La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso/Parte terza/4. Il Canale Britannico

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4.

IL CANALE BRITANNICO


Il 26 luglio la spedizione, dopo d'aver rinchiusa in una cassetta la corrispondenza per la Cappella che doveva ripassare il 15 agosto, salpava definitivamente per spingersi più innanzi che poteva e cercare una baia dove poter passare il tremendo inverno polare.

Al sud del capo il mare era quasi libero, non essendosi veduti che pochi banchi di ghiaccio di pochissimo spessore, quindi tutti avevano la speranza di trovare acque sgombre anche al nord, in direzione del British Channel, ossia del Canale Britannico.

L'intenzione del Duca e dei suoi ufficiali era quella di risalirlo fino a che lo permettevano i ghiacci, per poter poi, nella successiva primavera, tentare l'esplorazione con le slitte.

La temperatura, relativamente dolce, oscillando sempre fra il +2° ed il 4°, dava a sperare che la discesa dei grandi banchi non fosse ancora incominciata e che quindi la Stella Polare potesse spingersi molto a settentrione.

Girato il capo Flora, la nave piegò verso l'est, toccando l'isola Bell e passando fra le coste della Terra Alessandra e le isole Mabel e Bruce ed imboccando poi il canale di Nightimgale.

Il mare era discretamente buono. Solamente di quando in quando dal largo, s'avanzava qualche grossa ondata, la quale andava a rompersi, con lunghi muggiti, sulle scogliere dell'isola Makel e degli isolotti vicini.

Al nord-ovest però, sopra la costa dell'isola Principe Giorgio, si vedeva sempre vagare il nebbione, ma pel momento il vento lo manteneva lontano dal Canale Britannico.

Tutti erano saliti in coperta, ansiosi di sapere se il canale, anche verso il nord, si presentava navigabile.

S. A. R. non lasciava la passerella e discuteva animatamente coi suoi ufficiali e col capitano Evensen, mentre le guide, Cardenti e Canepa, raggruppati sul castello di prora, guardavano la costa, sulla quale si vedevano apparire non poche foche e anche qualche grosso tricheco.

I gabbieri salivano di frequente sulle coffe, spingendosi anche fino sulle crocette per abbracciare maggiore orizzonte. Da lassù avevano scorto molto ghiaccio nel Canale Britannico, ma pareva che non dovesse offrire molta resistenza a giudicarlo dalla sua tinta azzurrognola.

Doveva essere ghiaccio nuovo, formatosi di recente e quindi di poco spessore.

– Se non troveremo dei veri banchi, andremo bene innanzi – disse Andresen al tenente Querini ed a Stökken che lo interrogavano. – Il ghiaccio nuovo non ha mai molto spessore e avesse anche un metro la Stella Polare non si troverebbe imbarazzata a romperlo.

– Sarà tale anche più al nord? – chiese il tenente.

– Ho i miei dubbi, signore. Vedo lassù un certo riflesso abbagliante che mi dà molto da pensare.

– È l'ice-blink è vero?

– Vi è ancora troppa nebbia per poterlo affermare; tuttavia credo di non ingannarmi.

– Se non potremo attraversare i banchi prenderemo un'altra via – disse il tenente. – S. A. R. è risoluto a cercarsi un passaggio lungo la Terra Alessandra, se qui non si potrà andare innanzi. Lo ha detto or ora.

– Il Duca non è uomo da arrestarsi a mezza via, lo so – disse Andresen. – Ci trascinerà innanzi a dispetto dei ghiacci e del freddo.

– Mi rincrescerebbe che la Stella Polare dovesse cambiare rotta – disse il macchinista.

– E per quale motivo? – chiese Andresen.

– Desidererei vedere la Cappella la quale deve trovarsi in questo canale.

– Per sapere se ha trovato la spedizione Wellmann?

– Sì, Andresen.

