La Colonia Eritrea/Parte II/Capitolo XIV

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Capitolo XIV

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CAPITOLO XIV.


Guerra Italo-Scioana — Preparazione militare e politica dell’Italia e dello Scioa — Conseguenze.


Fin da quando si pronunciò il dissidio con Menelik in causa dei confini dell’Eritrea e del protettorato sull’Etiopia e che si potè constatare l’ostinazione di lui nel respingere ogni trattativa diplomatica che non gli garantisse la sua assoluta indipendenza, e la restituzione di quei territori che egli voleva rivendicati alla sua corona, apparve sull’orizzonte lo spettro di una guerra Italo-Scioana.

Era ben difficile che tale guerra potesse evitarsi, mentre l’Italia continuava a trattenere e godere quei confini che le erano stati contesi, e lo Scioa si sottraeva completamente a tutti gli obblighi incontrati col trattato d’Uccialli. Ciò sarebbe stato forse possibile da parte dell’Italia; la quale, essendo aggravata da cure interne di maggiore momento, si dimostrava niente affatto propensa a voler imporre colla forza al Negus l’osservanza del suddetto trattato; ma dalla parte dello Scioa era tutt’altra cosa, perchè ivi la minacciata [p. 136 modifica]indipendenza etiopica e l’integrità già scossa dell’impero imponevano ben altro dovere, ed il carattere stesso della popolazione battagliera, famigliarissima alla guerra, era di spinta alle ostilità.

Tuttavia da quando il dissidio tra l’Italia e lo Scioa raggiunse lo stato acuto, cioè dal febbraio 1891 in cui avvenne il fallimento della missione Antonelli, la pace tra essi potè trascinarsi ancora avanti sino all’autunno del 1895; nella quale epoca l’invasione scioana già decisa da tempo, e abilmente mascherata da Menelik allo scopo di impedire gli armamenti dell’Italia, venne a bussare alle porte della sua Colonia.

Se non che, ed è doloroso il dirlo, l’Italia malgrado il lungo tempo in cui fu soggetta alla minaccia della predetta invasione, si trovò sorpresa ed impreparata a sostenerne l’urto; così che fino da’ suoi primordi ebbe a subire una dolorosa sconfitta delle sue armi; e dovette poi improvvisare della meglio la mobilizzazione dei rinforzi e l’impianto dei servizi logistici con gravi conseguenze per tutta la campagna.

La responsabilità di tale impreparazione venne da taluni attribuita al Governo e da tali altri al Governatore; ma dall’esame delle varie cause che la determinarono appare chiaro che tale responsabilità spetta non solo ad essi, ma anche al Parlamento ed alla Nazione stessa.

Infatti la prima di dette cause è stata senza dubbio la grande avversione dell’Italia ad ogni spesa coloniale, mentre tuttavia essa voleva conservar la Colonia. [p. 137 modifica]

L’Italia dal 1890 in poi, per varie cause d’indole generale comuni a tutta l’Europa, e per altre speciali riguardante il suo funzionamento amministrativo, le sue risorse economiche e le sue spese, fu travagliata da grave crisi finanziaria, che sulla fine del 1893 minacciò di convertirsi in fallimento. Il disagio economico sollevò l’agitazione politica e generò perfino la sommossa in due regioni, la Sicilia e la Lunigiana. Ma mentre in tale frangente si creava una spietata avversione per la politica e per le spese coloniali e si discutevano calorosamente e si lesinavano per l’Eritrea i sette od otto milioni annui appena sufficienti per i suoi bisogni ordinari di pace, il suo abbandono non era voluto che da un’infima parte del Parlamento e del Paese.

Con tali principii e con tali disposizioni, non solo sarebbe stata respinta qualunque proposta di spese per fare preparativi militari nell’Eritrea, ma si avrebbe voluto diminuire anche quelle assegnatele per farla languire.

Altra causa d’impreparazione fu la speranza di possibili componimenti col Negus.

