L'arte è imperitura

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Mario Rapisardi

1897 L saggi letteratura L'arte è imperitura Intestazione 18 settembre 2008 75% saggi

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Esporrò, nelle lezioni di questo corso, alcune dottrine estetiche del Guyot non debitamente apprezzate in Francia, poco o nulla conosciute in Italia, ma che a me appaiono utilissime a combattere quella misera critica, sedicente storica e filologica, ma ch'è appena grammaticale e archeologica, la quale beatamente ridendosi della critica scientifica ha invaso da un pezzo le nostre scuole, ha isterilito gl'ingegni, rese insopportabili le lingue e le letterature classiche, abbassato il livello degli studii superiori, disviate le menti dei giovani dal concetto reale della vita e dell'arte.

Non la fisologia, non la storia, nè l'avidità commerciale, nè lo smisurato progresso delle industrie, ci offrono tali argomenti da farci disperare della prosperità avvenire dell'arte. La ragione vera perchè l'arte e la poesia non periranno mai e che esse sono intimamente radicate nell'animo umano e naturalmente intrecciate agli umani sentimenti, non dipendono dalla mooda e dalla fortuna, ma sono espressioni naturali e necessarie della vita, manifestazioni spontanee dell'ingegno e del cuore dell'uomo in rapporto all'essere universale. Questo principio su cui si fonda la vita dell'arte, realmente inconcusso, non è stato esente da attacchi nemici.

Si è detto: l'arte è fondata sul sentimento; ma chi n'assicura che questa base non verrà a poco a poco scalzata dal pensiero scientifico e la ragione non s'assiderà finalmente sulle rovine del castello incantato del sentimento? Evidentemente qui si scambia il sentimento con la sentimentalità. Il sentimento è uno stato intermedio e necessario tra l'intelligenza e la sensazione: esso perciò non potrà essere distrutto da nessuna forza, senza portare la distruzione dell'essere umano. Finchè noi avremo sensazioni, finchè saremo in rapporto col mondo fisico, il sentimento e la ragione non mancheranno di alimenti vitali.

Vero è che fra l'una e l'altra di queste forze v'ha sempre contraddizione e conflitto; ma dalla contraddizione e dal conflitto risulta appunto il movimento della specie umana e trae l'arte argomento e ragione perenne di forza e di vita. Ciò che la scienza disperde col suo raggio benefico non è il sentimento, ma la sentimentalità, quella morbosità dell'animo, che come nebbia giunge talvolta ad ottenebrare la visione del vero, che offusca i nostri sentimenti e ci fa sprecare le forze dell'intelletto dietro fatue allucinazioni. Dicendo che il sentimento umano sopravviverà a tutte le vittorie della ragione non intendo che le sue espressioni saranno immutabili. Nulla vi è nelle manifestazioni dell'individuo e della specie che non vada soggetto a mutazione.

Immutabile è solo la forza, da cui le diverse manifestazioni provengono; per cui non possiamo affermare che il sentimento umano come principio di vita, uscirà illeso dal conflitto con la ragione, ma i sentimenti umani sono sempre in perpetua evoluzione e si modificano a proporzione del progresso della civiltà. E restringendoci al discorso dell'arte, noi possiamo stabilire che all'evoluzione degli umani sentimenti corrisponde l'evoluzione della morfologia letteraria ed artistica. Il cammino descritto da tutte le energie spirituali dell'uomo può essere rappresentato da un raggio di luce che noi, per comodo di ragionamento, divideremo in diverse sezioni.

Il punto di proiezione è la forza centrale emanatrice di un dato sentimento: le varie sezioni rappresentano le varie fasi e progressioni di esso attraverso il tempo e lo spazio. Ogni sentimento umano segue appunto il cammino di un raggio di luce. Ma attraversando gli spazii, si viene arricchendo di nuovi alimenti e l'intensità sua, man mano che esso s'allarga, non viene mai tanto a scemare da farne temere la completa estinzione.

Il moto progressivo di ciascun sentimento attraverso i secoli è lento ma non interrotto. La continuità del sentimento umano, l'ha notata anche il Taine, che non è d'esso certamente troppo tenero.

Ogni sentimento nel suo stato primitivo si manifesta come una forza spontanea, una specie di scarica elettrica dai centri nervosi, a cui l'uomo è costretto di ubbidire; ma gradatamente diviene riflessa, coll'andare e sempre più illuminata dalla coscienza. Ogni sentimento inoltre che viene eccitato si estende a poco a poco, si innalza a proporzione della crescente consapevolezza.

