La Città dell'Oro/17. L'agguato degl'indiani

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17. L'agguato degl'indiani

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XVII.

L'agguato degl'indiani

Nei giorni seguenti i viaggiatori continuarono ad inoltrarsi nell'Orenoco, passando successivamente dinanzi alle foci del Toma – salendo la cui corrente si va a Mauro, luogo ove un tempo i gesuiti avevano fondato fiorenti missioni – e del Taparro, entrambi affluenti di sinistra.

Il quinto giorno da che avevano lasciata la cascata di Ature, giungevano dinanzi a quella di Maipuri, chiamata anche di Quituma.

Anche questa è di poca altezza ed è formata da una specie di arcipelago di isolette e di rupi d'aspetto maestoso che si estendono per oltre un miglio, facendo argine all'impeto della corrente, specialmente al di là della grande rupe di Manimi. [p. 241 modifica]Erano appena giunti sul picco della randa, che la scialuppa affondava... (pag. 245) [p. 242 modifica] [p. 243 modifica]

Il passaggio non è difficile, ma può riuscire pericoloso in causa delle ondate che si rovesciano col fragore di mille tuoni, fra tutte quelle nere scogliere e quei brani di terra.

Una fitta nebbia copre tutta la cascata, alzandosi in forma d’una cupola immensa, sui margini della quale si vedono degli arcobaleni splendidissimi che cangiano continuamente tinte e dimensioni.

Dopo di essersi accostati alle due rive per vedere se erano deserte, temendo un secondo agguato, i viaggiatori decisero di affrontare subito la cascata, essendo il sole prossimo al tramonto e non osando avventurarsi, di notte, fra quelle scogliere innumerevoli.

— Animo — disse don Raffaele. — Dopo questa cascata non ne troveremo altre e continueremo il viaggio tranquillamente.

— Sei ben sicuro, cugino, che gl’indiani non ci abbiano preparato un nuovo agguato? — chiese Alonzo. — È bensì vero che nulla abbiamo veduto di sospetto sulle due sponde, ma io temo ancora una sorpresa.

— Se hanno teso delle altre funi, le taglieremo. Mano ai remi e avanti senza paura. Yaruri, al posto.

— Sono pronto, padrone — rispose l’indiano.

La scialuppa s’impegnò tosto in un passaggio largo venti o venticinque metri, fiancheggiato da alte rupi [p. 244 modifica]che avevano l’aspetto di cupole e da una doppia linea di scoglietti, i quali lasciavano scorgere le loro punte nere e aguzze.

Il braccio del fiume scendeva rimbalzando e spumeggiando, ma la scialuppa, come nella precedente cascata, s’avanzava trionfando contro tutti quegli ostacoli ed evitando destramente le scogliere che minacciavano di sfracellarla.

Ormai aveva oltrepassato mezzo canale, quando Alonzo, che si trovava a prua, vide scendere con impeto irresistibile delle masse oscure e colossali che balzavano e rimbalzavano fra le muggenti acque.

Quantunque non sapesse ancora di cosa si trattasse, gettò un grido di terrore.

— Cos’hai, Alonzo? — chiese don Raffaele, il quale provò una stretta al cuore.

— Stiamo per venire frantumati.

In quell’istante si udì Yaruri a gridare:

— Lasciate andare i remi! Ridiscendiamo la cateratta o siamo perduti!...

Quelle masse enormi non erano che a cento passi e s’avanzavano con spaventevole velocità, travolte dalla furiosa corrente. Erano dieci o dodici alberi grossissimi, dei tronchi di paiva (bombax pentandrum), piante che raggiungono un’altezza di trenta metri, ma che [p. 245 modifica]sono facilissime a tagliarsi, essendo il loro legno fragile e leggero, ed hanno una circonferenza ragguardevole.

