L’adulatore/Atto III

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Atto III

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Atto II Appendice

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ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.

Brighella, un Cuoco genovese, uno Staffiere bolognese, uno Staffiere fiorentino, uno Staffiere veneziano. Tutti e tre li staffieri senza la livrea.

Brighella. Qua, fradelli, qua. Retiremose in sta camera, fina tanto che i patroni se trattien a tavola1 Discorremola tra de nu e consolemose insieme in mezzo alle2 nostre desgrazie. Cossa diseu de quel can, de quel sassin del segretario? El n’ha magna el salario de do mesi, e perchè son andà mi a nome de tutti a domandarghe el nostro sangue, el n’ha messo in desgrazia del patron e el n’ha cazzà via quanti semo. I è vint’anni che mi servo in sta casa, e no gh’è mai stà esempio che el mio patron se [p. 494 modifica] lamenta de mi, e adesso per causa de sto adulator, de st’omo finto e maligno, me tocca andar via? Se avesse volsudo secondar, le so iniquità e tenirghe man a robar3, el m’ha offerto4, oltre el mio salario, anca dei regali, ma son un galantomo, son un servitor onorato; voio ben ai mi camerada e non ho volsudo tradir voialtri, per far del ben a mi solo. Me caverò la livrea, come avi fatto voialtri tre, la rinunzierò colle lagrime ai occhi, ma la rinunzierò onorata, come me5 l’ho messa, colla gloria d’esser sta sempre un servitor fedel, un bon amigo, un omo sincero e disinteressà.

Staffiere bolognese. Per mi a son un om dsprà6. Nso dov m’andar. Stassira l’aspett ch’al vigna fora dcà, e ai dagh una schiuptà in tla schina, e po a vagh a Bulogna.

Brighella. No, caro amigo, no fe. El cielo ve provvederà. Se lo mazzè, invece de remediar alle vostre desgrazie, sarè intrigà più che mai, e se i ve chiappa, poveretto vu.

Staffiere bolognese. Chi m’liva ’l pan, m’liva la veta7, e chi m’liva la veta a mi, s’a poss’, ai la vui livar a lu8.

Staffiere fiorentino. Badate a mene, lasciate ire: il monello si scoprirae a poco a poco. Senza che ci facciamo9 scorgere, aspettiamolo al paretaio.

Brighella. Bravo fiorentino. Salvar la panza per i fighi.

Staffiere fiorentino. Anch’io mi sapre’ ricattare; ma i’ penso ai me’ fighioli, e non voggio che la Giustizia mi mangi quelle quattro crazie che mi sono avanzato.

Staffiere bolognese. Mi mo an n’ho un bagaron10, perchè a son Lumbard e ai Lumbard i pias magnar ben; e vu alter Fiorentin fe banchett, quand magnè la frittata11 d’una coppia d’ova.

Staffiere fiorentino. Siete pure stucchevole.

Brighella. Via fradelli, non ve alterè12 tra de voialtri. Pensemo13 al modo de remediar14. [p. 495 modifica]

Cuoco genovese. Eh, zuo a e die dae me muen!15 O voggio mi giusta pe e feste sto siò segretajo. So Zeneise, ehi, e tanto basta.

Brighella. Cossa penseressi de far, sior cogo?

Cuoco genovese. Ninte: avelenao e no atro.

Brighella. Gnente altro che velenarlo? Una bagattella!

Cuoco genovese. Se o fuisse un omo da pao16. me, ghe daè una cotelà, co o cotelin da o manego gianco; ma za che no ghe pozzo da’ una feja, con un poco de venin17 o mandiò18 all’atro mondo.

Brighella. E po?

Cuoco genovese. E dopo andiò a Zena. Con quattro parpaggioe19 m’imbarco e me ne vago.

Staffiere veneziano. Via, che cade! Lassemo andar ste cosse. Co se serra una porta, se ghe ne averze un’altra. I paroni no i sposa i servitori, nè i servitori i sposa i paroni. Chi xe omo de abilitae, trova da servir per tutto.

Cuoco genovese. Oh che cao siò venezian! Lasseve cavà i eoggi20 e no dj ninte.

Staffiere veneziano. Compare caro, i Veneziani i gh’ha spirito e i gh’ha coraggio, quanto possa aver chi se sia. Ma saveu quando? Quando da muso a muso i xe provocai. Da drio le spalle no i se sa vendicar; e stoccae mute no i ghe ne dà.

Brighella. Bravo, el dis la verità. Sicchè donca, fioi, cossa pensemio da far?

Staffiere bolognese. Per me za a l’ho dett. Stassira al aspett e s’al vin fora, tonfta. (fa l’atto di sparar l’archibuso) Av salud. (parte)

Brighella. Bisognerà veder de impedir sto desordene. No voggio che sto pover’omo, orbà dalla collera, el se precipita.