Questa verità fu primamente osservata da Epicuro, che la pose a principio e a fondamento della sua famosa dottrina della voluttà, dottrina fraintesa e calunniata per tanti secoli. La sua Edonica infatti ha la sua prima espressione nei piaceri sensuali e si eleva sempre più gradatamente a manifestazioni sempre più alte fino all'amicizia disinteressata. Il sentimento, che non è altro in principio che una specie d'estensione della azione riflessa, diviene quindi il prolungamento di ogni forte commozione, tende a confondersi col pensiero, anzi il pensiero stesso.

La nostra sensibilità si fa di più in più intellettiva e non rimane estranea al movimento della vita scientifica e morale. Si può dire anzi che ogni scoperta della scienza opera su di essa indirettamente, rendendo sempre più intellettuali le sue percezioni. Analizziamo i sentimenti principali dell'uomo, quelli che si riferiscono alla divinità, alla natura, alla vita del genere umano: troveremo che essi si vanno continuamente modificando attraverso i secoli secondo il clima, la razza, la civiltà. Se per esempio paragoniamo il sentimento religioso dei popoli primitivi a quei sentimenti affatto moderni dell'infinito, in che si va allargando, noi potremo farci un'idea della progressione spirituale dei nostri sentimenti.

Il volgo dei credenti che cerca nella religione l'immobilità mostruosa del dogma e si appaga delle apparenze, il volgo che scambia col sentimento religioso tutto ciò che ne usurpa l'aspetto, chiama ateismo ciò che è la più sublime espressione del sentimento religioso; ma il filosofo che studia e segue i progressi della scienza, non dirà mai che il sentimento religioso perde sua forza ed espressione per ispogliarsi di tutti gl'idoli e di tutti i fantasmi creativi attorno dalla fantasia umana.

Parimenti il sentimento della natura, che potrebbe a prima vista parere invariabile, non è oggigiono agli nostri occhi quello che era nella classica antichità. Paragonando Omero a Shakespeare, Orazio a Goethe, Ovidio a Byron, Virgilio a Schiller, Lucrezio a Victor Hugo, vedrete subito che tale sentimento è immensamente mutato dall'uno a l'altro di questi poeti, secondo le varie concezioni scientifiche della natura.

Il paesaggio, per esempio, che ha un luogo tanto importante nella poesia e nella pittura moderna, anticamente era un semplice accessorio: in Omero e particolarmente nell'Iliade, esso è affatto trascurato; la descrizione dei paesi è accidentale e questi vi sono nominati e accennati, non per ottenerne effetto estetico ma per l'utilità che possono casualmente avere: ivi un paese è detto fertile, produttore di cavalli, popoloso, roccioso ecc. Anche nei pittori del Rinascimento il paesaggio non ha quell'importanza che i poeti, come il Poliziano e Lorenzo de' Medici, cominciavano ad accordargli. Lo stesso Leonardo da Vinci si serviva del paesaggio, solo per dare maggiore risalto alle figure.

I moderni poeti ed artisti hanno della natura un concetto più bello, più profondo, più vero e direi quasi più disinteressato. E così doveva necessariamente avvenire dopochè la scienza ebbe distrutto per sempre l'illusione antropocentrica. L'uomo non è più considerate come il centro ed il fine della vita universale, su cui si aggiri tutto l'infinito vivente: egli è uno dei tanti atomi, in cui s'individua in ogni istante la vita dell'infinito, la forza eterna; è considerato come l'ultimo anello della catena degli esseri.

Noi conosciamo la forma, le dimensioni ed il peso della terra, noi sappiamo l'orbita precisa che descrive, la materia ond'è composta, le fonti di sua vita e di sua morte, e oltrechè della terra, anche degli altri pianeti e dei satelliti e così presso a poco del sole e fra qualche tempo dell'etere e delle nebulose. Con una concezione del mondo tanto più vasta e profonda di quella che ne avevano gli antichi, immaginate quanto diverso debba essere il sentimento di un poeta moderno, dinanzi agli spettacoli della natura. Lucrezio, venti secoli or sono, si sentiva compreso di sacro orrore vedendo davanti a sè aprirsi le dighe del cielo e rivolgendosi ad Epicure così esclama:

