L’adulatore/Appendice

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Appendice

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Atto III Nota storica
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APPENDICE.

Dalle edizioni Bettinelli e Paperini.

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ATTO TERZO
SCENA IV1.
Paggio e detti.

Paggio. Eccellenza.

Sancio. Di’ a Brighella che venga qui.

Paggio. Eccellenza sì.

Sigismondo. Ehi, paggino. Con permissione di V. E., andate dal mio servitore, e ditegli che mi faccia un caffè. Mi sento lo stomaco aggravato.

Paggio. Sarà servita. (Comanda più lui del patrone medesimo). (da sè, parte)

Sigismondo. Perdoni, se mando il paggio. Fo per non perder tempo.

SCENA VI2.
Paggio col caffè, e detti.

Paggio. Ecco il caffè. (a don Sigismondo)

Sigismondo. Oh! non ho detto che lo portiate qui. Anderò a beverlo nella mia camera.

Sancio. Via, bevetelo, ch’io vi concedo di farlo.

Sigismondo. Gran bontà, grand’umiltà! Lo beverò per ubbidirla.

SCENA VII3.
Il Cuoco e lo Staffiere bolognese dietro una portiera, e detti.

Cuoco. (Amìa, amìa co’ beje). (allo staffiere)

Staffiere bolognese. (El cargà be? Crepral?) (al cuoco)

Cuoco. (Bisogna co creppe senz’altro, gh’ho misso in ta cogoma un malocco d’arsinico). [p. 516 modifica]

Staffiere bolognese. (Cusì arsparmiarò mi la fadiga de dari la schiuptà. El so servitor an s’n’è accort?)

Cuoco. (Om’ha tegnù corda le asì).

Sigismondo. Questo caffè è molto amaro.

Paggio. Si serva di zucchero.

Sigismondo. È amaro più del solito.

Sancio. Sarà bene abbruciato. (il cuoco e lo staffiere ridono)

Sigismondo. Per quanto zucchero vi metto, è sempre amaro. Chi l’ha fatto?

Paggio. Il suo servitore.

Sigismondo. Basta, l’ho bevuto, ma con poco piacere.

Sancio. Quanto è più amaro, vi farà meglio allo stomaco.

Paggio. Comanda altro?

Sigismondo. No. Obbligato, paggino, obbligato.

Cuoco. (Ei! L’ha beiuo. Vago a Zena). (via)

Staffiere bolognese. (E me, quand al srà cherpà, andrò a Bulogna cuntent). (via)

Paggio. (Questo servitore ne ha fatta una chicchera sola, non v’è nemmeno una goccia per il povero paggio). (via)

Sancio. Or via, andate a stendere questo decreto.

Sigismondo. Quando l’ho steso, lo porto a sottoscrivere?

Sancio. Sì, e se dormissi, svegliatemi.

Sigismondo. Oimè! 11 caffè mi ha fatto peggio.

Sancio. Non temete di male. Andate a scrivere, che vi passerà.

Sigismondo. Vado immediatamente a servirla. (via)

Sancio4. Queste cento doppie le donerò a donna Aspasia.

SCENA VIII.
Donna Aspasia e detto.

Aspasia. Serva sua, signor don Sancio. (sostenuta)

Sancio. Donna Aspasia, accomodatevi.

Aspasia. Vi ringrazio, vi ringrazio, voglio andar via. [p. 517 modifica]

Sancio. Perchè mi volete lasciare? Fermatevi, starete questa sera a conversazione con noi.

Aspasia. La mia conversazione l’ho da fare in casa.

Sancio. Siete attesa?

Aspasia. Signor sì, sono aspettata dal padrone, che avanza le cento doppie.

Sancio. Le cento doppie avanti sera le averete.

Aspasia. Avanti sera? (con ironia)

Sancio. Senz’altro. Ve lo prometto.

Aspasia. Quando non le ho adesso, non mi servono.

Sancio. Ma per qual causa?

Aspasia. Perchè domattina mi aspetto qualche malanno.

Sancio. L’ho da sapere ancor io. Non vi sarà chi ardisca farvi un affronto, sapendo che dipendete da me.

Aspasia. Oh! piano con questo dipender da voi. Non mi par di essere niente del vostro.

Sancio. M’intendo dire, sapendo ch’io vi proteggo.

Aspasia. Oh! di grazia, non si scaldi per me.

Sancio. Mi sembra che la mia buona amicizia non vi sia inutile.

Aspasia. Si vede.

Sancio. Voi potete disporre della mia autorità.

Aspasia. Capperi! è qualche cosa.

Sancio. Or ora, col mezzo del segretario, si avranno le cento doppie.

Aspasia. Oh! caro don Sancio, voi mi consolate.

SCENA IXnota.
Il Paggio e detti.

Paggio. Eccellenza, il segretario si sente un gran male. Si è gettato sul letto. Ha dei dolori terribili, e il medico è là che l’assiste. (via)

Sancio. Oh, quanto di ciò m’incresce! Se il segretario non stende certa scrittura, non si averanno le cento doppie. [p. 518 modifica]

Aspasia. Può essere ch’ei l’abbia distesa.