Il lungo periodo di incerta ostilità che durava dal febbraio 1891 aveva finito per affievolire in Italia le preoccupazioni, e l’aveva ormai abituata a considerare l’incidente italo-scioano come un affare di secondo ordine rimediabile colle trattative diplomatiche, che si ritenevano tanto più facili pel ricordo delle antiche relazioni d’amicizia tra Menelik, il nostro Paese e il nostro Re.

Perciò vennero tentate le due missioni più [p. 138 modifica]o meno ufficiali di Traversi e di Piano, delle quali si è già parlato: ma esse fallirono completamente e lasciarono più aperto il dissidio ed il pericolo.

La terza delle predette cause di impreparazione militare fu l’eccessiva fiducia riposta nel generale Baratieri. Egli inebriato de’ suoi successi di amministrazione interna, ed anche de’ trionfi militari ottenuti nelle piccole lotte adeguate alla costituzione dell’Eritrea, affettava sempre una sicurezza così grande di sè e della Colonia da stornare ogni timore in proposito. Questa sicurezza in lui era tale che non gli faceva prevedere, nè temere alcun pericolo; così che quando qualche grave avvenimento venne ad incogliere la nostra Colonia, egli ne rimase quasi sempre sorpreso. Infatti si vide già che, quando i dervisci nel dicembre 1893 invasero la vallata del Barca, Baratieri era in licenza a Roma; quando nel dicembre successivo Batah Agos inalzò la bandiera della ribellione nell’Okulè Kusai, Baratieri era nei Bogos a guardare il Sudan; lo troveremo in seguito ancora a Barackit, quando perderà un terzo delle sue truppe ad Amba Alagi: per sventura d’Italia lo vedremo invece presente ad Adua, ma anche là sarà sorpreso di trovarsi di fronte 100,000 abissini, mentre ve ne supponeva soltanto 30,000.

Certamente durante i suoi quattro anni di governatorato, e prima che veramente si avverasse l’invasione scioana, Baratieri non mancò di trattenere più volte il governo centrale sulla questione Scioana, sull’ambiente [p. 139 modifica]che si veniva formando presso la corte di Menelik e sulla probabilità di una futura guerra; ma le sue notizie ed osservazioni erano cosi superficiali, nebulose e spesse volte contradditorie e poco preoccupanti da superare di ben poco quelle che correvano sui giornali e sulla bocca di tutti, e che stereotipate e ripetute per migliaia di volte, lasciavano il tempo che trovavano, e tutti increduli.

Per dimostrare l’attendibilità delle sue informazioni basta il dire che pochi giorni prima che ad Amba Alagi apparisse l’avanguardia Scioana forte di oltre 35000 uomini, Baratieri conservava ancora delle illusioni sull’avanzata di Menelik e sullo scoppio della guerra italo-scioana, ritenendola ancora incerta e limitata alla necessità di dover combattere al più una forza complessiva di trentamila nemici, come può rilevarsi dalla lettera seguente pubblicata dall’Asmara il 23 novembre 1895; cioè 14 giorni prima che succedesse il fatto di Amba Alagi.


Asmara, 23 novembre 1895.

Signor ministro,

Secondo le previsioni, che io aveva l’onore di sottoporre a Vostra Eccellenza, nelle relazioni del 20 maggio e del 27 giugno di questo anno, Menelik aveva preparato, prima e durante la stagione delle pioggie, un movimento d’invasione contro l’Eritrea. Ed aveva dato ritrovo alle sue forze specialmente a Uoro Ailu (Jelu), posizione geograficamente molto opportuna e centrale, lasciando scaglionati verso la colonia ras Mikael suppergiù a Borumieda (Dessié), ras Olié a Martò alquanto più innanzi, Uascium Guangul nel Lasta, alquanto ad occidente. In pari tempo aveva [p. 140 modifica]inviato la massima parte dei Tigrini, che erano al di lui soldo, nello Scioa, a ras Mangascià, per la difesa del gruppo di Antalo, donde avrebbe dovuto penetrare l’invasione nello antico regno del Tigrè.

