L'Asino e il Caronte/Prefazione

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Frontespizio L'Asino - Scena I
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PREFAZIONE



Fra le opere in prosa del Pontano, i Dialoghi sono certamente le più originali e geniali. Essi sono cinque, e hanno per titolo rispettivamente — e nell’ordine in cui furono pubblicati — il Caronte, l’Antonio, l’Azzio, l’Egidio, l’Asino.

I primi due furono pubblicati, vivente ancora l’Autore, nel 1491, a Napoli, coi tipi di Mattia Moravo; gli ultimi tre soltanto dopo la sua morte, nel 1507, a Napoli, coi tipi di Sigismondo Mayr e a cura di Pietro Summonte, amico intimo del Poeta.

Ma sono di tre tipi diversi. Il Caronte, ch’è il primo stampato e probabilmente anche il primo composto, tiene assai della maniera di Luciano, a cui si avvicina anche pel titolo e per aver posto la scena presso l’Acheronte, come nei Dialoghi dei morti; ma con molto maggiore ampiezza e con tutta libertà. L’Antonio, l’Azzio e l’Egidio prendono il titolo e [p. 6 modifica]l’occasione da persone e da cose che toccano da vicino i principali uomini di quel sodalizio filosofico-letterario, che fu poi detto Accademia Pontaniana; in essi il Pontano cerca di riprodurre artisticamente le conversazioni e le discussioni, che eran soliti tenere nelle loro riunioni quegli uomini dotti e geniali: hanno un tipo misto di Cicerone e di Platone.

L’Asino che qui si riproduce per la prima volta nel testo e nella traduzione, appartiene a un terzo tipo, che io direi comico-drammatico; ed è, a mio giudizio, il più originale e compiuto come opera d’arte. È anche il più breve, e quello che presenta maggiore unità d’azione.

Il titolo dell’opera viene spiegato dalla esclamazione che il Pontano mette in bocca a sè stesso verso la fine del Dialogo, quando, irritato finalmente contro l’Asino capriccioso ed ingrato, che risponde con una sfuriata di calci alle sue delicate attenzioni, esclama tutto indolenzito, rialzandosi da terra: «Apage te, bestiam nequissimam! Tarde illud didici senex improvidus!... Hoc hoc, inquam, illud est quam usurpatissimum «asino caput qui lavent, eos operam cum sapone amittere» atque «in asinum abire qui asino delectetur»... Ciò che corrisponde evidentemente ai due [p. 7 modifica]proverbi italiani: «Chi lava la testa all’asino perde il ranno ed il sapone» e l’altro «Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei».

Ma se questo è l’episodio principale del dramma comico che nel dialogo si svolge, grandissima è la festività che pervade le varie scene: dalle prime voci di pace con cui s’apre il Dialogo, all’annunzio ufficiale del banditore che invita tutti alla gioia, e conferma doversi la sospirata pace all’opera del Pontano; dai soliloqui dell’oste gaudente e interessato, che va a Napoli a farvi acquisto di vino e di altre merci più stuzzicanti per far quattrini, alle processioni religiose e agli assaggi dei vini più squisiti. Poi la scena cambia, e assistiamo alle confidenze che due amici del Poeta, l’Altilio e il Pardo, si fanno circa l’improvvisa follìa che ha preso sì grand’uomo, innamoratosi pazzamente d’un ciuco da lui comprato a carissimo prezzo. Confermatasi meglio la notizia per ciò che ne dice il Cariteo, altro amico, si consigliano insieme con Azzio — il Sannazzaro — sul possibile rimedio. E si avviano verso la villa, dove sanno che il Pontano s’è ritirato, discorrendo di ciò che il valentuomo ha fatto in Roma, dove Azzio lo aveva accompagnato.1 [p. 8 modifica]

Decidono di nascondersi dietro una siepe, dalla quale assistono a tutte le scempiaggini e le puerilità che il gran Vecchio fa e dice col suo Asino ingrato; mentre egli appare così pieno invece di senno e di arguzia, quando discorre col suo contadino del modo di fare gl’innesti, o di curare gli agrumi... o di metter su casa. Infine il Poeta rinsavisce a forza di calci; gli amici accorrono premurosi... Il poeta filosofo li accoglie discorrendo seriamente di astronomia e di morale: è guarito, e tutto finisce bene.

