La Città dell'Oro/16. La cateratta d'Ature

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16. La cateratta d'Ature

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XVI

La cateratta d'Ature

Due giorni dopo la scialuppa, che mai si era arrestata nemmeno alla notte, giungeva dinanzi alla cateratta di Ature, la quale trovasi presso il Catenaparo, affluente di destra dell'Orenoco.

Questa cascata, al pari di quella di Maipuri, che trovasi più innanzi, oltre gli affluenti Toma e Taparro, è una delle più belle del mondo, ma è pure anche una delle meno difficili a superarsi, poiché perfino i piccoli canotti degli indiani osano affrontarla e senza rovesciarsi.

Non forma un vero salto ma una discesa rapida e relativamente poco alta, interrotta da un vero arcipelago di isolotti e di rupi, attraverso al quale le acque si precipitano con muggiti così formidabili, da udirsi a parecchie miglia di distanza. [p. 230 modifica]

Attraverso gli alberi che coprivano quelle isolette e quelle rupi che s’alzavano in forma di torri nerastre e semidiroccate, si vedevano le onde accavallarsi, bianche di spuma, schiacciarsi, per così dire, attraverso ai passaggi, lanciando in aria una grande colonna di nebbia in forma d’ombrello, la quale si tingeva dei più splendidi colori dell’iride.

— Che rimescolamento d’acque! — esclamò Alonzo che ammirava la cascata, con viva attenzione. — Mi sembra impossibile che si possa superare quella corrente furiosa.

— Eppure passeremo — disse don Raffaele. — Penserà Yaruri a guidarci.

— A vela?

— A remi, ma sarà necessario mettere in opera tutte le nostre forze e tutta la nostra abilità. Un colpo di barra male dato, basterebbe per farci naufragare. Spicciamoci: imbrogliamo le vele.

Tutti si misero all’opera. In pochi istanti tutta la tela venne calata e ripiegata attorno al piccolo bompresso ed alla boma della randa, poi vennero atterrati i remi. Alonzo si mise a prua, il dottore dietro di lui, don Raffaele a mezza barca e Yaruri a poppa essendo incaricato della direzione.

— Il passaggio? — chiese il piantatore. [p. 231 modifica]

— Là, a sinistra, fra la sponda e quella barriera di scogli — rispose l’indiano indicando un passaggio dove l’acqua calava meno rapida e meno turbinante.

— Saldi in pugno i remi e badate a non cedere o la scialuppa s’infrangerà.

— Non temete — risposero il dottore ed Alonzo.

— Avanti!...

Nessuno però si mosse. Yaruri, il dottore ed Alonzo si erano voltati verso la sponda sinistra, gettando sotto gli alberi sguardi indagatori.

— Ebbene? — chiese il piantatore stupito. — Vi fa paura la cateratta?

— No — disse Alonzo. — Non hai udito?

— Che cosa?

— Ancora il segnale.

— Sarà stato un tucano.

— No, padrone — disse Yaruri. — Era il segnale misterioso.

— Ancora?...

— Don Raffaele, — disse il dottore, — che gli indiani ci aspettino qui per impedirci il passo?

— Ed in qual modo? Non possono già ostruire il passaggio.

— Ma possono arrestarci colle loro frecce mortali.

— In quanto a questo la vedremo — disse il pian[p. 232 modifica]tatore, con tono risoluto. — Abbiamo i nostri fucili e ci difenderemo. Avanti e teniamo le armi a portata delle mani.

Atterrarono i remi e spinsero la scialuppa fra le acque turbinanti, puntando con sovrumana energia sul fondo roccioso della cateratta.

Yaruri, munito d’un lungo remo fornito di punte d’acciaio, la dirigeva verso il passaggio. Ben presto i naviganti si trovarono fra le acque spumeggianti che si precipitavano rabbiosamente attraverso la discesa, muggendo e rompendosi contro le rocce.

Urtavano con furia estrema, polverizzandosi, ed alcune onde balzavano perfino sopra il bordo della scialuppa entrando da prua e allagando le casse contenenti i viveri, ma gli uomini non cedevano e raddoppiavano gli sforzi per vincere quegli impeti brutali. Tenendosi nella scia degli scogli, per non ricevere direttamente l’urto di quelle masse liquide, ben presto giunsero nel punto più pericoloso e più erto della cateratta.

— Non cedete! — gridò l’indiano. — Un ultimo sforzo ancora!...

La scialuppa, spinta innanzi con suprema energia, entrò nella corrente, ma ad un tratto urtò contro un ostacolo che l’arrestò dapprima e poi la fece ridiscendere. [p. 233 modifica]Uno di quei tronchi, il piú enorme, investí la scialuppa a poppa.... (pag. 246). [p. 234 modifica] [p. 235 modifica]— Mille tuoni! — esclamò don Raffaele, impallidendo. Abbiamo urtato?...

– Non è possibile, padrone – rispose Yaruri. – Il passo è stato sempre libero.

– Forza, amici!

La scialuppa riguadagnò la via perduta, ma giunta nello stesso punto di prima tornò a urtare contro un ostacolo che non opponeva resistenza decisa, pur impedendo di proseguire.

