La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte prima/10. Il capo Nord

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10.

IL CAPO NORD


Lasciata Hammerfest senza fermarsi, la Stella Polare aveva continuata la sua corsa verso il nord, cacciandosi nello stretto accidentato di Rolfsö, formato da una parte dall'ultimo lembo della costa norvegese e dall'altra dalle isolette di Rolfsö e di Hingö.

Tutti, S. A. R. compreso, erano impazienti di giungere al capo Nord, la punta più settentrionale del continente europeo, e già resa celebre da tanti principi, re ed imperatori europei.

Quantunque la Stella Polare fosse giunta ad una latitudine molto elevata, le coste delle isole apparivano ancora assai verdeggianti ed i fjords avevano un aspetto primaverile da non potersi credere, pur essendo così vicini alla regione dei ghiacci eterni.

Pini marittimi e betulle crescevano in grande abbondanza dovunque, assieme ad immensi strati di licheni bianchi, i quali davano alle coste degli effetti strani. In lontananza però si vedevano ancora grandi montagne nevose, e talora scintillavano, ai raggi del sole, dei ghiacciai grandissimi. Qualche piccolo villaggio, formato da casettine di legno, appariva a lunghi intervalli, specialmente presso il mare. Navi invece nessuna, essendo poco frequentate le coste settentrionali della Norvegia.

Tutti i membri della spedizione si erano radunati sul ponte, curiosi di scoprire quel famoso capo Nord che già tante volte avevano udito a nominare. Bisogna però dirlo, nessuno si aspettava alcun che di straordinario, specialmente gli uomini di mare.

– È un capo che non ha nulla di diverso dagli altri – aveva risposto il capitano Evensen a coloro che lo interrogavano. – Sarà per voi una grande delusione. Vale meglio il Nord-Kyn che ha almeno il pregio di essere più a settentrione del capo Nord, sopravanzandolo di alcune miglia.

Hjelmso è passato e anche Maaso, due piccole isole che si trovano di fronte al Kobbe-fjord, e Magerö comparisce di fronte alla Stella Polare con le sue coste dirupate e frastagliate.

Quest'isola che ha la fortuna di possedere quel famoso capo Nord, è una delle più settentrionali della Norvegia. Ha dei fjords numerosi, fra cui uno molto profondo, il Kamofjord e tre piccoli villaggi, Giasvär, Helnas e Kjelvik, abitati da pescatori e da lapponi sporcissimi, affetti sovente dalla lebbra.

La Stella Polare cominciava a venire vivamente sbattuta dalle ondate dell'Oceano Artico. Cavalloni candidi di spuma la sollevavano di frequente, però il tempo si manteneva sereno, senza il menomo indizio d'una prossima o lontana burrasca.

Malgrado quelle ondate, nessuno però aveva lasciato il ponte, quantunque le guide alpine si trovassero sempre a disagio fra quei trabbalzi causati dal rollìo.

Superate le due Stappeno, due isolette perdute quasi all'estremità del mondo abitabile, il capo Nord compare, profilandosi sul mare.

Tutti i cannocchiali si puntano sull'estrema punta di Magerö. Anche S. A. R. il Duca degli Abruzzi guarda curiosamente. Perfino Grasso, il cane donato da Nansen, abbaia festosamente, scorrazzando pel ponte, nonostante i sagrati di Cardenti.1

È un momento emozionante per tutti, ma che subito svanisce. Quanta fama rubata!... Quel capo non è altro che il prolungamento d'una montagna di circa trecento metri d'altezza, tagliata a picco sul mare.

Essa non presenta alcun che di particolare degno di nota. Non vi sono altro che una casettina, che una volta serviva da ufficio telegrafico, ed una colonna di granito messa là a ricordo della visita fatta al capo da S. M. Oscar II re di Svezia e di Norvegia.

– Bell'affare!... – esclama Cardenti. – Nella mia isola d'Elba vi sono dei capi che valgono meglio di questo!

E forse il bravo marinaio non aveva torto!

Superato il capo, ad oriente, si delinea subito il Nord-Kyn, la punta più settentrionale della Norvegia, situata all'estremità della penisola di Tjorgosch-Njarga, a 71° 6' di latitudine nord. È anche questa una montagna arida, priva di qualsiasi vegetazione, alta circa quattrocento metri.