Staffiere fiorentino. I’ vado a pigghiare i me’ cenci e me ne vado dalla me’ Menichina co’ me’ bambini. S’i’ non troverò da servire, mi ribrezzerò alla meglio. Farò l’acquacedrataio, (parte) [p. 496 modifica]

Brighella. Questo l’è un omo che ha giudizio.21 Un mestier o l’altro, purchè se viva, tutto ghe comoda.

Cuoco genovese. Bondì a vusigniia.

Brighella. Dove andeu, sior cogo?

Cuoco genovese. Vago in cosinna a dà recatto a a me robba pre andamene.

Brighella. No credo za che abbiè intenzion de far quel che ave dito col segretario.

Cuoco genovese. No, no aggiè puja22; pe’ mi, gh’ho perdonoo. (O veoggio fa moj23, se creesse che m’avessan da rostì in to forno). (parte)

Brighella. È pur è vero; con tutto el mal che el m’ha fatto, no gh’ho cuor de sentir a manazzar la so vita.

Staffiere veneziano. Perchè sè un galantomo, perchè sè de bon cuor anca vu, come son anca mi.

Brighella. Ecco el patron.

Staffiere veneziano. No se femo veder insieme.

Brighella. Andè via e lasseme parlar a mi.

Staffiere veneziano. Fe pulito; arecordeve de nu; arecordeve che semo squasi patrioti. «Pugna per patria e traditor chi fugge». (parte)

SCENA II.
Brighella, poi Don Sancio.

Brighella. Sfazzadon, càzzete avanti. Vint’anni son che lo servo; spero che noi me cazzerà via coi calzi24.

Sancio25. Che cosa vuoi tu qui?26

Brighella. Ah, Eccellenza, son qua ai so piedi a dimandarghe per carità ...

Sancio. Quello che fa don Sigismondo, è ben fatto. Non voglio altri fastidi. [p. 497 modifica]

Brighella. Quel che la comanda; anderò via, no la supplico de tenirme, ma solamente che la me ascolta per carità.

Sancio. Via, sbrigati, cosa vuoi?

Brighella. Son vint’anni che son al servizio...

Sancio. Se fossero anche trenta, non sei più buono, non fai più per me.

Brighella. Chi ghe l’ha dito, Eccellenza, che no son più bon?

Sancio. A te non devo rendere questi conti. Sei licenziato, vattene.

Brighella. Anderò, pazienza, anderò. Ma zacchè ho d’andar, almanco per carità la fazza che i me daga el mio salario che avanzo.

Sancio. Come? Avanzi salario? Di quanto tempo?

Brighella. De do mesi, Eccellenza; ma no solamente mi, ma tutta la servitù. E avemo d’andar via, senza quel che s’avemo guadagnà colle nostre fadighe?

Sancio. Non posso crederlo, lo il denaro l’ho dato, e voi sarete stati pagati.

Brighella. Ghe zuro da omo d’onor che no semo stadi pagadi. In vint’anni che la servo, polela mai dir che gh’abbia dito una busìa? Che gh’abbia mai robà gnente?

Sancio. Ma come va la cosa? Il denaro l’ho dato al segretario.

Brighella. Do mesi l’è che non avemo un soldo, e perchè son andà mi a nome de tutti dal sior segretario, el n’ha perseguità, el n’ha fatto licenziar, el n’ha cazzà via.

Sancio. Eccolo ch’egli viene. Sentirò da lui.

Brighella. Son qua a sostener in fazza sua...

Sancio. Va in sala e aspetta, che ti farò chiamare.

Brighella. Eccellenza, se el parla lu...

Sancio. Va via.

Brighella. (Ho inteso. No femo gnente). (da sè, parte)

SCENA III.
Don Sancio e Don Sigismondo.

Sigismondo. (Brighella ha parlato col Governatore). (da sè)

Sancio. Don Sigismondo, venite qui.

Sigismondo. Eccomi ai comandi di V. E. (gli bacia la vesta) [p. 498 modifica]

Sancio. Asserisce Brighella che i servitori non hanno avuto il salario di due mesi.

Sigismondo. È verissimo. Sono due mesi che non l’ho dato.

Sancio. Ma perchè?

Sigismondo. Dirò, Eccellenza, so che non ne hanno bisogno. Chi ruba nelle spese, chi ruba in cucina, chi ruba dalla credenza, chi tien mano a’ contrabbandi, chi fa qualche cosa di peggio. Tutti hanno denari, e quanti ne hanno ne spendono, e fanno patir le loro famiglie. Per questo io ritengo loro qualche volta il salario, o per darlo alle loro mogli, o per far che lo impieghino in qualche cosa di loro profitto. Ora che sono licenziati, si vedrà quel che avanzano, e saranno saldati.

