Istoria delle guerre gottiche/Libro secondo/Capo XXIX

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CAPO XXIX.
Giustiniano manda ambasciadori di pace a Vitige. Convenuti gli accordi Belisario si rifiuta di apporvi il suo nome, e raccolti a parlamento i duci sconsiglia la pace. — Offertogli l’imperio di Occidente dai Gotti finge accettarlo, ingannali ed entra in Ravenna. — Fa prigioniero Vitige. Occupa Tarvisio ed altri luoghi.

I. Presentaronsi in questo mezzo gli ambasciadori imperiali Domnico e Massimino, senatori ambedue, pronti a conchiudere siffattamente la pace : Vitige, serbatasi la metà del regio tesoro, signoreggerà la traspadana regione e l’imperatore avrà l’altra parte delle ricchezze, ed un tributo annuo da tutti i Cispadani. Gli ambasciadori comunicate le lettere di Augusto a Belisario trasferironsi in Ravenna, dove i Gotti e Vitige saputo il motivo di lor venuta promisero del miglior animo di segnare gli accordi ai suindicati patti. Se non che Belisario informatone diede nelle furie, di malissimo voglia comportando che per lui condotta la guerra a tale da conseguire agevolmente una piena vittoria, e menare Vitige prigioniero in Bizanzio, ora e l’una e l’altro venissergli impediti; né tornata l’ambasceria da Ravenna presso di lui volle apporre suo nome agli accordi. Il perché i Gotti diedersi a credere frodolenta l’offerta di pace avuta dai Romani, ed a formare sul conto di essi ben gravi sospetti; quindi protestarono apertamente che se il convenuto a que’ di non venisse autenticato dalla mano e con giuramento [p. 263 modifica]di Belisario, e’ mai più avrebbon seco pattovito. Il condottiero imperiale fatto altresì consapevole che di tali duci andavano con diffamazione spargendo non voler egli dar fine alla guerra per sue viste particolari sulle imperiali faccende, raccoltili a parlamento tutti, e presenti eziandio Massimino e Domnico pigliò a dire. « È nota la grande volubilità della fortuna nelle armi, ed in ciò credo non iscontrare oppositori tra voi: é certo di più che molti rimasero ingannati dalla speranza destatasi negli animi loro di ottenere vittoria, ed altri apparentemente rovinati al tutto dai sofferti sinistri pervennero non di meno a debellare i proprj nemici. Laonde sono d’ avviso che nelle deliberazioni intorno alla pace debbasi non solo riguardare ad una buona speranza, ma fare eziandio precedere ad ognuna di esse l’esame della sua incerta e diversa riuscita. Non altrimenti adunque passando le nostre cose ho estimato di ragunar voi, miei commilitoni, e questi imperiali ambasciadori, acciocché raccolto il libero e comun voto su quanto vi parrà di maggior vantaggio per lo imperatore, non vogliate poscia, andando noi colla peggio, a me solo addossarne la colpa: essendo agli uomini pessimi costumanza di tener silenzio quando nulla vieta il proporre migliori deliberazioni, e quindi veggendosi mal parati movere lamentanze. Non ignorate i sentimenti di Augusto per rispetto della pace, non il desiderio di Vitige ; e se questi a voi sembrano della comune utilità, il dica apertamente ognuno secondo l’animo suo. Per lo contrario ove giudichiate potersi da voi ridurre tutta l’ [p. 264 modifica]Italia sotto la romana signoria, ed espugnare il nemico, nulla s’oppone a manifestarlo francamente.» Dopo queste parole di Belisario tutti ad alta voce proclamarono ottime le imperiali determinazioni, ed eglino più non aver che tentare contro de’ Gotti. Belisario allegratosi di tal sentenza de’ suoi duci, richiede che venga da loro posta in iscritto, acciocché non abbiano quindi a negarla; ed essi tutti in un libello1 si protestarono impotenti a vincere i loro avversari.

