La capanna dello zio Tom/Capo I

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I. Si introduce il lettore a far conoscenza con un uomo di cuore

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
I. Si introduce il lettore a far conoscenza con un uomo di cuore
Prefazione dell'Autrice Capo II

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LA CAPANNA DELLO ZIO TOM




CAPO I.


Si introduce il lettore a far conoscenza

con un uomo di cuore.


Nella città di P...., nel Kentucky, al tramontare di una fredda giornata di febbraio, due gentlemen protraevan l’ora col bicchiere alla mano in una sala da pranzo splendidamente arredata; allontanato ogni servo, seduti l’un presso l’altro, parea discutessero con gran calore un qualche affare importante.

Abbiam detto, per convenienza, due gentlemen; ma uno di essi, osservato attentamente, non dimostrava di appartenere a questa classe. Piccolo, tozzo, di lineamenti grossolani, vulgari, affettava quel piglio borioso che è tutto proprio di uomo plebeo, il quale ambisce farsi innanzi nel mondo sociale. Era molto ben in arnese; portava un corpetto di gala screziato, una cravata azzurra, tempestata di punti gialli, composta con un nodo colossale, in armonia perfetta col complesso della persona. Le sue mani, larghe e tozze, splendean di anelli; una massiccia catena d’oro, che finiva in gran volume di ciondoli d’ogni colore, e che egli, nel calore del discorso, solea agitar per vezzo, con evidente soddisfazione, gli pendeva da un orologio d’oro. Il suo parlare, non troppo scrupoloso della grammatica di Murray, si condia tratto tratto di espressioni tali, che, per quanto amiamo esser veridici, non ci indurremo a trascrivere.

Il suo compagno, il signor Shelby, avea sembianza di un vero gentlemen; la disposizione degli arredi, il sesto generale della casa annunziavano una condizione più che agiata, opulenta. Come abbiam detto, i nostri due interlocutori erano impegnati in una discussione caldissima.

— «A questo modo acconcierò la bisogna,» disse il signor Shelby.

— «Ah in verità, signor Shelby — rispose l’altro, sollevando un bicchiere pieno di vino tra il suo occhio e la luce — non posso acconsentirvi.» [p. 8 modifica]         — «Perchè no, Haley? Tom non è uno schiavo comune; varrà sempre questo danaro; sollecito, onesto, intelligente, fa procedere la mia fattoria colla precisione di un orologio.

— «Onesto quanto un nero, volete dire;» soggiunse Haley, versandosi un bicchier d’acquavite.

— «No; credo sinceramente che Tom è uno schiavo pio, intelligente, affettuoso. Assistette sempre, nel corso di quattro anni, alle assemblee religiose; e, certo, non ha sprecato il suo tempo. Da quel tempo gli affidai, senza riserbo, casa, danaro, cavalli, quanto posseggo; gli permisi di girar da solo in lungo ed in largo il paese, e lo trovai mai sempre discreto e sincero.»

— «Vi ha chi crede — disse Haley sollevando la mano con espressione di ingenuità — che i negri siano incapaci di religione; io ne giudico altrimenti. Aveva uno schiavo, comperato l’anno scorso in Nuova Orleans, buono, giusto, come se tornasse dalle preghiere, dai sermoni del campo. Non l’ho pagato che seicento dollari, perchè il suo padrone si trovava in necessità di venderlo; lo rivendetti con buon profitto. Sì, ritengo che la religione è buona cosa in uno schiavo, quando è articolo sincero, non un tranello.»

— «E Tom, per questo riguardo — soggiunse Shelby — non avrà mai chi lo superi. Or fa qualche tempo, lo mandai a Cincinnati per assestare alcune mie faccende e riportarmi cinquecento dollari. «Tom, gli dissi, mi fido di voi, perchè siete cristiano: son certo che non mi ingannerete.» Nè mal mi apposi; Tom è ritornato. So che alcuni tristi gli andavano susurrando: perchè non fuggite al Canadà? «Ah! il padrone si è fidato di me, rispose Tom; non voglio tradirlo.» Confesso che mi duole separarmi da lui: e se voi, Haley, siete uomo di coscienza, lo avrete in saldo d’ogni debito.»