Sancio. Fate male; si lamentano che non si dà loro il salario.

Sigismondo. Basta che lo vogliano, io lo do subito: ogni volta che me lo dimandano, non li fo ritardare un momento.

Sancio. Dicono che Lo hanno dimandato e l’avete loro negato.

Sigismondo. Oh cielo! Chi dice questo?

Sancio. L’ha detto in questo punto Brighella.

Sigismondo. V. E. mi faccia una grazia; chiami Brighella.

Sancio. Volete ch’io lo faccia venire al confronto con voi? Non è vostro decoro.

Sigismondo. Abbia la bontà di farlo venire per una cosa sola.

Sancio. Lo farò, se così v’aggrada. Ehi, Brighella27.

SCENA IV28.
Brighella e detti.

Brighella. Son qua a recever i comandi de V. E.

Sigismondo. Caro il mio caro messer Brighella, voi che siete l’uomo più schietto e più sincero di questo mondo, dite una cosa, per la verità, al nostro padrone. Questa mattina non vi ho io esibito il vostro salario?

Brighella. L’è vero, ma mi per altro ... [p. 499 modifica]

Sigismondo. Ma voi non l’avete voluto, non è egli vero?

Brighella. L’è vero, perchè quando...

Sigismondo. Sente, Eccellenza? Io offerisco a costoro il salario, lo ricusano, non lo vogliono, e poi vengono a dolersi che non l’hanno avuto.

Brighella. Mo no l’ho volesto, perchè...

Sigismondo. Per me non mi occorre altro; mi basta che V. E. abbia rilevata la verità ch’io sono un uomo d’onore, e che costoro, credendo ch’io sia la cagione del loro male29, mi tendono questa sorta d’insidie.

Brighella. Se l’averà la bontà de lassarme parlar...

Sigismondo. Eccellenza, io non devo star a fronte d’uno staffiere: se mi permette, l’ascolti pure, ch’io me n’anderò.

Sancio. Va via, bugiardo. (a Brighella)

Brighella. In sta maniera no se pol saver...

Sancio. Vattene, non replicare.

Brighella. Per carità...

Sancio. Indegno! ti farò morire in una prigione. Calunnie s’inventano contro un uomo di questa sorta?

Brighella. (El cielo, el cielo farà cognosser la verità). (da sè, parte)

SCENA V30.
Don Sancio e Don Sigismondo.

Sigismondo. Dopo che son al mondo, non ho provato un dolore simile a questo. Quando m’intaccano nell’onore, nella sincerità, nella verità, mi sento morire.

Sancio. Sì, don Sigismondo, tutti gli uomini di merito sono invidiati.

Sigismondo. S’io non avessi un padrone di mente e di spirito, come V. E., sarei precipitato. Sappia, Eccellenza, che un certo Menico Tarrocchi desidera la permissione di poter erigere in Gaeta una fabbrica di velluti; e per l’incomodo che avrà V. E. [p. 500 modifica] di sottoscrivere il decreto, ha promesso un picciolo regaietto di cento doppie.

Sancio. Avete steso il decreto?

Sigismondo. Eccellenza no, perchè prima ho voluto sentire il di lei sentimento.

Sancio. In questa sorta di cose, fate voi.

Sigismondo. Vi è un certo Pantalone de’ Bisognosi che si opporrebbe, come attuale fabbricatore, ma egli non può impedire che V. E. benefichi un altro.

Sancio. Certamente non lo può impedire. Andate a stendere il decreto, e frattanto fate venire il nuovo fabbricatore.

Sigismondo. V. E. resta qui?

Sancio. Sì, qui v’attendo.

Sigismondo. Comanda vedere il memoriale?

Sancio. No, a voi mi riporto. Mi basta la sottoscrizione.31

Sigismondo. Quando l’ho steso, lo porto a sottoscrivere.

Sancio. Sì, e se dormissi, svegliatemi.

Sigismondo. Vado immediatamente a servirla. (parte)

SCENA VI.
Don Sancio, poi il Conte Ercole.

Sancio. Queste cento doppie le donerò a donna Aspasia.

Conte. Signore, appunto desiderava parlarvi.

Sancio. Eccomi ad ascoltarvi.

Conte. L’affare di cui dobbiamo trattare, è di qualche conseguenza.

Sancio. Mi rincresce, se la cosa è difficile, che non vi sia il segretario.

Conte. In questo il segretario non c’entra. Voi solo avete a decidere.

Sancio. Dite pure, io solo deciderò.

Conte. Sono tre mesi ch’io godo le vostre grazie in Gaeta.

Sancio. Io sono il favorito da voi.

Conte. Sapete quanta stima fo di voi e di tutta la vostra casa. [p. 501 modifica]

Sancio. Effetto della vostra bontà.

