua scuola, Kiliano, Ottone Papiense e Cipriano, celebrato legista. E apparve tanto mirabile l’ingegno di che fece prova sin dalla più tenera età, e fu tale la rinomanza che si procacciò quasi ancora discepolo, che nella stessa città di Bologna insegnò pubblicamente il dritto. Nel 1215 passò in Arezzo a interpretarvi le leggi.

Fra i suoi discepoli si distinse sopramodo Rossano, o, secondo altri, Federico, ancor esso beneventano, che fiorì nel 1220, e che compose un trattato sul duello diviso in XII quistioni. Da Arezzo Roffredo, dopo alcuni anni, si trasferì in Benevento, dove per un segnalato onore fu ammesso tra i giudici, e quivi acquistò una casa con torre per una non tenue somma, come rilevasi da una scrittura pubblicata in pergamena che si vede nell’archivio di Loreto di Montevergine.

La fama del suo vasto e profondo sapere si divulgò da per tutto; sicchè Federico II, che avea posto tanto amore agli uomini illustri, i quali ai suoi tempi fiorivano nel mezzodì d’Italia, lo chiamò in Napoli a presiedere la Corte di giustizia con la qualità di giudice. Roffredo Epifanio nell’adempiere a un tale ufficio fece prova di tanto sapere da togliere il primato a qualunque altro giureconsulto dell’età sua. Haus, principe dei moderni criminalisti, scrisse nel primo volume del suo dritto penale Belgico, che «fra i criminalisti il più rinomato glossatore è da ritenersi Roffredo morto nel 1243, che grandemente contribuì ad introdurre nei tribunali secolari la procedura inquisitoriale, dimostrando nei suoi libelli de iure pontificio che questo modo di procedere era fondato [p. 116 modifica]in dritto romano, e che Innocenzio III non avea fatto che regolarne la forma.

In Napoli seppe attirarsi Roffredo interamente la fiducia di Federico II, talchè nel 1227 questi lo deputava suo legato al pontefice Gregorio IX, affinchè lo avesse scolpato del ritardo frapposto al suo viaggio in Terrasanta, e avesse indotto Tirato pontefice a ritirare le censure fulminate contro di lui per non avere adempiuto a una tale promessa.

Dopo questa legazione, che non sorti felice successo, non andò guari che Roffredo fece ritorno in Benevento, ove dimorò sino al termine della sua vita. Egli nella quiete dei suoi studii scrisse varie opere, che a quei tempi valsero non poco a far progredire la scienza del dritto, e furono Tractatus de libellis, et ordine iudiciorum diviso in questo modo: De Praetoriis actionibus civilibus. De ufficio judicis. De bonorum possessionibus. De senatus consultus, et de Constitutionibus. E altri scritti diè in luce sotto il titolo di libellorum opus in ius pontificium, ac quinquaginta quatuor Sabbatinae questiones. E il Liparulo, nei Commentarli alla somma di Odofredo, afferma che da questo celebre legista si conservavano dodici volumi di scritti in materie canoniche e civili, composti da Roffredo, i quali andarono dispersi; oltre un’apologia di Federico II e di Pier delle Vigne, e altri scritti di vario genere. Coll. amp. II, 1157. — Catalogo delle opere sue nel Sarti, pag. 125.

La fama di Roffredo crebbe in modo nei secoli successivi che da taluni scrittori gli fu apposto il nome di secondo Papiniano. Nel 1233 edificò a sue spese in Benevento un tempio con attiguo convento, tenuto poi dall’ordine dei predicatori, e che ora è stato trasformato nel palazzo dei Tribunali.

E dopo Roffredo merita certamente uno speciale ricordo l’esimio giureconsulto Odofredo, tanto encomiato da scrittori italiani e stranieri, che sortì i natali in Benevento nel 1250, e il quale ebbe a maestri l’Azone, Iacopo di Balbuino e Ugolino del Prete. Nella sua giovinezza Odofredo attese agli studii in Bologna, ove allora insegnavano i più celebrati cultori del diritto romano, E la sua dottrina fu tale che in breve tempo; [p. 117 modifica]come scrive il Tiraboschi, fu il solo che osasse contendere il primato al grande Accorso nella scienza delle leggi. Fu poi in Bologna pubblico lettore di dritto, e salì in tanta fama per la sua dottrina, nonché per la chiarezza e facondia del suo dire, da essere anteposto a qualunque altro pubblico insegnante. Indi non pago della lode di semplice espositore delle leggi romane, si fece con profondo acume a interpretarle, ed acquistò tanta nominanza, come glossatore del dritto romano, da essere proposto giudice non solo nella Marca d’Ancona e nella Toscana, ma anche nella Francia, ove egli stesso afferma nei suoi scritti di aver reso giustizia.