— «Quanto a coscienza — rispose l’altro con piglio di scherzo — ne ho quanta può averne un mercante. Son disposto a far di tutto per obbligare un amico; ma questo è troppo, troppo sicuramente.»

Il mercante gettò un sospiro patetico, e si versò acquavite.

— «Quanto dunque volete darmi, Haley?» riprese Shelby, dopo un momento di penoso silenzio.

— «Non avete un fanciullo, un fanciullino da accoppiare, a Tom?»

— «Niente, niente di cui possa disporre; non mi induco a vendere che per necessità, a dir vero; non voglio separarmi da’ miei schiavi; ecco il tutto in una parola.»

In quel momento s’apri l’uscio, e un fanciullino meticcio, dai quattro ai cinque anni di età, entrò nella sala. Vi era nel suo aspetto qualche cosa di attraente; una grazia, una bellezza non ordinaria. I neri suoi [p. 9 modifica]capelli, fini come seta, gli ondeggiavano a larghe ciocche intorno al collo, mentre due grandi occhi neri, pieni di soavità e di fuoco, scintillanti sotto lunghe e folte sopraciglia, gettavano uno sguardo di curiosità intorno alla camera. Una tunicella di tartan giallo, e che si attagliava perfettamente alla persona, facea spiccare il carattere della sua bellezza africana, mentre un tal qual piglio di comica sicurezza ben dimostrava che egli era avvezzo alle carezze del padrone.

— «Vien qua, Tim Crow! — disse Shelby, gittandogli un grappoletto di uva; — prendilo su.»

Il fanciullo spiccò un salto, aiutandosi di tutta la sua lena, per raccoglierlo, in quella che il padrone ne smascellava delle risa.

— «Vien qua, Tim Crow!» disse Shelby.

Il fanciullo si fece innanzi; il padrone gli ficcò la mano tra le ciocche della ricca capigliatura, e lo accarezzò sotto il mento.

— «Ora, Tim, mostra a questo signore che sai ballare e cantare.»

Il fanciullo cominciò allora con voce chiara, vibrata, una di quelle canzoni selvagge, grottesche, che son proprie dei neri, accompagnandosi con un comico gesticolar delle mani, dei piedi, di tutta la persona, in accordo perfetto colle note del canto.

— «Bravo!» disse Haley, gettandogli uno spicchio di arancio.

— «Ora, Tim — riprese il padrone — cammina come il vecchio zio Cudgioe quando ha i reumatismi.»

E di subito il fanciullo atteggiò le sue membra flessibili a deformità, a contrazione; aggrinzò il volto, curvò il dorso, e dato di piglio al bastone di Shelby, si mise, sputacchiando, a zoppicar per la camera, tentennando a destra, a manca in guisa di vecchio.

I due gentleman scoppiavano dalle risa.

— «Ora, Tim — disse il padrone — ci fa sentire come il vecchio Robbins intuona i salmi.»

Il fanciullo allungò il volto bizzarramente, e con gravità imperturbabile cominciò un salmo in tuono nasale.

— «Evviva! benissimo! che bel putto! — esclamò Haley; — è quello che davvero mi conviene.»

E battendo colla mano sulla spalla di Shelby:

— «Aggiungete questo fanciullo, e l’affare è fatto.»

In quel punto l’uscio della sala si aprì lento lento, ed una meticcia, che dimostrava venticinque anni di età, si fece innanzi.

Bastava gittare uno sguardo al fanciullo ed a lei per accorgersi subito ch’ella era sua madre. Lo stesso occhio nero, grandioso, sormontato da lunghe sopraciglia, le stesse anella di capelli neri e finissimi. Le brune guancie di lei si tinsero in un leggiero incarnato, che diventò fiamma [p. 10 modifica]quando si accorse che quello straniero la fissava con occhi di stupore e non velata concupiscenza. Gli abiti, che le si attagliavano con bel garbo alla persona, faceano spiccar viemmeglio la forma delle sue membra ben tornite e delicate. Le sue mani affilate, una nocca delicata, l’avvenente picciolezza de’ suoi piedi eran pregi troppo notevoli perchè sfuggissero all’occhio indagatore d’un mercante che solea giudicare, a primo sguardo, le qualità d’un articolo femminino.