Ma l’operazione nostra contro Antalo, cacciò ras Mangascià dalla sua forte posizione e da tutto il regno del Tigrè, tolse all’esercito d’invasione la sua avanguardia, scombussolò il piano di attacco e portò le nostre difese tre giornate più a sud di Adigrat e la nostra linea di osservazione fino all’estremo confine meridionale del vecchio Tigrè, offrendoci il modo di dare la mano ai nostri alleati nel Taltal. E frattanto ras Olié si guardava bene dal portare soccorso a Mangascià, anzi, sotto pretesto di correre a liberare la moglie, si allontanava dal lago di Ascianghi; Guangul inviava ogni giorno promesse e non soldati, e ras Mikael, sicuro di aver tempo a ritirarsi, lasciava il suo chitet mietesse nei campi da altri seminati.

Ho già scritto e Vostra Eccellenza come sarebbe stato, non temerità ma follia, proseguire fino in fondo un’azione che aveva già pienamente raggiunto il suo obbiettivo, con forze e con trasporti insufficienti, con viveri problematici, contro nemico il quale si sarebbe ritirato, lasciando il deserto, in posizioni molto arretrate e molto forti, mentre il nostro fianco destro sarebbe stato esposto a qualsiasi attacco. Mai lo Scioa è stato pronto alla guerra come il mese passato, e come lo è al presente, e la nostra avanzata intempestiva avrebbe potuto crescergli, anzichè scemargli le forze.

È assai difficile, per non dire impossibile, anche col diligente, controllato, quotidiano, triplo o quadruplo servizio d’informazioni, avere cifre, sia pure approssimativamente, conformi al vero circa le forze scioane ed amhara. Esse aumentano e scemano nelle diverse località, non solo secondo i movimenti, soventi volte incoerenti ed improvvisi, ma secondo il bisogno di raccogliere viveri, secondo le licenze che si sogliono largamente concedere ai soldati, secondo quelle che spesso e volentieri questi si pigliano, massime quando, come nel caso presente, la voglia di combattere non sia grande. Generalmente il contadino obbedisce al chitet del signore feudale e del Negus e, tratto fuori il suo fucile, corre al campo. Ma se si va per le lunghe, egli abbandona il campo, specie quando biondeggiano le messi, e si teme per gli armenti e per la famiglia.

Non possono tornare in famiglia i soldati condotti da lontani paesi, come dall’Harrar e dallo Scioa meridionale, [p. 141 modifica]ma è naturale che avvezzi ai ricchi zemecciù, nei quali si fa grosso bottino e si gavazza col tec e colla carne sanguinolenta, si adattino male alle privazioni della presente guerra, ed al rispetto alla proprietà in paese di protetti del Negus.

La discordia ed il malcontento non possono a meno di serpeggiare nelle loro file. Un certo numero di Galla ha già abbondonato ras Mikael. Si dice che altri più abbiano abbandonato Menelik; e non pochi Musulmani sono sensibili alla voce di sceich Thala, che nello Zebul proclama l’indipendenza dei seguaci del Profeta.

Secondo una recente notizia portata direttamente da Adis Abeba a Makallè, Menelik avanzerebbe fino a Borumieda, e colà stando, invierebbe contro la colonia ras Mikael, ras Olié, Atichim Mangascià, ras Maconnen e ras Mangascià, con quel poco che rimane ancora dei Tigrini con ras Alula, con Uacscium Guangul e con qualche altro signorotto di buona volontà. Ras Uold e ras Darghiè rimarrebbero a guardia sull’Auasch coi loro contingenti, che potrebbero per avventura toccare i 10 000 fucili.

In complesso, reputo probabilmente vicina al vero la cifra complessiva data a Vostra Eccellenza nel giugno scorso (relazione 27 giugno), di 30.000 nemici, scaglionati da Uoro Jelu ad Uolfà (sud del lago di Ascianghi), considerando in aumento qualche altro migliaio di uomini dell’Harrar ed in diminuzione qualche altro migliaio sottratti a Mangascià dalle conseguenze del combattimento di Debra Ailà. In ogni caso la cifra di 30.000 corrisponde alle cifre date da Capucci e da Felter, ed ai 62.000 fucili attribuiti da Piano e Traversi alle forze di Etiopia, senza contare il Tigrè e il Goggiam.