Dal petto
Vanno in fuga le credule paure,
I confini del ciel cadono, e tutto
Pel gran vano vegg'io formarsi il mondo.
.............................
....A tale aspetto
Una divina voluttà m'invade
E un sacro orrore: la Natura alfine
Tutta per tua virtù nuda e raggiante
Da tutte parti agli occhi miei si svela

(Trad, del Rapisardi) libro III in principio

Ma la voce divinatrice del titanico poeta, echeggiata da qualche petto solitario di pensatore, fu presto soffocata e la nenia uscita dalle catacombe sonò vittoriosa e la vita e la natura furono maledette.

Era riserbato alla scienza moderna il compito di fugare dal cielo e dalla terra gl'idoli del fanatismo, di riconquistare alla ragione il trono che la fede le aveva rubato e di riaprire alle anime emancipate la visione vertiginosa dell'infinito. E l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo parlano alla mente ed al cuore del poeta moderno in modo meraviglioso un linguaggio ignoto agli antichi.

L'universo non è più una macchina mossa dal capriccio di enti soprannaturali ma un oceano tempestoso di mondi, un abisso dal cui seno tenebroso pullula la vita ed in cui s'incolora la molteplicità degli esseri. E tutto si muove, tutto vive, tutto sente. In questo immenso arcobaleno della vita, ogni individuo è la somma di mille tribù di esseri inferiori, dal cui lavoro concorde risulta l'unità, ch'è la vita.

Il pensiero dell'uomo si trova cosi in relazione ed in contatto colla vita dell'universo: esso è immerso nell'etere vibrante, che lo mette in comunicazione con l'infinito vivente e gli fa sentire i palpitipiti del gran tutto. La vita dell'uomo non è più un'isola perduta nel mare dell'essere nè una voce perduta in un deserto, ma un accordo, una consonanza, una nota dell'immensa armonia della creazione. I sentimenti che nascono si evolvono danno luogo ad una corrispondente evoluzione nelle forme poetiche ed artistiche.

E come diverso è il sentimento religioso e quello della natura negli antichi e nei moderni, così è anche il sentimento patriottico. L'amor di patria si potente e feroce negli antichi e così gagliardamente significato da Eschilo, Tirteo e in tempi più vicini a noi da Corneille ed Alfieri'', si va ora slargando in un sentimento più vasto e umano: talchè ci fanno ridere quei tepidi versaiuoli che oggi la fanno da patriotti infrascando i loro componimenti con reminiscenze di « quarantottismo ».

In Schelley invece e Victor Hugo, che sono i più grandi poeti del nostro secolo e sopra tutti ne riflettono la coscienza, il sentimento patriottico è assorbito dall'amore per l'umanità.

La pietà non ha più per fine Ettore, Priamo, Andromaca, non l'individuo, ma la società, non più la vita personale, ma l'universale; si è trasformata in un profondo sentimento di compassione per la specie; il dolore dell'uomo diventa il dolore universale. Lo stesso amore della bellezza muliebre, che aveva prima per base la voluttà, si innalza in ammirazione di tutta l'anima universale attraverso l'anima della donna: in rapimento verso tutto ciò che nel mondo si travaglia e diventa carità e causa operosa:

Del piccioletto mio dolor la fievole
Voce spargere al vano aer che val,
Se, o terra, o vita, o gran tutto, il tuo spasimo
Ulula per la vasta ombra feral?

Come si vede la progressione dei sentimenti umani è dal meno al più, dal semplice al complesso, in rapporto al progresso della scienza. La democrazia darà dunque all'arte una manifestazione più alta, in quanto essa tende a considerare gli uomini come membri di una stessa famiglia uguali tutti innanzi alla natura.

La concezione dell'arte darà sempre maggiore importanza alla simpatia fisica, alla comunione della coscienza. A differenza dell'arte malsana e malefica dei decadenti, che si fa un vanto di dissolvere i sentimenti umani, l'arte vera e veramente nuova, senza correr dietro ad un fine civile e morale determinato, ma avendo in se stessa una moralità profonda, rappresenterà la vita nelle sue più alte e nelle più umili manifestazioni e lungi dal divenire semplice gioco delle facoltà rappresentative, si gioverà di queste per eccitare gli uomini al conseguimento dell'ideale nella giustizia, nella pace, nella fratellanza umana.

