La capitana del Yucatan/13. Il fortino spagnolo

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13. Il fortino spagnolo

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CAPITOLO XIII.


Il fortino spagnuolo.


Quel fortino, costruito in mezzo alla vasta foresta per poter dominare gl'insorti dell'estrema parte della provincia di Pinar del Rio, era formato da una cinta che doveva avere almeno centocinquanta metri di circuito e d'un piccolo fabbricato sostenente una grossa torre pentagonale, alta una quindicina di metri, con numerose feritoie difese da grosse sbarre di ferro e sormontata da una merlatura ancora in buon stato.

Eccettuata però la torre, tutto il resto era in completa rovina. La cinta era in più parti crollata e si vedevano dovunque i suoi rottami, e le quattro piccole casematte, che costituivano l'edifizio avevano le pareti sconnesse, i tetti rovinati, le porte sgangherate, le feritoie in disordine. Pareva che avessero già subìto più d'un violento assalto, vedendosi sulle loro mura le tracce lasciate dalle palle ed anche dei larghi fori prodotti dallo scoppio di qualche granata.

Sì fuori che dentro, le erbe e gli sterpi avevano invaso lo spazio libero e le liane erano spuntate in grande numero serpeggiando su pei tetti sfondati ed aggrappandosi agli angoli della torre, formando dei pittoreschi festoni di foglie e di fiori.

Il soldato, che doveva aver già altre volte cercato rifugio in quel fortino, superò i rottami che si erano accumulati dinanzi ad una porta e condusse i suoi compagni nella migliore delle quattro casematte, la quale comunicava, per una stretta apertura, colla base della torre. Si trovarono in una stanzuccia pure ingombra di macerie e di sterpi e dove vedevasi, in un angolo, dietro una feritoia, un vecchio affusto d'artiglieria privo del suo pezzo.

Erano appena entrati, quando, alla luce dei rami resinosi, scorsero delle bande di grossi topi fuggire in tutte le direzioni, mandando strida acute.

– Oh!... – esclamò la marchesa, che non seppe trattenere un gesto di ripugnanza.

– Vi stupite, donna Dolores? – chiese Cordoba, ridendo. – Non sapete adunque che le Grandi Antille ed anche le Piccole non sono altro che immense topaie?

– Forse che qui si rispettano i topi?

– Meno che altrove, anzi si dà loro una caccia feroce; sono tanti però, che non si riuscirà mai ad esterminarli.

– Una vera calamità per le piantagioni – disse la marchesa che si era accomodata sull'affusto del cannone, mentre i marinai, piantati i rami resinosi fra i rottami, tornavano all'aperto per raccogliere delle foglie onde improvvisare dei letti. [p. 106 modifica]

– Dite un vero disastro, per certi piantatori – rispose Cordoba, accendendo una sigaretta. – Vi basti sapere che nella sola Giamaica, fino a pochi anni or sono, recavano dei danni ammontanti a circa tre milioni e che a Cuba, a Portorico, a Trinidad, alle Barbade, alla Guadalupa ed alla Martinica divorano complessivamente, ogni anno, per circa cinquanta milioni di prodotti.

– Che topi sono adunque?...

– Dei roditori feroci, spietati, che devastano intere piantagioni di canne da zucchero, di caffè, di patate, di cacao, di granoturco, di legumi, di cocchi e che fanno dei vuoti immensi nei pollai dei poveri coloni.

– Anche i polli distruggono?...

– E con quale accanimento!...

– Ed i gatti cosa fanno?...

– Hanno paura, donna Dolores. Non sapete adunque che vi sono certi topi che dalla testa alla coda misurano perfino ottanta centimetri?...

– Oh!... I brutti mostri!...

– Ma non bastano i polli; anche coi bambini se la prendono. In sei anni, in queste isole, hanno divorato oltre una dozzina di negretti. Tutti poi si ricordano come alla Martinica abbiano spolpata completamente una povera negra che si era addormentata in un campo di granoturco ed alla Guadalupa un negro che si era sdraiato all'aperto, dopo di aver bevuto troppo rhum.

– E non hanno tentato di distruggere quei famelici e ributtanti roditori?...