Fatto poi ritorno in Bologna, ripigliò ivi il pubblico insegnamento con molto plauso. Ma il suo merito maggiore consiste ne’ libri scritti a dilucidare il codice ed i digesti; nell’opera che s’intitola De libellorum formatione, e nell’altra che ha per titolo Quaestiones Canonici Juris. Il Panciroli leva a cielo la chiarezza del suo dire, e la sua rara sagacia nei conciliare le leggi in apparenza contrarie; e faeea stima che gli scritti legali di Odofredo fossero tra tutti i più acconci pei tironi del dritto. Ma oltre la sodezza e copia della sua dottrina, Odofredo abbella i suoi libri di svariati racconti che riescono utilissimi alla istoria del dritto; tanto più che, esposti nella loro nativa schiettezza, porgono indicibile diletto ai lettori. E oltre a ciò egli prendea sovente occasione, tanto ne’ suoi scritti che nelle sue lezioni, di manifestare alla libera e con la più grande sincerità tutti i suoi sentimenti e le sue opinioni in qualsivoglia materia, e in tutti i casi della vita civile.

E la fama del suo copioso sapere, e delle sue virtù civili si estese in modo che ii romano pontefice di quel tempo gli assegnava assai largo stipendio. Con tutto ciò non desistette giammai dal pubblico insegnamento sin quasi agli ultimi anni della sua vita; e amava di tanto amore i suoi discepoli, che allorquando passò di vita, era creditore di molti di essi di cospicue somme da costituire una dsereta entrata.

Il P. Sarti enumera minutamente tutte le onorevoli commissioni ricevute da Odofredo nella città di Bologna, che [p. 118 modifica]tenne sempre nel massimo pregio questo eminente giureconsulto. Odofredo trapassò nel 1206, anno infausto a Benevento per il saccheggio e le uccisioni commesse dall’esercito di Carlo d’Angiò dopo la battaglia di Benevento. Il sepolcro di Odofredo fu eretto accanto a quello dell’Accorso di cui emulò la fama come giureconsulto. Gli scrittori patrii più noti, come il De Vita, il Borgia, il Nicastro, ed altri, han trattato, chi più, chi meno, diffusamente di lui; ma taluno lo confuse con Roffredo Epifanio, e fu per questo che qualche scrittore erroneamente credette che Odofredo non sortisse i natali in Benevento. Egli ebbe un figlio a nome Alberto Odofredo, che fu egualmente professore di legge in Bologna, e che sostenne degnamente la fama del nome paterno.

Nella nostra pubblica Biblioteca si conservano le seguenti opere di Odofredo. 1. De Curatore bonis dando. — 2. De libellis formandis. — 3. De ordine iudicii — 4. De positionibus. — 5. De restituitone dotis.

Note

  1. Che Giovan Guglielmo Pacca, nato da Pietro, e signore della terra di Paduli e della città di Acerno, insieme al figlio, strenuamente pugnando per la difesa della patria contro l’esercito di Federico II, giacquero l’uno accanto all’altro trafitti, si desume da documenti autentici, che si conservano nel collegio di S. Spirito di Benevento. Il Muratori ed il Borgia, accennando alla morte dei due Pacca nelle loro opere, usarono le seguenti parole: Ioannes Guillelmus de Pacca una cum filio pro patria mortuo. E appunto per tramandare agli avvenire la memoria di un tal fatto — scrive l’Annecchini nel suo compendio inedito dell’Istoria di Benevento — tolse la famiglia Pacca per sua arma gentilizia due teste, una raffigurante un giovane, e l’altra un vecchio con sotto un teschio di morte.