L'arte come rappresentazione della vita ha due effetti: da una parte essa produce sensazioni piacevoli di colori e di suoni, dall'altra parte c'ispira sentimenti sociali e d'amore, sollevandoci l'animo e facendoci aborrire da tutto ciò che si opponga al raggiungimento del bene. Se l'arte si riducesse alla produzione di sensazioni piacevoli il suo dominio sarebbe molto ristretto, se non avesse altro fine che di accarezzare la vista e l'udito si ridurrebbe ad una semplice tecnica, di cui ogni persona intelligente, con un po' di studio, potrebbe impossessarsi. Il carattere irifatti del piacevole dipende da certe leggi che col tempo si determineranno. Un'arte siffatta, dunque, non ci darebbe della vita che una rappresentazione meccanica, costringerebbe se stessa ad aggirarsi in uno stretto cerchio di regole fisse e di norme rettoriche e avrebbe il difetto di essere più ristretta della natura.

Ora, l'opera principale del genio consiste appunto nell'estendere sempre più il dominio dell'arte, nel varcare il cerchio incantato dei precetti rettorici, nell'allontanarsi da ciò che è artificiale, nell'avvicinarsi all'ideale vivente. Per incarnare questo ideale nell'opera è necessario riflettere le condizioni della vita, svelare i rapporti che esistono tra l'una e l'altra forma secondo la quale la vita si manifesta e le leggi che governano questi rapporti: fare una specie di prospettiva interiore.

Ma la realtà e la vita non costano solo di sensazioni e di forme; ciò che noi diciamo bellezza non è soltanto proporzione di linee ed armonia di colori, che se così fosse ci lascerebbe freddi. La bellezza è in gran parte movimento, cioè espressione e radiazione dell'anima, è la vita che si manifesta in un determinato momento individuando in una proporzione fisica la proporzione morale.

L'ufficio dell'arte vera sta nel cogliere questi rapporti tra l'interno e l'esterno, nel cercare insomma la vita in un determinato momento.

Il formalismo riduce l'arte all'artifizio e non ci può dare che cose morte. Ora ciò che chiamiamo la vita dell'arte è un capitale d'idee, di sentimenti, di volontà. La parola senza l'idea è nulla, come è nulla la vita senza movimento, nulla l'anima senza il sentimento. La parola è il diamante ma l'idea è il raggio che la fa brillare. Victor Hugo dice che l'emozione è sempre nuova ma la parola sempre vecchia. Non è vero; l'emozione ha un fondo comune a tutti gli uomini.

La parola è usata sì, ma l'arte del poeta sta appunto in questo, nell'incastonare la parola vecchia sotto un raggio di luce nuova: perchè la parola in se stessa è cosa morta, è un frammento di statua fra un mucchio di calcinacci. La parola non ha inoltre un significato proprio; perchè l'acquisti è necessario che la specie diventi individuo, che l'immagine astratta diventi concreta. L'arte sta appunto nel compiere questa modificazione.

La somma delle sensazioni e dei sentimenti umani è su per giù sempre la stessa. Ciò che di giorno in giorno s'accresce è il patrimonio delle idee, che si vanno insensibilmente modificando, reagendo sui sentimenti e illuminandoli di luce nuova. La scienza è stata, almeno finora, illimitata e per essa possiamo sperare di aggiungere sempre qualche cosa all'opera ideale dei secoli; per essa noi non viviamo invano; noi incarniamo in noi stessi una parte dell'ideale vivente.

Questa convinzione salva l'ingegno umano da quello sterile pessimismo che deriva dalla mancanza di fede nei nostri destini e salverà l'arte futura dal meschino formalismo dell'arte per l'arte, della cui vernice si compiacciono gli artisti mediocri. Ciò che feconda la realtà è l'intelligenza, che della realtà può sola esprimere il succo più vitale.

Il nostro passaggio sulla terra, vi lascia una traccia e il nostro lavoro ideale si riflette sulla terra, per mezzo delle nostre azioni. La scienza è per l'intelletto ciò che la carità è pel cuore:, ci rende infaticabili nell'erta affannosa della nostra vita. La convinzione che la vita dell'uomo è un continuo sacrifizio individuale per il bene ed il miglioramento della specie, la convinzione che la stessa è una continua ascensione da carne a spirito, schiuderà all'arte nuovi orizzonti.

