La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte prima/11. Le coste della Lapponia

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Capitolo XI

Le coste della Lapponia


Il confine fra la Norvegia e le coste settentrionali dell’immenso impero russo, è segnato dal capo Oscar e dal fiume Jakobs Elv, piccolo corso d’acqua che serve di scarico ad un laghettino che si trova in prossimità della borgatella di Petschenga.

Al di là di quel capo, cosa davvero strana, ci s’accorge subito di non essere più in Norvegia, poichè la costa cambia quasi improvvisamente. Ed infatti non più frastagliamenti, non più nuvoli di isolotti e di scogliere, non più baie e cale, niente più fjords.

Le spiagge della Lapponia corrono quasi diritte, con poche insenature formate per lo più dalla foce dei fiumi, e poche, anzi pochissime isole e anche queste prive d’intagli. [p. 110 modifica]

Terre d’altronde quasi disabitate, con rarissime borgate marittime, una vera desolazione che rattrista gli sguardi dei naviganti abituati alle splendide pittoresche vedute delle coste settentrionali della vicina Norvegia.

Su quelle vastissime pianure, spazzate dai gelidi venti della regione artica, non si trovano che poche tribù di lapponi, le quali altro non si occupano che dell’allevamento delle renne. Questi abitanti hanno sempre dimostrato, al contrario dei loro fratelli esquimesi ed islandesi, una spiccata antipatia pel mare, e perciò di rado si spingono fino sulle sponde dell’oceano.

Preferiscono piantare le loro tende di pelle lungo i corsi dei fiumi, che sono numerosissimi in quella regione, o nelle grandi pianure dove le loro mandrie di renne trovano abbondanti distese di muschi e di licheni.

Sono d’altronde poco socievoli, non vedono di buon occhio i russi che considerano come conquistatori e si tengono possibilmente lontani da tutti i centri popolati. Sono nomadi che levano sovente i loro attendamenti per andarsene ora verso il nord ed ora verso il sud, a seconda della stagione e dell’abbondanza o scarsità dei pascoli.

La Stella Polare, lasciato Vardö, aveva messa la prora verso il nord-nord-est puntando verso il capo Njemezki, onde superare la grande penisola di Ribatschi, la quale si spinge molto innanzi nell’oceano Artico.

Al di là del capo, contro l’aspettativa generale, il mare era affatto libero, una vera fortuna, poichè ordinariamente quelle coste sono battute dai ghiacci che la corrente siberiana spinge appunto da quelle parti. Cosa molto strana però, poichè al Capo Nord, che ha una latitudine molto elevata, è raro incontrarne durante la primavera od il principio dell’estate.

Anche al largo il mare era tranquillo; solamente delle lunghe ondate, pochissimo alte, si spingevano ad intervalli, andando a rompersi contro le coste dirupate della penisola con un sordo rimbombo che le caverne marine ripercuotevano a lungo.

Nessun veliero o piroscafo si vedeva apparire sull’azzurro-cupa superficie dell’oceano Artico. Quelle coste sono già generalmente poco battute, non essendovi, come fu detto, città marittime. [p. 112 modifica]

Nelle regioni artiche: Sole di mezzanotte. [p. 113 modifica]

Terre di Francesco Giuseppe. [p. 115 modifica]

Solamente al principio dell’estate v’è un po’ di movimento, riattivandosi le relazioni commerciali con Arcangelo, l’importantissimo scalo marittimo del mar Bianco.

Abbondavano invece, specialmente verso le coste, gli uccelli marini artici. Sulle scogliere, si vedevano apparire stormi di urie, uccelli veramente di mare, con le penne nere sul dorso e le ali biancastre, il becco lungo e diritto, le gambe molto corte e anche molto indietro, imperfezione che rende loro molto difficile il drizzarsi.

Vi erano anche non poche strolaghe (columbus arcticus) bellissimi volatili che hanno il becco ed il petto nero, le ali macchiate di bianco e le parti inferiori d’un candore niveo.

Sul mare invece si vedevano talora apparire numerosi delfini ed in lontananza anche qualche delfino gladiatore, il più grande della famiglia, toccando talora una lunghezza di sei e sette metri.

