La Città dell'Oro/14. I lamantini dell'Orenoco

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14. I lamantini dell'Orenoco

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XIV.

I lamantini dell'Orenoco

Un animale, lungo dodici piedi, si agitava dinanzi alla scialuppa. Somigliava ad una foca, ma aveva la testa piuttosto allungata che arrotondata, fornita d'un pelame lungo che somigliava ad una capigliatura, occhi neri e vivaci, col petto fornito di grosse mammelle che gli davano l'aspetto d'una di quelle sirene inventate dagli antichi; il corpo simile a quello dei pesci, ma con due pinne lunghe e strette che si potevano scambiare per vere braccia, ed una coda larga. L'acqua attorno era rossa di sangue, e ciò indicava che era stato ferito, e forse gravemente, dallo sperone acuto dell'imbarcazione.

Al grido lanciato dal dottore, Yaruri, che pareva avesse riacquistato prontamente le sue forze, si era [p. 200 modifica]lanciato a prora, stringendo nella destra una pesante ed affilata scure.

L’arma scese rapida sul cranio del gigantesco pesce, penetrando profondamente nella materia cerebrale, mentre i tre bianchi scaricavano simultaneamente le carabine.

Il lamantino, colpito a morte, fece un balzo terribile uscendo quasi tutto intero dall’acqua, poi si tuffò lasciando alla superficie un cerchio di sangue.

— Perduto? — gridò Alonzo.

— No, è nostro — rispose Yaruri.

— Quale quantità di carne deliziosa! — esclamò don Raffaele.

— Eccolo! — gridò il dottore.

Il lamantino ricompariva alla superficie, insanguinando le acque. Sbuffava, lanciava rauchi suoni, dibatteva febbrilmente la larga coda e le pinne pettorali, si sollevava, si rituffava e si contorceva come se cercasse di sbarazzarsi delle palle che portava nel corpo.

— Un’altra scarica! — comandò don Raffaele. — Questi mammiferi hanno la vita dura.

Tre altre detonazioni rimbombarono formando uno sparo solo. Il lamantino, nuovamente colpito, fece un ultimo e più disperato balzo, poi si distese senza vita e s’abbandonò, semisommerso, alla corrente. La [p. 201 modifica]Il lamantino, nuovamente colpito, fece un ultimo e più disperato balzo... (pag. 200) [p. 202 modifica] [p. 203 modifica]scialuppa, spinta innanzi, lo raggiunse e Yaruri, con una solida fune, l’ormeggiò a tribordo.

— Ecco ottocento chilogrammi di carne succolenta, guadagnata in cinque minuti — disse il dottore.

— Ma che giungono in un brutto momento, Velasco — disse don Raffaele. — Non dimentichiamo gl’indiani che ci precedono.

— E vuoi abbandonare tutta questa carne ai caimani?

— Non possiamo perdere tempo. Ne leveremo un bel pezzo e ne avremo abbastanza. All’opera, Yaruri.

— Ma è proprio squisita quella carne? — chiese Alonzo.

— Ha il gusto di quella del maiale — rispose il dottore.

— Ma che animali sono questi lamantini? Pesci forse?

— No, mammiferi come le foche e le balene.

— E si trovano solamente nei fiumi?

— Sì, Alonzo, e specialmente in questo. Una volta erano numerosi, ma sono stati distrutti ed ora non si trovano più che sui fiumi dell’America centrale, specialmente nei rii dell’Honduras, sul Sciamelicon, l’Ulua, Patuca, Tinco, Aquan, nell’Orenoco, specialmente sotto le cateratte, nel Meta, nell’Apure, presso le due isole [p. 204 modifica]Carrigal e Conserva e nell’Amazzone. Anticamente però non doveva essere raro nei fiumi europei e dell’Africa settentrionale, poichè si crede, e con ragione, che le antiche sirene non siano state altro che lamantini. Infatti, non ti sembra che questo lamantino colle sue mammelle, col suo pelo che porta sul capo e pare una capigliatura, e colle sue pinne che sembrano braccia autentiche, si possa scambiare per una donna marina?