Conte. Sapete che vi ho supplicato concedermi in consorte la signora donna Isabella, e spero che sarete in grado di mantenermi la parola che mi avete data.

Sancio. Io non soglio mancare alla mia parola.

Conte. Quand’è così, posso sperare di concludere quanto prima le nozze.

Sancio. A mia figlia non ne ho ancora parlato. S’ella è qui nell’appartamento di sua madre, sentirò il di lei sentimento: poichè non ho altra figlia, e desidero di compiacerla.

Conte. Vi lodo infinitamente, ma spero non sarà ella alle mie nozze contraria32.

Sancio. Due parole mi bastano. Isabella. (alla porta)

SCENA VII.
Donna Isabella e detti.

Isabella. Che mi comanda, signor padre?

Sancio. Dimmi, hai tu piacere di farti sposa?

Isabella. Io di queste cose non m’intendo.

Sancio. Vedi là il signor Conte?

Isabella. Lo vedo.

Sancio. Lo accetteresti per tuo marito?

Isabella. Per marito?

Sancio. Sì, per marito.

Isabella. Vengo subito. (in atto di partire)

Sancio. Dove vai?

Isabella. Vengo subito. (entra in camera)

Conte. E così ha ella detto di no?

Sancio. Ha detto, vengo subito. Vediamo se torna. Sentite, amico, mia figlia è una cosa rara al dì d’oggi. Ella è innocente come una colomba.

Conte. Questo è quello che infinitamente mi piace.33 [p. 502 modifica]

SCENA VIII34.
Donna Isabella, Colombina e detti.

Isabella. Signor padre, ecco qui Colombina. Risponderà ella per me.

Sancio. Hai da maritarti tu, e non Colombina.

Colombina. Signore, compatisca la sua semplicità. Ella non ha coraggio; dica a me ciò che le vuol proporre, e vedrà che risponderà a dovere.

Sancio. Io le propongo il Conte per suo marito.

Colombina. Avete sentito? (ad Isabella)

Isabella. Sì.

Colombina. Che cosa dite?

Isabella. (Rìde.)

Colombina. Lo volete?

Isabella. Sì.

Colombina. Signore, ella è disposta a far il voler di suo padre.35

Sancio. Già me l’immagino. Avete sentito? (al Conte)

Conte. Io sono contentissimo.

Sancio. Ora è necessario far venire sua madre. Non è giusto che si sposi la figlia, senza ch’ella lo sappia.

Isabella. (Se viene mia madre, non ne facciamo altro), (da sè)

Conte36. Voi dite bene, ma la signora donna Luigia è tanto nemica di sua figlia, che si opporrà, e non vorrà che si sposi. (a don Sancio)

Isabella. Signor padre, è invidiosa.

Sancio. Invidiosa di che?

Isabella. Vorrebbe esser ella la sposa.

Sancio. Come! Vorrebbe esser ella la sposa?

Isabella. Ha detto tante volte: Se crepa mio marito, voglio prendere un giovinetto. [p. 503 modifica]

Sancio. Povera bambina! Può esser che succeda il contrario. Orsù, Colombina, va a chiamare donna Luigia, e dille che venga qui, senza spiegarle per qual motivo.

Colombina. Vado subito.

Isabella. Presto, presto.

Colombina. (Capperi! l’innocentina va per le37 furie. (da se, par7e)

SCENA IX38.
Don Sancio, il Conte Ercole e Donna Isabella.

Conte. Signora Isabella, finalmente sarete mia sposa.

Isabella. Questa sera ho da venire?

Conte. Dove?

Isabella. A trovarvi.

Conte. Verrò io a ritrovar voi.

Sancio. Che diamine dici? Tu vorresti andare a ritrovar il Conte?

Isabella. Me l’ha detto il segretario.

Sancio. Che cosa t’ha detto il segretario?

Isabella. Che questa sera anderò segretamente a parlare al signor Conte.

Sancio. Ma dove?

Isabella. Verrà a prendermi, e mi condurrà; ma che mia madre non lo sappia.

Sancio. Come va la faccenda?

Conte. Vi dirò, signore: vedendo il segretario che donna Luigia maltrattava la figlia, e prevedendo ch’ella si sarebbe opposta alle di lei nozze, mi ha fatta la proposizione di farmi avere furtivamente la signora donna Isabella. Ma io sono un uomo d’onore, ci ho pensato sopra con serietà, ed ho concepito essere questa un’azione indegna di me, onde più tosto sono venuto io stesso a dirvi l’ultimo mio sentimento.

Sancio. Questo mio segretario mi comincia a render cattivo odore.39 [p. 504 modifica]

SCENA X40.
Donna Luigia, Colombina e detti.

Luigia. Signori miei, che vogliono? Che si fa qui con Isabella?