Al comando dell’indiano tutti avevano ritirato i remi e la scialuppa, non più sorretta, aveva virato di bordo lasciandosi trasportare dalle acque. In pochi istanti giunse in fondo alla cateratta, oscillò spaventosamente imbarcando parecchie ondate, poi si rialzò girando su se stessa.

Quasi nell’istesso momento i tronchi colossali precipitavano giù per l’ultima china. Yaruri, don Raffaele ed i loro compagni avevano rapidamente riafferrati i remi per evitare un urto, ma mancò a loro il tempo.

Uno di quei tronchi, il più enorme, investì la scialuppa a poppa e con tale impeto da spaccarla. Le onde della cateratta in un baleno si rovesciarono attraverso all’apertura, sommergendo le casse.

— I fucili e le munizioni! — urlò don Raffaele. — Tutti sull’albero!

Gli uomini balzarono sulle loro armi che stavano sui banchi, afferrarono alla rinfusa quanto era a portata delle loro mani e s’aggrapparono alle griselle dell’albero.

Erano appena giunti sul picco della randa, che la scialuppa affondava, scomparendo sotto le acque spu[p. 246 modifica]meggianti. Discese rapida per quattro metri, poi, quando già i naufraghi credevano d’esser perduti, s’arrestò: aveva toccato il fondo!

— Siamo salvi! — esclamò Alonzo.

— Ma sono riusciti nel loro intento — disse don Raffaele con sorda rabbia. — Ci hanno arrestati.

— Non ancora — mormorò Yaruri.

— Ma che siano stati gl’indiani a lanciarci contro quei dannati tronchi? — chiese Alonzo.

— Sì — rispose don Raffaele. — Io non ho più alcun dubbio.

— Sono stati loro — confermò Yaruri.

— Ma in quale modo? Occorrono molte braccia per abbattere simili giganti.

— È facile a spiegarsi — disse il dottore. — Avranno raccolto i tronchi d’albero che l’Orenoco, quasi sempre trascina nel suo corso; li avranno radunati presso il passaggio della cateratta e quando ci hanno veduti li avranno lasciati andare.

— E così ci hanno rovinati — disse don Raffaele. — Eccoci in una posizione disperata e privi dei mezzi necessari per continuare il viaggio. Addio Città dell’Oro.

— Yopi sarà ancora mio — disse Yaruri con accento feroce.

— È meglio che tu rinunci. [p. 247 modifica]

— No, padrone.

— Ti sembra ancora possibile il viaggio?

— Yaruri sa fabbricare i canotti.

— Ed i viveri?

— Yaruri troverà il manioca e gli uomini bianchi la selvaggina. Io ho la mia scure e voi le vostre armi.

— Che diavolo d’un indiano! — esclamò Alonzo. — Trova rimedio a tutto.

— Ma non trova il modo di farci uscire da questa situazione poco allegra — disse don Raffaele. — Eccoci tutti e quattro sospesi a quest’albero come le frutta d’una pianta e sopra un abisso popolato di caimani...

— Che si avanzano avidi di preda, colla speranza di fare dei buoni bocconi — aggiunse il dottore.

— Abbiamo i fucili — disse Alonzo.

— E quante munizioni?

— Io ho salvato una bisaccia di polvere che non pesa meno di quattro chilogrammi.

— Ed io ho le tasche piene di palle — disse il dottore.

— Ed io una scure — rispose l’indiano.

— Ed io una cassetta di proiettili — disse don Raffaele. — Siano ricchi e possiamo disporre d’un migliaio e più di colpi. Non credevo di possedere tanta fortuna. [p. 248 modifica]

— Vedi, cugino, che possiamo respingere i caimani?

— Non dico il contrario, ma io domando quando potremo lasciare questa incomoda posizione.

— Attraverseremo il fiume a nuoto, Raffaele.

— Coi caimani alle costole.

— Prima li fugheremo. Ne vedo sei o sette che si avanzano verso di noi e faranno presto conoscenza colle nostre armi.

— Purchè non ci rodano l’albero! — disse il dottore. — Hanno tali denti da spezzarlo in pochi minuti.