— È vero, dottore. Ma di cosa si nutrono questi mammiferi?

— Di alghe, di piante acquatiche insomma.

— Non sono adunque carnivori.

— No.

— Ve ne sono anche di più grandi?

— Si ritiene generalmente che i lamantini non possano raggiungere il loro pieno sviluppo, in causa della caccia accanita che fanno a loro gl’indiani, i quali sono ghiottissimi della loro carne. Se ne trovano però di quelli lunghi perfino sette metri.

— Sono feroci?

— Niente affatto, poichè si possono anche ammaestrare. Due viaggiatori che vissero nel secolo scorso, narrano che un lamantino era così affezionato al suo padrone, che quando questi lo chiamava usciva dall’acqua e portava perfino delle persone sul dorso. Io [p. 205 modifica]so poi che un tedesco e mio amico, certo Kapplar, che dimorava al Surinam, ne possedeva uno piccolo che gli era pure affezionatissimo e che accorreva per accarezzarlo e porglisi perfino sulle ginocchia. Il giardino zoologico di Londra volle acquistarlo, ma durante la traversata dell’Atlantico il mammifero morì.

— I lamantini possono adunque uscire anche dall’acqua?

— Sì, ma fuori del loro elemento pare che perdano totalmente la facoltà dell’udito e che ci vedano pochissimo. Ecco Yaruri che ha finito l’operazione. Mi rincresce dover abbandonare tanta carne ai voraci caimani.

— Ne troveremo degli altri, Velasco — disse don Raffaele. — Mi hanno detto che alla foce del Meta se ne trovano a branchi. Alla barra, Yaruri.

Orientate le vele, la scialuppa riprese la corsa risalendo la grande fiumana, le cui acque scendevano sempre con l’eguale lentezza, avendo il letto dell’Orenoco una pendenza minima in tutto il suo corso immenso.

Le foreste si succedevano alle foreste su ambe le rive, popolate da miriadi di uccelli d’ogni specie. Si vedevano bande di pappagalli colle penne variopinte che brillavano al sole come se quei volatili fossero cosparsi di smeraldi, di topazii, di rubini e di turchesi; [p. 206 modifica]numerose coppie di bellissimi avvoltoi reali, di canindè colle ali turchine ed il petto giallo, di componga, uccelli bianchi che rompono il maestoso silenzio delle foreste vergini all’alba ed al vespro, lanciando un grido potente e che odesi a tre miglia di distanza, distinto come lo squillo d’una campana o il battito dell’incudine, e perciò chiamati campanari o fabbri; poi stormi infiniti di gambagira, di teù, di japù e di piassoca, i quali se ne stavano gravemente allineati sulle sponde, ritti sulle loro lunghe gambe.

Anche le scimmie non mancavano, ma quasi tutte appartenenti alla specie conosciuta col nome di sachi, del genere piterecia. Sono brutte, col pelame nero, colla testa coperta da una specie di capigliatura che cade loro sulla fronte, rotonda e somigliante a quella d’un vecchio negro, col viso ornato di una specie di barba ed una coda lunga, villosa, somigliante a quella delle volpi.

Vi erano però altre scimmie del genere piterecia melanocephala, simili alle prime, ma senza barba e col pelame bruno-giallognolo. Sono voracissime, infingarde, paurose, e vivono in grossi branchi sotto la direzione dei maschi più vecchi e più robusti.

Verso il mezzodì, dopo d’aver percorso una trentina di miglia, i viaggiatori s’arrestarono presso la [p. 207 modifica]foce d’un fiumicello per prepararvi il pranzo. Avevano appena acceso il fuoco, quando videro avanzarsi verso di loro, senza la minima diffidenza, parecchi uccelli colle penne nere, il becco corto sormontato da un soprabecco, strano, che dava loro un aspetto tutt’altro che attraente, e forniti d’una coda lunga e larga. Quei volatili si misero a ronzare attorno al fuoco, beccando qua e là le erbe per cercare i bruchi.