Questi abitatori dell’oceano Artico, sono dotati d’una forza veramente prodigiosa e di una voracità fenomenale. La loro indole è battagliera e vanno ad assalire perfino le gigantesche balene alle quali divorano atrocemente la lingua.

Difficilissima è la loro pesca, opponendo una resistenza incredibile. Anche ramponati e gravemente feriti non si arrestano e trascinano molto lontano le barche dei pescatori, mettendole in grave pericolo.

Le coste della penisola apparivano deserte. Nessuna capanna, nessun filo di fumo che annunziasse la presenza di qualche creatura umana.

S. A. R. il duca ed i suoi compagni che s’erano muniti di cannocchiali non riuscivano a scoprire un solo angolo abitato, durante la traversata di quella costa.

– Una vera terra polare, – aveva detto Cardenti. – Mettiamo che qui cominci il polo!... –

Giunta al capo Zyp, la Stella Polare piegò verso il sud-est, passando successivamente dinanzi alla baia di Motowki che s’addentra fra la penisola di Ribatschi e la costa russa, a quella di Uras che serve di scarico ad un piccolo corso d’acqua, alimentato da due laghi e quindi a quella di Kola, molto ampia e molto profonda.

Quest’ultima baia è formata dalla foce della Tuloma, un fiume di corso non piccolo, che nasce nel grande lago di Nuot e che bagna, [p. 116 modifica]alla confluenza col Kola, la cittadella omonima. È ricco d’acqua, molto largo e durante la buona stagione permette alle grosse barche di spingersi fino a quel piccolo centro commerciale.

Oltrepassata la baia la Stella Polare che procedeva con la velocità media di sei nodi all’ora, filò fra la costa di Murman e l’isola disabitata di Kildin, proseguendo la sua corsa verso l’est.

Anche al di là di Kildin, nessuna traccia di ghiaccio, quantunque la temperatura si fosse notevolmente abbassata, in causa del vento del nord.

S. A. R. che scrutava attentamente il largo, non riusciva a vedere un solo banco di ghiaccio e ciò gli rincresceva, essendo desideroso di vedere alla prova la sua nave.

– Forse ne incontreremo all’entrata del mar Bianco, – gli aveva detto il capitano Evensen. – I ghiacci non mancano mai in quel luogo. –

L’indomani la Stella Polare passava dinanzi alla foce del Woronje, corso d’acqua che nasce nel lago di Lujawrurt e che bagna, presso la sua uscita in mare, un villaggio minuscolo, Gawriloka, abitato da pochi lapponi e da alcuni pescatori.

– Quel fiume mi ricorda un tragico fatto, – disse il capitano Evensen, volgendosi verso l’ingegnere di macchina che stava discutendo con le guide alpine.

– Qualche tremendo naufragio? – chiese il signor Stökken.

– No, un assalto d’orsi bianchi.

– Qui, su questa costa? – chiese l’ingegnere, con stupore.

– Sì, signor Stökken.

– Io non ho mai udito raccontare che vi siano orsi bianchi in Lapponia.

– Ed i ghiacci polari non li contate per nulla?... Voi sapete che durante l’inverno gli ice-bergs scendono molto verso il sud, bloccando tutte queste coste.

– Questo è vero, signor Evensen.

– Non dovrebbe quindi stupirvi se degli orsi bianchi, imbarcati su di un banco di ghiaccio, siano giunti fino qui.

– Infatti la cosa non sembrerebbe impossibile, – disse l’ingegnere. – E cos’è che quei feroci carnivori hanno assalito? [p. 117 modifica]

– Una piccola nave russa che i ghiacci avevano bloccata alla foce del Woronje.

– Tanta audacia?...

– Sì, signor Stökken.

– E come andò a finire?

– Adagio: è una vera storia, in parte ridicola, ma in parte anche tragica.

– Raccontate, signor Evensen. I racconti avventurosi mi piacciono.

– Non avete che da ascoltarmi.

– Sono tutto orecchi.

– Ed anch’io, – disse il tenente Querini, che era allora salito sul ponte a respirare una boccata d’aria pura.

– Dovete dunque sapere, – cominciò il capitano Evensen, – che nel 1894, la stagione fredda era stata così precoce da rendere assai periglioso il ritorno delle navi partite per la pesca delle balene e per la caccia delle foche e dei trichechi.