– Sì, però con poca fortuna da principio. S'impiegarono le formiche di Cuba, che come sapete hanno le branche robuste come se fossero d'acciaio, diffondendole in tutte le isole; poi i rospi-tori, quei brutti e grossi batraci che muggiscono come buoi in furore; quindi il serpente della Martinica, il velenosissimo ferro di lancia; poi ricorsero al fosforo, alle trappole, ai cani ammaestrati alla caccia dei topi, eppure non ottennero che degli scarsi risultati. Ora però la va male pei topi.

– Hanno trovato qualche buon rimedio?...

– Sì, donna Dolores. Alcuni anni or sono il signor William Espent, un ricco piantatore, ebbe la buona idea di esperimentare gli icneumoni o meglio delle manguste indiane, specie di donnole appartenenti alla famiglia degli zibetti, carnivori feroci, nemici dichiarati dei sorci ed anche dei coccodrilli, distruggendo le uova di questi pericolosi anfibi. Introdottili nella Giamaica, diedero degli splendidi risultati, divorando i roditori a milioni e salvando le piantagioni da certa perdita. Ora gli icneumoni sono stati portati anche alla Martinica, alla Guadalupa, a Portorico e si sono moltiplicati in modo inquietante. [p. 107 modifica]

– E perché inquietante, se distruggono i topi?...

– Perché non risparmiano i pollai dei coloni – disse Cordoba, ridendo. – Amano i topi, ma hanno in considerazione, da veri buongustai, anche le galline, le faraone, i tacchini e le anitre.

– Le piantagioni però sono salve.

– È vero e compensano a usura la distruzione dei pollai.

In quell'istante al di fuori s'udì uno scoppio così formidabile, che le casematte tremarono dalla base al tetto, facendo cadere un ammasso di rottami.

I marinai rientravano allora carichi di foglie di banani per preparare i letti.

– Per mille balene!... – esclamò Cordoba, che per poco non aveva ricevuto un mattone sul capo. – Bisogna sgombrare o resteremo schiacciati.

– Passiamo nella torre – disse il soldato. – È ancora in buono stato, anzi solidissima.

Cordoba e la marchesa presero le torce e passando attraverso la stretta apertura, s'introdussero nel torrione pentagonale, salendo una gradinata così angusta, da lasciar passare appena una sola persona alla volta. Quella scala metteva capo ad una grossa porta ferrata.

Cordoba la spinse, non essendo chiusa e si trovò in una stanza pure di forma pentagonale, tanto vasta da contenere comodamente venti e più persone e che aveva quattro larghe feritoie difese da solide sbarre di ferro.

Una scala di legno, collocata in un angolo, metteva capo ad una specie di botola, la quale doveva certamente condurre sulla piattaforma merlata.

– Fermiamoci qui, – disse Cordoba, – ed aspettiamo che l'uragano cessi.

I marinai gettarono al suolo i fasci di foglie e tutti si accomodarono alla meglio, formando circolo attorno alla Capitana ed al lupo di mare.

L'uragano allora scoppiava con veemenza irresistibile, infuriando sopra l'immensa foresta.

Lampi accecanti si succedevano senza interruzione, illuminando l'interno del torrione, mentre i tuoni scrosciavano con orribile rimbombo, formando un fracasso spaventevole, assordante.

Il vento, ormai scatenato, ruggiva su tutti i toni fra i merli della torre e fra i centomila vegetali della foresta, torcendo i grossi e robusti rami come fossero semplici fuscelli e travolgendo nella sua corsa nembi di foglie e di canne strappate dovunque. Vi erano certi momenti in cui pareva che la foresta intera crollasse e che la torre oscillasse sulla sua base. Certamente numerosi vegetali dovevano venire sradicati da quelle raffiche possenti e spinti attraverso la foresta e fors'anche sollevati in aria, [p. 108 modifica]poiché si udivano, anche entro le pareti delle casematte, dei colpi tremendi che parevano prodotti da veri arieti. La marchesa e Cordoba si erano avvicinati ad una delle feritoie e guardavano al di fuori.

Alla luce dei lampi vedevano volteggiare sulle ali del turbine, trascinati in una corsa vertiginosa, foglie, rami, frutta e tronchi, i quali venivano a urtare contro gli speroni della torre, mentre al di sotto si udivano le casematte crollare pezzo a pezzo.