— Questa è strana! — esclamò Alonzo, stupito. — Si sono mai veduti degli uccelli così poco diffidenti? Se allungo una mano posso prenderli.

— E se tu scarichi su di loro il tuo fucile, vedresti che si lasciano ammazzare senza fuggire — disse il dottore.

— Ma che uccelli sono?

— Si chiamano Ani o meglio, per la loro bruttezza, uccelli diavolo. Sono così poco diffidenti che non temono l’uomo e si godono a vivere in buona armonia con tutti, perfino cogli animali.

— Anche cogli animali?

— Sì, ma non feroci. Se vedono dei branchi di buoi, li raggiungono tosto, si posano famigliarmente sul dorso di quei ruminanti e si mettono a sbarazzarli degl’insetti parassiti.

— E vivono in società questi uccelli? [p. 208 modifica]

— Sì, Alonzo. Si uniscono in quindici o venti fra maschi e femmine e vivono nella migliore armonia, volando e cantando assieme. Anche i loro nidi li costruiscono in comune.

— E vanno d’accordo le femmine?

— Pienamente... ma, guarda laggiù, su quel cespuglio.

Alonzo guardò nella direzione indicata e vide sulla cima una specie di vaso coi margini rialzati, con una circonferenza di circa quattro piedi, costruito con pagliuzze di piante filamentose e con rami, ma intrecciati con poca arte, quantunque solidamente. Sopra quel vaso si scorgevano dieci o dodici uccelli occupati a covare gli uni vicini agli altri.

— Un nido di Ai? — chiese Alonzo.

— Sì, giovanotto mio — rispose il dottore.

— Ma non si mescolano le uova, trovandosi così unite?

— Talvolta, ma quelle brave madri non se ne danno per intese, anzitutto cercano di allungare le ali più che possono, per riparare le uova delle vicine.

— Quale ammirabile accordo! E quando i piccini sono nati?

— Le madri nutriscono tutti indistintamente. È cosa certa che ognuna riconosce i propri figli; ma prima [p. 209 modifica]... si mise a strisciare verso l’estremitá della penisola.... (pag. 219). [p. 210 modifica] [p. 211 modifica]di pensare a loro, dà l'imbeccata ai più affamati delle altre, perché sa che le compagne faranno altrettanto con tutti.

– Ah i bravi e buoni uccelli! Se gli uomini ne imitassero l'esempio!... Volevo abbattere alcuni di questi volatili, ma ora vi rinunzio, dottore, sarebbe una cattiva azione.

– Hai ragione, giovanotto.

Alle due, dopo una breve dormita all'ombra delle grandi palme, si rimettevano alla vela volendo, prima del tramonto, giungere alla foce del Meta che è il più grande affluente dell'Orenoco.

Le sponde tendevano a cambiare. Le grandi foreste si diradavano rapidamente ed apparivano delle terre basse, paludose, coperte in parte da acque pesanti, oscure, esalanti miasmi micidiali. Erano le pripris o meglio le savane tremanti, paludi senza fondo, ma coperte d'un terriccio mobile che inghiotte l'uomo che osa affidarsi su quei terreni acquatici. In mezzo a quelle acque nerastre, si vedevano contorcersi di quando in quando dei lunghi serpenti d'acqua e dei gimnoti, specie d'anguille che lanciano, sugli imprudenti che osano avvicinarle, delle scariche elettriche così potenti da rovesciarli e da paralizzarli per qualche ora. Sopra quelle pericolose paludi si vedevano invece volteggiare, [p. 212 modifica]un grande numero di bernache, specie di oche selvatiche col dorso variegato di nero, la coda, il collo ed il petto nero e la testa bianca. Anche questi volatili non temono l’uomo, anzi si posano sulla capanna degli indiani e vegliano meglio forse dei cani, gridando a piena gola quando s’avvicina qualche sconosciuto.

Verso le sette di sera, nel momento in cui il sole stava per nascondersi dietro alle foreste della sponda sinistra, la scialuppa, dopo aver vinta la rapida corrente che si rovesciava nell’Orenoco col fragore del tuono, giungeva alla foce del Meta.