Immensi banchi di ghiaccio, trascinati dalle correnti siberiane o spinti direttamente dai gelidi venti del settentrione, erano scesi verso il sud, bloccando buona parte delle coste della Lapponia.

Un piccolo bastimento russo, la Marfa, se non m’inganno, che faceva il traffico di cabotaggio fra le coste settentrionali della Norvegia ed Arcangelo, era stato sorpreso dai ghiacci in prossimità della piccola borgatella di Gawriloka, quasi alla foce del Woronje.

Il fiume s’era repentinamente gelato e dalla parte del mare grandi banchi di ghiaccio e numerosi ice-bergs si erano accumulati verso la costa, rendendo impossibile la navigazione.

La piccola nave, che era montata da sette uomini, dopo inutili tentativi aveva dovuto rassegnarsi alla sua sorte e fare i preparativi di svernamento.

Il settembre era già giunto e la nave, che aveva tardato un poco troppo negli scali del mar Bianco, si credeva ormai condannata ad attendere la buona stagione per forzare il passo del fiume. Il danno non era forse grave, poiché Gawriloka non si trovava che a due chilometri e colà i marinai potevano trovare non solo viveri in abbondanza, ma anche comode e ben riscaldate abitazioni. [p. 118 modifica]

Nondimeno sperando in un ritorno della buona stagione, nessun marinaio aveva abbandonato il piccolo veliero. Tutti avevano fiducia in uno sgombro dei ghiacci.

Era trascorsa una settimana, quando alcuni cacciatori sparsero la voce che degli orsi bianchi erano sbarcati fra il Woronje e la Teriberka. Quei feroci abitanti delle regioni artiche erano giunti a bordo d’un colossale ice-berg, che i venti o le correnti avevano spinto fino sulle spiagge della Lapponia.

Dapprima nessuno vi fece caso, non essendo cosa rara, poi gli abitanti cominciarono ad impressionarsi e ne diedero avviso all’equipaggio della piccola nave perchè non si lasciasse sorprendere.

Il capitano che era un uomo coraggioso e risoluto, aveva preso subito delle misure energiche. Ogni sera faceva spezzare il ghiaccio attorno alla nave e montare la guardia a due marinai. Già si cominciava a dimenticare la storia degli orsi, quando una notte molto nebbiosa e assai fredda, uno dei due marinai di guardia credette di scorgere delle masse biancastre scendere le ripide sponde del fiume. Non ci fece molto caso, credendo che si trattasse di ammassi di neve staccatisi dal ciglione della riva e non si curò di verificare meglio. Anzi, convinto della cosa, accese la pipa e si mise a chiacchierare col compagno.

Non erano però trascorsi due minuti, quando nel volgersi verso prora si trovò dinanzi ad un enorme orso bianco. L’animalaccio si era già alzato sulle zampe deretane e si teneva pronto per l’attacco. Fu tale la sorpresa del marinaio, che non pensò nemmeno a raccogliere la scure che aveva poco prima abbandonata.

Le zampe dell’orso si erano prontamente chiuse attorno al corpo del poveretto, cercando di stritolargli le costole con una stretta possente.

Fortunatamente l’altro marinaio non aveva perduta la testa. Rapido come una folgore aveva afferrata l’arma e si era scagliato risolutamente sull’aggressore, percuotendolo così furiosamente da costringerlo a lasciare la preda.

Intanto altri cinque orsi avevano attraversato il fiume ed approfittando dei massi di ghiaccio accumulatisi intorno alla nave, erano saliti a bordo. [p. 119 modifica]

Potete immaginarvi lo spavento dei due marinai, quando s’accorsero dell’avanzarsi di quei mostri. Non avendo riportato che delle ferite di poca entità, si affrettarono a battere in ritirata, rifugiandosi nella camera di prora.

Alle loro grida d’allarme, tutti gli altri si erano precipitati giù dalle amache. Informati del grave pericolo che correvano, chiusero prontamente il boccaporto, barricandolo internamente con parecchie casse e con alcune traverse dell’argano.