Lascio fuori conto i 7 od 8000 uomini del contingente di Teclaimanot, i quali, assai probabilmente, resterebbero nel Goggiam in attesa degli avvenimenti, e magari potrebbero portare serie complicazioni intervenendo d’accordo con noi, ovvero come largo partito in favore di Uascium Burrù, e lascio qualche banda minore che potrebbe, secondo le circostanze, il capriccio o lo svolgersi degli avvenimenti, piegare verso l’una o verso l’altra parte ed unirsi al più audace.

Qualche migliaio di lancio potrebbe, per avventura, aumentare la forza sovraindicata e magari qualche centinaio di piccoli cavalli; ma non pare sensibilmente, se si considera che così crescerebbero le difficoltà del nutrimento.

Una cifra tonda di 30,000 uomini non è certo molto [p. 142 modifica]ragguardevole,, dato il nostro ascendente militare e politico, dato il nostro ordinamento, disciplina, unità di direzione e di azione rispetto alle truppe scioane; data la nostra rapidità e coesione nelle marcie e nei combattimenti; date le profonde scissure fra i capi nemici, il malcontento nelle popolazioni, e il timore dei soldati, segnalato da parecchi informatori.

Il raccolto, in molte provincie d’oltre frontiera, è stato buono ed il paese ha in copia bestie da macello e da trasporto. Nè pare che manchino i talleri, onde sono così ghiotti i capi abissini. Ma a lungo le riunioni di truppe in paese malamente e poco coltivato, senza servizi amministrativi che risparmino o moderino il consumo, sciupa sollecitamente ogni risorsa, specie quando i soldati abituati alle razzie vivono fra gente in gran parte a loro estranea, e da alcuni considerata addirittura nemica.

Da Uoro Jelu alla nostra frontiera si possono contare circa quindici tappe abissine. Gli Inglesi nei 1868 ne hanno impiegato una ventina dal campo di Antalo a Magdala, e ne avrebbero impiegato forse trenta per spingersi fino a Uoro Jelu; ma si sa che essi avanzavano con immenso traino, con truppe in parte composte di bianchi, e con grandissime precauzioni.

In una guerra difensiva, i soldati del Negus, potrebbero essere in numero anche maggiore, piegando dietro la linea del Bascilò e del Mille, coll’aggiunta che potrebbero tenere forti località e facilmente, come è loro costume, lasciare, ritirandosi, il paese a noi deserto. Di qui la necessità imprescindibile per noi, quando si conti di avanzare, di portare le vettovaglie, di avere guardie vigilanti ai fianchi, di essere pronti ad attaccare con forze sufficienti e superare prontamente ogni ostacolo ed ogni resistenza. Bensì la nostra avanzata scuoterebbe il morale già scosso, e potrebbe produrre a nostro profitto fughe, ribellioni e rovine delle quali è duopo tenere conto, ma sulle quali non si può interamente fidare in una impresa, che deve avere tutte le probabilità del successo.

Ras Mangascià fa spargere sui mercati la voce dell’avanzarsi a grandi orde degli Scioani; e pare che Menelik non sia scarso di promesse. Lo spingerebbero all’azione: il bisogno di tenere alto il suo prestigio seriamente compromesso dall’occupazione da parte nostra di uno de’ suoi tre regni, colla città santa di Axum; la speranza, che forse nutre, di avere alleati i dervisci; la presa di Makallè con gli sbocchi del Pian del Sale e colle dirette comunicazioni [p. 143 modifica]coll’Aussa, che rendono il suo Impero (anche se conservato come è) tributario d’Italia, essendo da noi avviluppato; i consigli di qualche capo, e, se si vuole, di qualche mestatore francese o russo. Lo trattengono l’animo incerto, il timore di affrontare gl’Italiani, l’idea di dover attaccare fortificazioni, i consigli della moglie, dei parenti, e, dicono, di ras Maconnen, il problema delle vettovaglie, l’oscurità della situazione e la minaccia continua di ribellione e tradimenti. Generalmente si crede che il Negus si risolverà per la difensiva; quantunque le grandi puliture di strade, che continuano da Burumieda verso Uoaflà per la larghezza di venti metri, vorrebbero far credere un’avanzata offensiva.