Dobbiamo considerarlo semplicemente uno scherzo del Pontano, o l’allegoria di quest’Asino nasconde un fine più satirico e pungente? Intanto va notato che nessuno dei due citati proverbi sull’asino saprebbe spiegare convenientemente anche il sottotitolo con cui il Dialogo fu pubblicato: Asinus, sive de ingratitudine. La quale ingratitudine ce la vedeva chiara anche il Sannazzaro, quando, in una Elegia famosa, scritta per celebrare le opere del suo grande maestro, ci dice che egli

aut apta ingratos taxet sub imagine mores
qui super infusas spernit Asellus aquas.

[p. 9 modifica]Pietro Summonte, altro degli Accademici, amicissimo del Pontano (del quale raccoglie e stampa le opere rimaste inedite), due anni dopo la morte del Poeta, premette alla prima stampa dell’Asinus (1507) una lettera di dedica ad altri due amici del P. in cui afferma... «lepido argumento Pontanus in cuiusdam ingratitudinem clam invehitur». Ora quel clam spiega assai bene che il cuiusdam non è un quidam qualsiasi, ma un potente col quale non è prudenza pigliarsela apertamente.

La chiave del mistero ce la dà Camillo Porzio, il quale, nella sua Guerra dei Baroni di Napoli (lib. III, c. 2°), dopo avere accennato alla pace conclusa per opera del Pontano tra il re Ferdinando di Napoli e Papa Innocenzo VIII — quella appunto da cui prende inizio il Dialogo di cui discorriamo — ci riferisce come, per essa, il Pontano sperava di succedere (come successe infatti più tardi) «nel luogo ed autorità di Antonello Petrucci», supremo Cancelliere del Regno. E poi aggiunge: «Ma il Duca — di Calabria, figlio primogenito del re, già scolaro del Pontano, ed ora capitano supremo dell’esercito vittorioso contro il Papa — il Duca, delle lettere poco amico e dei benefici avuti sconoscente, non lo favorì appo il padre re, come doveva ed avrebbe potuto; da che, provocata [p. 10 modifica]l’ambizione del vecchio (il Pont. aveva allora sessant’anni precisi), compose il dialogo Dell’ingratitudine, dove, introducendo un Asino delicatamente dal padrone allevato e nutrito, fa ch’egli in ricompensa lo percuota coi calci».

E se la cosa sta così, si capisce anche la ragione per cui il Dialogo non fu pubblicato coi primi due nel 1491. Tanto più che dal febbraio del 1487, regnante ancora Ferdinando, fino al 1495, cioè all’abdicazione del Duca di Calabria divenuto Alfonso II, il Pontano tenne appunto in Napoli la suprema carica di Segretario di Stato, a cui ambiva. E l’allusione sarebbe stata troppo trasparente, inopportuna e pericolosa.

Vogliamo dunque affermare che il Dialogo fu composto fra il 10 agosto del 1486 in cui fu conclusa la pace — se vogliamo credere al Pontano stesso che la dice conclusa il giorno di S. Lorenzo, e non il 12, come da altre fonti desume il Tallarigo, benemerito biografo del grande Umanista nostro — e il febbraio del 1487 in cui egli assunse l’ufficio di Segretario? La illazione sarebbe legittima; e così credo anch’io.

Non senza però aggiungere subito la mia persuasione (desunta più che altro dai caratteri intimi e differenziali di questo Dialogo con quelli del 1° e del 2° tipo, e dal fatto che fu posto [p. 11 modifica]ultimo nella serie degli stampati, quantunque l’Aegidius appartenga evidentemente agli ultimi anni di vita del P.), la mia persuasione, dico, che il Pontano ci rimise le mani serenamente più tardi, dopo il suo ritiro forzato dagli affari pubblici, in quell’otio negotioso in cui compose o ripulì le sue opere più accurate e più perfette: l’Urania, il De Amore Coniugali, l’Eridano, e sopratutto le impareggiabili Ecloghe, in cui io vedo un senso della misura e una perfezione di verso veramente virgiliano, che non si trova nelle sue opere giovanili, anche se più calde ed ispirate.