Un grido di rabbia uscì dalle labbra del piantatore. Quasi nell'istesso istante si udì echeggiare il misterioso segnale.

– Non deve essere uno scoglio – disse don Raffaele. – Tenete saldo, amici, e cercate di non perdere via o ci sfracelleremo.

Abbandonò il remo, si precipitò a prua, immerse un braccio nell'acqua e tosto emise un grido di trionfo.

– Ah i furfanti! – esclamò.

Levò rapidamente la navaja che portava alla cintola, l'aprì e vibrò un colpo furioso fra le acque spumeggianti. Tosto si videro due corde grosse un buon pollice e che parevano fatte di fibre vegetali, apparire a galla e quindi stendersi lungo la corrente.

– Avanti! – tuonò il piantatore, riprendendo il remo. [p. 236 modifica]

La scialuppa, sotto un deciso e più vigoroso sforzo, superò l’ultimo e più ripido pendìo della cateratta e s’ormeggiò a fianco d’un isolotto sul quale crescevano due solitarie cari, specie di palme spinose con folto fogliame.

— Finalmente! — esclamò don Raffaele. — Siamo passati a dispetto del loro tentativo per farci naufragare.

— Ma quale ostacolo avevano messo nel passaggio? — chiesero Alonzo ed il dottore.

— Avevano tesa una fune vegetale fra due scogli.

— Magro ostacolo — disse Alonzo.

— Ma che poteva tornarci fatale — rispose don Raffaele. — Se voi cedevate, la corrente ci trascinava addosso alle scogliere e per la nostra imbarcazione era finita e fors’anche per noi.

— E più c’inoltreremo altri ostacoli ci opporranno — disse Velasco. — Si vede che sono decisi ad arrestarci.

— Ma se sperano di rinnovare il tentativo alla cateratta di Maipuri, s’ingannano — disse don Raffaele. — Procederemo cauti e prima esploreremo le scogliere.

— Ma è ancora molto lontana questa Città dell’Oro? — chiese Alonzo. [p. 237 modifica]

— Solo Yaruri lo sa — rispose don Raffaele.

— È necessario passare ancora dinanzi alle foci di molti fiumi — disse l’indiano. — Il Venituari è ancora assai lontano.

— Adunque è sul Venituari questa Manoa? — chiesero tutti ad una voce.

— Sì, — rispose Yaruri, — ma lontano dalla foce, verso il sole che si leva, fra montagne a tutti sconosciute.

— Ma il luogo preciso?

— A suo tempo lo saprete.

— Diffidi di noi? — chiese don Raffaele.

L’indiano non rispose.

— Parla, Yaruri.

— A suo tempo — ripetè l’indiano. — Partiamo!...

Don Raffaele, ben sapendo che non sarebbe riuscito a levare una parola di più a quell’indiano, ordinò di spiegare le vele, non volendo lasciare troppo tempo ai misteriosi individui che lo precedevano e che ormai, veduto fallire il tentativo, dovevano essersi rimessi in viaggio.

Il vento però era debole assai e non soffiava che ad intervalli. Era molto se la scialuppa poteva guadagnare due miglia all’ora, anche in causa della corrente che era più rapida per la vicinanza della cateratta. [p. 238 modifica]

Il paese circostante non era cambiato. Le due sponde erano sempre coperte di boscaglie fittissime, le quali impedivano di spaziare gli sguardi al di là del fiume.

Si vedevano sorgere qua e là, in una confusione indescrivibile, grandi simaruba carichi di fiori, alberi di noci moscate selvatiche, cedri colossali, alberi da pepe, alberi del cotone alti solamente tre metri, con dei fiori gialli e porporini; euforbie cactiformi irte di spine, gruppi immensi di passiflore tempestate di quegli strani fiori che contengono un martelletto, una tenaglia ed una piccola corona; poi dei maot, piante appartenenti alla specie delle cotonifere, con foglie immense coperte d’una peluria rossastra e cariche di lunghe capsule scannellate; delle baspa butirracee, dai cui semi si estrae una specie di burro; dei saponieri, dalle cui bacche e dalla cui corteccia si ottiene una spuma densa che ha la proprietà del sapone, ed infine un caos di bambù, di liane e di spine ansara, tremendi pungiglioni che trapassano perfino le suole delle scarpe a chi osa affrontarli.

Il fiume appariva ricchissimo di pesci, i quali si vedevano guizzare in grande numero, perseguitati da stormi di piassoca, di caracari, appartenenti alla famiglia dei falchi e di gaviaos, specie di sparvieri. [p. 239 modifica]

Si vedevano apparire e scomparire grossi storioni, trote, legioni di acari che sono pesciolini rotondi di colore verdognolo ma molto delicati; di cascudo, pesci lunghi venticinque centimetri, neri sopra, rossicci sotto e colle squame durissime; di raje spinose, di piraja, i cui morsi sono pericolosi e di pemecru, che nascondono i loro piccoli nelle branchie.

Quell’abbondanza aveva fatto radunare colà moltissimi caimani, i quali giocherellavano fra di loro inseguendosi, ora mostrando le loro formidabili mascelle armate di terribili denti, o le potenti code rugose. Alcuni invece si azzuffavano ferocemente fra di loro, mordendosi e insanguinandosi.