Sancio. Senza che ve lo dica, m’immagino che appress’a poco ve ne avvedrete.

Luigia. Si sposa forse al signor Conte?

Sancio. Sì signora, e prima di farlo, vi si usa41 il dovuto rispetto.

Luigia. Mi chiedete l’assenso per farlo, e me ne date notizia dopo fatto?

Sancio. Come vi piacerebbe che si facesse?

Luigia. Isabella42 è ancor troppo giovane, e non voglio che si mariti per ora.

Isabella. (Uh povera me!) (da sè)

Conte. Signora donna Luigia, vi supplico d’acquietarvi. Ormai la cosa è fatta; ci siamo dati la fede, sarà mia sposa, e da qui a pochi giorni partirà meco per Roma43.

Luigia. Io non voglio assolutamente.

Sancio. Ed io voglio; e sono il padrone io.

Luigia. (Ho una rabbia, che mi sento crepare). (da sè)

SCENA XI44.
Il Paggio e detti.

Paggio. Eccellenza, il signor Pantalone de’ Bisognosi desidera udienza.45

Sancio. Venga. È padrone.

Paggio. Eccellenza sì. (Ho buscato mezzo scudo46). (da sè, parte)

Sancio. Che avete donna Luigia, che parete una furia?

Isabella. (Ha invidia di me). (da sè) [p. 505 modifica]

SCENA XII47.
Pantalone e detti.

Pantalone. Eccellenza, la perdona se vegno a darghe sto incomodo. Mi son Pantalon dei Bisognosi, mercante venezian, servitor de V. Eccellenza.

Sancio. Vi conosco.

Pantalone. Mi ho introdotto in sta città la fabbrica dei velludi.

Sancio. So tutto, e so che un certo Tarrocchi ne vuole introdurre un’altra.

Pantalone. Per questo vegno da V. Eccellenza.

Sancio. Voi non lo potete impedire.

Pantalone. El sior segretario m’ha assicura, che V. E. me farà la grazia.

Sancio. Il segretario mi ha parlato in favor del Tarrocchi.

Pantalone. Nol gh’ha dà el mio memorial?

Sancio. Non l’ho veduto.

Pantalone. E la pezza de velludo l’hala vista?

Sancio. No certamente.

Pantalone. Ho mandà al sior segretario una pezza de velludo, che lu istesso m’ha domandà, per farla veder a V. Eccellenza.

Sancio. Io vi replico, che non l’ho veduta.

Pantalone. Donca el sior segretario cussì el m’inganna? Cussì el me tradisce? El me cava dalle man una pezza de velludo, el me promette de farme aver la grazia, e po l’opera a favor del mio avversario! V. E. xe un cavalier giusto; spero che no la me abbandonerà. Son qua ai so piè a domandarghe giustizia. Mi son quello che ha beneficà sto paese coll’introduzion dei velludi, e me par d’aver el merito d’esser preferio. Vorla che in Gaeta ghe sia un’altra fabbrica per impiegar la povera zente? Son qua mi, la farò mi, me basta che la me conceda el privilegio, vita che vivo, che nissun possa far laorar altri che mi. Circa alla pezza de velludo, se el sior [p. 506 modifica] segretario me l’ha magnada, bon prò ghe fazza; poi esser che el se arecorda de mi sull’ora della digestion.

Sancio. Signor Pantalone, non so che dire; senza il segretario non posso risolvere.

Conte. Signore, con vostra buona grazia, mi pare che questo galantuomo abbia ragione, e che il vostro segretario sia un bel birbone. (a don Sancio)

Sancio. A poco a poco, vado scoprendo quello che non credeva. Signor Pantalone, ne parleremo.

Pantalone. Me reccomando alla so bontà, alla so giustizia.

Conte. Ditemi, signor Pantalone, avete delle belle stoffe?

Pantalone. Ghe ne ho de superbe.

Luigia. Se avete delle belle stoffe, mandatele a me, che le voglio vedere.

Pantalone. M’immagino che le servirà per la sposa, per quel che se sente a dir.

Luigia. Signor no, hanno da servire per me.

Isabella. (Oh che invidia!) (da sè)

Pantalone. Per la novizza gh’ho una bella galanteria.

Conte. Lasciate vedere.

Luigia. Sì, sì, vediamola.

Pantalone. La varda. Un zoggieletto de diamanti e rubini, che averà valesto più de cento zecchini. I me l’ha dà in pegno per trenta, e adesso i lo vôi vender.

Conte. Quanto ne vogliono?

Pantalone. Manco de cinquanta zecchini no i lo pol dar.

Conte. Che dite, signora Isabella, vi piace?

Isabella. E come mi piace!

Luigia. Lasciatelo vedere a me.