— «Che volete, Elisa?» chiese il padrone, mentre la guardava con esitanza.

— «Veniva in cerca di Arrigotto.»

Il fanciullo si slanciò verso la madre, mostrandole il grappolo d’uva che avea raccolto nel lembo della sua tunicella.

— «Conducetelo pure con voi» disse Shelby; e quella senza indugio si tolse in braccio il fanciullo ed uscì dalla sala.

— «Per Giove! — disse il mercante volgendosi a Shelby con atto di meraviglia; — questo è un articolo! Con questa donna potrete fare quandochesia la vostra fortuna a Nuova Orleans. Vidi sborsar migliaia di dollari per altre tali che certo non valean questa.»

— «Non ho bisogno di far per tal modo la mia fortuna» disse Shelby con mal garbo; e, per deviare il discorso da questo argomento, cavò il turacciolo ad una bottiglia di vino, ne versò al compagno, chiedendogli come lo trovasse.

— «Eccellente! di prima qualità!» — rispose il mercante. Rivolgendosi quindi a Shelby, e ponendogli famigliarmente una mano sopra la spalla: — «Orsù — gli domandava — quanto volete di quella donna? quanto debbo offrirvi?»

— «Non è da vendere, signor Haley — rispose Shelby; — mia moglie non la cederebbe per tanto oro quanto pesa.»

— «Già, già, le donne dicon sempre così perchè non si intendon di calcolo. Fate lor vedere quanti nastri, quante catenelle, quanti orologi si potrebbero comperar con quell’oro, e subito muteran consiglio.»

— «Haley, ve lo ripeto, è inutile parlarne ancora. Vi ho già detto di no, e ho risoluto di no» disse Shelby con fermezza.

— «Mi cederete almeno il fanciullo! — riprese il mercante di schiavi. — «Vi dovete essere accorto come ne sono invaghito.»

— «E a che potrebbe mai servirvi quel fanciullo?» domandò Shelby.

— «Ho un amico che questo anno tiene un tal ramo di commercio, e che alleva bei fanciulli per venderli poi sul mercato; articoli puramente di capriccio che li compera chi può pagarli. Sono adattatissimi a servir di lacchè, servire a tavola, aprir le porte, far codazzo ai loro padroni, aspettarli nelle anticamere. Costano una bella moneta; e quel diavoletto che gesticola e canta così bene, sarebbe appunto il mio articolo.»

[p. 11 modifica]        — «Non voglio venderlo — disse Shelby pensieroso; — non ho cuore di strapparlo dalle braccia di sua madre.»

— «Ah certo, è ben naturale! comprendo anch’io; rincresce anche a me affligger le donne e detesto le loro strida, le loro lacrime, i loro lamenti; ma, nel maneggiar questi affari, bisogna sapersene isbrigar con bel garbo. Non avrete che a mandar la madre, sotto qualche pretesto, per un giorno, per una settimana in campagna; al ritorno l’affare sarà acconciato. Vostra moglie le regalerà orecchini, una veste nuova o qualche altra bagattella consimile, ed ella se ne terrà paga.»

— «Ne dubito.»

— «Viva Dio! credetelo a me; questi esseri non sono come i bianchi; lo sapete anche voi; trattandoli bene, si racconsolano. Si crede generalmente — riprese Haley con tuono di confidenza e con aria di singolare ingenuità — che il commercio degli schiavi indurisca il cuore; per me, non me ne sono mai accorto. Ma io tratto quest’affare ben altrimenti che molti trafficanti. Ne vidi alcuni che strappavano il bimbo dalle braccia della madre per metterlo subito in vendita, mentre quella gettava urla disperate, e si dibatteva come una indemoniata; cattivo metodo; guasta il capo di merce, e talvolta lo rende inabile per qualche tempo al servizio. Alla Nuova-Orleans mi venne veduta una bella giovanetta che fu gettata interamente alla malora per questa sorta di trattamenti. Il compratore non avea bisogno del bambino che ella stringeva al seno; il sangue mi si agghiaccia al sol rammentarlo! le lo strapparono; si dibatteva, singhiozzava, e quando più nol vide impazzì, e nel temine di una settimana morì. Fu una perdita di mille dollari, e ciò per aver mancato dei modi convenienti. Torna sempre a conto l’agire umanamente; credetelo alla mia esperienza.»