Frattanto l’opera nostra prosegue la sua via lentamente, come lo vogliono le enormi distanze, le diffidenze e le rivalità dei capi e la tardanza dei nativi a prendere risoluzioni energiche, che non siano colpi di testa.

Mangascià non ha più con lui che pochi seguaci, sia perchè aderenti personali, sia perchè troppo compromessi rispetto a noi. Soltanto, con meraviglia di molti, pare che egli trovi appoggio in Uagscium Guangul del Lasta. Noi siamo in relazione continua con Uagscium Burrù del Lasta, sebbene tenuto in prigione; e quindi nel Lasta abbiamo come aderenti più o meno sicuri quanti gareggiano per lui.

Ras Oliè pare in apprensione pei suoi possedimenti; pure non si è mosso a soccorrere Mangascià, e neppure ora si muove. Molto probabilmente egli avanzerebbe soltanto per ordine diretto di Menelik.

Ras Mikael è un enigma. Ma se prende piede la direzione nei suoi Galla, è capace di tornare agli antichi amori con noi, sebbene, o per timore di essere scoperto, e per finta, o con animo deliberato, abbia respinto fieramente le offerte di Abdulrahman nostro agente all’Aussa.

Nei monti a mezzodì di Ascianghi degiac Tesamma e Tafari uold Iman con qualche centinaio di fucili fanno la guerriglia a breve distanza dal campo di ras Oliè, e sono in relazione continuata col maggiore Toselli a Makallè. E una domanda di protezione ed un’offerta di alleanza l’abbiamo da degiac Iman uold, degiac Tafari al sud del Lasta, parente di ras Oliè.

Teclaimanot, re del Goggiam, non ha peranco risposto alla lettera scrittagli dal maggiore Ameglio per conto mio. Ora si sparge la voce che egli passerebbe l’Abai per liberare il di lui cognato Uagscium Burrù, il quale, dalla sua prigionia, in questi giorni ha inviato il figlio ed il fratello a chiedere la protezione del Governo italiano. [p. 144 modifica]

Scheih Thala è tuttavia nello Zebul coi suoi ottocento armati, e pare abbia accaparrato per lui gli Arabi Galla. Ma la di lui opera non è così viva, come per avventura sulle prime si poteva sperare, forse per naturale tardanza forse per difficoltà di comunicazioni. Tuttavia il movimento fra i Galla va estendendosi lungo i monti verso il sud, massime dopo la notizia della vittoria di Debra Ailà, come segnalano informatori dal Garfa in data dell’8 corrente, dall’Aussa del 16, mentre il Sultano di Aussa, finora sempre timoroso pei suoi Stati, pare deciso a lasciare che Abdulrahman si rechi al suo antico paese nell’Auasch, donde è stato espulso da Menelik.

Ma è inutile entrare nei particolari, che soglio trasmettere coi miei dispacci telegrafici, nei quali cerco di concretare il grande numero di informazioni che giungono giornalmente a questo Governo.

Ora stiamo ordinando le nuove Provincie. Per quanto grande sia il nostro ascendente militare e politico, pure è affare lungo, complicato e difficile in tanta lotta di interessi e di scomposte ambizioni, in tanta dispersione di gente, in tanto pullulare di pretendenti e col brigantaggio che ancora si manifesta qua e là nelle ambe.

Ad ogni modo, l’essenziale è ora essere preparati per trarre dagli avvenimenti che si svolgeranno oltre Amba Alagi il massimo profitto a vantaggio della colonia.

Baratieri.


Infine altra ed importante causa che concorse a determinare l’impreparazione militare contro lo Scioa fu la soverchia fiducia che il Governo ed il Governatore nutrirono per l’opera politica diretta a creare nemici a Menelik; ma questa, e giusta appunto perchè non fu accompagnata dalla preparazione militare, ebbe un desolante successo.