– Se non troviamo ostacoli che ci arrestino la incontreremo – disse il tenente Querini. – Ecco i primi ghiacci!... Avanti a tutto vapore e diamoci dentro a tutta forza.

Ad un miglio dalla nave, si vedeva il mare coperto da lastroni di ghiaccio, addensatisi sulle spiagge settentrionali dell'isola Bruce e dietro ad essi una superficie liscia come uno specchio, azzurro-pallida, che scintillava vivamente, riflettendo la luce del pallido sole.

Fin dove giungeva lo sguardo, il Canale Britannico appariva ingombro di ghiacci e non erano solamente banchi lisci. In mezzo si vedevano ergere alcuni ice-bergs, i quali erano stati arrestati nella loro corsa ed imprigionati.

S. A. R., il capitano Cagni, il tenente Querini ed il dott. Cavalli, tennero un breve consiglio col capitano Evensen, temendo che la nave, avanzandosi fra quelle masse di ghiaccio, potesse venire presa e subire le sorti del Tegetthoff, o del Fram di Nansen.

Prevalse la volontà del giovine principe.

– Andiamo innanzi – aveva detto. – Tentiamo la sorte.

Furono dati in macchina i comandi per ottenere la massima pressione, poi la Stella Polare mosse arditamente all'assalto del pak.

I ghiacci non erano completamente compatti. La loro superficie mostrava qua e là dei crepacci considerevoli che potevano essere canali. Si trattava di frantumare il ghiaccio che li separava dalla nave, di raggiungerli e di filare lungo essi fino a toccarne altri che si scorgevano più a settentrione.

Una viva emozione si era impadronita di tutti, particolarmente degli italiani che mai si erano trovati ad una simile battaglia.

S. A. R. però si mostrava sereno e tranquillo. Certo confidava nella robustezza della sua nave e un po' anche nella fortuna, nello Stellone d'Italia.

La vecchia baleniera, spinta a tutto vapore, procedeva rapida, fendendo rumorosamente le acque e scartando bruscamente i ghiacci galleggianti che trovava sul proprio cammino.

L'elica mordeva frettolosamente le acque e la macchina sbuffava rumorosamente facendo tremare i puntali ed i corbetti, mentre torrenti di fumo nero, mescolato a scorie, irrompevano dalla ciminiera a gran getti.

La nave raggiunge il pak, lo sormonta con uno stridore rapido e duro, poi ricade di peso e sfonda il primo margine, facendo rimbalzare i ghiacci a destra ed a sinistra.

Un getto d'acqua spumeggiante s'alza dinanzi la prora mentre la stiva rimbomba sordamente.

Il ghiaccio ha ceduto e un largo solco s'apre dinanzi alla nave, ma non basta.

– Macchina indietro!... Avanti a tutto vapore!...

La Stella Polare indietreggia per prendere lo slancio, poi si avventa, come toro infuriato, contro il pak, investendolo vigorosamente.

Il ghiaccio che aveva uno spessore di sessanta o settanta centimetri, s'apre con uno scroscio orrendo e un altro crepaccio si forma più innanzi.

L'urto è così forte che i marinai e le guide cadono sulla coperta, l'uno addosso all'altro.

Anche il giovane Duca ed i suoi ufficiali si urtano, mentre la nave si sbanda.

Non importa!... Avanti ancora, avanti sempre! Un canale s'apre poco lontano e si prolunga attraverso il pak.

– Raggiungiamolo!... – grida il Duca.

La Stella Polare infuria. Il suo sperone, a prova di scoglio, assale nuovamente il banco.

La nave urta poderosamente, spezza, lacera, frantuma fra scrosci orrendi e trabalzi disordinati; s'impenna come un cavallo vivamente spronato, s'alza, poi ricade con un rimbombo sonoro che si ripercuote lugubremente nelle profondità della stiva.