Pantalone. Cossa diseia? Porlo esser meggio ligà? Quei diamanti tutti uguali con quella bell’acqua; el fa una fegura spaventosa.

Luigia. Aspettate, che ora vengo. Avvertite, non lo date via senza di me.

Pantalone. No la dubita gnente. L’aspetto.

Luigia. (Subito colei se n’è invogliata). (da sè, parte) [p. 507 modifica]

Conte. Signor Pantalone, non si potrebbe avere con quaranta zecchini?

Pantalone. No ghe xe caso. Ghe zuro da omo d’onor, che a farlo far l’ha costà più de cento.

Sancio. Veramente è assai bello. Conte, non ve lo lasciate fuggire.

Conte. Quand’è così, per cinquanta zecchini lo prendo io.

Luigia48. Signor no. Per cinquanta zecchini lo prendo io. (donna Luigia ritorna con una borsa)

Sancio. Io non voglio spendere questi denari.

Luigia. Se non li volete spender voi, li spenderò io. Eccovi cinquanta zecchini.

Pantalone. E mi ghe dago el zoggielo.

Isabella. (Pazienza!) (da sè, piange)

Conte. Che avete, cara, che avete?

Isabella. Niente. (piange)

Conte. Via, mio tesoro, ve ne comprerò uno più bello.

Luigia49. Che è questo mio tesoro? Che domestichezze sono codeste?

Conte. È mia sposa.

Luigia. Ancora non è tale. In faccia mia mi avete a portar rispetto.

SCENA XIII50.
Il Paggio e detti.

Paggio. Eccellenza, sono qui i gabellieri ed il bargello, che domandano udienza.

Sancio. Sono annoiato. Il segretario non c’è; che tornino.

Paggio. La cosa è di gran premura. Vi è con essi donna Elvira.

Sancio. Qualche supplica per suo marito. Se vi fosse il segretario... Via, che passino.

Paggio. (Altri due scudi).51 (da sè, parte)

Conte. Signore, guardatevi dal segretario, ch’è un uomo finto. [p. 508 modifica]

Sancio. Ah, temo pur troppo che diciate la verità. I servitori esclamano, perchè ha loro trattenuti i salari. Si è appropriata una pezza di velluto, che doveva venire nelle mie mani. Ha ingannato il povero Pantalone de’ Bisognosi; ha tentato di sedurmi la mia propria figliuola. Comincio a crederlo un impostore, un ribaldo.

Conte. Guardatevi, signore, ch’egli può essere la vostra rovina. Voi presso la Corte sarete responsabile delle sue ingiustizie.

Sancio. Sì, è verissimo. Cercherò per tempo di ripararmi.52

SCENA XIV53.
Donna Elvira, quattro Gabellieri e detti

Elvira. Signore, eccomi a’ vostri piedi. Il povero mio marito pena in carcere ingiustamente. A pretesto di processarlo si tien ristretto tra’ ferri, e il suo processo in due parole si forma. Egli è imputato di contrabbandi; ma chi l’accusa? V’è alcun gabelliere, che lo quereli? Eccoli qui. Interrogateli. Niuno è inteso di questo fatto; niuno può lagnarsi di don Filiberto; tutti sanno la sua onoratezza. Vi è nessun54 che oltre i pizzi fatti venir per mio uso, possa imputargli una minima contravvenzione? Chi lo ha mai denunziato? Chi mai lo ha trovato mancante nel rispetto al Sovrano, e nel dar i diritti alla Curia? Sapete qual è il delitto di don Filiberto? Qual è l’accusatore che lo querela? Il suo delitto è una moglie onorata, il suo accusatore è un ministro adulatore, lascivo. Don Sigismondo è di me invaghito. Cercò allontanar mio marito coll’apparente titolo di buon amico. Non gli riuscì; diede mano alla calunnia, alla crudeltà. Spera di avermi, o colla forza, o colle lusinghe; ma il traditore s’inganna. Mio marito è innocente: ecco testimoni della sua innocenza quelli che, se reo egli fosse, esser dovrebbero i suoi avversari. O rilasciatelo dalle carceri, se [p. 509 modifica] credete giusto di farlo, o io stessa anderò alla Corte, mi farò intendere, domanderò al Sovrano quella ragione, quella giustizia, che mi viene negata da un suo ministro, accecato55 da un perfido adulatore.

Sancio. Conte mio, in che imbarazzo mi trovo!

Conte. Questo vostro segretario vi ha circondato con una serie d’iniquità.

Sancio. Voi altri, che siete i direttori delle gabelle, che cosa dite?

Gabelliere. Il nostro decoro vuole che informiamo la Corte non avere noi parte alcuna in questo fatto, e che rispetto a noi, la carcerazione di don Filiberto è una manifesta impostura. Io poi, che so tutta l’istoria di don Sigismondo con donna Elvira, farò sapere la verità.