– Che furia! – esclamò la marchesa. – Guai a noi se l'uragano ci avesse sorpresi in mezzo alla foresta.

– Non avrei dato una piastra della nostra pelle – rispose Cordoba.

– Ed il nostro Yucatan, credi che possa correre qualche pericolo?

– Nessuno, donna Dolores, ve lo assicuro. Si trova così bene riparato che le onde del mare non giungeranno fino ad esso.

– Pure non sono tranquilla, Cordoba.

– Cosa temete?

– Che gl'insorti possano approfittare dell'uragano per abbordarlo di sorpresa. A loro deve premere assai il carico.

– Ed i cento uomini di mastro Colon?

– Quel Del Monte può giuocare qualche brutto tiro a Colon.

– È impossibile, innanzi a tutto, che quel furfante sia già tornato alla costa e poi...

– Continua Cordoba.

Invece di rispondere, il lupo di mare si era curvato verso la feritoia, portando una mano ad un orecchio, come se cercasse di distinguere, fra i ruggiti tremendi dell'uragano e il rombare incessante dei tuoni, qualche altro fragore.

– Cos'hai? – gli chiese la marchesa, con voce inquieta.

– Per centomila balene! – esclamò Cordoba, la cui fronte si era bruscamente aggrottata. – È impossibile ch'io mi sia ingannato!...

– Cos'hai udito?... Parla, amico!...

– Ho udito il suono d'un corno, donna Dolores.

– È impossibile che tu l'abbia distinto fra tutto questo fracasso.

– Vi dico che l'ho udito perfettamente.

– E sei inquieto per questo?

– Un corno non viene suonato dai cinghiali, né dai caimani.

– Sarà stato qualche cubano che chiede soccorso.

– In questa parte dell'isola cubano vuol dire insorto e voi ormai sapete quanto preme a Pardo di averci nelle mani. Eh! Avete udito?

In un momento in cui i tuoni avevano cessato di rombare ed il vento di fischiare, si era udito distintamente a echeggiare il suono d'un corno. [p. 109 modifica]

Il soldato l'aveva pure udito, poiché si era vivamente alzato, accostandosi a Cordoba ed alla marchesa.

– Questo è un segnale, un richiamo degl'insorti – diss'egli, con voce alterata.

– Lo credete? – chiese Cordoba.

– Sì, signore. Le bande del capitano Pardo hanno adottato quell'istrumento pei segnali di guerra.

– Che noi stiamo per venire circondati! – chiese la marchesa, nei cui occhi brillava un lampo d'ira.

– Vi avevo detto che mi era sembrato d'aver scorto un uomo a nascondersi nella macchia di banani.

– Che quell'uomo fosse una spia?

– Lo temo, signora – rispose il soldato.

– Per mille pescicani!... – esclamò Cordoba. – È necessario prendere una decisione, prima di lasciarsi accalappiare come topi in trappola.

– Cosa vorresti fare?

– Andarcene subito.

– Con quest'uragano?

– E poi, – disse il soldato, – uscendo peggioreremo la nostra situazione. Qui, in questa torre robusta e solida, noi potremo resistere a lungo, mentre nel bosco possiamo venire subito circondati e presi.

– E se ci assediano? Noi non possiamo contare su nessun aiuto.

– Una parola, signor tenente, se me lo permettete – disse uno dei marinai, avanzandosi.

– Parla, Alvaro.

– A bordo del Yucatan vi sono centododici uomini, tutti valorosi e devoti alla Capitana.

– E vuoi concludere?

– Che quaranta sono più che sufficienti per la difesa della nave e che gli altri potrebbero accorrere in aiuto della Capitana, se gl'insorti venissero ad assediare la torre.

– E chi andrà ad avvertire mastro Colon del pericolo che corre la marchesa?

– Io, signor tenente, od uno qualunque dei miei camerati. Siamo tutti pronti a tentare la sorte, pur di salvare la nostra valorosa Capitana.

– Bravi uomini – disse la marchesa, vivamente commossa. – Qua la mano, mio prode!

Il marinaio, dopo una breve esitazione, tese la sua destra bruna ed incallita e se la lasciò stringere da quella piccola e bianca della marchesa.