E qui il mercante de’ negri si abbandonò colle spalle sulla sedia, incrocicchiò le braccia al petto, in atto d’un virtuoso proponimento: si sarebbe creduto un secondo Wilberforce.

Avresti detto che un tale discorso lo avesse commosso fin dalle viscere perchè mentre Shelby stava raccolto ne’ suoi pensieri, rimandando un arancio, Haley si levò in piedi e aggiunse nuove considerazioni, quasi fosse spinto dalla forza della verità.

— «Non istà bene lodarsi da per noi; ma posso dirlo, perchè è vero. Tutti sanno che ho le più belle coppie di negri, i meglio pasciuti, vigorosi, e che ne perdo meno degli altri che speculano in questo ramo di commercio. Ciò proviene, posso dirlo a viso aperto, che io, nella mia condotta a loro riguardo, mi attengo tenacissimamente al gran principio di umanità.»

Shelby, non sapendo come sbrigarsela disse: «Benissimo!»

[p. 12 modifica]        — «È bensì vero che talvolta mi han canzonato per queste massime che non sono comuni: ma non volli dismetterle, e vi trovo il mio profitto; si può dire che mi han pagato il dritto di pedaggio.»

E il mercante, a questo scherzo, diè in uno scroscio di risa.

In questo sermone sull’umanità vi era alcun che di sì piccante, di sì originale, che il signor Shelby non potè rattenersi dal riderne anch’esso. Forse tu non ridi, lettor mio caro; ma al dì d’oggi il sentimento di umanità si traduce in forme così varie, così bizzarre, che non v’ha nulla cui un filantropo non possa dire o fare.

Il sorriso di Shelby incoraggiò il negoziante, e questi proseguì la sua predica.

— «È strano che non venni mai a capo di persuader certa gente. Nel Natchez avea un socio anticamente, Tom Loker, uomo di senno, ma un demonio coi negri; uomo più eccellente non mangiò mai pane; ma era un sistema, o signore. Caro Tom, solea dirgli, perchè batter sul capo le giovani vostre schiave, mentre gridano e piangono? perchè dar loro dei pugni? È assurdo, soggiungeva, e non ne caverete nulla di buono. Non vi è alcun male che piangano: è uno sfogo di natura, e convien bene che in un modo o in un altro ella si sfoghi. Invece, studiatevi di acquetarle, di trattarle con mitezza; troverete il vostro conto nell’usar modi umani anzichè nel malmenarle. Ecco ciò che io solea dirgli; ma Tom non volea darmi ascolto, e tanto oltre procedette nel disprezzarmi, che io dovetti separarmi da lui, tuttochè, in fatto di commercio, fosse uomo avvedutissimo.»

— «E aveste modo di conoscere a prova che il vostro sistema sia preferibile a quello di Tom?» chiese Shelby.

— «Certo che sì; evito di far baccano; schivo le scene dolorose, come sarebbe strappar dalle madri i bambini; le allontano per qualche giorno; lontan dagli occhi, lontan dal cuore, sapete bene; quando è finita, nè si può più rimediare, vi si acconciano naturalmente. Non si tratta di aver a fare con bianchi, i quali crescono coll’idea di star presso ai loro figli, alle loro mogli; i negri purchè siano ben allevati, non ci pensan neppure; quindi la bisogna procede assai più facilmente.»

— «Temo che i miei schiavi non sieno educati abbastanza bene» disse Shelby.

— «Può ben darsi; voi altri abitanti del Kentucky guastate i negri. Avete buone intenzioni per essi, ma una tale benevolenza riesce a male. Un negro che passa, continuamente, da un padrone all’altro, da Tom a Dick, a chiunque siasi, non può nutrire affezioni reciproche, perchè i colpi di bastone gli piovon sempre sulle spalle. Ora, i vostri negri, signor Shelby, oso dirlo, andranno in casa ove non saranno trattati men bene che nella vostra tenuta. Ciascuno, lo saprete anche voi, signor Shelby, [p. 13 modifica]crede naturalmente, ed io mi lusingo con ragione, di trattare i miei negri ben meglio che non si meritano.»