La costituzione politica dell’Etiopia è basata secondo il sistema feudale; vi è attualmente un imperatore o Negus Neghest (re dei re) un re (Negus) del Goggiam e diversi Capi di provincia o regione (Ras) che alla loro volta [p. 145 modifica]comandano ai capi minori delle città e dei villaggi (Sciam), un clero ignorante, ma pretenzioso che fa capo ad un Abuna (Capo spirituale) residente in Gondar e che ha pure dei capi politici detti Eccighiè i quali sono onnipotenti tra le popolazioni.

La religione professata in Abissinia è la cristiana di rito copto che ha grande venerazione per Cristo (ritenuto solo di natura divina) e per Maria e che predica la fede e l’amore tra i fedeli; ma i capi e sottocapi suddetti si odiano cordialmente l’un l’altro, e se non fosse per la paura reciproca, si darebbero volentieri reciprocamente lo sgambetto allo scopo di ingrandirsi e soddisfare l’ambizione di regno e di conquista, che è la passione predominante lassù.

È più che certo perciò che, come avvenne al tempo della spedizione inglese in Abissinia che fece rivoltare contro Teodoro tutti i Re e capi dell’Etiopia in aiuto di sir Napier, il terreno abissino è fecondo all’intrigo politico ed alle ribellioni.

Ma per far ciò occorrono o molti danari, come spesero gli inglesi (che pare abbiano raggiunto l’ingente spesa di 20 milioni di sterline), o molte forze; viceversa l’Italia si gettò nelle trattative politiche armata di sole buone parole, lusingandosi di ottenere dei successi coll’eccitare le ambizioni dei capi e colle semplici promesse di aiuti morali; e la delusione fu completa.

L’azione politica italiana svoltasi con questi principi e con questi mezzi ebbe per iscopo di far defezionare Makonnen, ritenuto amico [p. 146 modifica]dell’Italia dopo il suo viaggio del 1889, di ottenere gli aiuti od almeno la neutralità del Re del Goggiam e del capo dei Wollo Galla ras Mikael, e di rendere il clero e le popolazioni tigrine favorevoli al dominio italiano.

Essa portò inoltre i suoi sforzi tra le popolazioni mussulmane limitrofe, cercando di spingerle contro i nemici etiopi che ne facevano strage con razzie e devastazioni di ogni genere.

Le trattative tra l’Italia e Makonnen, condotte colla massima segretezza dal cav. Felter residente all’Harrar, per un momento fecero sperare che questo Ras lusingato dal miraggio della corona etiopica, si sarebbe rivolto contro il Negus suo parente; ma quando egli si accorse che non erano accompagnate dai mezzi sufficienti per far trionfare la sua causa e le sue speranze, le troncò bruscamente e si diede in braccio al suo signore, catturando l’ingegnere Cappucci e sfrattando tutti gli italiani e lo stesso Felter dall’Harrar.

Le trattative col Re del Goggiam e con ras Mikael non ottennero che buone parole tosto smentite dai fatti; quelle col capo del Lasta riuscirono soltanto a farlo imprigionare e spodestare; e le pratiche col clero e cogli altri capi tigrini, malgrado l’opera indefessa, amorevole ed efficace dei maggiori Ameglio e Toselli e del generale Arimondi nel Tigrè, non ottennero che finti atti di sottomissione e d’ossequio che erano il prodotto più del timore che della convinzione e nascondevano il desiderio di una pronta riscossa abissina ed i propositi interni di tradimento e di ribellione. [p. 147 modifica]

Maggiore ascolto, ma non miglior successo ottennero invece le trattative colle tribù mussulmane della costa. Ivi il capitano Persico recatosi nel 1894 in missione speciale era riuscito a tirare completamente dalla parte dell’Italia l’Anfari d’Aussa e poscia ad estendere la sua influenza benefica tra i dancali dell’Auasch.

Ma in causa della povertà di queste regioni e della loro scarsità di abitanti, non si poterono avere che aiuti effimeri consistenti in una banda di circa 300 uomini agli ordini di un certo Seich Thala che poi venne a congiungersi colle nostre truppe ad Amba Alagi; mentre dalle tribù e dalle regioni della costa nessun ostacolo serio si venne a frapporre ai movimenti di Menelik.