Oltre all'idea, l'arte ha per oggetto principale l'espressione dei sentimenti. Il sentimento è la risultante più complessa dei pensieri umani: l'organismo si distrugge, ma l'opera prodotta dalle sue forze, il sentimento stesso, gli sopravive. E ciò appare agli occhi di coloro che noi chiamiamo eroi. La vita che al comune degli uomini appare la cosa più bella, viene considerata dagli animi generosi come un che di secondario a petto di quei sentimenti umanitarii da cui sono dirette le loro azioni. Essi non dubitano di sacrificare tutte quelle cose per il cui acquisto si travagliano tanto i poveri mortali.

Egoismo sublime che, ispirato da nobili sentimenti, rende dolci e desiderabili i sacrifizi. Questi sacrifizi, che agli occhi del volgo sono effetto d'esaltazione morbosa, per cui l'eroismo ed il genio stesso costituiscono dei fatti patologici, sono invece i fatti più significanti e più suggestivi della storia umana. L'aspirazione dei grandi uomini, quand'anche dovesse rimanere insoddisfatta, sara la leva più potente verso un miglioramento indefinito.

Su questi fatti, derivati dal concetto elevato della vita umana, si fonda la emozione estetica, ch'è il fine ultimo dell'arte. E per emozione estetica intendo emozione simpatica. L'arte è fondata sulla simpatia umana: il bello in fondo non è altro che la vita individuale, rappresentata in tali condizioni da suscitare simpatia. Anche ciò che è intimamente antipatico può essere bello. Iago, Tersite ecc. sono personaggi antipatici. Ma l'odio e l'antipatia che ispirano serve a dar risalto agli altri personaggi e l'arte se ne giova in questo senso.

Il personaggio più simpatico è quello che vive la vita umana dell'essere, che sollevandosi su questa base immutabile s'innalza alle idee più alte, alle quali il genere umano si slancia nei suoi momenti di entusiasmo: ma occorre in tal caso che la vita e l'operosità di un tal personaggio sia tutta rivolta al culto di quelle idee e all'effettuazione di esse. Il personaggio che ragiona e non sente ci convince ma non ci commuove: sarà una creatura logica, ma non estetica.

Gli uomini vivono più di passione che di ragionamento: l'arte al sentimento e al sentimento più che alla ragione ubbidisce. Le idee debbono essere non solo pensate, ma sentite, e debbono fare dell'uomo una armonia. La sincerità è la nota caratteristica dei grandi scrittori. Le idee veramente sentite comunicandosi agli uomini, diventano stimolo di azioni appassionato e grandi. Così diventando fondamento dell'arte esse ottengono un magico potere sulle opinioni degli uomini.

Ora, siccome tra le idee che modificano gli umani sentimenti ve ne sono parecchie che si riferiscono ai costumi e alla vita di un determinato tempo o paese, così avviene che molte opere d'arte dopo avere ottenuto un strepitoso successo cadono nell'indifferenza e nella dimenticanza: e la ragione è questa, che non essendo fondate sui sentimenti universali, nè ispirate da verità inconfutabili, esse non destano, più interesse e ci fa meraviglia che l'abbiano potuto destare una volta.

Certamente il poeta e l'artista, ch'è riuscito a piacere un momento, anche ad una persona sola, non può dire di aver gettato l'opera sua. Ma il difficile in arte è di piacere a parecchi e specialmente ai migliori, giacchè il contento di questi dipende da un complesso di soddisfazioni morali civili ed estetiche.

Quando un'opera d'arte è piaciuta ai migliori, fossero anche pochi, si può dire che essa ha in sè i principii di una lunga vitalità e che contiene i germi di nuove idee; i migliori infatti precorrono i tempi. Quell'opera rimanendo viva nei secoli riuscirà a produrre universalmente un movimento di simpatia che ispirerà nobili azioni.

Conclusione: L'arte non perirà mai perch'essa è incarnata coi sentimenti che sono la base della vita.

I sentimenti sono in continue movimento assumendo sempre nuove forme di manifestazione. Essi si modificano sotto il potere delle idee, ma la scienza non potrà distruggerli, altrimenti distruggerebbe la vita stessa. Le forme dell'arte seguendo le trasformazioni dei sentimenti si vanno man mano modificando e innalzando ad una rappresentazione sempre più vera e vasta della vita.

(dicembre 1897).