A quei colpi, a quegli scrosci sempre più violenti, gli uccelli marini fuggono mandando strida di spavento, mentre le foche che sonnecchiano presso i loro buchi o sui margini del campo di ghiaccio, s'inabissano fragorosamente, nuotando attraverso i canali.

Un passaggio appare dinanzi alla prora. Fin dove giungerà?... Sarà sufficiente per la mole della nave?

Non importa.

– Avanti! – comanda il Duca.

La Stella Polare s'avanza fra i ghiacci frantumati dal suo sperone, rovescia e spezza i lastroni, urta impetuosamente gli hummoks, i palks, gli streams, attacca nuovamente il pak e passa dall'altra parte, slanciandosi nel canale.

Il pericolo è grave. Quell'apertura, sotto le pressioni dei ghiacci, può da un momento all'altro rinchiudersi, stringere la nave come fra una morsa e farla prigioniera, ma nessuno vi pensa.

Bisogna andare innanzi e s'andrà, a dispetto degli ostacoli e delle pressioni.

S. A. R., dal ponte di comando, a fianco di Cagni e di Evensen, comanda intrepidamente la manovra.

Ha gli occhi a tutto e non cessa di dare comandi.

– Macchinista, a tutta forza!... Attenti all'urto!... Un altro canale al nord!... Avanti!...

La Stella Polare s'avanza faticosamente, ma senza tregua. Quando il ghiaccio non cede all'urto, indietreggia, prende lo slancio, poi si avventa ferocemente addosso all'ostacolo.

Gli alberi tremano fino alla scassa, i madieri gemono, i pennoni oscillano, gli oggetti dispersi pel ponte trabalzano, gli uomini cadono, i cani mandano ululati lamentevoli, ma la voce limpida e squillante del giovane Duca risuona sempre eguale:

– Avanti!

– Sì avanti, sempre avanti Savoia! – grida Cardenti, il bollente marinaio italiano.

Un altro banco viene attaccato, sminuzzato e la Stella Polare guadagna un altro canale, filando a tutto vapore.

– Ne avremo per un bel pezzo – mormora Andresen. – Riusciremo a trovare un po' di mare libero?

– Non avete speranza? – chiese il tenente Querini, che s'era spinto fino al castello di prora per rendersi conto dello spessore dei ghiacci.

– Temo, signore, che saremo costretti a tornare indietro. Vedo dei numerosi ice-bergs all'orizzonte e quei colossi non cederanno allo sperone della nostra nave.

– Vi possono essere dei canali.

– Lo dubito, signore – rispose il giovane mastro.

– Che siamo costretti a cercare un passaggio sulla Terra Alessandra?

– Pur troppo.

– Allora non incontreremo la Cappella.

– Può darsi che quella nave a quest'ora si trovi prigioniera.

– Orsù, non disperiamo ancora.

– Credo che vi sia poco da sperare, tenente – disse il capitano Evensen, che lo aveva raggiunto a prora. – Se un vigoroso colpo di vento non sbarazza il canale, saremo costretti a dare indietro.

– Cosa dice S. A. R.?

– Di continuare la lotta per ora. Pare che vi sia un canale libero verso il nord, però temo molto che noi riusciamo a raggiungerlo.

– Credete che vi sia mare libero più al nord?

– Sì, signor tenente.

– Allora continuiamo l'attacco.

La Stella Polare non si arrestava. Continuava ad assalire vigorosamente il pak, aprendosi lentamente la via.

Disgraziatamente di passo in passo che si avanzava, il ghiaccio opponeva maggior resistenza, aumentando di spessore. E questo non era il tutto.

Fra il pak v'erano degli ice-bergs, i quali presentavano una fronte assolutamente inattaccabile.

Dopo alcune ore di assalti incessanti e sempre più vigorosi, S. A. R. si convinse della inutilità di quegli sforzi. La Stella Polare s'era mostrata d'una solidità a prova di scoglio, come si suol dire dai marinai, però non si doveva abusarne.