Così è dell’Asino rispetto agli altri dialoghi.

Il testo che qui si pubblica è desunto dall’edizione Aldina del 1519, con una certa libertà di adattamento alla grafia moderna, di cui non mi si vorrà far colpa, tenendo conto della natura di questa Collezione e del pubblico a cui si rivolge. La punteggiatura poi sarà interamente moderna ed italiana;2 l’interpunzione non è parte integrale dell’opera d’arte, ma soltanto un mezzo per [p. 12 modifica]chiarire e facilitare l’intelligenza del testo e il pensiero dello scrittore.

Per la stessa ragione ho voluto che la mia traduzione italiana fosse fedele più al senso che alla lettera; fosse opera viva, e tale da potersi leggere e gustare anche da chi il latino non sa o non ricorda bene. E non mi parrà d’aver fatto opera inutile, se avrò contribuito a far conoscere meglio questo nostro grande letterato e politico e poeta — vero uomo universale del Rinascimento — che da quattrocento anni non aveva più veduto ristampata questa sua opera.

Insieme con l’Asino, diamo qui la traduzione del Caronte — fatta naturalmente con gli stessi criteri — il cui testo però fu ristampato (non senza mende ed errori gravi, che però si trovano generalmente anche nel testo delle prime stampe) nel 1874, dalla tipografia Morano, a Napoli, per cura del Tallarigo, che l’aggiunse all’opera sua, già lodata, su Giovanni Pontano e i suoi tempi.

Per le ragioni già sopra accennate, io non sono d’accordo col Tallarigo che il Caronte sia «come lavoro d’arte, il più bello» dei Dialoghi del Pontano: con tutto ciò credo che sarà letto assai volentieri.

Brevi note a piè di pagina spiegheranno [p. 13 modifica]all’uopo ciò di che crederò utile avvertire il lettore. Qualche parte dove il P. si perde forse troppo a far, diremmo noi, «dello spirito» o dei «giochi di parole» in latino, saranno naturalmente riprodotti in latino; e chi non sa il latino li salti, chè forse non ci perderà molto.

Non sarà infine discaro al lettore che m’ha seguito fin qui, aver qualche breve notizia degli altri tre Dialoghi del Pontano.

L’Antonius prende il titolo da Antonio Beccadelli detto il Panormita e fu composto probabilmente intorno al 1471, anno della morte del Beccadelli, benchè non sia stato stampato che nel 1491, come abbiamo detto, insieme col Caronte. Eccone il contenuto.

Il Panormita è morto, ma rimane indirettamente protagonista dell’azione che si svolge presso il Portico Antoniano, prima sede dell’Accademia; la quale ora è in lutto per la morte del grande Umanista, pieno di spirito e di dottrina. Vi si discute poi, come si usava fare nelle riunioni degli accademici, di svariati argomenti: letteratura, filologia, superstizioni, cronaca, poesia. Poi, prendendo occasione dall’improvviso arrivo di un tale Suppazio, reduce da un viaggio recente per le città d’Italia e dell’estero, si discorre delle [p. 14 modifica]varie usanze caratteristiche e dei vari costumi delle città d’Italia a que’ tempi. A Firenze, p. es., trova tutte le donne occupate a comparir belle, e gli uomini a fuggirle per non lasciarsi accalappiare; la cosa che gli piacque più, fu di vedere in ogni casa appesa una stadera, perchè le donne fiorentine non vogliono essere ingannate sul peso; i magistrati però ne han due di bilance, una per l’interno l’altra per l’esterno: due pesi, dunque, e due misure... Sul più bello, esce fuori Lucietto, il figlio del Pontano, che introduce una scena di gelosia materna assai comica. Dopo la quale arriva un cantastorie — sotto cui si nasconde lo stesso Pontano — e declama un lungo squarcio epico (più di 400 esametri!) sulla guerra di Pompeo contro Sertorio nella Spagna.