II. Intanto che rimestavansi tali faccende nel romano campo i Gotti ognor più angustiati dalla fame e da sciagure oppressi comportavano assai di mal animo la dominazione di Vitige, sendo re infelicissimo; non sapeansi tuttavia risolvere a chinare il capo all’imperatore temendo non, venuti in potere di lui, si facessero partir dall’Italia , e tradotti in Bizanzio ivi rimanere. Quanti adunque aveanvi chiarissimi per autorità e prudenza concordemente stabilirono di offerire a Belisario la corona dell’ imperio occidentale, ed a quest’uopo mandangli di soppiatto pregandolo ch’e’voglia accettarla, di più aggiungonvi la promessa, che in allora di buonissimo grado ne farebbero i comandamenti. Il duce imperiale ben lontano dal secondarne i voti a malincorpo dell’imperatore, altamente abborrendo il nome di tiranno e memore di aver sagramentato dapprima nelle più solenni guise fedeltà ad Augusto, volle pur valersi scalteritamente della nata congiuntura, fingendo prestare facile orecchio a quelle barbariche proposizioni. [p. 265 modifica]Vitige ne lo seppe e quantunque per sé paventasse, lodò, tuttavia il pensiero de’ suoi e fin egli stesso volle animare di nascosto Belisario ad impadronirsi dell’ imperio dichiarando che niuno avrebbegli fatto contro. Allora costui invitati altra fiata a parlamento in uno co’ duci gli ambasciadori di Augusto iuterrogolli se riputassero impresa grande e meritevolissima di lunga fama il pigliare colla guerra Vitige e tutti i Gotti seco, l’addivenire padrone di tutte le ricchezze loro, ed il ricuperare da imo a sommo l’Italia ai Romani? Eglino confessano che aggiugnerebbesi di questo modo esimio ed immenso cumulo alla prosperità italiana, e supplicanlo ch’ e’ voglia di subito darvi mano se abbiane il mezzo. Belisario spedisce allora alcuni de’suoi famigliari a Vitige ed agli ottimati de’ Gotti con invito di tener la promessa. Questi, la fame più non consentendo all’indugiare la bisogna, anzi sollecitandola col rendersi di continuo vie maggiormente insopportabile, inviano messi al campo romano coll’ordine di tacere a chicchessia del volgo 1’ argomento di lor mandata, ed abboccatisi da solo a solo con Belisario di riceverne il giuramento ch’e’ non avrebbe per niente molestato uom de’nemici, ed eserciterebbe d’ora innanzi la regale autorità sopra gl’ Italiani ed i Gotti; quindi condotta a buon termine l’ambasceria tornerebbero in Ravenna col supremo duce e coll’esercito romano. Belisario in quanto al resto sagramentò che avrebbe colla maggior fedeltà compiute le fattegli inchieste; intorno poi all’offerta del regno disse che giunto nella città pronuncerebbe il suo giuro alla presenza dello stesso Vitige e degli altri ottimati. [p. 266 modifica]Gli oratori adunque pensando ch’egli mai più fosse per rinunziare all’imperio, anzi tenendo questo il primo de’ suoi desiderj, esortanlo a prendere di colta seco la via in Ravenna. Il condottiero allora manda Bessa, Giovanni, Arazio e Narsete, avendoli suoi nimicissimi, chi qua, chi là colle truppe da loro capitanate, ordinando a ciascheduno di essi la provvista dell’occorrente vittuaglia, sotto fals’ombra d’essergli quivi fallito ogni mezzo di supplire a tutti l’annona: e queglino obbedienti si partono con Atanasio prefetto del pretorio venuto testè da Bizanzio. Dopo di che mosse col rimanente esercito e cogli ambasciadori alla volta di Ravenna, imposto dapprima ai vascelli che riempiuti di grano e di ogni altro bisogno della vita, collate immediatamente le vele afferrassero a Classe: dando i Romani siffatto nome ai borghi di quella città, dov’è il porto. Ora io nel mirare l’entrata delle imperiali truppe in Ravenna tutto concentravami nella considerazione che non umano sapere, non maggioranza di numero, non valore sono quelli da cui procedono e conduconsi a buon termine le imprese: ma il solo Nume dirigere le nostre menti e farle piegare laddove il minore ostacolo non abbia da trammettersi alla riuscita loro; conciossiachè i Gotti di gran lunga sì per lo numero come per le forze superiori de’ nemici, non menomati colla dimora in Ravenna, nulla infine sorvenuto loro da invilirne gli animi, ricevettero in pace il giogo da ben minori truppe, estimando non connettersi al nome di servaggio nota d’infamia. Le femmine per verità, che avevano prima inteso dai mariti essere i [p. 267 modifica]Romani grandissimi della persona e soverchiare di numero i suoi, sputavan tutte ne’ loro volti siccome gente sol atta a starsene colle mani alla cintola nella città, e rampognavanli, mostrando a dito i vincitori, della loro vigliaccheria.

III. Belisario tenne il re prigioniero in onesto e liberal modo, e comandò che i barbari abitatori della regione di qua dal fiume Po tornassero a visitare le proprie campagne, e volendo a ripigliarvi pur anche stanza. Né sospettava male alcuno da quella parte, ben lungi essendo il pensiero in lui che i Gotti ordissero insidie laddove trovavasi di già a quartiere parte non piccola dell’esercito romano : e quelli subito e volentiermente v’andarono; i Romani di questa guisa non ebbero più che temere in quelle mura, addivenuti nel numero non inferiori al nemico ivi rimaso. Pigliò quindi i tesori del palazzo per farne la consegna all’imperatore, guardandosi bene egli stesso dallo spogliare uom de’ barbari, e adoperando accuratamente perché l’intero esercito imitasse l’esempio suo, zelantissimo nel procacciare che nessun de’vinti, giusta i patti e le convenzioni, soggiacesse al minor danno. I Gotti di presidio ne’ munitìssimi luoghi, non appena divulgatasi la caduta di Ravenna e di Vitige nelle mani imperiali spedirono ambasciadori a Belisario per arrenderglisi ad una co’ loro fortilizj; e questi di ottimo grado obbligata la sua parola con essi marciò ad occupare Tarvisio e gli altri forti in quel de’Veneti, essendo parimente entrato per lo innanzi, vogliam dire al tempo del conquisto di Ravenna, in Cesena, sola città dell’Emilia che tuttavia [p. 268 modifica]rinchiudesse armi nemiche. I Gotti poi, nessun eccettuato, prefetti di questi luoghi immediatamente dopo gli accordi trasferitisi presso di Belisario vi fermarono lor dimora; se non che Ildibado, autorevole personaggio e comandante il presidio di Verona, avendo inviato all’uopo stesso ambasceria al supremo duce, il quale tenevane seco la prole rinvenuta in Ravenna, disdegnò portarsi da costà, e soggiacere al servaggio, mercé d’un avvenimento che giovami di tosto esporre.

  1. (1) [Testo in greco].