Quegli urti incessanti potevano indebolire la ruota di prora e compromettere più tardi tutto lo scafo, quando forse si doveva aver da fare con le tremende pressioni.

Fu quindi deciso di ritornare senza indugio verso il sud e di cercare un passaggio lungo le coste meridionali della Terra Alessandra.

Questo progetto dispiaceva a tutti, poiché nel Canale Britannico vi erano maggiori probabilità di spingersi più rapidamente a settentrione e di trovare inoltre delle baie ben riparate per lo svernamento. Inoltre la Terra Alessandra era poco nota e per girarla occorreva un tempo relativamente lungo.

Non si poteva d'altronde fare diversamente dal momento che i ghiacci ostruivano completamente il Canale Britannico, impedendo l'avanzata.

La Stella Polare girò adunque di bordo, speronando i ghiacci che minacciavano di serrarlesi addosso e riprese la via del sud approfittando dei canali che aveva poco prima aperti.

Il tempo si era rischiarato, essendosi la nebbia diradata. L'atmosfera, che nei giorni scorsi era sempre rimasta opaca, brillava d'un dolce splendore, mentre il sole si avvicinava al nord tuffandosi obliquamente, essendo prossimo il tramonto.

Un arco abbagliante, circondato da nuvolette rosse, brillava verso il settentrione, proiettando sul cielo riflessi d'oro e facendo scintillare le acque dei canali.

Il colore dei campi di ghiaccio e degli ice-bergs era meravigliosamente variato.

Sul cielo smaltato d'oro dai riflessi del tramonto, essi spiccavano in violetto cupo; a oriente e ad occidente erano color delle ametiste, degli zaffiri e degli smeraldi, tinte che a poco a poco illanguidivano fino a diventare bianco-perlacee.

A mezzodì invece, i ghiacci che si rinserravano dinanzi alla nave, come se avessero voluto impedirle il ritorno, parevano d'argento greggio con qualche venatura d'oro fuso.

La Stella Polare, insensibile a quelle bellezze che solamente nelle regioni polari si possono ammirare, s'accaniva contro quegli ostacoli risplendenti delle più vaghe tinte che si possa immaginare.

La sua prora percuoteva fieramente i banchi, con fragori assordanti, spezzando, lacerando, sfondando. Staccava lastroni, li frantumava col proprio peso e li ricacciava indietro dove l'elice, turbinante, finiva per sminuzzarli.

Parte dell'equipaggio, stanco per quella lunga lotta, si era ritirato per prendere un po' di sonno, molto difficile però, con quei continui colpi, a gustarsi, ma il giovane Duca ed i suoi ufficiali non avevano abbandonata la coperta.

Il giovane animoso, fra Cagni ed Evensen, comandava la manovra, additando i canali che si dovevano raggiungere ed incoraggiando tutti con la voce e con l'esempio.

Eppure, anche fra quelle pericolose manovre, si mostrava, come sempre, ilare, sereno, trovando il tempo di rivolgere una parola affabile a tutti, ad ufficiali ed a semplici marinai e ridendo di quei continui trabalzi che mandavano a gambe levate uomini e cani.

L'indomani la Stella Polare, che aveva rifatto il cammino pericoloso, passando dinanzi al capo Forbes ed alla baia di Barter che si apre sulle coste orientali della Terra Alessandra girava la punta Stephens muovendo verso quella di Grant, che è la più meridionale.

La sua corsa verso l'ovest non doveva durare molto. Dinanzi alla baia di Cook ed in direzione del capo Grant i ghiacci si erano accumulati in così gran numero da arrestare la marcia della valorosa nave. Dovunque si vedevano giganteggiare floe-bergs e banchi immensi.

– Altezza – disse il capitano Evensen, rivolgendosi al Duca. – La via ci è chiusa e tutti i nostri sforzi non riuscirebbero a sfondare quegli ostacoli. Volete un consiglio? Ritorniamo nel Canale Britannico e lavoriamo di sperone.