L’Azzio è dedicato al Sannazzaro (Actius Syncerus nel mutato nome accademico). Apre il dialogo un notaro, che sta scrivendo il contratto di compravendita d’una casa, e s’arrabbia per le correzioni che l’ignorante compratore gli vuol suggerire. Azzio è uno dei testimoni. Vi si parla molto di visioni e di sogni, della loro veridicità ed interpretazione (ciò che dà occasione a narrare molti fatti del tempo); — della grande corruzione del clero; — di metrica latina; — della origine della [p. 15 modifica]storia e delle principali doti dello storico; — poi della eloquenza, e della massima di Cicerone «finitimum esse oratori poetam».

E qui un grande elogio della Poesia (delicata allusione al Sannazzaro), che esclude ogni mediocrità. Vi si afferma che per giudicar bene di un poeta si vuol avere animo di poeta; ufficio del poeta essere sopra tutto destare la commozione e l’ammirazione; — il maraviglioso essere elemento essenziale della poesia; — la poesia aver preceduto ogni altra forma di manifestazione letteraria; — essere stati i poeti primi sacerdoti di ogni sapere e di ogni civiltà. Finisce con un inno, elevato dal Sannazzaro alla virtù della Poesia.


L’Egidio prende nome da un eremita che vive poco lungi dalla villa suburbana del Pontano, ed in lui il P. afferma essersi trasfuso lo spirito di un altro santo eremita, fra’ Mariano, di cui si lamenta la morte.

La scena si apre davanti alla Torre Pontaniana, in Napoli, sulla cui fronte è una lunga iscrizione latina, che due accademici (Suardino Sardo e Francesco Peto, quelli stessi cui è dedicato l’Asinus) commentano, tornando da un viaggio a Roma.

Le discussioni che si fanno in casa del Pontano sono qui specialmente di ordine etico e religioso. Vi si parla della religione dei [p. 16 modifica]sepolcri (il P. lavorava in quel tempo ai suoi Tumuli), poi ancora dei sogni, della influenza degli astri sulle umane vicende, dei Campi Elisi pagani, confrontati col Paradiso dei cristiani.

Si lamenta l’assenza del Sannazzaro che ha seguito in Francia esule il proprio re Federico IV d’Aragona, abdicatario ed esule in Francia nel 1501; ciò che dimostra come il Dialogo, un po’ tutto mesto e religioso, appartenga agli ultimi due anni di vita del Pontano, morto quasi ottantenne nel 1503. Questo senso di onesta tristezza si sente anche nella chiusa, dove il P. manifesta la sua speranza di vedere, prima di morire, la filosofia fatta davvero latina e rivestita d’una veste di parole elette, degna di lei: ciò che è stato il voto — dice — di tutta la sua vita.




Dei sette Codici Pontaniani conservati nella Vaticana (2837-43) nessuno contiene il Charon nè l’Asinus: di questo trovansi nel 2840 solo le prime dieci pagine, buttate giù in fretta, forse nella prima stesura. Ma avendo io confrontato il testo dell’Aldina 1519 (quello che qui si riproduce) con molti tratti dell’Actius, che è contenuto per intero nel 2843, li ho trovato talmente corrispondenti, sì per la punteggiatura che per la grafia, da potersi per estensione considerare anche il testo degli altri Dialoghi — che sappiamo essere stati mandati ad Aldo dall’Autore — come fedeli riproduzioni dell’archetipo Pontaniano.

Marcello Campodonico.          


Note

  1. «Tutte le sue azioni sono state piene di energia e di accorgimento, riuscendo in fine nel difficilissimo intento di conciliare la pace (1486) fra il Re di Napoli e il Papa, e di metter fine a una guerra che turbava quasi tutta l’Italia» dice il Sannazzaro.
  2. Chi volesse sapere che cosa intendo per punteggiatura Italiana, prenda p. es. l’Orazio del Bindi o il Tacito di Atto Vannucci, e la confronti con quella delle edizioni Teubneriane: su questo, io credo, dovrebbe anzi basarsi essenzialmente una futura Collezione critica di classici italiana.