Sancio. Questa macchina si può rovesciare addosso di me.

Conte. Assolutamente, vi può far perder il credito. Sapete quante volte per un cattivo ministro si sono precipitati degli onestissimi iusdicenti.

Sancio. Dite bene. Conosco anch’io che don Sigismondo è stato un mio traditore. Che mai mi consigliereste di fare?

Conte. Vi consiglierei far scarcerare subito don Filiberto, e mettere in ferri don Sigismondo.

Sancio. Ehi, chiamatemi il bargello.

SCENA XV56.
Il Bargello e detti.

Bargello. Eccomi qui ai comandi di V. E.

Sancio. Scarcerate subito don Filiberto, ed assicuratevi di don Sigismondo.

Bargello. Sarà ubbidita. Perdoni, Eccellenza, se sapesse quante ingiustizie ha fatte fare don Sigismondo!

Sancio. Davvero? [p. 510 modifica]

Bargello. Io stesso che, per mia digrazia, vivo delle disgrazie degli altri, mi sentiva inorridire. (parte)

Sancio. Se ha fatto inorridire un birro, convien dire che abbia fatte delle grandi ribalderie.

Elvira. Signore, il cielo vi rimeriti della vostra pietà.

Sancio. E giusto. Vo’ che sappia la Corte, ch’io faccio giustizia.

Elvira. Saprà tutto il mondo, che un ministro infedele vi ha ingannato. Volo ad abbracciare il povero mio consorte. Sarà egli a’ vostri piedi57. Io vi ringrazio intanto; prego il cielo vi benedica, e lo prego di cuore che voi difenda, e tutti gli eguali vostri, dai perfidi adulatori, i quali colle loro menzogne rovinano spesse volte gli uomini più illibati e più saggi. (parte coi gabellieri)

Sancio58. Confesso la verità. Mi vergogno d’avermi lasciato acciecare da un adulatore sfacciato. Conosco la mia debolezza; temo i pericoli dell’avvenire, e risolvo di voler rinunziare il governo. Manderò a Napoli don Sigismondo, legato e processato, com’egli merita, e sarà dalla Regia Corte punito, a misura de’ suoi misfatti.

Conte. La risoluzione è in tutto degna di voi.

Sancio. Voi, Conte, nell’agitazioni nelle quali mi trovo, datemi almeno la consolazione di veder sposa mia figlia. Porgetele immediatamente la mano.

Conte. Eccomi pronto, s’ella vi acconsente.

Isabella. Non vorrei che andasse in collera la signora madre.

Luigia. Sposati pure, già che il cielo così destina. (Conte ingrato, stolido, sconoscente!) (da sè)

Conte. Porgetemi la cara mano. (ad Isabella)

Isabella. Eccola. (gli dà la mano)

Conte. Ora sono contento.

Isabella. (Io giubilo dall’allegrezza). [p. 511 modifica]

Sancio. Dov’è Brighella? Dove sono i poveri servitori? Trovateli, li voglio pagare, li voglio rimettere.

Luigia59. Or toccherà a voi a pensare a provvedermi i due cavalli per il tiro a sei. (a don Sancio)

Sancio. Perchè?

Luigia. Perchè ho dato sessanta doppie al, segretario, ed egli me le ha mangiate.

Sancio. Donde aveste le sessanta doppie?

Luigia. Dal cassiere della comunità60.

Sancio. Oh me meschino! Sono assassinato da tutti.

Pantalone. Eccellenza, son qua, se la comanda, ecco le cento doppie.

Sancio. Signor Pantalone, tenete il vostro denaro, io non voglio altri impegni. Voglio rinunziare il governo, onde riserbatevi ad informare il mio successore; e voi, signora donna Aspasia, signora imitatrice del mio buon segretario...

Aspasia. Basta così. Intendo quel che dir mi volete. Il fine del segretario m’illumina61. Io correggerò i miei difetti, pensate voi a correggere i vostri. (parte)

Pantalone. Donca no la vol...

Sancio. È finita. Non ne voglio saper altro. Confesso che non ho abilità per distinguere i buoni ministri dagli adulatori, onde è meglio che mi ritiri, e lasci fare a chi sa. Fissiamo sugli accidenti veduti, e concludiamo che il peggiore scellerato del mondo è il perfido Adulatore.

Fine della Commedia.