I sei orsi, rimasti padroni della nave, si erano diretti verso poppa dove si trovava il capitano assieme ad un cane. Uno dei più grossi, con poche zampate rovesciò il boccaporto, cercando, ma invano, di scendere la scaletta. Lo spazio era troppo ristretto per quel corpaccio e l’animale non poteva andare innanzi, non ostante i suoi sforzi. Il capitano, svegliato bruscamente dai latrati del cane, aveva subito cercato di salire in coperta. Immaginatevi il suo stupore nel trovarsi viso a viso coll’orso! Retrocesse più che in fretta nella sua cabina e armatosi d’un paio di pistole, le sole armi da fuoco che v’erano a bordo, aprì l’uscio di comunicazione con la stiva, rifugiandosi nella camera comune dei marinai.

Il povero cane però non aveva potuto seguirlo. L’orso, che s’era cacciato nella scala, con un colpo di zampa l’aveva afferrato, trascinandolo sul ponte. La sua morte fu l’affare di pochi bocconi. Padroni del ponte, gli orsi si abbandonarono al saccheggio, senza più curarsi dei marinai, i quali d’altronde non osavano lasciare il loro rifugio. Alcuni barili contenenti del grasso di foca ed alcune pelli di morsa ancora fresche, furono divorate da quelle bestie affamate. Perfino dei cordami unti di recente con del sego, sparvero nel corpo degli abitanti polari.

Quantunque ben pasciuti, non abbandonarono però la nave. Forse contavano di saccheggiare anche il quadro di poppa che era rimasto senza difensori o di costringere i marinai a tentare una disperata sortita.

Si sdraiarono sulla tolda e digerirono placidamente quel primo bottino, in attesa d’un altro più abbondante.

L’indomani i marinai s’accorsero che gli orsi non avevano ancora abbandonata la nave. Quei bestioni passeggiavano gravemente pel [p. 120 modifica]ponte, fermandosi di preferenza sopra il boccaporto della camera comune.

Lo credete? Quell’assedio durò nientemeno che cinque giorni, e chissà quanto si sarebbe prolungato senza la presenza di spirito di un cacciatore di Gawriloka.

Quell’uomo aveva contratto amicizia con un marinaio del veliero. Non vedendolo più tornare a Gawriloka, sospettò che qualche grave avvenimento fosse accaduto a bordo e volendo accertarsene, un mattino si spinse verso la foce del fiume.

Visto che la nave era piena d’orsi, tornò frettolosamente alla borgata per dare l’allarme.

Una spedizione fu organizzata dai più valenti cacciatori di Gawriloka e mosse alla liberazione del veliero. La battaglia fu aspra, sanguinosissima, ma la vittoria rimase ai salvatori.

Tutti gli orsi furono uccisi sul ponte della nave e la pelle del più grosso, a ricordo di quello strano avvenimento, fu regalata al capitano, il quale deve ancora conservarla.

– E la nave? – chiese l’ingegnere.

– Dovette starsene alla foce del fiume fino alla primavera. Scioltisi i ghiacci, fece ritorno ad Arcangelo dove io potei visitarla. Signor Stökken!...

– Cosa desiderate signor Evensen?

– Io credo che il Duca sarà contento.

– Che cosa volete dire?

– Se i miei occhi non s’ingannano, verso l’est, in direzione del mar Bianco, vi sono dei ghiacci.

– Buono!... Proveremo la prora della Stella Polare.

– Oh!... Non temete! Il signor Colin Acher, che si prese l’incarico di modificare e di rinforzare la nostra nave, ha fatto le cose per bene. Un uomo che ha costruito il Fram del nostro Nansen, deve intendersene di riparazioni.

– Saranno ghiacci molto solidi?

– Non lo credo. Avremo da fare con semplici banchi, streams e palks.

– Niente ice-bergs?

– Le montagne di ghiaccio le incontreremo presso le coste della Nuova Zemlia. [p. 121 modifica]

Terre di Francesco Giuseppe. [p. 123 modifica]

– Ed alla Terra di Francesco Giuseppe troveremo i grandi banchi?

– È probabile, signor Stökken. Sapremo però evitarli. Andiamo ad avvertire S. A. R. della vicinanza dei ghiacci. —