— Diavolo! Che brutto capitombolo! Eccoli!... Il bersaglio è abbastanza visibile.

Una banda di caimani, che poco prima giuocherellava presso la cascata, dopo un po’ d’esitazione, causata forse dalla sorpresa di veder sparire quel grosso battello, s’avvicinava lentamente formando un cerchio minaccioso.

Senza dubbio quei voraci mostri avevano indovinato di che natura era quello strano grappolo pendente da quel tronco e accorrevano sperando di fare un lauto banchetto. I loro brutti occhi a riflessi azzurri, si fissavano già con ardente bramosia sulle future vittime e le loro mascelle si richiudevano con rumore formidabile, come se già pregustassero quelle carni.

I naufraghi però non erano uomini da lasciarli [p. 249 modifica]... lo si vide arrestarsi bruscamente, guardare l'acqua con due occhi
spaventati, poi lo si udì gettare un grido ACUTO (PAG. 252)
[p. 250 modifica] [p. 251 modifica]vicinare, nè spaventarsi. Si erano accomodati meglio che potevano a cavalcioni del picco della randa ed avevano afferrati i fucili.

— Mirate sui fianchi o in bocca, o le palle si schiacceranno contro quelle scaglie dure come il ferro — disse don Raffaele.

— A me il primo — disse Alonzo.

— Ed a me il secondo — rispose Velasco.

— Fuoco! — comandò don Raffaele.

Tre spari risuonarono e tre caimani, i primi, si rovesciarono sui fianchi feriti, contorcendosi furiosamente e vibrando formidabili colpi di coda. Gli altri, spaventati da quelle detonazioni, che forse mai avevano udite in quei luoghi abitati dai soli indiani, s’inabissarono precipitosamente.

Dei tre colpiti, uno, dopo una spaventosa agonia, cessò di vivere e la corrente lo trascinò su di un banco; ma gli altri due fuggirono lasciando alla superficie delle macchie di sangue, nè si fecero più vedere.

— Credo che ne avranno abbastanza per ora — disse don Raffaele, lieto di quel successo.

— Che non ritornino? — chiese Alonzo.

— Non credo. I caimani sono feroci bensì, ma non molto coraggiosi di fronte all’uomo e non sempre osano assalirlo. [p. 252 modifica]

— Allora possiamo tentare la traversata, cugino. Sento che l’albero trema sempre più fortemente e non vorrei che l’impeto della corrente lo schiantasse.

— Yaruri — disse don Raffaele, rivolgendosi all’indiano. — Vuoi tentare la prova?

— Sì, padrone.

Si legò la scure attorno ai fianchi, si aggrappò alle griselle e discese guardando attentamente l’acqua. Crollò il capo due o tre volte, come se dubitasse di qualche cosa, poi s’immerse.

Si era appena allontanato nuotando vigorosamente, quando lo si vide arrestarsi bruscamente, guardare l’acqua con due occhi spaventati, poi lo si udì gettare un grido acuto.

— Yaruri! — gridarono don Raffaele ed i suoi compagni con angoscia.

L’indiano non rispose. Nuotava disperatamente verso l’albero, come se fosse inseguito da qualche mostro. S’aggrappò alle griselle e si mise a salirle con rapidità incredibile. Solamente allora i suoi compagni si accorsero che il suo petto e le sue gambe erano insanguinate.

— Yaruri! — gridò don Raffaele. — Cosa ti è accaduto?

— I caribi — rispose l’indiano con voce tremante. [p. 253 modifica]

— I pesci maledetti?

— Sì, padrone!

— E...

Non potè finire. Un sibilo acuto si era udito in aria e poco dopo una freccia sottile, partita da un gruppo di cespugli situati su di un isolotto vicino alla sponda, si era piantata nell’albero, pochi centimetri sotto l’indiano.

Alonzo, che teneva il fucile in mano, rispose con una scarica.