Felter, Cappucci e Nerazzini ritornati a Zeila per appoggiare le trattative con Makonnen, soffiavano anche tra i mussulmani dell’Harrar soggiogati dall’Etiopia, e l’intrepido capitano Bottego le creava nemici nell’ardito suo secondo viaggio pel bacino del Giuba; con una seconda convenzione stipulata coll’Inghilterra in data 5 maggio 1894 si era ampliata la zona d’influenza italiana nella Somalia; e la stessa nazione nostra amica e la Germania proibivano dai loro porti il commercio d’armi coll’Abissinia, ma pochi vantaggi ne derivarono alla causa italiana.

Ecco per sommi capi le varie cause che servirono a determinare l’impreparazione militare italiana contro lo Scioa, e dall’esame di esse non si può a meno di andar guardinghi nel [p. 148 modifica]riversare le responsabilità su uno o sull’altro, perchè appare evidente che essa invece spetti un po’ a tutti; ossia spetta all’Italia in generale.

Infatti l’Italia voleva avere una colonia grande e voleva spender poco, e per mezzo dei suoi deputati appoggiò un governo che l’accontentò ed un governatore che non soltanto la mantenne ma l’ampliò. Però venne un giorno in cui l’edificio fondato su tali basi squilibrate ed impossibili doveva crollare, e l’Italia non solo fu costretta a pagare più di quanto aveva risparmiato lesinando il necessario, ma dovette eziandio rassegnarsi alla perdita di una dolorosa battaglia campale ed alla riduzione dei confini della Colonia e quasi quasi alla sua perdita intera.

Però non si può negare che, se anche l’impreparazione militare preventiva può essere stata causa di successive difficoltà ed aver contribuito in concorso di altre cause ai futuri insuccessi delle armi coloniali, essa sarebbe stata facilmente rimediabile se, quando apparvero alla frontiera meridionale del Tigrè le prime forze scioane e fu resa ormai certa la avanzata di Menelik, il Governatore della Colonia che riceveva tutte le informazioni, che doveva conoscere le posizioni e le necessità per una guerra difensiva in quei territori ch’egli aveva occupati, si fosse formato un concetto chiaro della situazione ed avesse palesato al Governo i veri bisogni e chiestigli i mezzi necessari; perchè da questo momento il Governo non solo non rifiutò nulla, ma mentre il Comandante si trovava imbarazzato e confuso nelle richieste, esso lo [p. 149 modifica]tempestava di offerte tutte intese a preparare il successo delle nostre armi e senza preoccupazioni di spese.

E chi considera poi che malgrado gli errori commessi prima e dopo dell’invasione scioana, e fino al giorno della battaglia d’Adua, questa avrebbe ancor potuta riuscire vittoriosa se non ne fossero state compromesse le sorti con le cattive disposizioni del momento date dal Comandante, non può a meno di ritenere che il fatto dell’impreparazione militare, quantunque grave, anzi gravissimo, non poteva avere in relazione ai mezzi ed alle risorse dell’Italia, un’importanza assolutamente capitale.

Viceversa Menelik, disponendosi ad una guerra di cui ben conosceva l’importanza, aveva trascorsi i quattro anni dal 1891 al 1895 in continui preparativi militari e politici, facendo precedere quelli a questi.

Approfittando dei porti francesi di Obok e di Gibuti egli si diede a far acquisto d’armi su vasta scala che, per la via d’Harrar, venivano condotte ad Adis Abeba; numerosi negozianti e viaggiatori europei e specialmente russi e francesi introdussero nello Scioa dei veri magazzeni d’armi e munizioni anche dei più recenti modelli, ed alcuni ufficiali di nazionalità diverse non in servizio attivo, tra cui vanno noverati il russo Leontieff ed il famigerato Chefneux, ufficiale di riserva francese recatosi allo Scioa con 15 cannoni a tiro rapido, istruivano gli Abissini nei maneggi delle nuove armi e delle nuove artiglierie; mentre coi consigli e coll’esperienza e colla conoscenza [p. 150 modifica]delle necessità logistiche, per tener campo contro una nazione come l’Italia, indussero il Negus a prepararsi un servizio di vettovagliamento che doveva meravigliare il mondo per la sua durata.