Sancio. Può essere. Mandiamo a vedere.

Aspasia. Aspettate. Anderò a veder io.

Sancio. Sì, andate. Cara donna Aspasia, amatemi, come io v’amo.

Aspasia. Se vi voglio tanto bene! (Ma un bene così grande, che non lo posso vedere). (via)

Sancio. Manco male. Se spendo il mio denaro, almeno lo sagrifico per una che mi vuol bene.

SCENA X5.

Arlecchino vestito a lutto, con un mantellone e un gran cappello, in atto di mestizia, viene a passo lento e va per entrare da un altra parte; e detto.

Sancio. Arlecchino, dove vai?

Arlecchino. Vago a far un complimento alla Morte.

Sancio. Spiegati.

Arlecchino. Vago a incontrar la Morte, che vien a far una visita al segretario.

Sancio. Come! Il segretario è in pericolo di morte?

Arlecchino. Pianzì, sior patron, pianzì.

Sancio. Narrami, come sta?

Arlecchino. Pianzì, ve digo, pianzì.

Sancio. Perchè ho da piangere?

Arlecchino. Perchè no l’è morto tre anni avanti. (via)

Sancio. Costui mi mette in agitazione. Voglio assicurarmi che cos’è.

SCENA XI6.
Il Conte Ercole e detto.

Conte. Amico, dove andate?

Sancio. A vedere in che stato trovisi il segretario.

Conte. Il medico ora gli dà un vomitorio. [p. 519 modifica]

Sancio. Sospenderò di vederlo.

Conte. Appunto desideravo parlarvi.

Sancio. Eccomi ad ascoltarvi.

Conte. L’affare di cui dobbiamo trattare è di qualche conseguenza.

SCENA XIII7.
Arlecchino vestito a bruno, come sopra, e detti.

Arlecchino. (Viene a passo lento verso il Governatore.)

Sancio. Ebbene, che cosa c’è?

Isabella. (Mi fa paura).

Arlecchino. Son sta a riverir la signora Morte.

Isabella. Oimè! Mi fa tremare.

Arlecchino. E l’ho pregada, per parte de tutta la città, che la vegna a ricever el segretario. Ma la signora Morte m’ha dito, che l’ha paura a vegnir, perchè el segretario l’è un adulator e la gh’ha paura che el la minchiona anca ella, che el diga de voler morir e che no sia vero.

Isabella. Guardate, mi viene la pelle d’oca sulle braccia, (al Conte)

Sancio. Dunque il segretario sta per morire? (ad Arlecchino)

Arlecchino. Ho tornà a pregar la signora Morte, che la vegna per carità a levar dal mondo sto adulator, e savi cossa che la m’ha resposto?

Isabella. Guardate, guardate, che mi s’addrizzano tutti questi peluzzi.

Arlecchino. L’ha resposto: Vegnirò piuttosto a tor el Governator.

Isabella. Oimè, oimè!

Sancio. Che non s’incomodi già.

Arlecchino. Digo mi: Per cossa el Govemator? Responde la signora Morte.

Isabella. Ahi!

Arlecchino. Perchè se lu no avesse acconsentido, l’adulator non [p. 520 modifica]averia fatto tante iniquità. Sappiè, digo, signora Morte, che gh’ho dà un per d’occhiali. La dise: Troppo tardi. Onde guardeve, che adessadesso la vien.

Isabella. Papà, papà, la Morte. (corre dal padre)

Sancio. Costui è buffone, ma mi tocca sul vivo.

Arlecchino. Ma vôi tornar dalla signora Morte, vôi portarghe quel lazzo sì fatto, acciò la fazza la boiessa del segretario, e son seguro che tutta la città me regalerà, come i contadini regala chi mazza un lovo in campagna. (via)

Sancio. Conte, sentite come parla costui?

Conte. I suoi detti sono allegorici.

Sancio. Che veramente don Sigismondo sia un adulatore?

Conte. Io credo certamente di sì. Il consiglio ch’egli mi ha dato di rapirvi la figlia, non è certamente da uomo onesto.

SCENA XIV8
Donna Luigia, Colombina e detti.
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Luigia. Orsù, giacche è fatta, sia fatta; ma avvertite bene, subito sposata, conducetela via, ch’io non la voglio vedere.

Isabella. (Evviva, evviva).

Colombina. Ecco lì, giubila tutta.

Conte. In questo vi servirò.

Luigia. Non le mandate abiti, non le mandate gioje, non le mandate niente. Sposatela com’è, conducetela via, e a Roma le farete quel che volete. (Sa il cielo quante belle cose averà quella scimunita). (da sè)

Conte. Lo farò per obbedirvi. Permettetemi dunque che alla vostra presenza le dia la mano.

Luigia. Signor no, alla mia presenza non voglio.

Isabella. Andiamo in camera.

Luigia. Sentite la sfacciatella? Giuro al cielo! [p. 521 modifica]

Conte. Ehi, signora, portatele rispetto.

Luigia. (Ho una rabbia che mi sento crepare). (da sè)

SCENA XVIII9.
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Sancio. Se il segretario non risana, son disperato.

Conte. Signore, guardatevi dal segretario, che è un uomo finto.