— «Beato chi può contentarsi de’ fatti suoi» disse Shelby; con una crollatina di spalle, e lasciando traveder sentimenti che non avrebbero garbato molto al suo compagno.

— «Ebbene — rispose Haley, dopo essere amendue rimasti per qualche tempo in silenzio — che ne conchiudete?»

— «Ci penserò, ne parlerò a mia moglie — rispose Shelby; — intanto se volete, Haley, che l’affare proceda tranquillamente, badate bene che nulla ne traspiri nel vicinato. Vi assicuro che se i miei negri venissero a spillarne qualche cosa, metterebbero sossopra la casa, nè sarebbe facil cosa l’acquetarli.»

— «Oh tacerò sicuramente; ma, debbo ripeterlo, ho fretta: m’importa quante prima conoscere la vostra determinazione» soggiunse Haley, levandosi da sedere e indossando il pastrano.

— «Bene, tornate stassera, dalle ore sei alle sette, e avrete la mia risposta» disse Shelby, mentre il mercante, fatto un leggiero inchino, uscìa dalla sala.»

«Mi sentìa tentato a gittarlo giù dalla scala — pensò Shelby, tra sè stesso, non sì tosto vide chiusa la porta — per quella sua impudente sicurezza; pur troppo si accorge che ha il sopravento. Se taluno mi avesse mai detto che verrebbe giorno in cui dovrei vendere Tom a que’ tristi mercanti di negri, avrei risposto: il mio servo è forse un cane per disfarmene in cotal modo? E quel giorno è sopragiunto.... anche per il figlio di Elisa! Ben veggo che mia moglie vi si opporrà e per Tom e per questo; e tutto ciò per essere indebitato. Il mercante si accorge che ha il sopravento, e se ne vale.»

Giova forse notare perchè il sistema della schiavitù si mostri più mite nello stato del Kentucky che altrove. Siccome la coltura dei campi procede gradatamente, non sopragiungono que’ periodi di attività industriale, che impongono al povero negro, nei paesi più meridionali, una fatica troppo ardua ed assidua; e i padroni contenti ad un discreto guadagno, son meno esposti a quelle avare tentazioni che signoreggiano la nostra debole natura umana, sempre quando la prospettiva di un subito e rilevante guadagno non ha, nella bilancia del giusto e dell’onesto, miglior contrappeso che le ragioni d’una povera e derelitta creatura.

Chi percorre alcune tenute nel Kentucky e vede la gioviale benevolenza di non pochi padroni e padrone, l’affettuosa devozione di non pochi schiavi potrebbe lasciarsi allucinare dalla poetica leggenda d’un governo patriarcale. Ma a questa ridente scena soprasta sempre un’ombra funerea, l’ombra della legge. Finchè la legge si ostinerà a riguardare questi esseri [p. 14 modifica]dotati di mente e cuore non più di una cosa che appartiene ad un padrone finchè un rovescio di fortuna, l’imprudenza o la morte di un buon padrone possono, da un giorno all’altro, gittar di subito nella miseria, nella disperazione quello schiavo che vivea pocanzi sicuro, tranquillo sotto la protezione d’un proprietario benevolo, non si riuscirà mai a combinar nulla di buono nella amministrazione, anche meglio ordinata, della schiavitù.

Il signor Shelby era uomo d’ottimo cuore, inclinato, quanto altri mai all’indulgenza verso coloro che lo circondavano, sollecito di quanto potea giovare alla salute de’ suoi negri. Ma si era gittato, spensieratamente, in grandi speculazioni commerciali; e i biglietti di banca, da lui firmati per una gran somma, erano caduti nelle mani di Haley. Questo cenno darà la chiave della conversazione cui pocanzi assistemmo.

Elisa, nell’avvicinarsi all’uscio della sala, intese casualmente quanto basta per esser certa che quel mercante di negri facea proposta al suo padrone di vendergli qualche schiavo.