– Potete disporre ora della mia vita, mia Capitana – disse il bravo marinaio, con voce quasi tremula. – Se volete che parta, io andrò alla baia, fossi anche certo di venire ucciso.

– No, amico, bisogna vivere e non farsi uccidere – disse Cordoba [p. 110 modifica]che era pure commosso per tanta affezione. – Se tu dovessi morire, mastro Colon non saprebbe più nulla del pericolo che corriamo.

– È vero, tenente; cercherò di salvare la pelle.

– Prima però che il vostro marinaio parta, aspettate il mio ritorno – disse il soldato. – Noi non siamo ancora certi se si sono radunati degl'insorti e se mirano a sorprenderci.

– È vero – disse Cordoba.

– Vado ad esplorare i dintorni.

– Volete che vi accompagni?

– No, signore. Un uomo solo può sfuggire più facilmente e meglio nascondersi.

Il soldato fece loro cenno di non muoversi e scese rapidamente la scaletta, mentre Cordoba e la marchesa si mettevano in osservazione ad una feritoia.

L'uragano allora accennava a scemare. Il vento ruggiva ancora attraverso agli alberi della foresta, scuotendoli furiosamente e la pioggia continuava a scrosciare, però i lampi erano diventati più radi ed i tuoni scemavano d'intensità.

Cordoba e la marchesa, dal loro posto, videro il soldato attraversare rapidamente la radura, poi scomparire in mezzo agli alberi.

Trascorse una mezz'ora d'angosciosa attesa, durante la quale nessun altro segnale si udì nella foresta e senza che il soldato ricomparisse. Già Cordoba si preparava a scendere, temendo che il valoroso giovanotto fosse caduto in qualche imboscata, quando lo si vide tornare correndo.

In pochi slanci riattraversò la radura approfittando del momento in cui nessun lampo rompeva le tenebre e salì rapidamente, dicendo con voce affannata:

– Gl'insorti... Del Monte... vengono...

– Per mille milioni di balene! – esclamò Cordoba. – Ancora quel furfante di cubano?...

– Sì, tenente, io l'ho veduto distintamente, alla luce d'un lampo, riparato sotto le larghe foglie d'un banano, assieme ad alcuni insorti armati.

– Erano pochi?

– Ne ho veduti parecchi altri in mezzo ad una macchia – disse il soldato. – Erano una trentina per lo meno e temo che ve ne siano di più nei dintorni.

– Se sono capitanati da quel briccone di Del Monte, non vi è più alcun dubbio sulle loro intenzioni. Siamo stati spiati e domani avremo da fare con loro.

– Credi impossibile la nostra ritirata, Cordoba? – chiese la marchesa.

– Non vi consiglierei, signora – disse il soldato. – Un uomo solo può, passando di macchia in macchia, prendere il largo, ma non un drappello, e un combattimento in piena foresta, contro [p. 111 modifica]forze tanto superiori, finirebbe in una completa catastrofe. No, signora, non esponete la vostra vita.

– Non ve lo permetterò, donna Dolores – disse Cordoba, con voce risoluta.

– Ci trincereremo in questa torre e resisteremo fino all'arrivo di mastro Colon. Alvaro, sei sempre deciso?...

– Sono agli ordini vostri e della Capitana – rispose il marinaio, gettandosi in ispalla il fucile.

– Non ti smarrirai?

– Ho una bussola, tenente. Camminerò sempre verso il sud, finché giungerò al mare.

– Va', mio valoroso – disse la marchesa. – Noi tutti contiamo su di te.

– Non temete, mia Capitana. Camminerò giorno e notte senza riposo.

– Affrettatevi – disse il soldato. – L'uragano sta per calmarsi e gl'insorti possono avvicinarsi e chiudervi il passo.

– Parto – rispose il marinaio. – Se non mi uccidono, mi rivedrete ben presto coi camerati del Yucatan.

Strinse la mano che la marchesa gli porgeva e quelle dei compagni, si assicurò che il fucile era carico e uscì con passo fermo.

Giunto sulla porta della casamatta si arrestò per ascoltare, poi, superata la cinta, si slanciò nella foresta.