Effettuati i preparativi militari, Menelik alzò più forte la voce anche tra i suoi dipendenti, e mentre per mezzo di Tesfai Antalo continuo messaggero tra Adis Abeba e Makallè richiamava al dovere ras Mangascià, tirava le fila di quella politica che doveva riunire in un sol fascio tutta l’Etiopia.

Tecla Haimanot del Goggiam, ras Maconnen dell’Harrar, ras Michael dei Wollo Galla, ras Mangascià Atichim e ras Oliè dell’Ahmara, il figlio di Voscium Borru del Lasta e tutti gli sbandati capi del Tigrè coi loro profughi seguaci, colle buone e colle cattive, furono stretti in un vincolo, malgrado gli odi, le rivalità e i delitti di sangue che dividevano molti di loro; e riuscirono a formare l’unione politica e militare di tutta l’Etiopia, fenomeno straordinario di cui non si ricorda l’eguale in tutta la storia dell’Abissinia.

Già fin da quando ebbe luogo il convegno di Mangascià ad Adis Abeba, l’intervento scioano in suo favore, sebbene non ne fosse ancora fissato l’epoca, era già deciso; ma forse allora Menelik non era ancora preparato del tutto, forse egli volle che il suo Ras fosse umiliato in una sconfitta contro le armi italiane prima di accorrere in suo aiuto.

Il fatto sta che sulla fine del 1894 Menelik intraprese con tutte le sue forze scioane una [p. 151 modifica]grandiosa razzia (Zemeccià) tra le infelici popolazioni del Wollamo, che furono dilapidate e spogliate dei lori beni e di tutte le loro mandre destinate a fornire i viveri per la guerra d’Italia, e tratte in parte in schiavitù per far le parte di servi nella guerra stessa; quindi nella primavera seguente, avendo saputo la sconfitta di Mangascià a Coatit e Senafè e la successiva sua cacciata dall’Agamè e da Adua, Menelik dopo avergli spedito qualche aiuto di uomini e di munizioni, determinava l’avanzata scioana in suo aiuto.

La caduta della città storica di Adua e di quella sacra di Axum nelle mani degli Italiani deve avergli dato una forte spinta ad accorrere in difesa del minacciato impero e della sua religione, e la regina Taitù ed il vecchio ras Alula e ligg Abraha l’assassino del capitano Bettini, e Tesfai Antalo, procaccio di Mangascià, e tutti gli altri che alla corte del Negus rappresentavano il partito tigrino, debbono avere ululato le più feroci minacce contro l’Italia.

Le prime mosse delle forze abissine si effettuarono nella primavera del 1895 sulla direttrice Entotto-Borumieda-Ascianghi, colla concentrazione dei ras Oliè, Mikael e Mangascià Atichim e del capo del Lasta, che avrebbero costituito la estrema avanguardia dell’esercito scioano sotto il comando supremo di ras Alula; se non che l’imminenza delle pioggie e le scissure sorte tra i capi, nonchè la caduta in disgrazia di ras Alula presso il Negus, interruppero il movimento d’invasione che fu rimandato [p. 152 modifica]all’ottobre prossimo e dopo la festa del Mascal o della Croce (27 settembre).

Passata quest’epoca, tutta l’Etiopia si mise in moto, e dalle rive dell’Atbara e dell’Abai a quelle dell’Auasch, del Meli e dell’Anazo, dalle voragini del Tacazzè alle sorgenti del Giuba e del Uebi, tutto il vasto impero si scuoteva e più di 100.000 armati con altrettanti servi inermi e donne cenciose, seguiti da uno sterminato numero di mandre e bestie da soma, cariche tutte di vettovaglie, tende e munizioni si riversarono come un’immensa valanga contro l’Eritrea, sitibondi di sangue e di rapina.