Ben volentieri avrebbe continuato ad origliare alla porta; ma in quel punto la padrona l’avea chiamata; ed ella dovette allontanarsi.

Le parve tuttavia aver inteso che quel mercante mettea in campo proposte per comperare il suo bimbo. Poteva ella ingannarsi? Il cuore le si agghiacciò; strinse al petto involontariamente con tanta forza il suo Arrigotto, che questi, meravigliato, la guardò in volto.

— «Elisa, figliuola mia, che ti affanna quest’oggi?» domandò la padrona, vedendo che la giovane, nell’entrare in camera, avea rovesciato inavvertentemente il catino, il suo tavolo da lavoro, e che, quasi smemorata, le porgeva una lunga veste da notte, invece di un abito di seta che le avea ordinato togliesse dalla sua guardaroba.

Elisa fece un atto di sorpresa — «Oh signora!» disse quindi, alzando gli occhi; e rompendo in lacrime, in singhiozzi, si abbandovò sopra una sedia.

— «Oh signora, signora! — esclamò Elisa; — giù nella sala un mercante di schiavi parlava col padrone; li ho uditi io.»

— «Ebbene, figliuola, mia, quando ciò fosse?»

— «Signora, potete voi credere che il padrone sia capace di vendere il mio Arrigotto?»

E la povera creatura ricominciò a singhiozzare più che mai disperata.

— «Venderlo? Oh non mai, pazzarella! Sai bene che il padrone non ha che fare con que’ mercanti del Sud, nè ha intenzione di vendere alcuno de’ suoi schiavi, finchè tengono buona condotta. Perchè, buona ragazza, ti imagini che quell’uomo voglia comperare il tuo Arrigotto? Forse che tutti lo veggono co’ tuoi occhi? Orsù, sta di buon animo; acconciami i capelli, come jer l’altro, e per l’avvenire non origliare più agli usci.»

— «Bene, signora; ma voi non dareste mai il vostro assenso a....»

[p. 15 modifica]     — «Sta pur sicura, figliuola mia, non acconsentirò mai. Perchè affannarti tanto per ciò? Mi vi opporrei come se si trattasse di uno de’ miei stessi figli. Ma sei troppo insuperbita di quel bimbo, Elisa mia. Se taluno fa capolino al nostro uscio, ti imagini subito che egli venga per comperarlo.»

Elisa, rassicurata dal piglio confidente della sua padrona, procedette con somma cura e prestezza a pettinarla, sorridendo, tratto tratto, della paura che avea avuta.

La signora Shelby era donna d’alto affare, tanto per le doti dell’intelletto, quanto per quelle del cuore. All’indole, naturalmente nobile e generosa, che è propria delle donne del Kentucky, accoppiava principii, sentimenti altamente morali e religiosi, che sapeva tradurre in atto con non meno di prudenza che di energia. Suo marito, tuttochè non professasse alcuna fede speciale, riveriva, rispettava pur sempre i principii di lei, e forse talvolta ne temea il giudizio.

Certo è che la lasciava pienamente libera di secondare le sue benevole inclinazioni, coll’assistere, coll’istruire, col migliorare la condizione degli schiavi, senza volersene dar pensiero egli stesso. Non credeva con alcuni settarii che la soprabbondanza delle opere pie in certe persone dabbene valga a compensarne il difetto nel rimanente de’ fedeli; ma avea per certo che la carità di sua moglie avrebbe bastato per due; e si lusingava un tantino che avrebbe guadagnato il paradiso, mercè le operose virtù della moglie, virtù cui egli non pretendeva gran fatto.

Ciò che, dopo il colloquio avuto col mercante, imbrogliava maggiormente il signor Shelby, era la necessità già preveduta di manifestare alla moglie il contratto stipulato, ovviare le istanze, superare gli ostacoli che egli, pur troppo, aveva motivo di aspettarsi.

La signora Shelby, ignorando adatto in quali angustie si trovasse il marito, e conoscendone solamente la buona indole, era sincerissima nel combattere i sospetti di Elisa. Difatti non volle nemmen pensarvi la seconda volta, ma, occupata tuttaquanta nell’allestirsi per la visita della sera, dimenticò il tutto.