Note

  1. Bett.: che i patroni i è a tola in tel altro appartamento.
  2. Bett.: insieme delle.
  3. Parla col dialetto bolognese.
  4. Moneta che vale mezzo baiocco.
  5. Bett.: e tegnirghe terzo.
  6. Bett.: offerto a mi.
  7. Bett.: come che me.
  8. Bett.: vita.
  9. Bett. aggiunge: A’ son da Bulogna.
  10. Bett.: Senza farci.
  11. Bett.: la fortaja.
  12. Bett.: uzze.
  13. Bett.: fra vu altri. Pense.
  14. Bett. aggiunge: nel caso che se trovemo.
  15. Eh, giuro alle dita delle mie mani: dialetto genovese [nota originale]
  16. Pap.: par.
  17. Veleno. [nota originale]
  18. Bett.: mandeò e più sotto: andeò.
  19. Moneta picciola genovese. [nota originale]
  20. Bett.: oggi.
  21. Bettin. aggiunge: i Fiorentini son quasi tutti così.
  22. Non abbiate timore. [nota originale]
  23. Morire. [nota originale]
  24. Bett.: con delle pezzade (per peade).
  25. Qui comincia nell’ed. Bett. la sc. II.
  26. Bett.: Elà; cosa vuoi?
  27. Bett., Paper, ecc. hanno soltanto: Ehi. - Segue poi una breve scena, che manca nelle edd. Pasquali, Zatta ecc. Vedasi Appendice.
  28. Sc. V nelle edd. Bett., Pap. ecc.
  29. Bett.: del loro commiato.
  30. Sc. VI nell’ed. Pap. Nell’ed. Bett. è unita alla precedente.
  31. Seguono a questo punto nelle edd. Bettinelli, Paperini ecc. alcune scene, che mancano nelle edd. Pasquali, Zatta e posteriori. Vedasi Appendice.
  32. Bett.: nemica.
  33. Segue nelle edd. Bett., Pap. ecc.: «Sanc. Andate a trovar un’altra.
  34. Sc. XIII nell’ed. Bett. e XIV nell’ed. Pap.
  35. Segue nelle edd. Bett., Pap. ecc.: «Sanc. Non voglio che lo accetti perchè io lo dico, ma per sua elezione. Col. Sentite? Isab. . Col. E così? Isab. Via. vergognandosi. Col. Che cosa via? Isab. Lo prenderò. Col. Volentieri? Isab. . Col. Signor sì; lo prenderà volentieri. Sanc. Già me l’immagino ecc.».
  36. L’ed. Zatta ha invece: Colombina.
  37. Bett.: sulle.
  38. Sc. XV nell’ed. Pap.; nell’edd. Bett. è unita alla scena preced.
  39. Segue nelle edd. Bett., Pap. ecc., una scena che manca nelle edd. Pasquali, Zatta e posteriori. Vedasi Appendice, p. 519.
  40. Sc. XIV nell’ed. Bett. e XVII nell’ed. Pap.
  41. Bett., Pap. ecc. aggiungono: anche a voi.
  42. Bett., Pap. ecc.: Nel primo caso direi che Isabella.
  43. Da questo punto segue la scena diversamente nelle edd. Bettin., Paper, ecc.: come si vede nell’Appendice.
  44. Sc. XV. nell’ed. Bett. e XVIII nell’ed. Pap.
  45. Segue nelle edd. Bett., Pap. ecc.: «Sanc. Mi dispiace che non vi sia il segretario. Ditegli che torni. Pag. Ha gran premura. Sanc. Venga. Pag. Eccellenza sì ecc.».
  46. Bett.: due paoli.
  47. Sc. XVI nell’ed. Bett.; XIX nell’ed. Pap.
  48. Comincia nell’ed. Bett. la sc. XVII.
  49. Segue nelle edd. Bett., Pap. ecc.: «Cont. (Oh che invidia I)».
  50. Sc. XVIII nell’edd. Bett. e XX nell’ed. Pap.
  51. Da questo punto la sc. segue diversamente nelle edd. Bett., Pap. ecc.: come si vede nell’Appendice, p. 521.
  52. Segue un’altra scena nelle edd. Bettin. e Paper., che manca nelle edd. Pasquali, Zatta ecc.: come si vede nell’Appendice.
  53. Sc. XX nell’ed. Bett. e XXII nell’ed. Pap.
  54. Bett., Pap. ecc.: nessun birro.
  55. Bett.: affatturato e acciecato.
  56. Sc. XXI nell’ed. Bett. e XXIII nell’ed. Pap.
  57. Bett. aggiunge: a ringraziare la vostra bontà.
  58. Bettinelli, Paperini ecc. aggiungono: «Sanc. Ah! pur troppo ella dice la verità». — Manca poi nelle dette edd. quello che qui segue, fino alle parole di Luigia: Or toccherà a voi. C’è invece un’altra scena, come si vede in Appendice, p. 522.
  59. Comincia l’ultima scena nelle edd. Bettin. e Pap.
  60. Bett.: Dal fattor di campagna.
  61. Bett. e Pap. aggiungono: e non aspetterò che giunga la morte a farmi mutar costume.
[p. 512 modifica]