Fra i due capi estremi della Norvegia si aprono due dei più profondi fjords, il Forsanger che si affonda nella penisola scandinava fino a Laxelven, ed il Lasce, che bagna la penisola di Spirte-Njarga.

La Stella Polare, sempre rollando vivamente, fila dinanzi alla penisola di Tjorgosch intravedendo per pochi momenti i due villaggetti di Skjäbningb e di Sandyfjord, scorge quello di Gamvik e scende verso l'imboccatura del Tanafjord, filando a tutto vapore verso Vardö, terza tappa dopo Laurvik.

Un numero infinito di uccelli popolano quelle spiagge. Sono tutti bianchi, grossi come le nostre allodole e sono tanti che certe volte offuscano i raggi solari.

– Ci sarebbero qui da fare degli arrosti colossali – osserva Cardenti. – E dire che da noi partono all'alba per tornare a casa con quattro passerotti!...

Se le coste sono ricche di volatili, anche il mare sembra ben popolato di pesci.

Banchi di merluzzi compariscono di tratto in tratto e dietro ad essi si mostrano, in buon numero, anche dei narvali, questi abitanti delle fredde acque dell'Oceano Artico.

Sono bei pesci, dotati d'una agilità straordinaria, d'una tinta azzurra e bianco argentea, a macchie semicircolari, difficilissimi a prendersi e anche talvolta pericolosi, essendo armati d'un corno scannellato, aguzzo, d'un avorio compattissimo, e che è lungo un terzo e qualche volta perfino la metà del pesce.

Una vera singolarità quel dente, formato da un incisivo della mascella superiore e che si protende diritto.

Un tempo anzi a quei corni si annetteva un'importanza curiosa, attribuendo ad essi delle proprietà magiche. Si credevano un antidoto preziosissimo e molti li conservavano per preservarsi dai veleni.

Assaliti, non di rado si rivoltano contro i pescatori e riescono a trapassare, col loro corno, anche le scialuppe, mettendole in serio pericolo.

La Stella Polare intanto proseguiva la sua corsa, fiancheggiando le coste settentrionali della Norvegia. Oltrepassato il Konings-fjord, aveva cominciato a ridiscendere lievemente verso il sud, incurvandosi la costa.

Navigando in vista di pochi miserabili villaggi, abitati da lapponi, la mattina del 26 giugno essa giungeva a Vardö, ancorandosi in mezzo alla piccola baia.

Vardö si trova quasi all'entrata del profondissimo Varange-fjord, famoso pei numerosi pescatori e squartatori di balene che lo abitano e per le sue grandi fonderie d'olio.

È una piccola città che conta dai duemilacinquecento ai tremila abitanti, divisa in quartieri bassi ed alti, essendo costruita su di un pendìo, con casette di legno variopinto che hanno un aspetto modesto bensì, ma anche molto pittoresco, tutte adorne di vasi contenenti belle fucsie, rose e pelargoni, fiori coltivati con chissà quali cure per difenderli dai morsi crudeli del gelido vento polare.

Il monumento principale è una chiesa, che si trova nella città alta, molto bella e ricca di fregi, di stile russo. All'infuori di questa non vi sono che casette e magazzini ricolmi di pesce secco o d'olio di balena o di guano artificiale.

Appena giunta la Stella Polare, numerosi abitanti si erano riversati sulla spiaggia e parecchie barche di lapponi si erano affrettate a circondarla, offrendo ai marinai pesci e coltelli coi manichi di corno di renna.

Che brutti tipi quei lapponi! Quanto erano diversi dai norvegesi educati, istruiti e soprattutto puliti.

Uomini e donne erano biondi, tozzi, coi capelli scarmigliati e così sporchi da far ribrezzo. I primi indossavano delle tuniche di panno azzurro cupo, sbrindellate e rattoppate in cento luoghi, eppur adorne di strisce di lana gialla e rossa e strette alla cintura da fasce rosse o nere. Avevano calzoni di fustagno pesante e spelato, berretti di pelle di renna e scarponi enormi, con la punta rialzata alla foggia cinese. Le donne per distintivo portavano certi scialli dalle tinte impossibili, stretti attorno alla testa, ed alle braccia avevano delle catenelle di ottone.