Sancio. Temo pur troppo che diciate la verità.

SCENA XIX10.
Donna Aspasia e detti.

Aspasia. Signore, il povero segretario sta per morire, (a don Sancio)

Conte. Come! Che male ha?

Aspasia. È stato avvelenato.

Sancio. Quando? Da chi?

Aspasia. Non lo so! Il medico lo assiste, ma dubita che non vi sia rimedio.

Luigia. Oh diavolo! Le mie sessanta doppie. (via)

Sancio. Misero segretario! Andiamolo a vedere.

Aspasia. Sentite. Sopra il suo tavolino ho ritrovato questi fogli. Osservate, non è questo il decreto che avevate da sottoscrivere?

Sancio. Si, è questo. Ma cosa contiene quest’altro viglietto?

Aspasia. È un biglietto che scrive il Tarrocchi a don Sigismondo, con cui promette di dare a voi cento doppie e a lui cinquanta, se gli fate il decreto.

Sancio. Lasciate vedere. Signor Pantalone.

Pantalone. La me comandi.

Sancio. Per farvi vedere ch’io sono un uomo sincero, leggete questo decreto e questo viglietto. Se vi comoda, non si fa altro che [p. 522 modifica] mutare il nome di Menico Tarrocchi in quello di Pantalone dei Bisognosi. (leggete piano)

Pantalone. Eccellenza sì. (legge piano)

SCENA XXII11.
Don Sigismondo, sostenuto da due servitori, e detti.

Sancio. Gentilissimo signor segretario, venite in tempo.

Sigismondo. Signore, io sono morto

Isabella. Ahi, ahi! (parte)

Colombina. Ha avuto paura.

Conte. Soccorretela. (a Colombina)

Colombina. Voi la soccorrereste meglio di me. (parte)

Sancio. Siete morto?

Sigismondo. Sì, son morto. Per me non vi è rimedio. Il medico mi ha data già la sentenza. Il veleno ha preso forza; sento divorarmi le viscere, e poche ore mi restano ancor di vita. Queste impiegarle vogl’io, se posso, a morir bene, già che tutto il resto della mia vita impiegato l’ho a viver male. La morte è il mio disinganno, e il disinganno mio deve essere ancora il vostro. Tre anni sono ch’io vi servo, tre anni sono ch’io vi adulo. Rammentate ad uno ad uno tutti i miei consigli: riandate ad una ad una tutte le mie massime, e stabilite in voi stesso che tutti sono inganni, tutte falsità enormi, sognate dalla mia ambizione, dalla mia avarizia, col mezzo della pessima adulazione. Anco l’amore ha avuto parte nelle mie menzogne. Amai donna Elvira; e trovandola costante al suo sposo, tramai calunnie alla di lui innocenza, per profittare sul cuore illibato dell’onestissima dama. Usurpai le mercedi de’ servi, discreditai la la loro fede, e li privai del pane. Tradii il povero Pantalone de’ Bisognosi, tradii infinito numero di persone, ma più di tutti voi ho tradito, mio troppo facile e troppo condiscendente padrone. Io muoio, e la mia morte è opera del vostro cuoco, che oggi [p. 523 modifica] nel caffè si è vendicato per sè e per i suoi compagni12. La di lui fuga, unita a quella del servitore e d’altro vostro staffiere, di ciò mi assicura. Vi domando perdono de’ miei tradimenti. Servavi di regola non la mia vita, ma la mia morte. Disfatevi di donna Aspasia, che al pari di me v’inganna. O rinunziate la carica di Governatore, o esercitatela con giustizia. Siate osservatore delle leggi, e se non le sapete, imparatele. Amate la verità, la virtù, l’onore, la fede e sopra tutto guardatevi voi, e si guardi ciascuno, delle lusinghe d’un perfido adulatore. (parte)

Sancio. Io non so in qual mondo mi trovi.

Conte. Questa, signore, è una gran lezione.

Sancio. È una gran lezione, è vero; ma non sapendo come principiare a mutar costume, risolvo scrivere alla Corte e rinunziare il governo.

Conte. Il vostro pensiero non mi dispiace.

Sancio. Dov’è Brighella? Dove sono i poveri servitori? Trovateli, li voglio pagare, li voglio rimettere. Il cuoco si ricerchi e paghi la pena del suo delitto. [p. 524 modifica]

  1. Vedi p. 498.
  2. Vedi p. 500. E sc. VII nell’ed. Paperini.
  3. Sc. VIII nell’ed. Pap.
  4. Qui comincia nell’ed. Pap. la sc. VIII.
  5. Sc. XI nell’ed. Pap.
  6. Sc. XII nell’ed. Pap.
  7. Vedi p. 503. Sc. XVI nell’ed. Pap. Nell’ed. Bett. due scene portano per isbaglio il numero XIII.
  8. Vedi p. 504. Nell’ed. Pap. è sc. XVII.
  9. Vedi p. 507. Sc. XX nell’ed. Pap.
  10. Sc. XXI nell’ed. Pap.
  11. Vedi p. 510. Sc. XXIV nell’ed. Pap.
  12. Bett.: camerata.