Nessun grido si udì alzarsi fra i cespugli, ma in mezzo alla foresta che si stendeva sulla sponda, echeggiarono le quattro note dell’Onorato, do... mi... sol... do..., ma con un’intonazione ben diversa da quella di quei bizzarri uccelli.

— Sali, Yaruri! — esclamò don Raffaele. — E tu, Alonzo, prendi la mia carabina e fa’ fuoco sul primo uomo che si mostra.

L’indiano s’affrettò a raggiungere gli uomini bianchi.

— Presso di me sei al sicuro — disse il piantatore. — Quei misteriosi uomini non osano lanciare le loro frecce contro noi.

— Padrone, — disse l’indiano, — la via ci è tagliata; i caribi popolano il fiume e se osiamo scendere ci faranno a pezzi. [p. 254 modifica]

— Ed i nemici vegliano!... Che brutta prospettiva!... — esclamò il dottore.

— Vedi nessuno, Alonzo? — chiese il piantatore.

— No, cugino.

— Pure la freccia è partita da quell’isolotto e l’uomo che si è nascosto fra i cespugli bisognerà che si mostri, se vuole guadagnare la sponda.

— Aspetterà la notte per attraversare il canale — disse il dottore.

— Non comprendo una cosa, Raffaele — disse Alonzo, il quale, pur chiacchierando, sorvegliava l’isolotto. — Mi stupisce come quegli indiani, che noi sappiamo armati di fucile, non se ne servano per abbatterci.

— È un mistero anche per me, Alonzo.

— Come non comprendo perchè lancino le loro frecce solamente contro Yaruri e risparmino noi.

— Ecco un’altra cosa che nemmeno io so spiegare.

— Che non osino assalire noi?...

— Tutti questi indiani, in generale, odiano gli uomini di razza bianca e non esitano quando si tratta di ucciderne qualcuno. Avranno i loro motivi per non prendersela con noi.

— Comunque sia, siamo imprigionati — disse il dottore. — Non so cosa ci accadrà fra ventiquattro o [p. 255 modifica]quarantotto ore, senza un biscotto da mettere sotto i denti e senza un po’ di spazio per poter dormire.

— La nostra situazione infatti è grave — rispose don Raffaele. — Cosa dici, Yaruri?

L’indiano non rispose: pareva immerso in profondi pensieri.

— Parla — disse don Raffaele. — Hai qualche risorsa?

— Forse — rispose l’indiano. — Abbiate pazienza.

Poi si accomodò a cavalcioni del picco e non parlò più, ma i suoi sguardi si fissavano con ostinazione verso la cateratta, come se da quella parte attendesse un soccorso.

Passò un’ora senza che la situazione dei naufraghi si fosse cambiata. Non si era udito più alcun segnale, nè alcun indiano era uscito dalle macchie dell’isolotto. Aveva potuto, colui che aveva lanciata la freccia, attraversare il canale senza essere veduto e guadagnare la sponda, o attendeva, dal suo nascondiglio, un’altra occasione per lanciare una seconda freccia?...

In quanto ai caimani, non avevano più osato rinnovare l’attacco, ma non avevano però lasciati quei paraggi e non perdevano di vista le prede umane. Ronzavano ai piedi della cateratta, ma fuori di portata delle armi da fuoco, ed ogni volta che i naufra[p. 256 modifica]ghi si muovevano per cambiare posto, s’affrettavano ad avanzarsi, sperando che l’albero fosse per cadere.

I caribi poi, attirati dal sangue dei tre caimani colpiti dalle palle, si erano radunati a migliaia presso l’albero ed in mancanza d’altre prede, si sfogavano a divorarsi l’un l’altro con accanimento senza pari.

Già le tenebre stavano per calare, quando Yaruri, che fino allora non si era mosso, tese le braccia verso la cascata, dicendo:

— Ecco la nostra salvezza! [p. 257 modifica]Una scarica seguì quel comando (pag. 263) [p. 258 modifica]