Sì gli uni che le altre avevano l'andatura goffa, l'aspetto sofferente, la tinta giallastra dovuta in parte alla sporcizia ed erano affetti da malattie agli occhi. È appunto fra questi miserabili che la lebbra sceglie le sue vittime.

La Stella Polare si arrestò fino alla sera, facendo alcune provviste, poi riprese la corsa verso l'est per giungere nel mar Bianco e quindi ad Arcangelo, dove la attendevano per completare il carico e rinnovare la ormai quasi esausta riserva di carbone.

– Ecco una città che si lascia senza rimpianto – aveva detto il capitano Evensen al signor Stökken. – Vi è il pericolo, trattenendosi un po' là dentro, di portarsi via dei brutti ricordi lapponi.

– Entreremo nel Varange-fjord? – chiese l'ingegnere che spingeva i suoi sguardi verso l'ampia imboccatura che s'apriva al di là di Kiberg.

– No – rispose il capitano. – Guardate, abbiamo messa la prora verso quella punta che vedete delinearsi proprio dinanzi a noi. Sapete quale terra essa sia?

– Deve esser terra russa, suppongo.

– Sì, signor Stökken; è il capo Njemezki dell'isola di Ribatschi.

– E quelle grandi macchie oleose che ondeggiano alla nostra destra, cosa sono, signor Evensen?

– Avanzi di balene che il riflusso porta fuori dal Varange-fjord e che provengono dagli stabilimenti del signor Foin.

– Del re dei balenieri?

– Sì, signor Stökken. Foin è precisamente il re dei balenieri e si deve a lui la fortuna di queste popolazioni.

– Ho sentito parlare molto di quel signore.

– È lui che ha inventato la pesca moderna dei giganti del mare. Come voi sapete, una volta i balenieri si accontentavano di prendere ai grandi cetacei la grascia ed i fanoni, abbandonando agli uccelli marini ed ai pescicani quei colossali corpacci. Il signor Foin, che durante la sua gioventù era stato un abile pescatore di balene, cercò il modo di utilizzare quegli ammassi di carne. Essendo diventato discretamente ricco, arma parecchi piccoli vapori e li manda al capo Nord, luogo anche oggidì frequentato dai giganti del mare, ordinando ai suoi equipaggi di rimorchiare le prede a Vadsö, e fa innalzare in una isoletta deserta, un grandioso stabilimento per la fondita delle materie grasse. Da allora le balene non vengono più abbandonate alle onde. I piccoli vapori le trascinano dinanzi agli stabilimenti del signor Foin e vengono completamente distrutte. Gli enormi ammassi di carne vengono raccolti con cura e se ne fa ora un ottimo guano e perfino le ossa vengono utilizzate. Questa nuova industria ha dato al signor Foin parecchi milioni ed oggi si può dire che egli è il più ricco armatore della Norvegia settentrionale.

– Sono piccole le navi che egli adopera per la caccia delle balene?

– Semplici vaporini, che filano dieci nodi all'ora e montati da dieci o dodici uomini. Ucciso un cetaceo, si affrettano a rimorchiarlo fino allo stabilimento, poi riprendono subito il mare in cerca d'altri – rispose il capitano.

– Quanto può rendere una balena?

– Un tempo catturando una balena la quale fosse ben sviluppata se ne potevano ricavare anche sessantamila lire; ma oggi gli oli di quei giganti sono deprezzati e poco richiesti. Non si arriva a ricavarne la metà.

– I capodogli devono però dare molto di più.

– Sì, signor Stökken, contenendo nella loro testa un olio che è molto ricercato e che si adopera in varie preparazioni di profumeria, senza poi contare l'ambra grigia che talvolta si trova nei loro intestini e che si vende a tremila lire il chilogrammo. Orsù siamo attraverso la frontiera russo-norvegese. Fra poco navigheremo in vista delle spiagge lapponi.


Note

  1. Questo cane S. A. R. lo aveva promesso a Cagni, dopo il ritorno.